lunedì 1 agosto 2011


GESU’ E GIOVANNI BATTISTA



             Gesù, lasciata la Galilea, venne insieme ai suoi discepoli nel territorio della Giudea, dove continuò a compiere la sua missione salvifica, praticando il battesimo di penitenza, in concorrenza con il suo parente Giovanni (Gv 3, 22 – 4, 3). Fatto sta che un dì, tra un giudeo e i discepoli quietisti del Battista, che attendevano l’intervento liberatorio di Jahvè dalla dominazione romana, si accese una disputa a proposito della purificazione battesimale. I disputanti andarono a consultare Giovanni per dirimere la questione. Gli riferirono che anche Gesù battezzava e tutti andavano da lui. A loro giudizio, Gesù stava usurpando la missione di Giovanni, conquistando alla sua causa la clientela dei penitenti giovannei. Giovanni, buttando giù il rospo, sentenziò che l’altro non era un usurpatore, essendo stato autorizzato a compiere la missione salvifica nientemeno che da Dio in persona. Del resto, i seguaci di Giovanni erano stati testimoni di quanto egli aveva già detto sul conto di Gesù, umiliando se stesso. Ribadì ai disputanti che non lui, Giovanni, era l’atteso messia d’Israele, ma solo il precursore del Cristo, perciò destinato a recedere di fronte all’importanza dell’altro. Non c’era motivo perché avrebbe dovuto rattristarsi per questo. Egli si paragonava ad un paraninfo, che gioiva nell’accompagnare la sposa dallo sposo, di cui era amico. Fuori di metafora, Giovanni Battista si accontentava di condurre il popolo penitente sulla via della redenzione divina (e vi pare poco?). Gesù, secondo l’ispirata parola dell’evangelista Giovanni, proviene da Dio, perciò è superiore a tutti gli uomini. Essendo diretto testimone della parola di Dio, Gesù non può che essere verace. I suoi poteri provengono dal Padre celeste, dell’amore del quale egli si bea. I doni dello Spirito Santo, invece, provengono da lui. L’evangelista termina il discorso adulatorio sentenziando che chi obbedirà al Figlio di Dio sarà premiato con la vita eterna; viceversa, chi si opporrà, sarà castigato dall’ira divina con l’eterno tormento della pena infernale. Questa immisericordiosa sentenza ricorda il noto principio del terzo escluso: o con Gesù o contro di lui (tertium non datur). L’uomo, imputato nel processo sommario del giudizio universale alla fine dei tempi, sarà o assolto o condannato in eterno. Ritengo, al riguardo, che sia preferibile rischiare un improbabile eterno castigo, piuttosto che rinunciare alla libertà di dubitare dell’esistenza di fantomatiche entità divine.

