giovedì 4 agosto 2011


L’INVENZIONE DI DIO

"Rari e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)

LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)




Dio è un nome, che richiama un soggetto astratto, di cui si predica l’esistenza in base ad una fede religiosa. Il suo essere, dunque, è il predicato di un concetto, non una realtà tangibile. Non essendo un'entità reale, Dio è un’ipotesi concettuale, espressione delle esigenze e delle ragioni storiche di un popolo. Gli ebrei, ad esempio, hanno introdotto nella loro storia il mito di Jahvè-Elohim, che promette loro una terra e ne determina gli avvenimenti, imponendo valori da osservare nella vita pratica e somministrando nell’aldiquà premi e castighi. L’eden biblico è immaginato come un luogo paradisiaco sulla terra, non come una dimora celeste. Lo sheol, il regno triste e buio delle ombre dei morti, è immaginato nel profondo degli abissi. Il mito della giustizia nell’aldilà è un’invenzione dell’ideologia cristiana. Il cosmo non ha necessariamente una ragion d’essere né una causa prima trascendente. Se ogni cosa sembra avere una causa materiale che la determina, ciò non implica che nel risalire dagli effetti alle cause prime debba esserci necessariamente un principio incausato, personificato in un essere supposto esistente oltre il reale, da cui presumere l’origine di ogni cosa. E’ un modo illogico di argomentare, deducendo la realtà delle cose dall’immaginazione. Se escludiamo l’ipotesi della causa prima, non resta che ammettere una successione infinita di cause. La supposta necessaria esistenza di una causa prima, e per giunta intelligente, a immagine dell’uomo, oltre il mondo reale, è un’invenzione della mente.

Se la credenza nella Rivelazione, quale autentica testimonianza di un’entità suprema, è una costruzione umana, ne consegue che le Scritture (giudaica, cristiana, musulmana), che ne attestano l’esistenza, sono espressioni culturali umane, determinatesi nei diversi contesti storici dei popoli che le hanno prodotte. I precetti disposti nella Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e nel Corano, in quanto storicamente riferibili ai costumi di popoli antichi, non possono avere la pretesa di essere universali e immutabili. Le cose di questo mondo, l’unico conoscibile, non hanno in sé un fine ultimo, né implicano la necessità di un legislatore divino o di uno spirito immanente, che regoli i processi naturali secondo un sistema organico, predeterminato, finalistico. Le leggi della natura sono convenzioni stabilite dall’uomo, descrizioni per comprenderne i fenomeni, senza dover ricorrere ad ipotesi extra-fisiche, misteriose. Ciò che non può essere spiegato, il non ancora conoscibile, non implica la necessità di avvalorare illazioni che giustificano l’ipotesi di Dio, di una causa prima trascendente, fuori della natura. I popoli primitivi spiegavano i fenomeni come potenze divine, spirituali, che animavano il mondo. Il senso del divino, la religione, nasce dal timore dell’uomo verso l’ignoto e dal conseguente bisogno di sicurezza e protezione, di un patrono cui implorare soccorso. L’emotività influenza la psiche, soggiogandola, e stimola la fantasia, dalla quale scaturisce l’immagine di un essere potente e sublime, rappresentato con i massimi valori. Affascinato da questa creazione della mente, l’uomo rappresenta Dio come supremo creatore e legislatore di un ordine morale universale, valido per tutti i tempi e luoghi. Ispirati profeti presumono di ricevere divine rivelazioni, che incorporano in sacri testi. Sono comandamenti divini, superiori a ogni norma civile e persino al diritto naturale.

Il peccato, in quanto violazione delle prescrizioni divine, è inteso come azione sgradita a Dio e meritevole del suo castigo. La paura delle pene, che saranno inflitte ai peccatori impenitenti nell’aldilà, è l’espediente per non cadere nelle tentazioni del demonio nell’aldiquà. L’acritica accettazione di una fede religiosa può determinare nei credenti posizioni estreme di fanatismo, d’intolleranza contro i miscredenti, di superstizione (religio mater superstitionem). L’egemonia della religione nella società influenza l’eticità delle coscienze, determina le norme morali da osservare e le sanzioni sociali da infliggere nei confronti dei comportamenti devianti o trasgressivi, impone un comando cui non si può sfuggire (imperativo categorico), pena la disapprovazione della società per l’inosservanza ai doveri giuridicamente prescritti o tradizionalmente osservati (religio instrumentum regni). Il comportamento umano è condizionato dalla relatività di un ordine etico-religioso (oltre che giuridico), le cui regole, se violate, provocano l’ira divina, che può essere esorcizzata mediante l’espiazione della colpa. La penitenza è dunque necessaria per eliminare la colpa e ripristinare la salute dell’anima (salus animae). Del resto, la ragione umana, in quanto soggetta all’errore, non può garantire il vivere “secundum virtutem”. La norma evangelica, principio guida dei cristiani, è il mezzo (illusorio) per assicurarsi la salvezza ultraterrena, ma anche la pace interiore con la propria coscienza, legata a valori metafisici (la religione intesa come oppio dei popoli).

