domenica 7 agosto 2011


IL VERO E IL FALSO



I lumi dell’umana ragione, per quanto siano fievoli, ci rendono consapevoli dell’incommensurabile distanza che ci separa dal mistero indecifrabile di un Dio imperscrutabile. L’umana razionalità ci permette di distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male. La verità, però, ha una doppia natura: l’una, è quella intesa come fiducia (o probabilità o possibilità) in ciò che assumo per vero, rappresentandolo nella mente indipendentemente dall’esperienza; l’altra, è quella oggettiva, intesa come svelamento (o accertamento o rappresentazione) di una realtà in base all’esperienza, all’osservazione, al ragionamento. La conoscenza umana del mondo e della realtà storica è limitata e fallibile a causa della limitatezza e finitezza della nostra natura. La conoscenza religioso-teologica è, all'opposto, assoluta e infallibile, in quanto presume di conoscere verità rivelate da presupposti enti divini. Nel cristianesimo, è il Cristo Gesù, Verbo di Dio, sottomesso alla volontà del Padre (come Zeus, che sottostava all’ineludibile volontà del Fatum), che dona i lumi dello Spirito Santo ai suoi seguaci sulla terra. La divinità, in vero, è soltanto una nostra aspirazione all’idealità, un prodotto della nostra immaginifica mente, che ne costruisce l’essenza mediante costruzioni ipotetiche. Il nulla è ciò che esisterebbe realmente, se non esistesse concretamente qualcosa. Le assolute qualità di Dio riflettono l’aspirazione dell’uomo a essere ciò che non è. Il mistero cristiano dell’incarnazione di un dio trino, che si scinde nel Figlio per farsi uomo (umanizzare l’ente divino è una tipica concezione antropomorfica), è il rovescio della condizione umana, che scopre in sé, tramite la fede, il senso della divinità. L’ebreo Gesù, il Cristo, osannato dai suoi epigoni, divinizza se stesso fino a immolare la propria esistenza per salvare l’umanità. Incarnandosi per il tramite di una vergine immacolata, aliena la propria divinità in un altro se stesso, sacrificando l’amore di sé per l’altrui bene. Egli soffre per la condizione dell’uomo, sua creatura.

L’autoritaria ed egocentrica religione cristiana, nella sua visione ideologica, assolutizza una supposta realtà trascendente. Essa concepisce il mondo al centro dell’Universo (geocentrismo) e Dio quale creatore di un tutto non suscettibile di variazione né d’evoluzione (creazionismo fissista delle specie viventi). Presume che l’uomo, e il pianeta su cui vive, sia il fine ultimo della creazione, il centro dell’universo, creato da Dio in modo definitivo e statico. Crede, inoltre, che Dio sia il fine ultimo dell’uomo. La realtà, invece, non ha una propria finalità, poiché appare determinata dal caso. L’amore di Dio per l’uomo è una proiezione dell’amore dell’uomo per se stesso, oggettivato e idealizzato in un altro da sé. Il desiderio dell’uomo a una vita beata e immortale coincide con il dono che Dio promette nell’aldilà. Dio ama come un padre, perché ha generato col pensiero il Figlio, suo “alter ego”, per amore del quale ama gli uomini, creati a sua immagine e somiglianza. L’essenza di Dio si umilia, negando la sua infinità e potenza, fino a identificarsi, tramite il Figlio, con l’essenza dell’uomo. Dio, nella persona del Figlio, che si concreta nel mondo per il tramite del grembo di una sempre vergine donna immacolata, soffre come un uomo (il Cristo Gesù piange la morte dell’amico Lazzaro) e teme la sofferenza (egli prega il Padre affinché allontani l’amaro calice). Il Padre si consola della perdita del Figlio, perché sa che risorgerà dalla morte. La Madre del Figlio di Dio, da lei partorito con sofferenza, si affligge per la di lui perdita: il suo dolore è inconsolabile (Stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa). La quotidiana rappresentazione di questo dramma divino, nel folclorico teatrino della Chiesa, perpetua il ricordo del sacrificio del divo Gesù, personaggio del dolore, vittima di un tragico destino, e ne consolida la fede. Novello Ercole al bivio, l’eroe tragico è costretto a scegliere tra due vie: sacrificare se stesso per la salvezza degli uomini o abbandonarli all’eterna dannazione. Un innocente, che soffre e patisce il patibolo per amore degli altri, non desta compassione? Patire per amore del prossimo, imitando Cristo che si è sacrificato per l’altrui bene, è il comandamento che fa santo il cristiano, avvicinandolo alla divinità. L’esempio di Cristo è legge per i cristiani. Il patimento di Cristo redime l’umanità e la riconcilia a Dio. Il cristiano, tuttavia, deve gioire su questa terra nell’imitare la sofferenza di Cristo. Il crocefisso, simbolo del dolore, diventa l’emblema della religione cristiana, dell’accettazione gioiosa della sofferenza, finalizzata a meritare l’ambita rimunerazione del paradiso. Questo autocompiacimento della sofferenza (voluptas dolendi) è il prezzo che deve pagare il cristiano, trasognante e gaudente esaltatore del proprio dolore, per meritarsi l’aureola santificante. L’amore cristiano, in vero, appare masochistico. Si compiace dell’auto-crocifissione, che crede tanto più efficace quanto è più dolorosa. Il cristiano compie voti e affronta disagi, penitenze, macerazioni corporali, digiuni e pellegrinaggi per ottenere in cambio benessere, se non in questo mondo, almeno nell’altro. Se le immagini oscene degli dei inducevano i pagani alla lussuria, l’immagine di Cristo crocefisso, invece, predispone il cristiano ad amare i patimenti. Dio ha tutto in sé dall’eternità e non ha bisogno del mondo, da cui è separato. Per amare profondamente Dio, il cristiano deve isolarsi dal mondo e sprofondare nella sua intima essenza per trovare l’altro da sé. Astraendosi dalla realtà del creato, egli ricostruisce in sé l’illusoria totalità dell’essenza divina, analoga all’immagine idealizzata di sé.