Gesù, informato delle chiacchiere che correvano in quella di Giudea in merito al suo apostolato (circolava la diceria che faceva più proseliti di Giovanni Battista), se ne ritornò in quella di Galilea a svolgere la sua divina missione. L’evangelista Giovanni afferma che Gesù doveva crescere d’importanza, mentre il Battista doveva diminuire rispetto all’altro (Gv 3, 30). Un’antica tradizione cristiana ha creduto, al riguardo, di poter desumere le date di nascita dei due maggiori protagonisti. Quella del 25 dicembre per l’astro nascente Gesù, quando il sole, simbolo di vita e di salvezza, dopo il solstizio d’inverno, simbolo della sua apparente morte (resta immobile, dopo aver raggiunto il punto più basso, tra il 22 e il 24 dicembre), comincia a crescere e le giornate ad allungarsi. Quella del 24 giugno per l’ascetico Giovanni Battista, quando il sole, dopo il solstizio d’estate (raggiunge il punto più alto tra il 21 e il 23 giugno), comincia ad abbassarsi, accorciando le giornate. Il cristianesimo ha sostituito il culto pagano del Sole Invitto, effigiato come un dio luminoso, circonfuso di raggi di luce intorno al capo, con il culto dell’uomo-dio Gesù, cornicolato o aureolato mediante il simbolo dello zodiaco. Morto che fu, risorto dopo trascorsi (quasi) tre giorni, il divo Gesù rappresenta la nuova luce del mondo, simbolo della perenne lotta contro l’oscurità (le forze del male). La sua risurrezione (Pasqua) si festeggia la domenica susseguente al primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera (21 marzo), quando il sole supera le forze malvagie dell’oscurità, aumentando le ore di luce. Del resto, anche il numero dei suoi apostoli rispecchia quello dei dodici segni dello sfavillante zodiaco. Non per altro, rispetto al ciclo astronomico della precessione degli equinozi, Gesù è comparso all’inizio dell’astrologica era dei Pesci. Egli, infatti, era identificato come pescatore di uomini, con il simbolo stilizzato del pesce che sguazza nell’acqua vivente (zoomorfismo). L’acronimo della parola greca pesce (ICTYS) significa: “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”. Ai giorni nostri, tanto per restare in tema astrologico (per chi ci crede come allora), si realizza il passaggio del regno del Sole nell’era dell’Acquario. Nel Vangelo secondo Matteo (28, 20), Gesù profetizza che resterà con i suoi discepoli fino alla fine del mondo. Se traduciamo il termine greco anziché con il significato di “mondo” con quello di “era”, la fine dei tempi dovrebbe coincidere, secondo certe tesi astrologiche, con la fine dell’era dei Pesci e l’inizio dell’era dell’Acquario. Giammai ciò accada, perdio! Per buona pace di certe sette fondamentaliste americane e di certe profezie, come quella attribuita al vescovo irlandese Malachia, che pronosticano l’imminente fine dei tempi, è preferibile sperare che l’intelligenza umana faccia prevalere la ragione e la ricerca scientifica per la sopravvivenza della nostra specie, comparsa per caso da un processo di evoluzione su un minuscolo pianeta sperso nell’immenso universo.

Non conosciamo i motivi in base ai quali il Battista, pur asserendo d’essere il precursore di Cristo, quando questi iniziò pubblicamente ad esercitare il ministero divino, non divenne suo discepolo. Contraddittoria appare la testimonianza che egli avrebbe dato riguardo al Messia Gesù. L’evangelista Giovanni dice che il Battista, prima del suo arresto ordinato da Erode Antipa, rese testimonianza a Gesù (Gv 1, 33; 3, 22 seg.). La medesima cosa dicono gli altri tre evangelisti, precisando che tale testimonianza avvenne durante il battesimo di Gesù (Mt 3, 16-17, Lc 3, 21-22, Mc 1, 9-11). Il Battista, dunque, conosceva la vera natura di Gesù e la missione che doveva compiere. Dopo il suo arresto, però, dubitò.  Durante la sua prigionia, infatti, inviò un’ambasceria a Gesù per appurare s’era proprio lui l’atteso Messia (Mt 11, 2 seg.; Lc 7, 18 seg.). Sperava, forse, che Gesù potesse ripristinare la potenza d’Israele, liberandolo dalle sofferenze della dura sottomissione alle potenze straniere. Quando i discepoli, che erano andati a indagare sul conto di Gesù, ritornarono e riferirono al Battista ciò che avevano udito con le loro orecchie e avevano visto con i loro occhi, decantandogli i prodigi che l’altro compiva, cosa dovette pensare Giovanni, mentre marciva in prigione, sul conto dell’ingrato parente, che non accorreva a liberarlo? Il messianismo pacifista e consolatorio di Gesù dovette deluderlo. Non era forse degno - si sarà chiesto - di ricevere almeno una sua visita per essere confortato con la divina parola? Veramente impenetrabile è il mistero del divo, immisericordioso messia Gesù, nei confronti di un suo parente, il precursore Battista, destinato ad essere tale dal dio padre!

