domenica 31 luglio 2011


LE CONDIZIONI PER SEGUIRE IL CRISTO GESU’

               

          La carità è la fondamentale virtù che il discepolo di Cristo deve praticare. Essa è amore verso Dio e verso il prossimo, è prodigarsi con opere di misericordia a favore dei più bisognosi. Gesù, a chiunque chiedeva d’essere suo discepolo, raccomandava di vendere i propri beni e donare il ricavato in elemosine, al fine di procurarsi un tesoro sicuro nel suo regno celeste, dove i ladri non potevano rubarlo né le tarme distruggerlo (Lc 12, 33). Il discepolo di Cristo non poteva servire due padroni: Dio e mammona. Egli doveva rinunciare alla cura dei propri averi e interessi materiali per asservirsi a Dio (Lc 14, 33). Le ricchezze, che gli uomini apprezzano per godersi la vita, non hanno alcun valore nel giudizio di Dio (Lc 16, 13-15). La parabola del ricco epulone (Lc 16, 19 seg.), che si beava dei piaceri della mensa, mentre il povero Lazzaro mendicava gli avanzi, esprime, per un verso, la condanna radicale della ricchezza, per un altro verso, l’impossibilità per i ricchi di essere giusti e di ravvedersi. La parabola del convito nuziale (Mt 22, 1 seg.) e quella degli operai della vigna (Mt 20, 1 seg.) rappresentano un’esplicita condanna degli ebrei, ancorché legittimi eredi delle promesse divine, avendo rifiutato l’invito a nozze del Figlio di Dio, che ha abolito il privilegio da loro vantato, premiando invece i gentili, ancorché chiamati per ultimi ad operare nella vigna di Dio. Le pie e ricche donne, che seguivano Gesù, misero i propri averi a disposizione della sua causa, incamminandosi assieme agli altri seguaci su di una via lastricata di sofferenze. Zaccheo, un ricco capo dei pubblicani (un esattore di tasse, probabilmente arricchitosi con disonestà), donava metà delle proprie ricchezze ai poveri e, quando rubava, restituiva il quadruplo del maltolto (a quale scopo rubava, se poi ammetteva di restituire il quadruplo?). Un giorno, questa bizzarra figura di peccatore invitò Gesù nella sua dimora e gli confidò di che pasta era fatto (Lc 19, 1-10). Gesù contraccambiò l’ospitalità del pubblicano, donando la salvezza alla sua casa. Zaccheo, a giudizio di Gesù, era pur sempre un figlio d’Abramo, un israelita da salvare, avendo dimostrato, nonostante le ruberie, il distacco del suo cuore dalle ricchezze. L’indulgenza cristiana si dà a tutti (datur omnibus), anche ai ricchi ladroni, purché non ostentino attaccamento alle ricchezze materiali (loro sì che possono farlo!). Dio perdona quelli che si sottomettono alla sua volontà (parcere subiectis!). Un giorno si avvicinò a Gesù un giovane notabile (Lc 18, 18 seg., Mc 10, 17 seg., Mt 19, 16 seg.). Era molto ricco e osservante della Legge. Gli chiese se il comportamento che seguiva, ligio alle prescrizioni della Legge, bastava a garantirgli la vita eterna. Gesù gli rispose che, per raggiungere la perfezione, avrebbe dovuto vendere tutte le sue sostanze e donare il ricavato in elemosine ai poveri. Solo abbandonando la cura dei suoi interessi materiali (andando in malora?) si sarebbe procurato un tesoro nel regno dei cieli. Riducendosi alla stregua di un pezzente (come il filosofo cinico Peregrino, nel sarcastico racconto di Luciano di Samosata), egli sarebbe stato accolto tra i perfetti seguaci delle schiere cristiane. Il notabile, di fronte a questa scoraggiante visione, si rattristò. Poi, con la fronte aggrottata, voltò le spalle a Gesù, sfuggendo alla prospettiva della triste miseria, noncurante dei celesti tesori. A Gesù non restò che sentenziare quanto sarebbe stato difficile per un ricco entrare nel Regno di Dio. Sarebbe stato più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare attraverso la porta del regno celeste. Le chiavi per accedere Gesù le consegnerà al fido Pietro, roccia angolare della costruenda Chiesa di Cristo. La perfezione, che Gesù pretese dal facoltoso notabile, perché non la richiese anche al bizzarro Zaccheo, che non osservava la Legge come l’altro? Gesù, infatti, aveva più a cuore la pratica dei suoi comandamenti, piuttosto che la scrupolosa osservanza della Legge (ancorché scritta col dito di Jahvè, suo Padre). Vero è, secondo i Vangeli, che i discepoli di Gesù rinunciarono a tutto per seguirlo. Vero è che Gesù premiò la loro fedeltà e abnegazione, promettendo loro un posticino di tutto riguardo in quel sospirato regno dell’aldilà, ma anche una maggiore ricompensa nell’aldiquà, avendo gli apostoli rinunciato ai beni materiali (in verità, furono perseguitati e martirizzati; altro che ricompensa nell'aldiquà!). Fu, invece, la carità dei doviziosi convertiti, che non avevano rinunciato al possesso dei beni materiali, a consentire a Gesù e discepoli di accudire alle necessità della vita e della causa. Gesù, peraltro, rifiutando l’attributo di “buono” dal giovane e agiato notabile, poiché lo considerava un requisito confacente esclusivamente a Dio, negò implicitamente l’assimilazione della sua natura con la divina essenza. Pur essendo un uomo timorato di Dio, Gesù era alieno dai formalismi rituali. Riteneva invece meritorio vivere in umiltà, osservando la sua morale, piuttosto che adempiere scrupolosamente alle pratiche cultuali giudaiche. Gesù non somministrò battesimi, cresime, comunioni, unioni matrimoniali o estreme unzioni. Non ordinò sacerdoti, né ascoltò confessioni. Non celebrò messe di nessun rito: né solenni né basse né cantate né funebri. Non s’interessò di culto, ma d’etica frammista a religiosità. Gesù, insomma, non fondò una religione né istituì i sacramenti. La Chiesa, invece, con l’antesignano Paolo, apostolo delle genti, ha inventato il cristianesimo, trasformandolo in cattolicesimo, caratterizzato dalla “libido dominandi” del clero gerarchizzato, capo indiscusso del quale è un monarca santo e sacro, regnante sul colle Vaticano, che non può essere giudicato (ancorché giudichi il prossimo) né può errare (essendosi proclamato infallibile, quando parla dalla “Cathedra Petri”). La sottomissione al “dictatus papae” è indispensabile per la salvezza nell’oltretomba dei suoi fedeli sudditi (parola di papa Bonifacio VIII).