Come l’uomo è unico nella sua essenza, ma distinto nelle sue separate individualità ed esistenze, così è Dio per i cristiani: uno e trino, distinto in tre persone (dal Padre procede il Figlio e da entrambi lo Spirito Santo), aventi un’unica essenza (c.d. “omousia”, sostanza divina universale), ma non anche separate esistenze. La ragione umana, tuttavia, non può comprendere il mistero di un dio elevato al cubo, uno e contestualmente trino, per effetto di decreti conciliari. La divina ragione (Logos) ha creato il mondo dal nulla, mediante un atto di volontà. Si è poi materializzata nell’uomo Gesù, il Cristo, per rivelarsi al mondo. L’uomo, in realtà, è materia e pensiero. La coscienza pensante è un prodotto della materia cerebrale. Senza l’esistenza della materia cerebrale non esisterebbe il pensiero razionale. Il pensiero è correlato alla materia mediante i processi di crescita individuale e di formazione culturale. Il pensiero non può creare dal nulla la materia, perché da nulla non si crea nulla. Il pensiero può creare rappresentazioni, parvenze di realtà oggettive o astrazioni, non cose concrete. Può immaginare Dio in forme e sostanze non sensibili, ma non può dimostrare la concreta esistenza di un ente trascendente, inconoscibile. L’uomo può credere nell’esistenza di Dio, nel Logos che ha creato dal nulla l’Universo, solo in forza dell’astrazione indotta dalla fede. La ragione, invece, attesta il contrario, vale a dire che la materia procede da se stessa e non può scaturire dal pensiero, di cui invece è fondamento. Chi ha fede nell’incredibile può credere anche nella creazione dal nulla, nel prodigio che rende possibile ciò che è impossibile, nella potenza di un dio che sovverte le leggi della fisica, nel Cristo Gesù, il taumaturgo ebreo che domina con i prodigi la natura, asservendola ai suoi arbitrari fini. Si può persino credere che, per volontà divina, ciò che accade contro natura sia a vantaggio dell’uomo. Dio, secondo la fede giudaico-cristiana, ha creato l’uomo secondo la propria immagine e somiglianza e lo ha posto a dominare e soggiogare la natura. In realtà, l’uomo è parte della natura e non ha un fine ultimo, se non quello concernente la sua esistenza e da lui stesso determinato. In opposizione alla sua limitatezza, l’uomo ha formulato il concetto di un ente sovrumano, confacente alla propria immagine e somiglianza, elevandolo alla massima potenza sopra ogni cosa.