I protagonisti del dramma evangelico, pur vivendo con Gesù un’esperienza singolare di vita condivisa, fondata sul rapporto tra maestro e discepolo, non sempre avevano le idee chiare sulla sua vera identità. Gli abitanti di Nazareth lo conoscevano come il figlio del carpentiere Giuseppe, una famiglia d’umile origine (non dunque discendente della casa reale di Davide). Un giorno che Gesù andò a predicare nella locale sinagoga, i suoi paesani si scandalizzarono quando, dopo che egli aveva letto un passo in cui il profeta Isaia annunciava l'attesa del Messia liberatore, pretese che tale profezia facesse riferimento alla sua persona. Ascoltando quelle blasfeme parole pronunciate da Gesù, i compaesani montarono su tutte le furie. Lo acciuffarono e lo portarono in cima al monte della loro città con il proposito di precipitarlo giù (l’attuale Nazareth, in realtà, è situata in un fondovalle e non vi sono monti né precipizi nei dintorni). Gesù, per puro miracolo, riuscì a svignarsela, passando incolume in mezzo a quegli scalmanati. La sua ora non era ancora giunta. Non sappiamo se, dopo qualche tempo, calmatesi le acque, ritornò al suo villaggio, dove peraltro non riuscì a compiere molti prodigi a causa dell’incredulità dei suoi compaesani (Lc 4, 14-30, Mt 13, 54-57, Mc 6, 1-3).

Un giorno, l'apostolo Pietro testimoniò la sua fede davanti a Gesù, asserendo che egli era il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Gesù premiò Pietro per la sua adulazione, proclamandolo beato, seduta stante. Solamente il Padre celeste, secondo Gesù, poteva aver rivelato a Pietro la sua natura divina (Mt 16, 16-17.20-23). Da quel giorno i suoi discepoli avrebbero dovuto sapere con chi avevano a che fare. La sviolinata di Pietro, però, non convinse alcuni, che continuarono a ritenere Gesù un profeta, potente in opere e in parole, non una divinità. Altri speravano che fosse proprio lui l’atteso liberatore d’Israele (Lc 24, 19. 21). Durante il suo trionfale ingresso in Gerusalemme (Mt 21, 10-11), infatti, una fiumana di gente corse ad acclamarlo come profeta messianico, lungamente atteso. Se quel giorno Pietro ricevette un encomio per aver elogiato Cristo, un’altra volta si buscò un solenne rabbuffo. Infatti, avendo Gesù predetto ai discepoli i dolenti avvenimenti della sua prossima passione, Pietro, commossosi, invocò la protezione di Dio per quel triste giorno, certo che il Padre celeste non avrebbe mai permesso un tale doloroso accadimento per il suo diletto figliolo. Gesù però non fu grato al premuroso discepolo. Lo scacciò da sé, perché le sue parole non erano state ispirate dal Padre, ma da Satana, suo acerrimo nemico. Dio Padre, infatti, voleva un Cristo sofferente, il quale doveva saggiare il gusto della morte per espiare i peccati degli uomini e lavare l’offesa arrecatagli dai loro primi avi. Soltanto il sacrificio di un dio, suo “alter ego”, avrebbe potuto riparare l’oltraggio subito in tempi remoti da due esseri sprovveduti appena creati. Tanto tuonò, che piovve!

