LA DIVINA MISSIONE DI GESU’
Gli
evangelisti testimoniano che Gesù è il Messia, l’Unto del Signore, re sovrano
in cielo e in terra. Egli è addirittura il Figlio di Dio e Lui stesso Dio. Il
Padre lo ha inviato presso il popolo d’Israele ad annunziare nuove verità di
fede. E’ a dir poco sorprendente che Dio prediliga un popolo, piuttosto che
l’insieme delle sue creature. Che discenda sulla terra nella persona del Figlio
Gesù, ingravidando una vergine donna, l’immacolata Maria, che resta sempre
vergine (prima, durante e dopo il parto). Che sacrifichi il Figlio per l’altrui
salvezza, lasciando che muoia in modo ignominioso sulla croce. Che lo faccia
risorgere dal sepolcro, lo mostri più volte in carne e ossa e con le piaghe ai
suoi discepoli e poi lo innalzi al cielo presso la sua Maestà, senza fornire
incontrovertibili prove e storiche testimonianze della sua singolare esistenza,
celeste e terrena.
Nell’espletamento
della sua missione, resosi conto dell’impossibilità di realizzare l’utopico
Regno di Dio sulla terra, Gesù media il reale con l’ideale, ossia rompe con il
passato giudaico per proiettarsi nel futuro, prospettando nell’aldilà il
ritorno alla mitica età dell’oro. Detta norme di vita, necessarie per accedere
nel suo Regno. Le sue prescrizioni sono superiori alle leggi “positive”, che
regolano i rapporti di coesistenza e di giustizia tra gli uomini. La sua
giustizia, implacabile e definitiva, si concreterà nell’oltre mondo. Gli
uomini, dopo essere risuscitati dalla morte, saranno sottoposti al giudizio
insindacabile di Dio. I malvagi saranno puniti con eterni castighi, i giusti
gratificati con beatitudini paradisiache. Per entrare nel suo Regno occorre
guadagnarsi i meriti, conquistando la reputazione di Dio mediante assidue
preghiere, riti liturgici, comportamenti conformi ai suoi comandamenti e alle
disposizioni cultuali e dottrinarie della Chiesa. Il timore dei castighi divini
condiziona l’ossequiante condotta dei cristiani. I divini comandi, già rivelati
da Dio a un popolo di nomadi, ispirando patriarchi e profeti, sono stati
perfezionati (cioè "rettificati") dal Cristo Gesù, Verbo incarnato,
mediante la divulgazione del Vangelo. Parecchi secoli dopo la venuta di Gesù,
ecco farsi avanti un altro profeta, sedicente ultimo messaggero (seminatore di
scismi, secondo il giudizio di Dante). E’ Maometto (Muhammad) il messaggero cui
Allah ha rivelato la sua ultima volontà e che dopo la morte del Profeta è stata
raccolta dalla memoria dei suoi compagni e trascritta nel Corano, considerato
dai musulmani Verbo incartato. I servi di Allah si espansero rapidamente in
virtù della forza militare (Jihad o guerra santa) e della debolezza degli stati
conquistati, soggiogando i popoli al credo islamico. I seguaci di Cristo, dopo
la sua dipartita, hanno diffuso il suo Verbo, testimoniandolo anche fuori
d’Israele, tra i “gentili”. Il Vangelo, che si presume abbia predicato Gesù,
mediato e tramandato dalle primitive comunità cristiane sotto il nome di taluni
apostoli e discepoli alle future generazioni, è pervenuto fino a noi non come
documento storico ma come mito propagandistico. La presunta ispirazione divina
degli autori è, in realtà, pia illusione. Gli epigoni di Cristo hanno
oggettivato in una superiore entità pensieri e sentimenti propri. Hanno fatto
discendere l’eticità della “realtà effettuale”, di per sé amorale,
