MILITANZA
MISSIONARIA
Gli apostoli, che Gesù inviava
in missione (Mc 6, 7-13), andavano appaiati, taciti, soli, senza compagnia,
l’uno dinanzi e l’altro dietro (simili a fraticelli che s’incontrano per via).
Non portavano appresso né pane per sfamarsi, né bisaccia per elemosinare, né
pecunia nella cintura e nemmeno una doppia tunica per coprirsi, ma solo un
bastone e un paio di sandali per equipaggiamento (nemmeno questi erano
indispensabili, secondo l’austero autore del vangelo matteano). Per il loro
sostentamento, parola di Gesù, avevano sacrosanto diritto a essere ricompensati
dalla generosità di chi avrebbe beneficiato dei beni spirituali da loro
elargiti a piene mani. Nel caso in cui qualche sprovveduto non apprezzava i
sacri doni, le sante apostoliche persone si allontanavano da quel luogo impuro,
scotendosi la polvere dai piedi. Durante un viaggio di Gesù verso Gerusalemme
(Lc 9, 51-56), gli apostoli Giacomo e Giovanni, inviati innanzi a tutti per
cercare ospitalità presso un villaggio di samaritani, non essendo stati accolti,
chiesero a Gesù se dovessero maledire l’inospite villaggio, invocando il fuoco
dal cielo per distruggerlo (estremismo apostolico!). L’autore del vangelo
marciano attesta che i “dodici” partirono per la militanza missionaria,
operando conversioni, scacciando satanassi e oliando infermi (che, in virtù
della santa unzione, immantinente guarivano). Anche l’autore del vangelo lucano
attesta che gli apostoli erano dotati di poteri straordinari (Lc 9, 1-6). Dei
prodigi da loro compiuti, e di quelli attribuiti a Gesù, la storia profana non
ne serba alcun ricordo.
Disumane
erano le condizioni prospettate dal Cristo Gesù per seguirlo verso l’erta via
verso il regno dei cieli (Lc 9, 23-27, Mt 16, 24-28, Mc 8, 34 seg.). Chi
abbracciava la novella fede, doveva rinnegare se stesso e incamminarsi lungo la
“via crucis”. Chi rinnegava Cristo, illudendosi di salvare la propria
vita su questa terra, si sarebbe dannato per sempre nell’aldilà. Non c’era
dunque alcun vantaggio nel guadagnare il mondo intero per poi rovinarsi per
l’eternità (forse è più utile il contrario, cioè preoccuparsi per la giustizia
e il benessere in questo mondo, piuttosto che per la propria salvezza in un
ipotetico aldilà). Guai a coloro che si vergognavano d’essere suoi seguaci!
L'offesa alla sua sacra persona l’avrebbe fatta pagare a caro prezzo, appena
fosse ritornato nella gloria celeste. Lassù, accanto a Dio Padre, circondato da
angeli serventi, i felloni sarebbero stati strapazzati. Ai seguaci fedeli,
invece, promise che avrebbero visto il suo regno sulla terra prima che
morissero (evidentemente, Gesù prese un abbaglio). Vero discepolo era non solo
chi rinunciava alla propria vita, ma anche chi odiava i suoi cari (Lc 14,
25-33). Non poteva il buon Dio-Padre risparmiare ai seguaci dell’Unigenito figliolo
queste disumane, penose, indefettibili condizioni per seguirlo sulla via della
sofferenza meritoria? Condizioni alle quali, una volta accettate, devono essere
perseguite, anche a costo di rimetterci la vita. Non sarebbe meglio lasciare
l’umana gente godere in pace la poca felicità che la vita offre? Lasciarla
vivere la breve, singolare esistenza, senza che domineddio imponga grazie e
disgrazie? Da incoscienti è invocare divinità deputate a tormentarci la vita,
già gravida di sofferenze e calvari. Altresì vano è illudersi nella speranza di
una rinascita, dopo il fatale abbraccio con sorella morte. L’umanità farebbe
volentieri a meno di taluni che si accaniscono a esasperare il prossimo, fino
al parossismo, per convertirli ad abbracciare la croce di Cristo, come
palliativo per alleviare le sofferenze, illudendosi di meritare paradisiache
beatitudini nell’altro mondo. Costoro, ingannevoli predicatori, prospettano
estatiche visioni in un favoloso regno di cuccagna, dove si potrà godere
l’ambito premio per le tribolazioni patite “in nomine Domini”. Oh, buon dio,
lascia a chi non crede nella chimera del tuo regno celeste, la pace dell’eterno
riposo! Sia questo il premio concesso per la dura, singolare esistenza umana!
