martedì 2 agosto 2011


LA COLPA ORIGINALE

              

         Paolo, l’apostolo illuminato da Gesù sulla via per Damasco, afferma di dire il vero e di non mentire. Egli attribuisce al Cristo Gesù la figura del mediatore tra Dio e gli uomini, avendoli riscattati con la sua morte dal peccato originale (1 Tm 2, 1-7). Di Mosè ammette che liberò il popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, mediando l’alleanza con Jahvè sul monte Sinai, ma aggiunge che fu solo un espediente parziale e transitorio, nell'attesa della venuta del Messia, apportatore di salvezza per tutti (Ga 3, 19 – 4, 7). Cristo, infatti, facendosi uomo, si è sacrificato per tutti noi, placando l’offesa originaria cagionata all’infinita maestà del Padre dai nostri primi avi (mito di Adamo ed Eva del libro biblico “Genesi”). Quale ricompensa del suo volontario sacrificio, egli ottenne dal Padre la redenzione degli uomini.

Il libro “Genesi” racconta che Elohim, divinità di multiformi potenze, piuttosto annoiata dall’essere solo nella solitudine senza tempo, decise di por fine alla monotonia del nulla, creando l’universo e la terra. Coprì la terra con abbondante vegetazione, irrorandola con acque piovane. Poi l’animò, creando varie specie di bestie. Tutto ciò sembrò ben fatto, ma non abbastanza da appagarlo. Decise quindi di creare l’umanità a sua immagine e somiglianza, affinché dominasse sul creato. Detto, fatto. Maschia e femmina Elohim fece l’umanità, affinché le due creature si unissero in una sola carne e procreassero una discendenza (fu la prima indissolubile unione degli unici esseri umani). Secondo un’altra tradizione biblica, il monolitico Jahvè (non Elohim) decise di piantare un giardino a oriente, che denominò Eden (il paradiso terrestre che non è stato mai trovato), collocandovi due umane creature ad accudirlo e custodirlo (un modo per giustificare l’origine servile del genere umano nei confronti degli enti divini). Si chiamavano Adamo ed Eva. Vivevano felici e in uno stato d'assoluta innocenza. Eva, un giorno come un altro, mentre oziava in costume adamitico, s’intrattenne ad ascoltare, incantata, le suadenti parole di una serpe parlante, mentre Adamo stava sgobbando chissà dove. Quel boia di una serpe era il più astuto animale del creato. Nelle sembianze di quella viscida bestiaccia era nascosto il diabolico tentatore degli esseri umani: Satana, nemico immortale di Dio, da lui tollerato, nonostante le sue diaboliche scelleratezze. Costui, che s’annoiava mortalmente a causa della mancanza d’anime da mordere, iniettando il suo micidiale veleno, non stette nella pelle quando incontrò per la prima volta una fascinosa creatura. Avvinghiò l’ingenua Eva, dolcemente insinuandosi nel suo cuore, carpendone la fiducia. Eva non ebbe ribrezzo del serpentesco tentatore, che la sedusse sciorinando la propria satanica erudizione circa l’opportunità d’assaggiare l’agrodolce frutto di un albero. Lasciatasi persuadere, colse e assaporò con il frutto anche la conoscenza del bene e del male. Jahvè aveva piantato quell’albero in una remota parte del giardino, proibendo di cibarsi dei frutti. I nostri sprovveduti “primi avi” mangiarono entrambi il frutto proibito, provocando l’ira di domineddio, che li dichiarò colpevoli di disubbidienza. In verità, sarebbero stati tali, solo se Jahvè li avesse resi compartecipi della conoscenza del bene e del male e coscienti delle conseguenze punitive per la violazione dell’ordine morale. I due, invece, aprirono gli occhi solo dopo aver gustato il frutto, perdendo lo stato d’innocenza e acquisendo la consapevolezza e la responsabilità delle proprie azioni. Solo allora capirono di aver