dall’autorevolezza di Dio. La virtù principe dei cristiani consiste
nell’ottemperare al precetto dell’ubbidienza incondizionata alla volontà di
Dio, ossia alle norme bibliche e dottrinarie della santa madre Chiesa, in forza
di una fede infusa (come dono) da una presunta grazia divina. Il fine ultimo
dell’uomo redento è vivere per la gloria di Dio. L’agire cristiano è
finalizzato esclusivamente al bene di Dio. Le naturali virtù umane (non
cristiane) sono subordinate al volere di Dio e dirette al raggiungimento dei
suoi fini. La ragione dell’uomo, offuscata ed asservita a quella di Dio e dei
suoi zelanti interpreti, non ha scopi propri da raggiungere, scelte da compiere
con libertà di giudizio. La sua razionalità si trova racchiusa in angusti
ambiti, condizionata dai vincoli imposti da norme dogmatiche. La più grave
colpa dell’umanità contro la propria intelligenza è l’asservimento
all’obbedienza di una fede, che aliena la ragione stessa dell’uomo. Lutero
giudicherà l’uso della ragione in materia di fede uno scandalo abominevole, in
quanto impedisce l’accesso al cielo. Il suo falso misticismo
anti-intellettualistico esonerava il credente dai lumi dell’intelligenza. E’
irragionevole accogliere una dottrina religiosa con cieca fede, senza porsi
alcun dubbio, senza sottoporla al vaglio della ragione critica, senza
sospettare che possa adombrare inganni e generare illusioni. E’ pura idiozia
persistere a credere in verità di fede, vacue e circonfuse di mistero, sperando
che siano verità oggettive, reali.
L’eroico Gesù,
già al suo apparire nel mondo, è minacciato da un serio pericolo, che proviene
da un sovrano spietato, Erode il Grande, che teme di essere spodestato da un
nuovo “re dei Giudei”. Il fanatismo religioso di movimenti anti-romani nella
Palestina di quei tempi sfociava spesso in sanguinose rivolte di tipo
messianico. Raggiunta la maturità, Gesù prende coscienza della sua (presunta)
identità divina e della missione da compiere, come prestabilito dal fato (in
altre parole, dalla volontà del Padre celeste, i cui pronunciamenti rimangono
nascosti agli uomini, realizzandosi gradualmente nella storia mediante segni).
Ha ricevuto il mandato di istituire un nuovo ordinamento, emendando gli errori
di quello precedente (anche Dio può sbagliare, dunque non è perfetto né la sua
verità è assoluta). Egli propone un nuovo rapporto (patto) di Dio con gli
uomini. Prima di intraprendere la sua missione, Gesù deve sottostare ad un rito
d'iniziazione: il battesimo d'acqua (mediante il quale si purifica
dall’esperienza umana della nascita) e di Spirito (mediante il quale si
purifica dal peccato ed entra nello stato di grazia, ricevendo i doni dello
Spirito Santo). Sacrifica infine la sua vita a vantaggio degli altri, ricevendo
in cambio il premio della risurrezione dalla morte. In seguito, è assunto in
cielo per essere annoverato tra gli esseri divini (“excedere ad deos”), come nelle apoteosi dei miti pagani. Tutta la
sua vicenda umana consisterà nell’adempimento della volontà divina,
nell’ubbidienza al Padre celeste, prono a compiere i suoi propositi. Egli è
assimilato alla figura biblica del servo fedele, esaltato da un dio-padrone,
perché si umilierà e soffrirà per espiare i peccati degli uomini, ma alla fine
trionferà (Is 41, 9 e 42, 1-4 e 49, 1-6 e 50, 4-9 e 52, 13-15 e 53, 1-12).