I presupposti per seguire Gesù, sulla via della perfezione e della salvezza, consistono nell’abbandonare la cura dei propri affari e nel rinunciare agli affetti famigliari. Non tutti però sono disposti ad accettare questi sacrifici. Quanti possono dunque scampare al castigo? Gesù rassicura che saranno in tanti, perché ciò che agli uomini pare impossibile, a Dio, invece, tutto è possibile (anche di non credere nella sua stessa esistenza?). Zaccheo, nonostante le sue ladronerie e una parziale rinunzia alle ricchezze, può salvarsi in virtù della fede in Cristo. Ricchi e ladroni anche possono sperare la salvezza, sempreché riescano a ottenere il salvacondotto per passare attraverso la cruna della grazia divina. Se è ben accetto a Dio ridursi a vivere in povertà, di diverso avviso sono gli autori delle antiche Sacre Scritture giudaiche, per i quali i beni materiali e lo stato di benessere erano segni evidenti della divina benevolenza, un premio per i giusti (Sl 112, 3; Pr 8, 18). Dio stesso promise al suo popolo prediletto benedizioni consistenti in prosperità materiali, purché si attenesse all’osservanza dei suoi precetti (Dt 15, 6; 28, 1-14).

A chi dobbiamo dare ascolto, al dio giudaico Jahvè o a Gesù, proclamato dai suoi fedeli Figlio di Dio? A chi vuole la prosperità degli uomini sulla terra o a chi, all’opposto, predilige l’infelice povertà, elevandola a virtù, per la conquista di celestiali beatitudini? Perché dobbiamo rinunciare ai beni della terra, frutto d'onesto e duro lavoro, per agognare illusori tesori d’inesistenti luoghi paradisiaci? Perché rinunciare, senza esitare, agli affetti delle persone care per meritarci l’amore di Cristo? (Cfr. Mt 8, 21-22, 10, 37, Lc 9, 59-62, 14, 26). Perché sacrificare la singolare esistenza umana, rinchiudendosi tra mura claustrali a recitare preghiere a Dio, illusoria divinità? In che consiste il perverso ossimoro “gioia della sofferenza” d’agostiniana memoria?

