IL SENTIMENTO RELIGIOSO NELL’ANTICA GRECIA
La religione
dei primordi del popolo greco fu un culto delle forze naturali, immaginate come
potenze spirituali, libere e indipendenti, che governavano l’ordine e le leggi
della natura ed esercitavano la loro autorità anche nella vita degli uomini.
Così la natura, che fa germogliare e fruttificare le piante e dà alimento agli
uomini e alle bestie, fu personificata in Demetra, dea dell’agricoltura,
istitutrice dell’ordine sociale, legislatrice delle norme morali. Omero, e poi
Esiodo, furono assieme ad altri poeti minori quelli che contribuirono a formare
una nuova coscienza religiosa nazionale, predominante rispetto ai vari
localismi. Nelle loro “teogonie”, alle forze primordiali della natura,
personificate in Crono, Rea e i selvaggi Titani, sostituirono le divinità
olimpiche, tutrici dell’ordine, del diritto, della legge, vittoriose nella
lotta contro le potenze primordiali. Zeus, dio supremo, dopo aver conquistato
la signoria dell’universo, divise il dominio del mondo con i fratelli Poseidone
(signore delle acque) e Ade (signore del regno sotterraneo, popolato dai
defunti), relegando i Titani nel profondo Tartaro (luogo dell’Ade destinato ad
accogliere i malvagi). Così, agli dei delle tenebre e della morte, i poeti
opposero gli dei della luce e della vita. Dopo la gloriosa guerra dei greci
contro i Persiani, ebbe inizio, con la guerra del Peloponneso, sia la rovina
politica della Grecia sia la generale decadenza della religione e dei costumi,
cui contribuirono il dubbio filosofico e la superstizione propagata dalle sette
misteriche.
Il sentimento
religioso dell’antico popolo greco si manifestava nel bisogno di propiziarsi la
divinità, invocando la sua protezione dai mali e dai pericoli della vita,
ringraziandola dei favori ricevuti con offerte e sacrifici. Il culto divino si
svolgeva ritualmente in determinati luoghi, aperti o chiusi, in cui vi fosse un
altare, un recinto sacro, un tempio. L’altare (ara) era generalmente costituito
da un cumulo di pietre su cui si disponevano offerte o s’immolavano animali. Altari
artisticamente lavorati furono costruiti per le maggiori divinità, come quelli
celebri consacrati a Zeus, l’uno in Olimpia e l’altro a Pergamo (capolavoro
dell’arte ellenica, comprendente la Gigantomachia in altorilievo, ricostruita
nel museo di Berlino). Rinomanza godette anche l’altare di Apollo in Delo.
Modesti erano invece le are consacrate al culto degli eroi divinizzati. Per gli
dei inferi si scavavano fosse nelle quali si faceva scolare il sangue delle
vittime immolate. Il sacro recinto, che circondava l’altare o il tempio, era
inviolabile e assicurava il diritto d’asilo a chi si rifugiava nel suo ambito.
Era considerata empietà offendere o trarre con la forza chi trovava protezione
nel luogo sacro. L’inviolabilità dello spazio sacro rendeva affidabile il
deposito di oro, argento e grosse somme di denaro, oltre i preziosi doni dei
fedeli ivi custoditi. Il tempio era generalmente costruito sull’acropoli delle
città (famosa quella di Atene). Il tempio greco, di forma rettangolare, ornato
da colonne, artistici fregi e sculture dipinte, aveva la porta d’ingresso volta
verso oriente. Nel tempio era collocato un locale particolarmente sacro,
accessibile esclusivamente ai sacerdoti. Sull’ingresso del sacro recinto, che
circondava il tempio, stavano recipienti d’acqua benedetta per fare le rituali
abluzioni e purificazioni. Lungo le pareti del tempio erano appesi i doni
votivi per ricordare le grazie richieste e avute dalla divinità. Offerte
preziose riguardavano tripodi, vasi e statuette d’oro, d’argento e di bronzo.