trasgredito l’ordine di Dio. Solo allora ebbero coscienza del loro stato di colpa e dell’offesa arrecata al Creatore. Solo allora impararono a usare la ragione e l’intelligenza. Perché, quindi, imputare loro colpe che non hanno. Disobbedirono a Jahvè a causa della loro ingenuità, non per malizia. Dunque, non commisero alcun peccato originale. Adamo ed Eva, per farla breve, restarono fregati a causa della loro dabbenaggine. Dio, invece, anziché comprendere la balordaggine delle sue creature, volle punirle, e con loro tutta la discendenza, per il sol fatto che erano diventate simili a lui, avendo acquisito la cognizione del bene e del male. L’invidia colpì il geloso Dio, che si adombrò, scatenando la sua ira su due sprovvedute creature. Li castigò ingiustamente non fino alla quarta, bensì in tutte le generazioni, senza misericordia. Poi, paventando che i due potessero anche mangiare i frutti di un altro albero proibito, che donava l’immortalità, li scacciò dal paradiso terrestre. Il maschio lo destinò a lavorare con il sudore della fronte e la donna a partorire con le doglie. L’essere umano, abbandonato alle insidie e alla durezza della vita nel mondo, divenne aggressivo per sopravvivere e adattarsi all’avversa natura, fin quando la triste morte avrebbe decomposto il corpo, trasformandolo in polvere. Per aspirare alla vita eterna, l’uomo ha dovuto attendere la venuta del Cristo Gesù, avendo Dio preclusogli l’accesso all’albero della vita, a custodia del quale mise un’armata di cherubini con spade folgoranti. Questi cherubini sarebbero angeli mostruosi alati, con testa d’uomo e corpo d’animale. Col tempo, si pentì nuovamente d'aver creato l’umana gente, degenerata nel peccato (avrebbe dovuto sapere che tipacci le sue creature avrebbero generato); perciò, un triste giorno decise di eliminarla dalla faccia della terra, affogandola con un diluvio universale. Soltanto al patriarca Noè consentì di salvarsi, rifugiandosi in un barcone galleggiante con la sua famiglia e con quanti animali e vegetali riuscì a raccogliere (dio sa come!). Gli esseri umani, però, non impararono la lezione. Continuarono a inebriarsi in ciò che agli occhi di Dio appariva peccato. Un giorno (fatidico), Jahvè promise una terra ad Abramo e una discendenza. Liberò il suo eletto popolo dalla schiavitù d’Egitto, concludendo un’alleanza con Mosè, imponendo la sua Legge, cui tutti dovevano scrupolosamente osservarla. A chi restava fedele al patto, Dio elargiva benedizioni; maledizioni, invece, per i fedifraghi. Il bene e il male derivavano dall’osservanza o meno della Legge (salvo l’arbitrio insindacabile di Dio nell’elargire beni e mali, come si rileva nella storia del pio Giobbe, emblema della servile rassegnazione alle angherie di un dio bizzarro). Jahvè promise altresì che un giorno avrebbe inviato un messia, un re potente che li avrebbe liberati dalle tenebre, donando loro la luce. Quando l’ebreo Gesù si proclamò Messia, dichiarò d’essere il Redentore dell’umanità, avente il potere di liberarla dalla colpa originaria e dall’eterna morte, infondendo nuove speranze, in virtù del suo sacrificio, per mezzo del quale avrebbe placato l’ostinata ira del Padre celeste. Gesù era il nuovo albero della vita eterna, i frutti del quale non erano proibiti, potendo essere gustati alla sua mensa eucaristica, datrice d’immortalità. I racconti favolosi contenuti nel libro biblico “Genesi” s’intrecciano e ricalcano miti letterari dell’antichità, come quello di Pandora e Prometeo, come quelli cosmogonici dell’origine, come quelli degli alberi sacri, come quelli collegati alla “hybris” dell’uomo, allorquando si ribella all’ordine costituito dagli dei.