Tutti eguaglia la morte nel sonno senza tempo. Solo i santi, aureolati eroi
cristiani, circonfusi dallo splendore della gloria, non saranno confusi con la
folla dei miseri mortali. Solo costoro oltrepasseranno le sette celesti sfere,
che dividono il luogo di ciò che muore dal mitico regno dei Superi eterni. Sia
loro concesso credere nella vita eterna! Vivere l’unicità d’una fugace
esistenza nel mondo agli altri!
Non solo
Gesù insegnò agli apostoli, prima di inviarli alla militanza missionaria, come
diventare virtuosi del prodigio, ma provvide altresì a metterli in guardia da
incombenti pericoli. Poteva esser loro fatale l’assidua attività volta alla
conversione dei giudei al nuovo credo (Mt 10, 16 seg.). Gesù, infatti, li
mandava come pecore in mezzo ai lupi (nonostante i poteri straordinari che aveva
loro concesso?); perciò, raccomandò loro d’essere guardinghi, prudenti come
serpenti, semplici come colombe. Tuttavia, il loro accorto comportamento non li
avrebbe protetti dalla persecuzione di persone malvagie. Sarebbero stati
consegnati ai sinedri, flagellati nelle sinagoghe, trascinati davanti alle
pubbliche autorità per causa sua. Nonostante questi foschi chiari di luna, che
si prospettavano all’orizzonte, dovevano tener duro, non rendere pan per
focaccia, ma dare testimonianza del Vangelo, tenacemente e pacatamente, senza
preclusioni. Non dovevano preoccuparsi di cosa dire, quando finivano tra le
grinfie dei persecutori e fossero consegnati agli amministratori della
giustizia, perché in loro vece avrebbe parlato il divino eloquente boccadoro: lo
Spirito Santo, terzo dio. A farla breve, i dodici questuanti apostoli, aizzati
dal loro capo, contestatore del formalismo e del legalismo farisaico, avrebbero
dovuto, in verità, sobillare gli animi, scatenando un nuovo putiferio in quella
strabenedetta terra in sempiterna agitazione, a causa di una promessa terriera
del loro esclusivo dio Jahvè. Il “sessantottismo” cristiano si sarebbe
abbattuto sulle famiglie, sconvolgendole. Il fratello avrebbe consegnato a
morte il fratello; il padre, il figlio. I figli pure sarebbero insorti contro i
genitori, facendoli morire di crepacuore. In questo scompiglio, provocato
dall’adesione al Vangelo, l’odio per gli apostoli sarebbe stato inevitabile.
Imitando il loro Maestro, a sua volta accusato d’essere principe dei demoni,
anche per loro sarebbe stata inevitabile la persecuzione. In ogni modo, per
scampare al linciaggio, Gesù raccomandò di darsela a gambe e rifugiarsi
altrove, evitando l’eroismo del martirio, prima che giungesse l’ora fatale. Era
preferibile, infatti, salvare vigliaccamente la pelle e continuare così a far
proseliti, predicando l’eletta ideologia evangelica. Gesù promise loro, tanto
per incoraggiarli, che non avrebbero terminato di peregrinare per le città
d’Israele, perché sarebbe di nuovo arrivato lui, come un “deus ex machina”
di teatrale memoria, ad accomodare ogni cosa, ponendo fine alle persecuzioni
(ancora un altro divino abbaglio).
Dopo gli
avvertimenti per sfuggire alle insidie dei malvagi e dei persecutori, Gesù
esortò gli apostoli affinché non temessero di proclamare pubblicamente il
Vangelo nel chiarore del giorno, non nelle tenebre della notte (Mt 10,26 seg.).