Celebre era il tempio (Partenone) edificato sull’Acropoli di Atene, contenente
la colossale statua della dea Atena. Nel tempio di Estia la dea era
rappresentata dal fuoco perpetuamente acceso. Alle cure del tempio e al culto
della divinità erano adibiti i sacerdoti o le sacerdotesse, che erano semplici
addetti al servizio sacro (non una casta). La religione greca, pur essendo
considerata una pubblica istituzione, non aveva un clero istituzionalizzato
come ceto, né dogmi di fede imposti da un’autorità superiore. Le pubbliche
funzioni religiose erano svolte direttamente dai re o dai principi, senza
l’intervento dei sacerdoti; quelle private, dai capifamiglia. L’autorità
riguardo ai miti, su cui si fondava il sentimento religioso, era affidata ai poeti
e ai filosofi. Le credenze religiose erano libere, cioè si poteva anche non
credere agli dei. Tuttavia, era severamente punito chi dileggiava la religione.
Protagora, filosofo iniziatore della sofistica, e Anassagora, il filosofo più
intelligente prima di Platone (così fu definito da Aristotele), furono accusati
di empietà e condannati all’esilio. Socrate, invece, accusato di empietà,
accettò la condanna a morte.
I greci
interpretavano i fenomeni naturali come manifestazioni della volontà degli dei
e della loro benevolenza o sdegno. La superstizione popolare ampliò i segni
della manifestazione della volontà divina, aggiungendo ai segni dedotti dai
fenomeni naturali, i sogni, le voci udite a caso, il volo o il canto degli
uccelli, l’esame dei visceri degli animali immolati, e altri simili presagi.
L’interpretazione di tutti questi segni fu demandata a una categoria di
esperti, i vati, che svilupparono l’arte della divinazione (c.d. “mantica”,
suddivisa in varie branche: veggenza, oniromanzia, ornitomanzia, necromanzia,
mantica oracolare, ecc.). Oracoli famosi erano quelli di Zeus a Dodona,
nell’Epiro, e di Apollo a Delfi, nella Focide. Vati famosi di epoca omerica
furono Calcante, sacerdote di Apollo, l’indovino Tiresia e la profetessa
Cassandra.
Le preghiere,
singole o collettive di tutto il popolo, frammiste a canti rituali (threnos, peana, ditirambi, inni) e
danze, accompagnavano le offerte e i sacrifici delle vittime immolate e arse
sulle are. L’ecatombe era un eccezionale sacrificio che consisteva nell’uccisione
di cento buoi. Degli animali sacrificati era arsa solamente la parte meno
commestibile. Nei tempi più antichi era uso fare sacrifici umani. Eretteo, re
di Atene, sacrificò (secondo il mito) una delle sue figlie per conseguire la
vittoria militare contro gli Eleusini. Agamennone, per favorire la partenza
della flotta greca verso Troia, sacrificò la figlia Ifigenia (secondo il mito,
fu salvata dalla dea Artemide, che la sostituì con un cervo). Pirro, figlio di
Achille, immolò sulla tomba del padre Pollissena, figlia di Priamo. Temistocle
(secondo Plutarco), prima della battaglia di Salamina, sacrificò a Dioniso tre
prigionieri persiani. Secondo Lattanzio, nell’isola di Cipro i sacrifici umani
furono aboliti solo durante il regno di Adriano.
I santuari
oracolari erano sparsi in tutte le provincie della Grecia. Erano collocati in
luoghi appartati e silenziosi, lontani dai centri abitati. A Zeus, presso
l’oracolo di Dodona, in Epiro, era consacrata una vetusta quercia. Dai rumori
dei suoi rami e delle sue foglie scosse dal vento le sacerdotesse (dette le
“Vecchie”) interpretavano i supposti responsi del Dio. Famoso era l’oracolo di
Zeus Ammone in Libia, presso l’oasi di Siwa, nelle vicinanze della colonia
greca di Cirene. Ancora più importante divenne l’oracolo di Apollo a Delfi,
nella Focide. Attorno al santuario, entro il sacro recinto, furono costruiti
altri fabbricati, dove si custodivano i ricchi doni consacrati al Dio offerti
dai vari stati della Grecia. Delfo era considerato centro del mondo allora conosciuto.
Sulla porta del tempio era scolpita la nota sentenza “conosci te stesso” (cioè
sii consapevole dei tuoi limiti). All’interno, nella parte più riposta e
segreta, c’era una spaccatura del terreno esalante vapori sulfurei, da cui le
sacerdotesse (dette “Pitonesse”) ricavavano i responsi del Dio. Questi erano
opportunamente interpretati dai sacerdoti addetti al tempio, che li redigevano
in versi esametri, spesso oscuri o ambigui, in modo che l’interrogante trovasse
la risposta che cercava. I responsi oracolari potevano essere consultati
solamente in date prefissate di ogni mese. I richiedenti dovevano offrire doni
cospicui per ottenere il responso del dio. L’influenza esercita dall’oracolo di
Delfo non fu solamente religiosa, ma anche politica. Le sue immense ricchezze
lo esposero nel corso degli anni a parecchi saccheggi. L’oracolo fu soppresso
dall’imperatore Teodosio nell’anno 394 d.C.