A Pietro, i suoi successori conferirono il titolo di principe degli apostoli e lo designarono primo pontefice della Chiesa cattolica romana, deputata a propalare il credo cristiano “urbi et orbe”. I papi, qualificandosi come vicari di Cristo, addobbati con sontuosi paramenti e con il capo coperto con la tiara (simbolo del triregno) o con la mitra (ornamento in uso presso i sacerdoti del dio persiano Mitra), assunsero poco per volta il potere supremo su tutte le Chiese dell’ecumene, divenendo despoti di uno stato temporale e dominatori delle cristiane coscienze. Proclamatisi successori di Pietro, presumono di possedere le chiavi con cui accedere nel regno dei cieli, il mitico paradiso dei cristiani. Questo preteso potere dei papi è analogo a quello vantato dal “Pater”, massimo sacerdote del culto mitraico, che officiava nei tanti mitrei dei colli romani prima d'essere spodestato dal trionfante cristianesimo. Non del tutto peregrino è il sospetto di plagio del cristianesimo dal mitraismo. La vita dell’insigne principe degli apostoli, in verità, fu segnata da persecuzioni, litigi, ipocrisie, rinnegamenti, prima d'interrompersi con la morte ignominiosa della crocifissione sul colle Vaticano (secondo una leggendaria tradizione). Sul luogo del martirio, i potenti successori di Pietro eressero in suo onore un grandioso tempio, nel quale celebrare pomposamente il rituale idolatrico della liturgia cattolica, che commemora il ricordo della vicenda di Cristo, dal tempo dell’avvento a quello della pentecoste, con due grandi feste: Natale e Pasqua.