La morte non doveva spaventarli, perché ciò che moriva era il corpo, non
l’anima. Soltanto il padreterno essi dovevano temere, perché a lui apparteneva
il potere di far perire nell’inferno anima e corpo (ma non doveva essere Gesù
il giudice supremo dei vivi e dei morti?). In verità, non c’è chi non tema la
morte; persino Gesù n’ebbe timore all’approssimarsi dei suoi aguzzini. Egli,
infatti, pregò vivamente Dio-Padre affinché allontanasse da lui il calice amaro
della passione (Mc 14, 36). La sua carne era dunque debole come quella di un
uomo qualunque? L’Altissimo, però, non esaudì la sua prece. In ogni
modo, il peggio che poteva capitare agli apostoli, non sarebbe accaduto senza
il consenso del padreterno. Se nessun passero perisce che Dio non voglia, se
persino i capelli d’ogni uomo sono numerati (per buona pace dei calvi),
figuriamoci se il buon Dio poteva trascurare la cura dei suoi amati discepoli
(anche Giuda amava?). “Macte animo”, apostoli, fugate ogni timore!
Annunciate nel chiarore della luce e dall’alto dei tetti il Vangelo tenebroso
che Gesù vi ha svelato in un orecchio! A voi in segreto ha rivelato l’arcano
del Vangelo, invece alle folle, che accorrevano (figuriamoci!) ad ascoltarlo
nella luce del giorno, ha raccontato storielle sul mistero del regno dei cieli,
parabole con cui intrattenerle nell’attesa di compiere qualche miracolo. E
quando s’attardava a predicare, consentiva loro di sfamarsi con miracolose
pappatorie a base di pane e pesce. Cosa c’era di tanto misterioso, che le folle
non dovevano apprendere e che solo agli apostoli sussurrava in un orecchio? Non
dovrebbe la verità essere annunciata con chiare parole e fattivamente
comprovata, finanche salendo sull’alto dei tetti in modo che tutti possano
ascoltarla? La mente umana non può districare i celesti misteri di Gesù e
quelli terrestri della sua intricante Chiesa.
Guai a quel
discepolo che si sarebbe vergognato di Cristo, rinnegandolo davanti agli
uomini! Allorquando arriverà la sua ora, l’ultima, e salirà nella gloria dei
cieli, Cristo (non più modesto falegname terrestre, bensì trismegisto sovrano
dell’armata celeste) rinnegherà a sua volta il discepolo davanti al Padre.
Giuda Iscariota, che lo tradì vendendolo per quattro soldi ai capi giudei, pose
fine ai suoi giorni impiccandosi (secondo una leggenda). Pietro, invece, che
era la roccia con cui avrebbe sigillato le porte degli Inferi, affinché non
prevalessero contro la sua Chiesa, pur rinnegandolo tre volte, fu assolto.
Proprio due suoi apostoli lo tradirono e lo rinnegarono. Noi, che non l’abbiamo
conosciuto e che non crediamo in ciò che si racconta di lui, né lo rinneghiamo
né lo tradiamo, preferendo tacere su ciò che ignoriamo e di cui non possiamo
oggettivamente accertare, salvo criticare ciò che di lui si favoleggia e che
all’umana ragione appare una proluvie di non sensi.
Oltre i
dodici scelti apostoli, essendo molte le anime da convertire, Gesù designò
altri settantadue discepoli alla militanza missionaria (Lc 10, 1 seg.). Li
mandò appaiati, in avanscoperta, vestiti in fogge rigorosamente cappuccinesche,
a predicare la “buona novella”. Che siano stati settantadue o settanta, secondo
le fonti, poco importa: siamo di fronte al solito uso strumentale dei numeri
per correlare il Vangelo alle antiche Scritture. Qual è il valore simbolico di
questo numero? Dalla tradizione giudaica (Gn 10, 1-32) apprendiamo che le
nazioni, sparse nel mondo, discendenti dai tre figli di Noè, sono settantadue
(secondo altre fonti sono settanta). Ad ogni modo, a quel gran numero di
missionari, Gesù impartì istruzioni, prescrizioni, avvertimenti, incoraggiamenti.
