martedì 2 agosto 2011


MILITANZA MISSIONARIA

               

            Gli apostoli, che Gesù inviava in missione (Mc 6, 7-13), andavano appaiati, taciti, soli, senza compagnia, l’uno dinanzi e l’altro dietro (simili a fraticelli che s’incontrano per via). Non portavano appresso né pane per sfamarsi, né bisaccia per elemosinare, né pecunia nella cintura e nemmeno una doppia tunica per coprirsi, ma solo un bastone e un paio di sandali per equipaggiamento (nemmeno questi erano indispensabili, secondo l’austero autore del vangelo matteano). Per il loro sostentamento, parola di Gesù, avevano sacrosanto diritto a essere ricompensati dalla generosità di chi avrebbe beneficiato dei beni spirituali da loro elargiti a piene mani. Nel caso in cui qualche sprovveduto non apprezzava i sacri doni, le sante apostoliche persone si allontanavano da quel luogo impuro, scotendosi la polvere dai piedi. Durante un viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9, 51-56), gli apostoli Giacomo e Giovanni, inviati innanzi a tutti per cercare ospitalità presso un villaggio di samaritani, non essendo stati accolti, chiesero a Gesù se dovessero maledire l’inospite villaggio, invocando il fuoco dal cielo per distruggerlo (estremismo apostolico!). L’autore del vangelo marciano attesta che i “dodici” partirono per la militanza missionaria, operando conversioni, scacciando satanassi e oliando infermi (che, in virtù della santa unzione, immantinente guarivano). Anche l’autore del vangelo lucano attesta che gli apostoli erano dotati di poteri straordinari (Lc 9, 1-6). Dei prodigi da loro compiuti, e di quelli attribuiti a Gesù, la storia profana non ne serba alcun ricordo.

Disumane erano le condizioni prospettate dal Cristo Gesù per seguirlo verso l’erta via verso il regno dei cieli (Lc 9, 23-27, Mt 16, 24-28, Mc 8, 34 seg.). Chi abbracciava la novella fede, doveva rinnegare se stesso e incamminarsi lungo la “via crucis”. Chi rinnegava Cristo, illudendosi di salvare la propria vita su questa terra, si sarebbe dannato per sempre nell’aldilà. Non c’era dunque alcun vantaggio nel guadagnare il mondo intero per poi rovinarsi per l’eternità (forse è più utile il contrario, cioè preoccuparsi per la giustizia e il benessere in questo mondo, piuttosto che per la propria salvezza in un ipotetico aldilà). Guai a coloro che si vergognavano d’essere suoi seguaci! L'offesa alla sua sacra persona l’avrebbe fatta pagare a caro prezzo, appena fosse ritornato nella gloria celeste. Lassù, accanto a Dio Padre, circondato da angeli serventi, i felloni sarebbero stati strapazzati. Ai seguaci fedeli, invece, promise che avrebbero visto il suo regno sulla terra prima che morissero (evidentemente, Gesù prese un abbaglio). Vero discepolo era non solo chi rinunciava alla propria vita, ma anche chi odiava i suoi cari (Lc 14, 25-33). Non poteva il buon Dio-Padre risparmiare ai seguaci dell’Unigenito figliolo queste disumane, penose, indefettibili condizioni per seguirlo sulla via della sofferenza meritoria? Condizioni alle quali, una volta accettate, devono essere perseguite, anche a costo di rimetterci la vita. Non sarebbe meglio lasciare l’umana gente godere in pace la poca felicità che la vita offre? Lasciarla vivere la breve, singolare esistenza, senza che domineddio imponga grazie e disgrazie? Da incoscienti è invocare divinità deputate a tormentarci la vita, già gravida di sofferenze e calvari. Altresì vano è illudersi nella speranza di una rinascita, dopo il fatale abbraccio con sorella morte. L’umanità farebbe volentieri a meno di taluni che si accaniscono a esasperare il prossimo, fino al parossismo, per convertirli ad abbracciare la croce di Cristo, come palliativo per alleviare le sofferenze, illudendosi di meritare paradisiache beatitudini nell’altro mondo. Costoro, ingannevoli predicatori, prospettano estatiche visioni in un favoloso regno di cuccagna, dove si potrà godere l’ambito premio per le tribolazioni patite “in nomine Domini”. Oh, buon dio, lascia a chi non crede nella chimera del tuo regno celeste, la pace dell’eterno riposo! Sia questo il premio concesso per la dura, singolare esistenza umana! Tutti eguaglia la morte nel sonno senza tempo. Solo i santi, aureolati eroi cristiani, circonfusi dallo splendore della gloria, non saranno confusi con la folla dei miseri mortali. Solo costoro oltrepasseranno le sette celesti sfere, che dividono il luogo di ciò che muore dal mitico regno dei Superi eterni. Sia loro concesso credere nella vita eterna! Vivere l’unicità d’una fugace esistenza nel mondo agli altri!