Gesù, dopo che gli ambasciatori inviati dal Battista ritornarono sui loro passi per riferire ciò che avevano visto e udito riguardo al Cristo, profuse di elogi il suo parente per la missione compiuta “in nomine Domini”. Assieme alla folla che lo seguiva (composta prevalentemente di poveri, diseredati, infermi, bighelloni, sfaccendati, curiosi), stavano ad ascoltarlo anche persone di un certo riguardo, tra cui gli immancabili farisei, scribi (maestri giuristi) e dottori della Legge. Terminati gli elogi al Battista, Gesù apostrofò bruscamente quella variegata moltitudine di persone, chiedendo loro cosa erano andati a vedere nel deserto, dove viveva l'asceta Battista, se una canna sbattuta dal vento o un uomo che indossava morbide vesti oppure un profeta. Gesù, al riguardo, non aveva dubbi: in quel luogo di desolazione, certamente, erano andati ad ascoltare gli insegnamenti impartiti dal profeta Giovanni. Questi - parola di Gesù - era il più grande non solo tra i profeti, ma anche tra i nati di donna (anche più di Gesù, che pure era nato da una vergine immacolata?). Aggiunse che persino le Sacre Scritture parlavano di lui (Ml 3, 1). Poi, per non esagerare negli elogi al Battista, Gesù si espresse con moderazione. Asserì che il profeta suo immediato precursore, nonostante la sua grandezza, era il più piccolo tra tutti coloro che si convertivano alla buona novella evangelica. Nel Regno di Dio, infatti, costoro sarebbero stati considerati più grandi del Battista (parenti serpenti!). Gesù, evidentemente, pur considerando il Battista suo precursore, non lo annoverava tra i seguaci convertiti al suo credo. Dal tempo di Giovanni Battista - precisò - il regno di Dio è stato fatto oggetto di violenza da parte di non ben identificati sovversivi, come già avevano annunciato tutti i Profeti e la Legge. Invero, non è credibile che dei sovversivi crudeli e dissacratori possano aver minacciato seriamente il Padreterno. Ipotizziamo pure che siano stati dei temerari, come avrebbero potuto terrorizzare il re dei cieli e la sua agguerrita armata angelica? Il burbero divino supremo re degli eserciti d’Israele non se ne sarebbe stato con le mani in mano, subendo l’affronto di qualche sconsiderato, senza reagire con mano pesante. Gesù, comunque, terminò la sua arringa lodativa, spiegando che il ritorno del profeta Elia, atteso dal popolo in base alla profezia di Malachia (3, 23), era già avvenuto nella persona di Giovanni Battista. Se lo volevano capire, spremendo le loro zucche, le cose stavano così, come lui asseriva, benché occorressero orecchi “ad hoc” per intenderlo (Mt 11, 12-15). Come è noto, la divina parola è insondabile per i comuni mortali. Che fosse Giovanni il profeta Elia atteso dal popolo, nessuno poteva crederci, tanto meno dopo il suo arresto. Giovanni stesso negò d’essere Elia (Gv 1, 19-23). Gesù, invece, n'era convinto e lo confermò pure in un’altra circostanza (Mt 17, 10-13). Vogliamo dubitare della sua parola: quella di un dio? Manco a pensarlo! Intanto l’arringa di Gesù da lodativa si trasformò in dura e malevola reprimenda, colma d’invettive (Lc 7, 29-35; Mt 11, 16-24). Affermò (esagerando) che tutto il popolo e persino i pubblicani (noti peccatori) avevano ascoltato il messaggio di Giovanni e si erano fatti battezzare. Con ciò, però, non avevano ancora quadrato i conti con Dio. Per farsi perdonare le loro colpe, ora dovevano fare i conti con Gesù, facendosi quadrare la testa con il credo della “buona novella”. Accusò i farisei e gli altri soloni della Legge, che presumevano di essere nel giusto, ritenendosi perciò giustificati (cioè redenti), di aver rifiutato nientemeno che il dono della grazia di Dio, elargita tramite il battesimo di Giovanni. In tal modo essi si erano preclusa la via della salvezza (ossia la quadratura della loro testa in conformità al credo cristiano). Ammettiamo che quei sapientoni di farisei e compagni, del sovversivo Gesù nemici dichiarati, siano stati dei presuntuosi, arroganti, ipocriti, ostinati, duri di cuore e di cervice. Resta tuttavia il fatto che non si convinsero né della pretesa fondatezza della verità evangelica né delle esortazioni al ravvedimento propinate dal Battista. Disistimarono entrambi, non accogliendo le loro eresie, tirando loro le pietre. Di Giovanni (che non mangiava pane, ma solo locuste e miele selvatico, e non beveva vino, forse perché non lo gradiva o perché poco ci azzeccava con la sua dieta ripugnante e con la calura di quelle lande desolate in cui si rifugiava) pettegolavano che aveva un diavolo per capello (infatti, poiché si era inselvatichito, praticando un duro ascetismo, doveva sembrare un assatanato). Di Gesù (che non faceva vita ascetica, ma beveva e mangiava come natura comanda, ancorché a spese della cristiana carità o di quella di benestanti curiosi) spifferavano che era un beone e un mangione e lo tacciavano di spassarsela con lauti banchetti in compagnia di pubblicani e di gente di malaffare. Solo tra il popolino implorante grazie pare che il Messia e il suo precursore abbiano trovato accoglienza. Da farisei, scribi, dottori della Legge e loro accoliti, invece, ricevettero malevolenza e chiacchiericcio. Le critiche su Gesù s’incentravano sul suo comportamento irriguardoso e stravagante, sull'indulgente accondiscendenza verso i peccatori, difforme dalla legge mosaica, sul modo di vivere a sbafo del prossimo, sugli atteggiamenti da saccente; per non parlare di vittimismo, millanterie, provocazioni, blasfemie, parole offensive, maledizioni gratuite: umani difetti della nostra specie.