Li esortò altresì a pregare Dio-Padre, affinché mandasse altri operai
evangelici a mietere le anime mature per il paradiso. A differenza degli
apostoli, che avevano ricevuto l’incarico di predicare durante il tragitto (Mt
10,7), questi nuovi “inviati” non dovevano salutare nessuno durante il cammino,
allo scopo di evitare perdite di tempo con occasionali passanti (Lc 10, 4). Il
tempo, com’è noto, è prezioso; quello di Dio poi è inestimabile. Soltanto dove
trovavano accoglienza, i missionari potevano porgere la mano, ossia donare il
loro saluto di pace. In quelle case potevano restare a mangiare e bere come
ricompensa per i loro sacri servigi. In caso d’inospitalità, Gesù li consigliò
di mettere in atto la solita messinscena del gesto plateale: lo scuotimento dei
piedi sulla pubblica piazza per nettarli dalla polvere dei luoghi inospitali.
Dovevano inoltre spaventare quegli improvvidi cittadini, che non volevano avere
a che fare con loro, dell’ineludibile durezza del castigo in cui sarebbero incorsi
con l’imminente arrivo del catastrofico avvento del Regno di Dio (malaugurosi
corvi!). A queste condizioni, Signore Iddio, Essere sublime, come si può
respingere l’interessato amore che nutri per delle misere creature? Nella mente
di Gesù, intanto, si accavallarono foschi pensieri, che la sua bocca riversò in
tonanti sproloqui profetici ai danni degli impenitenti e increduli compatrioti.
Egli tuonò contro la buassaggine di chi rifiutava di condividere il suo
Vangelo, la tanta decantata “buona novella”, per espiare i suoi peccati e la
colpa commessa in tempi biblici dai nostri primi avi. Gli ebrei, insomma, non
avrebbero dovuto continuare a seguire le loro avite tradizioni, le leggi
scritte col dito di Jahvè e gelosamente custodite da tempi remoti. Dovevano
invece convertirsi alle modifiche apportate da un sedicente Cristo, esaltato
dai suoi fedeli come Figlio di Dio e profeta della “buona novella”, che
obbligava tutti a fare una drastica scelta: abbracciare il credo cristiano o
perdersi nella sempiterna sofferenza degli Inferi. La sua triste, malaugurosa
novella appariva empia, inopportuna, incomprensibile, incompatibile con la
Legge mosaica. Propalando le novelle verità di fede, intercalate da improperi,
minacce, anatemi e sciagurate profezie ai danni del popolo eletto, Gesù si rese
inviso e fu manifestamente disprezzato e osteggiato. I gentili, in fede sua, a
differenza dei suoi compatrioti, lo avrebbero accolto a braccia aperte,
rivestendosi col saio dei penitenti e cospargendosi il capo con la cenere. Che
andasse pure a rompere le scatole altrove, se proprio ci teneva a sciorinare ai
pagani le sue eretiche verità ed a sfoggiare i suoi pretesi miracoli! I
laboriosi giudei, nelle loro faccende affaccendati, non volevano essere
distolti dalle avite tradizioni, perciò non aspettavano che l’occasione
propizia per toglierselo definitivamente dai piedi. Lui, però, manco per carità
di dio la smetteva di scagliare la sua acredine contro l’accidia dei
connazionali, che non volevano saperne di conformarsi al suo credo e alle sue
acide acribìe dottrinarie. Per un nonnulla s’incocciava, adirandosi e invocando
la mano pesante del suo accigliato Padre. Minacciò persino gli abitanti di
Cafarnao, che lo accolsero dopo la sua fuga da Nazareth, di precipitarli
addirittura nell’abisso dell’inferno, perché responsabili, a suo dire, di
un’imperdonabile colpa. Se gli abitanti di Cafarnao non approvarono la suadente
parola di Gesù e quella dei suoi apostoli, non per questo furono intolleranti o
si rivoltarono contro di lui. Perché dunque castigarli, come fece l’implacabile
Zeus nei confronti dei Titani, che furono precipitati nel profondo Tartaro per
aver osato opporsi alla sua tirannia? In verità, tanto dell’orrido e triste
inferno quanto del noioso paradiso dell’altro mondo, i dotti giudei si
mostrarono scettici. Piuttosto che accorrere numerosi da lui, preferirono non
incappare nelle sue scoccianti prediche in odore di eresia. Dopotutto, di
benedizioni e maledizioni i loro sacri testi ne erano stracolmi, e quelle
potevano bastare, senza aggiungerne altre.