Non solo Gesù insegnò agli apostoli, prima di inviarli alla militanza missionaria, come diventare virtuosi del prodigio, ma provvide altresì a metterli in guardia da incombenti pericoli. Poteva esser loro fatale l’assidua attività volta alla conversione dei giudei al nuovo credo (Mt 10, 16 seg.). Gesù, infatti, li mandava come pecore in mezzo ai lupi (nonostante i poteri straordinari che aveva loro concesso?); perciò, raccomandò loro d’essere guardinghi, prudenti come serpenti, semplici come colombe. Tuttavia, il loro accorto comportamento non li avrebbe protetti dalla persecuzione di persone malvagie. Sarebbero stati consegnati ai sinedri, flagellati nelle sinagoghe, trascinati davanti alle pubbliche autorità per causa sua. Nonostante questi foschi chiari di luna, che si prospettavano all’orizzonte, dovevano tener duro, non rendere pan per focaccia, ma dare testimonianza del Vangelo, tenacemente e pacatamente, senza preclusioni. Non dovevano preoccuparsi di cosa dire, quando finivano tra le grinfie dei persecutori e fossero consegnati agli amministratori della giustizia, perché in loro vece avrebbe parlato il divino eloquente boccadoro: lo Spirito Santo, terzo dio. A farla breve, i dodici questuanti apostoli, aizzati dal loro capo, contestatore del formalismo e del legalismo farisaico, avrebbero dovuto, in verità, sobillare gli animi, scatenando un nuovo putiferio in quella strabenedetta terra in sempiterna agitazione, a causa di una promessa terriera del loro esclusivo dio Jahvè. Il “sessantottismo” cristiano si sarebbe abbattuto sulle famiglie, sconvolgendole. Il fratello avrebbe consegnato a morte il fratello; il padre, il figlio. I figli pure sarebbero insorti contro i genitori, facendoli morire di crepacuore. In questo scompiglio, provocato dall’adesione al Vangelo, l’odio per gli apostoli sarebbe stato inevitabile. Imitando il loro Maestro, a sua volta accusato d’essere principe dei demoni, anche per loro sarebbe stata inevitabile la persecuzione. In ogni modo, per scampare al linciaggio, Gesù raccomandò di darsela a gambe e rifugiarsi altrove, evitando l’eroismo del martirio, prima che giungesse l’ora fatale. Era preferibile, infatti, salvare vigliaccamente la pelle e continuare così a far proseliti, predicando l’eletta ideologia evangelica. Gesù promise loro, tanto per incoraggiarli, che non avrebbero terminato di peregrinare per le città d’Israele, perché sarebbe di nuovo arrivato lui, come un “deus ex machina” di teatrale memoria, ad accomodare ogni cosa, ponendo fine alle persecuzioni (ancora un altro divino abbaglio).