Il mito dell’immortalità
nasce dal desiderio dell’uomo a non rassegnarsi alla morte. Si crede che le
anime elette possano continuare a vivere in luoghi deliziosi (gli antichi,
mitici prati d’asfodelo, Campi Elisi, Isole dei Beati). I dannati, invece,
patiranno nell’orrido, buio Ade (l’oltretomba pagano) o sprofonderanno nella
sua tetra voragine, il Tartaro. Gesù stesso prometterà agli eletti benemeriti
l’immortalità nel Paradiso oltremondano, mentre dannerà in eterno i peccatori
impenitenti negli inferi abissi. Nel miraggio cristiano dell’oltretomba, il
luogo di pena, regno di Satana, si contrappone al luogo di beatitudine,
immaginato oltre i cieli, governato da esseri immortali. In realtà, la
concezione, velata di mistero, che la vita prosegua nell’oltretomba, ha origine
nella proiezione della forza vitale dell’uomo, restio ad accettare l’idea della
morte. L’abbaglio di una vita ultramondana induce a credere nell’immortalità
dell’anima, che si suppone temporaneamente racchiusa nelle spire del corpo
durante la vita temporale. L’anima è concepita come parte della divina
sostanza, per cui non può perire con il corpo, da cui invece si libera per
involarsi nell’aldilà. Essa dovrà purificarsi prima di entrare nel regno delle
beatitudini. L’uomo, non rassegnandosi all’idea della morte corporale, ha concepito
l’immortalità dell’anima, del prolungamento dello spirito vitale in un’altra
dimensione. Ha immaginato l’esistenza di esseri divini, di un giudice supremo e
signore del tutto. Questa falsa idea, radicatasi nella mente sin dall’infanzia,
condiziona sia la ragione sia i sentimenti. Nel vano tentativo di perdurare
oltre il finito, l’uomo si lascia avvincere dall’irrazionalità di una falsa
credenza. Egli, dapprima, tutto preso a realizzare se stesso nel mondo, ad
affermare la sua personalità, non si accorge che la vita gli sfugge. Allorché
matura in sé la consapevolezza della fragile, inconsistente esistenza, si
proietta in un mondo immaginario per dare uno scopo alla sua vita. Non gli
resta ora che il tempo necessario per garantirsi la salvezza e l’immortalità.
L’esito della lotta resta incerto: non vi è la sicurezza di vincere la
battaglia e di conseguire la vittoria finale.
La parola
“anima”, in vero, è solo un sostantivo grammaticale privo di consistenza reale.
E’ stata concepita come entità immateriale, spirito, psiche, pneuma, alito,
soffio vitale. E’ il respiro che contraddistingue ciò che vive. Morire è
esalare lo spirito, espirare il respiro vitale. Il Dio biblico anima l’uomo,
soffiando in lui l’alito di vita. Lo Spirito Santo è lo Spirito Vitale di Dio,
che rianima gli apostoli a nuova vita e consente loro di proclamare la parola
(logos) dell’Altissimo (At 4, 31). Gesù risorto soffia il suo alito agli
apostoli, donando lo Spirito di Verità (Gv 20, 22), il Paraclito (Gv 14,
16-17.26), che farà loro comprendere e ricordare la Rivelazione. Si crede che
esseri spirituali aleggino invisibili nell’aria, suddivisi in buoni (come Dio e
gli angeli) e cattivi (come Satana e i suoi accoliti). La possessione demoniaca
consisterebbe nell’inalazione dello spirito maligno nel corpo di una persona,
da cui può essere cacciato mediante il rito dell’esorcismo. La mente è un
concetto astratto come l’anima. Si è creduto che fosse esistente separatamente
dall’attività cerebrale e che potesse sopravvivere alla morte corporale. In
realtà, la mente (nous), il pensiero
dell’uomo, espresso mediante la parola, è un processo che dipende dalla chimica
e dagli stimoli del cervello (la materia grigia) e termina con la morte del
corpo. La mente di Dio (Logos, Ragione, Verbo, Parola creatrice) è un concetto
astratto, determinato da una credenza, che esprime una pia speranza, non una
realtà effettiva. Le certezze di cui il credente s’inebria, non hanno riscontro
nella concretezza della realtà extra-mentale.
Lucio Apulo Daunio
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