La pretesa di Gesù, che solamente chi aveva orecchi per intendere poteva comprenderlo, è alquanto singolare. Come avrebbe potuto il popolino comprendere l’arcano del suo misterioso verbo? Come avrebbero potuto i dotti compatrioti accettare “sic et simpliciter” le sue pretese verità di fede? Perché le folle accorrevano ad ascoltarlo, se non capivano le sue allusioni? Forse venivano ad ammirare il taumaturgo, mentre zurlava con i suoi prodigi? Come sopportarlo, quando umiliava gli ascoltatori con altezzose parole? Per davvero le folle avevano la pazienza di ascoltare i suoi noiosi predicozzi e persino le malevolenze e i vituperi, non avendo di meglio da fare? Del resto, il Paradiso che prometteva ai suoi fedeli, non era il giardino di delizie maomettano, dove gozzovigliare, tracannando a gogò deliziose bevande e gustando saporite squisitezze, sdraiati su morbidi letti dorati e gemmati, serviti da giovani garzoni e allettati da giovinette sempre vergini (Corano, sura 56). L’unica chiave per entrare nel suo misterioso mondo, accogliendo, senza discutere, assiomatiche verità e tesi indimostrabili, è la fede. Occorreva dimostrare assoluta ed esclusiva devozione al credo evangelico. La fede però è un dono di Dio. Chi non riceve la grazia è irrimediabilmente condannato all'eterna pena. Che si attacchino pure al tram della speranza i disperati cristiani invocanti la divina grazia! Gli altri, i non credenti nel Cristo rivelato dalla Chiesa, non disperino per il mancato beneficio. Sperino, invece, che possano sempre esprimersi liberamente e non subire l'oppressione del credo cristiano, ingessato in apodittiche e pretenziose verità dogmatiche, che illuminati teologi di una fede stantia supportano con intricate argomentazioni metafisiche. La fede, integralmente accettata, umilia la ragione. Un giorno Gesù (cfr. Mt 11, 25-30) si compiacque della benevolenza di suo Padre (di quello putativo non si degna nemmeno di nominarlo), che teneva nascosti i misteri del celeste impero ai dotti, svelandoli invece ai semplici (come dire che per comprendere le divine prediche bisogna essere incolti o pii creduloni). Unicamente a costoro, dopo aver confuso loro le idee con sacri misteri, donava i lumi dello Spirito Santo, indispensabili per capire le cervellotiche verità sull'altro mondo. A Mosè, al contrario, Dio si limitò a rivelare solo quelle cose divine che potevano essere facilmente intese dal suo diletto popolo, non i misteri e tutte le cose occulte del suo regno, che tenne invece per sé (Dt 29, 28). Erano forse gli apostoli i “semplici” cui Gesù svelava l’arcano del Padre? Alle folle, infatti, predicava solo parabole, senza chiarirne il recondito, misterioso significato. Occorrevano “orecchi” per comprendere l’oscura congerie dei suoi divini eloqui. I suoi eletti discepoli, i “semplici” da lui chiamati alla leva dell’armata cristiana, avevano orecchie idonee per capire Gesù? (Mt 13, 10-11). In verità, anche loro si trovarono in difficoltà nel seguirlo nei suoi inestricabili discorsi sui misteri divini. Spesso, in disparte, gli chiedevano di spiegare gli arcani della fede (Mt 13, 36). Quale dunque lo scopo che si prefiggeva il Cristo nel predicare i misteri della buona novella alle folle, se queste dovevano vedere e non vedere, udire e non udire, comprendere e non comprendere? (Mt 13, 13). Come potevano gli uditori credergli e convertirsi, se non capivano un’acca di quanto udivano? Perché non riteneva opportuno predicare con chiarezza, dimostrando ciò che asseriva? Perché non donò, oltre la grazia, anche l’acume? Non aveva affermato che la verità doveva essere manifestata con franchezza, anziché nasconderla come una lucerna posta sotto il moggio? (Mt 5, 15). E che la verità doveva essere svelata con limpido eloquio, affinché fosse chiara a tutti? (Mt 10, 26). Se Gesù è la luce che risplende nelle tenebre del mondo (Gv 8, 12), perché tanta oscurità offusca la gaia novella? Del mistero profondo di Gesù la Chiesa ha fatto tesoro, trasformando il dio-trino nel dio-quattrino.