Dopo gli avvertimenti per sfuggire alle insidie dei malvagi e dei persecutori, Gesù esortò gli apostoli affinché non temessero di proclamare pubblicamente il Vangelo nel chiarore del giorno, non nelle tenebre della notte (Mt 10,26 seg.). La morte non doveva spaventarli, perché ciò che moriva era il corpo, non l’anima. Soltanto il padreterno essi dovevano temere, perché a lui apparteneva il potere di far perire nell’inferno anima e corpo (ma non doveva essere Gesù il giudice supremo dei vivi e dei morti?). In verità, non c’è chi non tema la morte; persino Gesù n’ebbe timore all’approssimarsi dei suoi aguzzini. Egli, infatti, pregò vivamente Dio-Padre affinché allontanasse da lui il calice amaro della passione (Mc 14, 36). La sua carne era dunque debole come quella di un uomo qualunque?  L’Altissimo, però, non esaudì la sua prece. In ogni modo, il peggio che poteva capitare agli apostoli, non sarebbe accaduto senza il consenso del padreterno. Se nessun passero perisce che Dio non voglia, se persino i capelli d’ogni uomo sono numerati (per buona pace dei calvi), figuriamoci se il buon Dio poteva trascurare la cura dei suoi amati discepoli (anche Giuda amava?). “Macte animo”, apostoli, fugate ogni timore! Annunciate nel chiarore della luce e dall’alto dei tetti il Vangelo tenebroso che Gesù vi ha svelato in un orecchio! A voi in segreto ha rivelato l’arcano del Vangelo, invece alle folle, che accorrevano (figuriamoci!) ad ascoltarlo nella luce del giorno, ha raccontato storielle sul mistero del regno dei cieli, parabole con cui intrattenerle nell’attesa di compiere qualche miracolo. E quando s’attardava a predicare, consentiva loro di sfamarsi con miracolose pappatorie a base di pane e pesce. Cosa c’era di tanto misterioso, che le folle non dovevano apprendere e che solo agli apostoli sussurrava in un orecchio? Non dovrebbe la verità essere annunciata con chiare parole e fattivamente comprovata, finanche salendo sull’alto dei tetti in modo che tutti possano ascoltarla? La mente umana non può districare i celesti misteri di Gesù e quelli terrestri della sua intricante Chiesa.

Guai a quel discepolo che si sarebbe vergognato di Cristo, rinnegandolo davanti agli uomini! Allorquando arriverà la sua ora, l’ultima, e salirà nella gloria dei cieli, Cristo (non più modesto falegname terrestre, bensì trismegisto sovrano dell’armata celeste) rinnegherà a sua volta il discepolo davanti al Padre. Giuda Iscariota, che lo tradì vendendolo per quattro soldi ai capi giudei, pose fine ai suoi giorni impiccandosi (secondo una leggenda). Pietro, invece, che era la roccia con cui avrebbe sigillato le porte degli Inferi, affinché non prevalessero contro la sua Chiesa, pur rinnegandolo tre volte, fu assolto. Proprio due suoi apostoli lo tradirono e lo rinnegarono. Noi, che non l’abbiamo conosciuto e che non crediamo in ciò che si racconta di lui, né lo rinneghiamo né lo tradiamo, preferendo tacere su ciò che ignoriamo e di cui non possiamo oggettivamente accertare, salvo criticare ciò che di lui si favoleggia e che all’umana ragione appare una proluvie di non sensi.