Per liberarsi dalla colpa originale, l’umanità deve pentirsi dei peccati commessi e convertirsi alla fede del Cristo Gesù. Deve inoltre osservare i precetti dettati dalla Chiesa e permanere vigile nell’attesa della parusia, cioè dell’improvvisa e imprevedibile ricomparsa di Cristo sulla terra. Gesù stesso avvertì in proposito i discepoli (Lc 12, 35 seg.). Li esortò a stare all’erta, ad essere guardinghi in tutte le ore, per non cadere in tentazioni. Egli, infatti, sarebbe arrivato “ex abrupto”, come un ladro, rubando la vita ai superstiti e risuscitando i morti per sottoporre gli uni e gli altri al giudizio universale. Il divino giustiziere nell’ora fatale non avrà misericordia. Egli, mediante processo sommario, senza patrocinio, fustigherà i cattivi ed encomierà i buoni. Uomo avvertito (di stare all’erta, perseverando nell’attesa, come un servo fedele che attende l’arrivo del padrone o come un padrone che vigila, temendo l’arrivo del ladro), mezzo salvato (di ciò non v’è certezza, almeno fino al giorno del “dies irae”). Guai a chi sarà preso in castagna! Guai per noi tutti, quando i rintocchi funebri dell’era escatologica suoneranno, martellandoci la coscienza! Chiunque fosse stato allora capace di interpretare i fenomeni atmosferici e fare previsioni, avrebbe anche potuto leggere i segni dei tempi (Lc 12, 54 – 13, 5). Occorreva perciò darsi una mossa per regolare subito i conti con Dio, in conformità al credo del Figlio Unigenito, Verbo di Dio. Non si doveva abusare della sua pazienza, rimandando al domani il pentimento. Chi aveva debiti con Dio, li avrebbe scontati nella prigione celeste fino all’ultimo spicciolo. Chi aveva molto ricevuto, avrebbe dovuto maggiormente rendere conto nell’aldilà del suo comportamento (Lc 12, 41-48).