Accogliere
gli apostoli e i discepoli, parola di Gesù, era lo stesso che accogliere lui
(Mt 10, 40): il che significava aderire al suo verbo e accettarlo come parola
di Dio. Chi si rifiutava di ricevere i suoi messi o non teneva in nessun conto
il loro messaggio, era come se disprezzasse non solo lui, il Cristo, Figlio di
Dio, ma anche suo Padre, che lo aveva mandato a militare nel mondo “pro domo
sua” (Lc 10, 16). Siamo alle solite: o mi apprezzi o mi disprezzi; se però
mi disprezzi, oltre a me disprezzi anche chi sta sopra di me. Si può anche non
credere al Vangelo, ma le conseguenze sono letali. Si è liberi di scegliere, ma
solo tra due possibilità, che danno un unico risultato, quello di soccombere,
friggendo nel conformismo di un credo o avvampando sulla brace dei reietti.
L’eloquio evangelico, insidioso e minaccioso, mette addosso ai credenti una
paura del diavolo, insinuandosi nel profondo dell’animo,
terrificandoli. Prepotenti e fanatici seguaci di un’ignobile fede
hanno spadroneggiato nel mondo, improntandolo a loro immagine e somiglianza,
per nulla tolleranti e rispettosi delle convinzioni altrui. Si poteva essere
tolleranti con l’intemperanza di Gesù e con la protervia dei suoi seguaci? La
pazienza, per quanto santa, ha pur sempre un limite, oltre il quale si diventa
intolleranti verso chi non è tollerante. Gesù, prima, e i “suoi”, dopo,
pagarono cara la loro intolleranza, quando questa urtò quella altrui.
Ritornando
gongolanti dalla loro missione, i discepoli riferivano a Gesù i prodigi
effettuati in suo nome, stupefatti come quei dannati satanassi obbedivano ai
loro esorcismi (Lc 10, 17). Esaltandosi per i loro racconti, Gesù li incalzava,
dicendo loro di vedere Satana precipitare dal cielo come un fulmine (povero
diavolo!). Come avrebbe potuto vederlo precipitare dall’alto, essendo già
scaraventato nel profondo abisso per volontà del Padre? Satana, insomma, dimora
in cielo, nell’immenso infimo baratro o è onnipresente in ogni luogo come il
padreterno? Gesù, intanto, sempre più si accalorava, vantandosi del suo potere.
Sosteneva d’essere in grado di calpestare ogni malefica potenza, compresa
quella di scorpioni e serpenti (povere bestie!). Quanto ai serpenti, questi
erano denigrati o apprezzati secondo la supposta malvagità o prudenza della
loro natura. Quanto ai discepoli, questi, avendo ricevuto il potere di
annientare ogni potenza nemica, erano rassicurati dalla promessa che nessuno
avrebbe potuto far loro del male (poveri illusi!). Non di questo potere, però,
dovevano i discepoli rallegrarsi, ma del fatto che i loro nomi erano stati
scritti nel libro della vita eterna, custodito nei cieli. Questo libro li
garantiva dalla condanna al precipizio nello stagno di fuoco (Ap 21, 14-15).
Non si sa se anche Giuda, il traditore, sia stato scritto nel libro della vita
e poi cancellato. Fatto sta che proprio in virtù di quel libro gli
apostoli potevano scampare all’incombente pericolo del mondo e non smarrirsi
nella “selva oscura”, che non lascia giammai persona viva. Dopo l’esaltazione e
i rimbrotti, Gesù trasalì di gioia, in preda dell’euforia, rapito dallo Spirito
Santo. Questo terzo dio giovialone gli suggerì di lodare e ringraziare il Padre
per aver tenuto nascosto gli oscuri misteri divini agli uomini dotti della
terra, rivelandoli invece ai piccoli, ossia ai suoi ignoranti e creduloni
beniamini, a lui cari. Sono questi ultimi i nuovi eletti del dio cristiano, cui
ha donato la comprensione della rivelazione dei misteri del celeste impero.
Beato chi può capire quello che profeti, re e sapienti non poterono, pur
desiderandolo! Solamente ai piccoli (di comprendonio?) è riservato l’ingresso
nel suo regno e la salvezza dalla morte. Alleluia! Per gli altri, che invano
canteranno il “Miserere” nell’ora fatale, non ci sarà altro canto che il
“De profundis”.
Lucio Apulo Daunio
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