Oltre i dodici scelti apostoli, essendo molte le anime da convertire, Gesù designò altri settantadue discepoli alla militanza missionaria (Lc 10, 1 seg.). Li mandò appaiati, in avanscoperta, vestiti in fogge rigorosamente cappuccinesche, a predicare la “buona novella”. Che siano stati settantadue o settanta, secondo le fonti, poco importa: siamo di fronte al solito uso strumentale dei numeri per correlare il Vangelo alle antiche Scritture. Qual è il valore simbolico di questo numero? Dalla tradizione giudaica (Gn 10, 1-32) apprendiamo che le nazioni, sparse nel mondo, discendenti dai tre figli di Noè, sono settantadue (secondo altre fonti sono settanta). Ad ogni modo, a quel gran numero di missionari, Gesù impartì istruzioni, prescrizioni, avvertimenti, incoraggiamenti. Li esortò altresì a pregare Dio-Padre, affinché mandasse altri operai evangelici a mietere le anime mature per il paradiso. A differenza degli apostoli, che avevano ricevuto l’incarico di predicare durante il tragitto (Mt 10,7), questi nuovi “inviati” non dovevano salutare nessuno durante il cammino, allo scopo di evitare perdite di tempo con occasionali passanti (Lc 10, 4). Il tempo, com’è noto, è prezioso; quello di Dio poi è inestimabile. Soltanto dove trovavano accoglienza, i missionari potevano porgere la mano, ossia donare il loro saluto di pace. In quelle case potevano restare a mangiare e bere come ricompensa per i loro sacri servigi. In caso d’inospitalità, Gesù li consigliò di mettere in atto la solita messinscena del gesto plateale: lo scuotimento dei piedi sulla pubblica piazza per nettarli dalla polvere dei luoghi inospitali. Dovevano inoltre spaventare quegli improvvidi cittadini, che non volevano avere a che fare con loro, dell’ineludibile durezza del castigo in cui sarebbero incorsi con l’imminente arrivo del catastrofico avvento del Regno di Dio (malaugurosi corvi!). A queste condizioni, Signore Iddio, Essere sublime, come si può respingere l’interessato amore che nutri per delle misere creature? Nella mente di Gesù, intanto, si accavallarono foschi pensieri, che la sua bocca riversò in tonanti sproloqui profetici ai danni degli impenitenti e increduli compatrioti. Egli tuonò contro la buassaggine di chi rifiutava di condividere il suo Vangelo, la tanta decantata “buona novella”, per espiare i suoi peccati e la colpa commessa in tempi biblici dai nostri primi avi. Gli ebrei, insomma, non avrebbero dovuto continuare a seguire le loro avite tradizioni, le leggi scritte col dito di Jahvè e gelosamente custodite da tempi remoti. Dovevano invece convertirsi alle modifiche apportate da un sedicente Cristo, esaltato dai suoi fedeli come Figlio di Dio e profeta della “buona novella”, che obbligava tutti a fare una drastica scelta: abbracciare il credo cristiano o perdersi nella sempiterna sofferenza degli Inferi. La sua triste, malaugurosa novella appariva empia, inopportuna, incomprensibile, incompatibile con la Legge mosaica. Propalando le novelle verità di fede, intercalate da improperi, minacce, anatemi e sciagurate profezie ai danni del popolo eletto, Gesù si rese inviso e fu manifestamente disprezzato e osteggiato. I gentili, in fede sua, a differenza dei suoi compatrioti, lo avrebbero accolto a braccia aperte, rivestendosi col saio dei penitenti e cospargendosi il capo con la cenere. Che andasse pure a rompere le scatole altrove, se proprio ci teneva a sciorinare ai pagani le sue eretiche verità ed a sfoggiare i suoi pretesi miracoli! I laboriosi giudei, nelle loro faccende affaccendati, non volevano essere distolti dalle avite tradizioni, perciò non aspettavano che l’occasione propizia per toglierselo definitivamente dai piedi. Lui, però, manco per carità di dio la smetteva di scagliare la sua acredine contro l’accidia dei connazionali, che non volevano saperne di conformarsi al suo credo e alle sue acide acribìe dottrinarie. Per un nonnulla s’incocciava, adirandosi e invocando la mano pesante del suo accigliato Padre. Minacciò persino gli abitanti di Cafarnao, che lo accolsero dopo la sua fuga da Nazareth, di precipitarli addirittura nell’abisso dell’inferno, perché responsabili, a suo dire, di un’imperdonabile colpa. Se gli abitanti di Cafarnao non approvarono la suadente parola di Gesù e quella dei suoi apostoli, non per questo furono intolleranti o si rivoltarono contro di lui. Perché dunque castigarli, come fece l’implacabile Zeus nei confronti dei Titani, che furono precipitati nel profondo Tartaro per aver osato opporsi alla sua tirannia? In verità, tanto dell’orrido e triste inferno quanto del noioso paradiso dell’altro mondo, i dotti giudei si mostrarono scettici. Piuttosto che accorrere numerosi da lui, preferirono non incappare nelle sue scoccianti prediche in odore di eresia. Dopotutto, di benedizioni e maledizioni i loro sacri testi ne erano stracolmi, e quelle potevano bastare, senza aggiungerne altre.