Un giorno, mentre Gesù predicava, arrivarono i suoi parenti. Erano preoccupati per le dicerie che avevano sentito dire sul suo conto, perciò volevano riportarselo a casa.  Alla folla che lo circondava, spiegavano che Gesù era "uscito di senno". Neanche i suoi famigliari comprendevano il mistero inscrutabile di Cristo! (Mc 3, 20-21). Un altro giorno, vennero a cercarlo la madre e i fratelli per parlargli. Di fratelli Gesù ne aveva quattro (cfr. Mt 13, 55-56, Mc 6, 3), oltre ad alcune sorelle (i cui nomi sono riportati nell’apocrifo “Storia di Giuseppe, il falegname”). I famigliari tentarono di avvicinarsi a lui, ma ciò fu loro impedito dalla gran folla che lo circondava. Taluni informarono Gesù del loro arrivo, ma lui non si curò né della madre né tanto meno dei fratelli. Si rivolse invece alla folla per annunciare che considerava appartenente alla sua famiglia chiunque facesse la volontà del Padre, dimorante nei cieli, di cui egli era l’esclusivo interprete (Mt 12, 46-50, Mc 3, 31-35, Lc 8, 19-21). Per essere degni sudditi del celeste regno paterno, Gesù esige (Lc 9, 48; 14, 11; 18, 14; 22, 26) non solo l’abbandono dei legami famigliari (di cui aveva dato l’esempio) e lo stato di povertà (anche se questa decisione così dura può privare la famiglia di un valido sostentamento e ridurre all’accattonaggio il discepolo), ma anche l’umiltà (la rinuncia all’affermazione della propria personalità) e l’obbedienza alla fede fino al martirio (Fl 2, 6-11). Tutto ciò, però, non basta ancora. Esige altresì la purezza (la castità), la misericordia e il “buonismo” a tutti i costi, anche nei confronti di chi ci odia (Mt 19, 12; 5, 38 seg., Lc 6, 27 seg.). Provvisto di queste doti, il discepolo di Gesù può sperare di essere innalzato nei cieli e sugli altari delle chiese. Questi requisiti, in verità, sono diversi da quelli indicati da Mosè nell’A.T., dove ricchezza, potenza e prosperità erano considerati doni di Dio. Inoltre, essere fecondi e moltiplicare la specie era un dovere, come anche quello di vendicarsi dei nemici, persino invocando l’aiuto di Sabaoth, dio degli eserciti d’Israele. Solo su un punto i due santoni, Gesù e Mosè, paiono in accordo: cioè nel prodigare premi e castighi per tutti. Castighi a chi non si adegua alla volontà di Dio (sia quello gesuano, paternalistico, sia quello mosaico, geloso, iroso, bellicoso). Premi a chi si sottomette alla volontà di Dio (cioè, in realtà, a quella mosaica e a quella gesuana). Una differenza però sussiste: il dio di Mosè fa scontare le sofferenze o godere i premi durante la vita terrena (Es 23, 20-33, Lv 26, 1-46, Dt 28, 1-46); il dio Gesù, rimanda godimenti e patimenti nell’altro mondo, per un tempo illimitato. Qualche soddisfazione spirituale e materiale, non disgiunta da sofferenze (non c’è rosa senza spine), il dio gesuano ha promesso (invano) anche nell’aldiquà ai discepoli più meritevoli.

Il centurione Cornelio (At 10, 1-11, 18) era un facoltoso pagano che si prodigava in elemosine e pregava assiduamente, essendo pio e timorato di Dio (cioè di Giove, il dio adorato dai Romani). Un giorno, durante la pennichella, ebbe una visione: uno spiritello gli parlava, assicurandolo che le sue preghiere e la sua generosità avevano fatto colpo lassù (tra gli dei dell’Olimpo romano), perciò si meritava un premio. Quale? Ascoltare la “buona novella” predicata dall’apostolo Pietro. Il giorno seguente, Cornelio ordinò ai suoi servi di andare a chiamare Pietro. Questi era ospite in casa di un certo Simone, conciatore di pelli. Prima che arrivassero i servi di Cornelio, Pietro si fece preparare del cibo. Durante l’attesa, fu rapito in estasi (la fame gioca brutti scherzi). Gli apparve una tovaglia imbandita d’ogni ben di dio e udì la voce di uno spiritello che lo esortava a mangiare di tutto, senza fare complimenti. Pietro, però, vedendo sulla tavola cibi impuri (era pur sempre un ebreo, osservante delle restrizioni alimentari comandate da Jahvè), non gradì l’invito dello spiritello. La Legge, infatti, vietava di nutrirsi con cibarie considerate impure (Lv 11, 2-23; Dt 14, 3-21). La voce però insisteva, adducendo che quelle vivande non potevano essere immonde, essendo state purificate dal dio Gesù. Quando sparì la visione, Pietro riprese coscienza (e con essa, anche i morsi della fame ripresero a tormentarlo), ma rimase perplesso, non comprendendone il significato. Arrivati i servi di Cornelio, gli riferirono i desiderata del padrone. Pietro, su suggerimento dello Spirito Santo, acconsentì alla richiesta di Cornelio. Questi stava attendendolo in compagnia di parenti e amici. Appena lo vide entrare in casa, si prostrò ai suoi piedi, irritando l’apostolo, che lo invitò ad alzarsi, assicurandolo che era un uomo come lui, non un dio da adorare. Pur essendo un giudeo, e come tale non avrebbe potuto legarsi a uno straniero, Pietro, illuminato dallo Spirito Santo nella comprensione della visione, spiegò a Cornelio che Dio (bontà sua) gli aveva insegnato che i pagani non erano esseri immondi. Potevano dunque anche loro beneficiare dell’ascolto della “buona novella”. Ci penserà poi Paolo, l’apostolo delle genti per comando divino, a convertire i pagani.