L’antropomorfismo della religione cristiana pone sopra tutto l’amore per Dio, in particolare nella persona di Cristo, Verbo divino (Logos) incarnato nell’umana natura. In questo rapporto d’amore con Dio, bene assoluto, il cristiano raggiunge il totale godimento dell’anima. Se Dio è tutto, può appagare ogni bisogno umano. La salvezza dell’anima, scopo principale del cristiano, risiede solo in Dio. Per avere la salvezza e godere la vita eterna, il cristiano deve concentrarsi nel suo rapporto d’amore con Dio. Amandolo, può sperare nella sua grazia. Chi arde di desiderio per l’altro mondo, però, non si cura della propria vita in questo mondo. Pur restando col corpo sulla terra, il suo spirito s’invola alto verso il cielo e un po’ per volta anche il suo corpo si separa dal mondo. Il folle di Dio anela la morte per potersi ricongiungere all’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno che passa, in lui muore una parte di sé e si accresce la sua perfezione, che lo rende emerito per il Regno dei cieli. Disprezzando i beni del mondo, egli gode già i beni futuri. Per essere perfetto e avere un tesoro in cielo, il cristiano deve rinunciare al mondo, alla libera e critica formazione culturale (in Dio sono ogni sapere e conoscenza), al possesso di beni materiali (Dio è la vera ricchezza, che soddisfa ogni bisogno), agli affetti della famiglia (Gesù stesso rinnegò la sua famiglia; cfr. Mc 3, 31-35), alla sessualità (Dio è amore casto). La salvezza si ottiene esclusivamente attraverso la sofferenza della croce. La liberazione dalla vita mondana e dal matrimonio avvicina il perfetto cristiano alla vita soprannaturale. I celibi e le nubili si votano alla castità per imitare la purezza verginale di Cristo, degli angeli e di tutti gli esseri celesti, che pur concepiti con un corpo, non hanno attributi sessuali. L’ideale innaturale che persegue il pio cristiano è di essere simile agli angeli, cioè asessuato. Tra i godimenti celesti, infatti, è assente quello riguardante il sesso, esclusivamente terrestre. Il teologo Origene si fece eunuco per amore di Dio. Il paradiso islamico, perlomeno, è più gradevole, almeno per i maschi benemeriti di Allah.

Il celibato è sacro, ma anche il matrimonio, purché strettamente monogamico e non contaminato dal desiderio di tradimento. Nell’amore coniugale, in realtà, i coniugi si preoccupano di come piacere l’uno all’altra piuttosto che essere graditi a Dio. Il matrimonio, pertanto, è meno indicato per raggiungere la cristiana perfezione. Il modello resta il celibato e il nubilato, che rendono simili a Dio. Coloro che non si sono contaminati con donne, sono primizia per Dio (Ap 14, 4). La comunità cristiana deve presentarsi al suo sposo, Cristo, con la purezza verginale della sposa (2 Co 11, 2). Verginità e castità sono virtù caratteristiche del cattolicesimo, di una fede fondata sul sacrificio: quello di Dio a vantaggio degli uomini e quello degli uomini per amore di Dio. In nome suo il devoto mortifica se stesso, la sua natura, i suoi istinti, la sua intelligenza, ogni azione, atteggiamento e qualità naturali umane non conformi alla legge morale cristiana. L’eroico attivismo cristiano è fondato sull’etica del sacrificio e della sofferenza meritoria. Quanto più si esaltano le virtù cristiane, tanto più si nega la natura umana. Esse trovano la ragion d’essere nella fede in Dio e nell’ubbidienza alle Scritture e ai dettami della santa madre Chiesa, non nel valore che hanno in sé. Il cristiano, insomma, non desidera praticare le virtù per il bene dell’umanità, ma per guadagnarsi l’amore di Dio e un posto nel suo regno. Benedetto l’uomo che in lui confida e che in lui ripone la sua speranza! Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e nella sua forza, anziché nella potenza di Dio! (Gr 17, 5 e 7). I precetti del cristianesimo, in quanto creduti fondati sulla “ragione” di Dio, sono inviolabili. In verità, giacché consistono in principi assoluti e dogmatici, riferibili a una sacrosanta istituzione garante di una suprema “ragione”, superiore a quella umana, sono arbitrari, perciò possono giustificare tutto, sottraendosi al vaglio della ragione critica. La logica clericale è circolare. La Chiesa, infatti, sostiene di affermare il vero in conformità a quanto testimoniato dal Vangelo, ritenuto attendibile in base alla fiducia accordata dall’autorità della Chiesa. Questa fiducia si fonda non su prove incontrovertibili, bensì su verità di fede dedotte da divina ispirazione. Questa fede implica l’umile sottomissione all’obbedienza della “auctoritas” ecclesiastica, vera fonte di quella scritturale, astrazione verbalistica adombrata di finta sapienza divina, costituita da speculazioni teologiche inneggianti al Nulla.

L’estro teologico immaginativo, occupato nella frenetica ricerca del vacuo metafisico, ostacola la conoscenza della verità oggettiva e della ricerca scientifica. Ogni fede religiosa segna un episodio della storia umana nel suo viaggio unico verso l’ignoto. Quelle monoteistiche, sorte in un lontano passato tra gente incolta di minuscoli paesi, ancora contrassegnate da una dottrina medievale inadeguata rispetto alle esigenze dell’uomo moderno e della civiltà tecnologica, sono fuori del tempo e della realtà e del tutto incompatibili con la razionalità del metodo scientifico.

 Lucio Apulo Daunio


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