Accogliere gli apostoli e i discepoli, parola di Gesù, era lo stesso che accogliere lui (Mt 10, 40): il che significava aderire al suo verbo e accettarlo come parola di Dio. Chi si rifiutava di ricevere i suoi messi o non teneva in nessun conto il loro messaggio, era come se disprezzasse non solo lui, il Cristo, Figlio di Dio, ma anche suo Padre, che lo aveva mandato a militare nel mondo “pro domo sua” (Lc 10, 16). Siamo alle solite: o mi apprezzi o mi disprezzi; se però mi disprezzi, oltre a me disprezzi anche chi sta sopra di me. Si può anche non credere al Vangelo, ma le conseguenze sono letali. Si è liberi di scegliere, ma solo tra due possibilità, che danno un unico risultato, quello di soccombere, friggendo nel conformismo di un credo o avvampando sulla brace dei reietti. L’eloquio evangelico, insidioso e minaccioso, mette addosso ai credenti una paura del diavolo, insinuandosi nel profondo dell’animo, terrificandoli.  Prepotenti e fanatici seguaci di un’ignobile fede hanno spadroneggiato nel mondo, improntandolo a loro immagine e somiglianza, per nulla tolleranti e rispettosi delle convinzioni altrui. Si poteva essere tolleranti con l’intemperanza di Gesù e con la protervia dei suoi seguaci? La pazienza, per quanto santa, ha pur sempre un limite, oltre il quale si diventa intolleranti verso chi non è tollerante. Gesù, prima, e i “suoi”, dopo, pagarono cara la loro intolleranza, quando questa urtò quella altrui.

Ritornando gongolanti dalla loro missione, i discepoli riferivano a Gesù i prodigi effettuati in suo nome, stupefatti come quei dannati satanassi obbedivano ai loro esorcismi (Lc 10, 17). Esaltandosi per i loro racconti, Gesù li incalzava, dicendo loro di vedere Satana precipitare dal cielo come un fulmine (povero diavolo!). Come avrebbe potuto vederlo precipitare dall’alto, essendo già scaraventato nel profondo abisso per volontà del Padre? Satana, insomma, dimora in cielo, nell’immenso infimo baratro o è onnipresente in ogni luogo come il padreterno? Gesù, intanto, sempre più si accalorava, vantandosi del suo potere. Sosteneva d’essere in grado di calpestare ogni malefica potenza, compresa quella di scorpioni e serpenti (povere bestie!). Quanto ai serpenti, questi erano denigrati o apprezzati secondo la supposta malvagità o prudenza della loro natura. Quanto ai discepoli, questi, avendo ricevuto il potere di annientare ogni potenza nemica, erano rassicurati dalla promessa che nessuno avrebbe potuto far loro del male (poveri illusi!). Non di questo potere, però, dovevano i discepoli rallegrarsi, ma del fatto che i loro nomi erano stati scritti nel libro della vita eterna, custodito nei cieli. Questo libro li garantiva dalla condanna al precipizio nello stagno di fuoco (Ap 21, 14-15). Non si sa se anche Giuda, il traditore, sia stato scritto nel libro della vita e poi cancellato.  Fatto sta che proprio in virtù di quel libro gli apostoli potevano scampare all’incombente pericolo del mondo e non smarrirsi nella “selva oscura”, che non lascia giammai persona viva. Dopo l’esaltazione e i rimbrotti, Gesù trasalì di gioia, in preda dell’euforia, rapito dallo Spirito Santo. Questo terzo dio giovialone gli suggerì di lodare e ringraziare il Padre per aver tenuto nascosto gli oscuri misteri divini agli uomini dotti della terra, rivelandoli invece ai piccoli, ossia ai suoi ignoranti e creduloni beniamini, a lui cari. Sono questi ultimi i nuovi eletti del dio cristiano, cui ha donato la comprensione della rivelazione dei misteri del celeste impero. Beato chi può capire quello che profeti, re e sapienti non poterono, pur desiderandolo! Solamente ai piccoli (di comprendonio?) è riservato l’ingresso nel suo regno e la salvezza dalla morte. Alleluia! Per gli altri, che invano canteranno il “Miserere” nell’ora fatale, non ci sarà altro canto che il “De profundis”.


Lucio Apulo Daunio




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