Vollero un giorno i discepoli conoscere i segni del suo ritorno in terra e quelli della fine del mondo, ed anche il tempo in cui tutto ciò sarebbe accaduto (Mt 24, 1 seg, Mc 13, 1 seg, Lc 17, 20 seg). I segni premonitori, parola di Gesù, sarebbero stati tanti e tutti nefasti. Falsi messia - a suo malauguroso dire - verranno a usurpare il titolo biblico, che spetta solo all’autentico Cristo, traendo molti in inganno. Insorgeranno popolo contro popolo, regno contro regno e gli uomini se la daranno di santa ragione. Carestie, pestilenze e terremoti compariranno in diversi luoghi. L’umanità sarà afflitta da inondazioni, alluvioni, franamenti, dissesti idrogeologici, sfruttamenti, angherie, imperialismi, colonialismi, schiavismi, genocidi e…scusate s’è poco! Che il cielo ci scampi e liberi da questi catastrofismi! Gli apostoli, però, non dovevano turbarsi più di tanto alla comparsa dei segni premonitori. Si trattava, del resto, solo dell’inizio delle sofferenze, nefasto anticipo della fine dei tempi (vi pare poco?). La sorte, che sarebbe toccata loro, egli la prevedeva nera: sarebbero stati odiati da tutte le genti a causa del suo nome e consegnati alle autorità per essere suppliziati e uccisi. Molti suoi fedeli soccomberanno in quei frangenti, tradendosi a vicenda e odiandosi. Pseudo-profeti sorgeranno e trarranno in inganno molti cristiani. L’iniquità dilagherà e la carità si raffredderà. Soltanto chi avrà i nervi saldi e una fede incrollabile si salverà nel Regno di Dio. Quando avverrà l’ingente, funesta catastrofe della fine del mondo? Accadrà quanto prima, ma non antecedentemente alla predicazione in tutta l’ecumene del Vangelo, protettivo talismano contro le malefiche prospettive del malauguroso Gesù. Duemila anni sono già trascorsi dalla fatale previsione del Cristo. Sino agli estremi confini del mondo sono giunti i missionari a predicare l’amara “buona novella”, abilmente adornata con parabole e leggendari episodi miracolistici. A detta di Paolo (Rm 10, 17-18), in verità, l’annuncio del Vangelo fu udito in tutta la terra già ai suoi tempi. La cristianità, però, è ancora in stato di “suspense”, in trepidante attesa della parusia e dell’immane, universale catastrofe. Tuttavia, continuano le sofferenze a tormentarci e i cataclismi naturali ad affliggerci la vita. Non cessano di comparire sulla scena del mondo i tanti sciagurati profeti di sventure. Tra alti e bassi prosegue inarrestabile il cammino dell’umanità. La gente non se ne sta con le mani in mano e con il naso all’insù, scrutando invano, tra le nubi, i sogni di gloria del divo Gesù, che vuole di nuovo venire sulla terra a tormentarci, seguito dalla truppa angelica, armata di tutto punto, rastrellando gli eletti a suon di trombone (Mt 24, 30-31), castigando gli altri nei tormenti dell’inferno. I non predestinati al suo regno, separati dall'eletta schiatta dei cristiani, saranno irrimediabilmente giustiziati. Chi, nell’ora fatale, soccorrerà i non eletti? Saranno i valorosi, indomiti eroi redivivi che li proteggeranno dall’ira di un menagramo figlio di un bellicoso Padre, che apparentemente annuncia la pace, ma, in concreto, porta scompiglio (Mt 10, 34)? Chi mai potrà dare tregua alle umane tribolazioni? Chi potrà soccorrere l’uomo se non il suo simile (“homo homini deus”)? Quando l’umanità comprenderà quanto sia sconveniente e nocivo essere nemico dei propri consimili (“homo homini lupus”)? Forse, quando gli uomini sapranno educarsi a perseguire valori comuni di convivenza, non sarà più necessario avere obblighi verso dettami sanciti da illusorie divinità nella notte dei tempi e perpetrati dalla cupida schiatta dei loro accoliti. Allora sarà sufficiente aver riguardo per l’infelice (“res sacra miser”). La spada di Cristo, intanto, continua a infierire contro i naturali sentimenti e apporta sofferenze nei singoli individui e nelle loro famiglie. Per meritarsi il suo affetto, occorre portare gioiosamente (!) il peso della croce. Questo è veramente assurdo, giacché oltrepassa la razionalità umana, che rifugge dagli eccessi, prediligendo la moderazione (“est modus in rebus”). Lo scardinamento dei rapporti famigliari sarebbe un segno premonitore della fine dei tempi, secondo la credenza degli evangelisti Marco (13, 12) e Luca (21, 16). Meglio non curarsi di costoro e degli altri predicatori di assurde verità, guardando ogni cosa con l’acume dell’intelligenza e lo spirito critico del libero pensiero. Arduo è il cammino per l’ispida strada lastricata di tolleranza, pluralismo, confronto, ricerca di valori condivisibili. Non fermiamoci ogni volta che un cane abbaia sacre verità, esortando ad arruolarci nella milizia di un cristo (della cui esistenza si dubita) morto, sepolto e mai risorto, abbandonando ogni cosa per seguirlo: i beni della terra, l’affetto dei propri cari, il gusto per la vita. Non riduciamoci in povertà per abbracciare le sofferenze della croce per amore di un dio permaloso, che castiga l’umanità per una presunta offesa commessa “ab ovo” dai nostri primi avi. Questo dio iracondo, figlio di un bellicoso padre, è venuto a sconvolgerci la vita, già inguaiata di guai. La pace che annuncia alla nascita del figlio divino è quella della rassegnazione alla croce, togliendoci il gusto della vita reale con l’illusione di un’altra nell’aldilà. La pace di Cristo non è come quella che dà il mondo, dopo aver perpetrato la violenza (Gv 14, 27). I suoi seguaci più pertinaci, in verità, vivendo contro natura, contro se stessi e i propri sentimenti, hanno praticato in concreto la violenza. Ogni violenza, com'è noto, richiama altra violenza. La storia della Chiesa è lastricata col sangue, non solo dei suoi pochi martiri, ma soprattutto con quello di tanti innocenti che essa ha inesorabilmente perseguitato per non essersi conformati alle sue imposizioni.



Lucio Apulo Daunio




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