Fu a causa d’Erodiade che Giovanni Battista finì in gattabuia. Erodiade era sposata con Filippo, fratellastro d’Erode Antipa. Costui la sedusse e la impalmò, dopo aver ripudiato la sua legittima consorte. Erodiade, oltre che essere cognata di Antipa, era anche sua nipote, essendo figlia d'Aristobulo, altro fratello di Antipa. Erodiade odiava Giovanni per via delle pubbliche accuse che costui lanciava contro il “palazzo”. Il Battista, infatti, tacciava Erode Antipa d’incesto e adulterio, denunciandolo ai quattro venti per aver violato la Legge (Lv 18, 16; 20, 10. 21-22). Lo scandalo conclamato infastidiva Erodiade, che cercava un pretesto qualsiasi per eliminare il Battista. Trovava però resistenza nel pavido e superstizioso Erode. Questi temeva il santone (come racconta Giuseppe Flavio in “Antichità giudaiche”) per la sua capacità di persuadere il popolo, che andava da lui per ascoltarlo e purificarsi, considerandolo un profeta. La sua enfasi predicatoria poteva però provocare sedizioni, occorreva perciò aspettare l’occasione propizia per toglierselo di torno. La leggendaria morte di Giovanni è raccontata dagli evangelisti Marco (6, 17-29) e Matteo (14, 3-12). Il giorno della resa dei conti avvenne in occasione dei festeggiamenti per il genetliaco d’Erode. Durante il banchetto, Salomè, figlia d’Erodiade, si esibì in una danza, suscitando l’ammirazione degli ospiti e soprattutto quella d’Erode, che stava con gli occhi fuori dell’orbita, seguendo i leggiadri volteggi della giovinetta, “femme fatale”. Colpito dalla sua grazia e, quasi certamente, con la testa annebbiata dai fumi del vino tracannato, si mostrò compiacente fino al punto di giurare, alla presenza di tutti i commensali, d’essere disposto a concederle qualunque favore avesse chiesto. Erodiade non trovò migliore occasione per vendicarsi del santone, facendo tacere per sempre quella malalingua di Giovanni. Istigò la figlia a chiedere la testa del profeta e a farsela servire su di un vassoio. Detto, fatto. La giovinetta riferì, senza provare alcun ribrezzo per quella sua macabra richiesta. Non si scompose neanche nel vedere Erode sconvolto. Questi oramai non poté più tirarsi indietro e perdere la faccia, avendo giurato alla presenza degli ospiti di esaudire la richiesta della giovinetta. Così, suo malgrado, ordinò la fatale esecuzione al boia, che decapitò il Battista. Giovanni decollato, primo martire cristiano “ante litteram”, ebbe dalla Chiesa gli onori dell’altare. Non conosciamo la reazione di Gesù nell’apprendere la notizia della morte del presunto parente. Risvegliare i morti dal sonno dell’eterno riposo era in suo potere, ma d’attaccare sul collo la testa di Giovanni per ridargli la vita non si curò punto. Forse perché Giovanni dubitò di lui fino alla fine? Forse perché era lui geloso dell’altro? Non abbiamo notizia al riguardo né mai sapremo. Meglio dubitare di queste divine fandonie, rivelate da esseri immaginari, di cui è preferibile farne a meno per la nostra salute mentale.

Tra i cristiani si tramanda l’usanza di festeggiare il giorno onomastico, ricorrente con quello del martirio o della morte del proprio santo patrono. Dal paganesimo deriverebbe invece l’usanza di festeggiare il compleanno e l’abitudine di recitare preghiere in suffragio delle anime dei cari estinti. La Chiesa, verso l’anno Mille, ha istituito una festa annuale in memoria dei defunti. Poi, con l’invenzione del Purgatorio, si è consolidato il culto per i cari estinti sia elargendo donazioni alla Chiesa “pro remedio animae” sia accrescendo il numero delle preghiere per abbreviare la pena purgatoria delle sante anime (divina contabilità!). Lo sfarzo di una Chiesa corrotta dal potere temporale, la vendita delle indulgenze come fonte di finanziamento e altre beghe religiose e politiche che la storia documenta, concorse alla nascita di movimenti religiosi riformatori, fino a sfociare nella protesta irreversibile della Riforma luterana e nella miriade di sette e movimenti di matrice cristiana, che caratterizzano l’epoca attuale.

Dio ce ne liberi!


 Lucio Apulo Daunio



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