Il concetto di confine per gli ebrei non aveva valenza solamente geografica, circoscritta al territorio soggetto alla protezione del dio israelitico, che ne garantiva l’inviolabilità e l’incolumità. Jahvè “ab antiquo” aveva legittimato l’eletto popolo giudaico a soggiornare in quella terra che aveva loro promesso in proprietà esclusiva. Il confine, quindi, aveva anche una valenza tipica di una società chiusa, in quanto delimitava l’esclusiva appartenenza (etnica, sociale, religiosa) degli ebrei al loro Dio nazionale. Da quel fatidico giorno della visione di Pietro, avendo Dio cambiato opinione riguardo ai confini d’Israele, il Vangelo poté essere predicato anche ai pagani. Nel bel mezzo della predica pietrina avvenne un prodigio: lo Spirito Santo discese dall’alta dimora e illuminò le cellule grigie degli astanti, che cominciarono a parlare in lingue diverse, trasformando la casa di Cornelio in una babele. Esaltati dallo Spirito, tutti magnificarono la potenza di Dio, sbalordendo i “circoncisi” giudei, venuti con Pietro, che vedevano attuarsi anche sui pagani l’effusione dei doni dello Spirito Santo. Appena terminò il fenomeno di xenoglossia, Pietro ordinò di battezzare i pagani, i quali, esultanti, inneggiarono l’alleluia. Convertito al cristianesimo di là da venire, il ricco Cornelio non rinunciò al possesso del suo patrimonio. Del resto, elargiva elemosine ai poveri e ciò bastava per entrare nel regno dei cieli, vivaddio!

Giuseppe d’Arimatea, che curò la sepoltura di Gesù, deponendone la salma nel sepolcro di sua proprietà, si fece suo discepolo, pur essendo un uomo ricco (Mt 27, 57-60; Mc 15,42-46; Lc 23, 50-53; Gv 19, 38-42). Episodi leggendari su questo discepolo si leggono nei libri apocrifi e nella mitizzata letteratura medievale del “ciclo arturiano”. Per lui, come per altri ricchi discepoli di Gesù, non valeva la regola di rinunciare ai beni della vita terrena per guadagnarsi il premio di quella celeste ed eterna? Sono queste delle eccezioni che confermano la regola? Una regola che dovevano abbracciare, senza riserve, solamente i fedelissimi (ma non sempre) apostoli? Del resto, a ricompensa della loro abnegazione, Gesù promise doni straordinari, centuplicandoli. Dodici troni, “a latere” del suo scranno glorioso, erano già stati apprestati per loro nel regno celeste. Là un giorno si sarebbero assisi, redivivi, per giudicare le (mitiche) dodici tribù d’Israele. Quest’illusoria promessa, forse, serviva a ripagarli per le umiliazioni che avrebbero dovuto subire nel mondo. Quanto alle altre tribù umane, sparse per l’ecumene, esse troveranno nell’aldilà l’ebreo Gesù cristianizzato, giudice inflessibile, che si pronuncerà sulle loro malefatte mediante inappellabile giudizio.

Gesù, contestatore dell’ordine mosaico, disceso dalle stelle, nato in una stalla, rifiutato dal popolo eletto, volse lo sguardo alle genti pagane, alle quali inviò i suoi missionari, soprattutto il tenace Paolo, ad annunciare la “buona novella”. La setta ebraica dei nazareni si trasformò, nel tempo, nella Chiesa dei cristiani e in quella più potente dei cattolici apostolici romani. Costoro divennero testimoni, esegeti, manipolatori della parola di chi, bontà sua, nulla scrisse. La dottrina gesuana è stata tramandata ai posteri con dovizia di notizie leggendarie, contraddittorie, inattendibili e fantasiose speculazioni teologiche. La fede nella cristiana dottrina appare del tutto inaffidabile, salvo crederci per grazia ricevuta. Giova rammentare, in proposito, che la cieca fede nelle parole del Vangelo, tramandato e manipolato dalla Chiesa, rende gli uomini servi delle menzogne del clero.      


Lucio Apulo Daunio


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