mercoledì 3 agosto 2011


LA VIA PER ACCEDERE NEL REGNO DEI CIELI

              Mai Gesù desistette dal giudizio negativo nei confronti dei giudei, apostrofandoli con l’epiteto di vipere (Lc 12, 1 seg.), scagliandosi soprattutto contro la setta dei farisei, la fazione religiosa rigorosa nell’osservanza della Legge e della tradizione. Egli mise in guardia i suoi discepoli dall’ipocrisia farisaica. Era disposto a perdonare chi sparlava di lui, mai chi bestemmiava contro lo Spirito Santo. Costoro non avrebbero trovato scampo dalla dura condanna del Padre. C’è poco da scherzare con Gesù e con la sua altolocata famigliola del celeste impero. Dio non perdona, se offeso nella persona dello Spirito Santo, il terzo dio retore, che dona sapienza e multilinguismo (ossia la capacità di potersi esprimere in tutte le lingue della biblica Babele; cfr. Gn 11, 1 seg.). Essendo permaloso, si adombra per un nonnulla. Se poi è oltraggiato da qualche sconsiderato, diventa immisericordioso e non perdona l’offesa, né in terra né in cielo (cfr. il Vangelo apocrifo di Tommaso). L’impietosa durezza di questa terza ipostasi divina non è da meno di quella della coppia Padre e Figlio. Questo trio poco cristiano ci giudicherà con piglio severo nel triste giorno dell’universale resa dei conti, quando dovremo passare sotto il giogo delle celesti forche Caudine. Il pio credente, scrupoloso osservante di ciò che la sua Chiesa comanda, potrà sperare di ottenere misericordia e accedere nel regno paradisiaco, dove trascorrerà le ore beate, adulando i nuovi padroni. L’empio ribelle, invece, avrà vita dura lassù, anzi laggiù, negli abissi infernali. Infilzato con sataniche forche, sarà arroventato e tormentato in eterno nel luciferino fuoco. L’inflessibile durezza riscontrabile nei sacri testi non lascia scampo alcuno. Dio, uno o trino che sia, impone un’ardua scelta: o l’eroismo indomito dello scettico ribelle, che farà pagare a caro prezzo, o la codarda remissiva accettazione della fede. Di fronte al dubbio, se le Sacre Scritture siano o non un “bluff” colossale, o ci si arrischia nel laico scetticismo o ci s’invischia nella cristiana sofferenza meritoria. Chi vuol essere libero dal servaggio di un dio e dai suoi imbonitori terresti, rischia di pagare penosamente la sua scelta, qualora, dopo l’ineluttabile morte, non si spegne del tutto la fievole luce dell’esile vita. Se, invece, Dio è l’invenzione di un clero bluffatore, la pace dell’eterno riposo, senza ignominia, sarà il premio ambito per chi rifugge dalle fole dell’aldilà. L’illustre Dio Ignoto, circonfuso di fitto mistero, non si concede all’umana conoscenza. Su ciò che non si conosce, né può essere oggetto d’indagine, è preferibile tacere, piuttosto che fantasticare corbellerie sulla sua presunta esistenza e sui dettami che avrebbe imposto, tramite suoi vicari, all’umana gente.

Gesù, in fede degli evangelisti, conosce la verità sull’altro mondo, perciò non tace, ma esorta a non essere avidi di ricchezze materiali, che si dovranno lasciare col sopraggiungere della morte (Lc 12, 13). Consiglia di arricchirsi con benemerenze grate a Dio e di non darsi troppi pensieri per il domani, ma di attendere alle quotidiane incombenze, affidandosi all’ausilio della Divina Provvidenza. “Carpe diem”, vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani, questo è il motto che si addice ai cristiani. La loro sopravvivenza è a carico di Dio-Padre. Campa cavallo, che l’erba cresce! Ma se non cresce la carità del prossimo, c’è pericolo di morire di fame. Agguerriti da una fede intrepida, i rigorosi seguaci di Gesù intraprendono una vita da pitocco, preoccupandosi unicamente di guadagnarsi l’entrata nel regno di Dio; quanto al resto, esso (si spera) sarà dato in sovrappiù. Giustamente, i non convertiti al cristianesimo considerarono il Nazareno e i suoi seguaci dei fanatici mestatori, che sognavano un fantomatico regno di cuccagna oltre i sette cieli (dove nessuno può arrivarci per appurarne l’esistenza). Vendendo i loro beni per donare il ricavato ai poveri, gli asceti cristiani della prima ora impoverivano se stessi, mendicando a loro volta come pezzenti (come farà il glorioso fulgido Francesco). Avevano compassione per i poveri, ma si ridussero a vivere in quella trista condizione. Quanto più s’involarono col cuore e con la mente nel fantastico mondo di lassù, tanto meno si occuparono dei loro corpi quaggiù, che solo la misericordia del prossimo, cui era promessa l’eterna salvezza nel celeste paese di bengodi, badava a nutrire e vestire. Solo i poveri possono entrare attraverso la cruna nel misterioso regno dei cieli. Per fortuna del mondo, non tutti scelgono di vivere in povertà (tantomeno il clero), vendendo i propri beni e vivendo alla giornata, altrimenti, qualora tutti vendano per donare ai poveri, non ci sarebbero più compratori né produttori di ricchezze (e neanche propagatori di fede, cui necessitano costosissimi mezzi).

Il perfetto cristiano ha bisogno dei quattrini del ricco, disposto sia a comprare i suoi beni materiali, allorché se ne libera per seguire Gesù, sia a sostenerlo con la carità dell’umana provvidenza. Benedette siano nei secoli dei secoli le pecore nere! Benemerito sia chi non aspira al depauperamento per guadagnarsi il regno di Dio! La ricchezza materiale è funzionale a quella spirituale. Le pecore nere, ai tempi di Gesù, erano i giudei rimasti fedeli alla Legge e alle sacre tradizioni avite, che prosperavano con la benedizione di Jahvè e con gli interessi ricavati dal prestito ai “gentili” (Dt 15, 6; 28, 11-12). Mosè li aveva esortati a diventare un popolo potente, in ottemperanza alla volontà di Jahvè. Gesù, invece, voleva che il nuovo popolo eletto di Dio vivesse in povertà, umiltà e semplicità. Forse, con il passare del tempo, il dio giudaico aveva cambiato ideologia, com’è costume degli uomini fare, divenendo dio cristianissimo.
               Lucio Apulo Daunio

 

 

 

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