L’origine della natura è nella materia, nelle leggi della fisica e della chimica, non in un atto creativo e arbitrario di un dio. Nella dottrina giudaico-cristiana, invece, la natura è un prodotto del comando di Dio. Egli con la sua potente parola ha creato dal nulla le cose e, dopo averle fatte, le ha giudicate buone e le ha benedette (solo per l’uomo, dopo averlo creato, non espresse un uguale apprezzamento, essendo consapevole dei guai che quella sua creatura avrebbe combinato). Ha creato il mondo, favorendo un determinato popolo (giudaico prima, cristiano dopo), di cui egli è il Signore assoluto. Chiuso nel proprio egoismo religioso, il popolo d’Israele escluse le altre genti dai benefici della loro monolitica divinità. La difesa del monoteismo, della purezza della vera, unica, giusta religione e del conseguente assolutismo morale, ha innescato uno stato permanente di conflitto con altre culture. Quando l’esclusivo popolo di Dio - racconta la Bibbia - mormora per la fame, egli appare nella gloria della nube e promette di sfamarlo, affinché possa conoscere la sua potenza e non rifiuti l’osservanza dei suoi precetti e delle sue leggi (Es 16). Giacobbe s’impegna a far suo il dio dei suoi padri, promettendogli libagioni e l’onore di un tempio, purché gli rimedi durante il viaggio vesti e cibo (Gn 28, 20- 22). Il rapporto tra dio e il popolo s’instaura sullo scambio utilitaristico, sul reciproco egoismo. Jahvè concede a Mosè, per l’utilità del suo popolo nella vita terrena, una potenza straordinaria, superiore persino alla natura. La potenza di Cristo, invece, è volta a vantaggio del singolo cristiano per la felicità promessa nella vita ultraterrena, avendo la Chiesa costatato l’irrealizzabilità sulla terra del regno di Dio. La meta del cristiano non si trova nel mondo oggettivo, nella natura, ma nell’aldilà, nel soprannaturale. Il cristiano (homo religiosus) si raccoglie nel suo intimo, rivolgendo a Dio la preghiera, la confessione dei suoi bisogni, fiducioso di essere esaudito. Se non lo sarà, non per questo verrà meno la fiducia in lui, stante la convinzione che Dio non può che volere, in ogni caso, solo il bene del devoto cristiano. L’uomo, invece, deve imparare a contare solo sulle proprie forze, svincolandosi da qualsiasi divinità. Deve prefissarsi determinati fini, contando solo sulle proprie capacità e sui mezzi di cui può disporre. Ponendo la fiducia nella sua intelligenza e responsabilità, consapevole dei limiti segnati dall’imperfezione della sua natura, deve affidarsi alle conoscenze desunte dalla scienza al fine di acquisire certezze, sia pure limitate, stante l’impossibilità di pervenire alla conoscenza di verità assolute, trascendenti, decantate da seducenti sirene clericali, naviganti nell’oceano procelloso delle religioni. L’uomo razionale, aconfessionale, è felice dei risultati conseguiti a beneficio di tutti. Non spera nella cristiana felicità di vincere un terno nella divina lotteria. Non ha il cuore oppresso per non aver appagato il desiderio d’amare Dio. Non si comporta come un bambino, che prega il padre affinché esaudisca ogni sua brama. Non è un servo che implora grazie al padrone per lenire i suoi dolori e soccorrere i suoi bisogni. Non crede nei miracoli, negli stravolgimenti della natura, nella magia della superstizione cristiana. Non crede che il mondo sia governato da leggi deterministiche, predeterminate dal volere di un dio, essendo consapevole che i fenomeni naturali dipendono da leggi statistiche, da eventi casuali, che non possono addebitarsi alla vendetta o all’amore di una divinità. Sottopone la ricerca scientifica al beneficio del dubbio e alla critica della ragione. Non persegue certezze assolute, ma s’impegna nell’ininterrotta ricerca per conseguire maggior conoscenza. Non crede che le regole di vita derivino da fonti divine. Non ha la presunzione cristiana di credere che Dio, in quanto onnipotente, possa tutto e che nulla sia impossibile per chi ha fede in lui e nella Divina Provvidenza. Egli vive il presente, senza il timore di un dio-padrone, senza affidarsi al suo aiuto, senza sperare nel narcotico dono della grazia. Non crede nel destino irrevocabile. Il futuro, incerto e indeterminato, non giace sulle ginocchia di Giove tonante, ma dipende in parte dalla volontà dell’uomo, per il resto dal caso, per nulla dalla preghiera e dall’ausilio di un dio. La salute dell’umanità non dipende dal sacrificio di un gallo offerto ad Esculapio. Il successo mondano dell’agire umano non attesta il favore divino, né l’insuccesso è una conseguenza della vendetta divina. La natura è imprevedibile e non soggiace al volere degli dei. In sé ha la spiegazione delle sue necessità e fuori di sé non ha un fine. Il regno dell’uomo è dentro l’umanità.

                   Lucio Apulo Daunio

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