Accanto
all’espressione religiosa olimpica, fiorirono in Grecia le religioni
misteriche. In auge, ai tempi dei Diadochi (i generali succeduti ad Alessandro
Magno), furono i Misteri di Samotracia (isola del mare Egeo, di fronte alla
Tracia), dediti al culto degli dei ctonici, i c.d. Cabiri, sacri a Dioniso. I
Misteri di Eleusi (cittadina distante due miglia da Atene e collegata a essa
tramite una Via Sacra) erano consacrati a Demetra. Nel corso dell’anno si
celebravano due festività: in primavera, i misteri minori (Piccole Eleusinie),
in autunno, quelli maggiori (Grandi Eleusinie). I sacri segreti erano impartiti
agli iniziati (vi erano più gradi d’iniziazione), dopo che avevano trascorso un
austero periodo di purificazione e aver ricevuto una rigida preparazione
ascetica. Lo scopo degli iniziati era di ottenere la speranza di una vita
nell’aldilà, oltre l'umana, liberandosi dal timore della morte. Un larghissimo
seguito ebbero anche i Misteri degli Orfici, dal nome di un mitico sacerdote di
Dioniso Zagreo (figlio di Zeus e di Persefone), che si chiamava Orfeo, capo
della mistica setta. La dottrina orfica si opponeva alla teologia omerica e
alla sua credenza inerente allo stato delle anime dopo la morte (considerate
come mere ombre vaganti nel regno eterno delle tenebre). Solamente pochi eroi,
amati dagli dei, potevano aspirare, secondo la teologia omerica, alla beatitudine
nei Campi Elisi, dopo la morte. Per gli Orfici, invece, anche le anime
reincarnatesi per tre volte e vissute immune da colpe, mediante riti espiatori
e forme di consacrazione, potevano ambire ai Campi Elisi.
Quanto a
festività, Atene primeggiava tra le città greche. Frequenti erano nel corso
dell’anno i giorni festivi, celebrati con solenni sacrifici e sontuose
processioni, accompagnate da canti e danze. Oltre le feste periodiche annuali,
altre ricorrevano con scadenze più lunghe, di quattro o cinque anni. Le
Panatenee, celebrate tra luglio e agosto in onore di Atena, erano le più
antiche feste popolari, ricorrenti, le “piccole”, ogni anno e le “grandi”, ogni
quinquennio. Le “grandi” si svolgevano in forma grandiosa, allestendo
spettacoli ginnici, musicali (nell’Odeon), ippici, trattenimenti letterari e
cerimonie sfarzose, che attiravano forestieri da ogni parte della Grecia. Il
premio dato ai vincitori delle gare, oltre l’ambito applauso del pubblico, era
una ghirlanda di rami presi dal sacro olivo sull’Acropoli e un vaso d’olio
spremuto dalle olive del sacro albero. L’aspetto caratteristico della festa
religiosa consisteva nella processione del peplo, tessuto dalle nobili
ateniesi, ricamato con episodi della Gigantomachia, donato alla dea Atena nel
suo tempio (Partenone) sull’Acropoli. La festa terminava con il grandioso
sacrificio dell’ecatombe, seguito da pubblici e privati banchetti.
La più solenne
ricorrenza religiosa di Atene in onore di Demetra era la festa Eleusinia,
durante la quale era bandita una tregua generale (sospensione di ogni forma di
guerra) per favorire l’arrivo dei forestieri. Le Tesmoforie, festa in onore di
Demetra “tesmofora” (cioè, legislatrice dell’ordine sociale, giacché supposta
istitutrice del vivere civile, delle nozze legittime e dell’agricoltura), era
riservata alle donne sia libere sia maritate, ma interdetta agli uomini. Altre
importanti feste erano le Dionisiache, in onore di Dioniso, a carattere
orgiastico. Le Piccole Dionisiache o rurali (celebrate in campagna) si svolgevano
nel mese di Dicembre. Erano caratterizzate dalla processione, detta
“Falloforia”, in cui si trasportavano enormi falli di legno e si pregava per la
fertilità dei campi. In pieno inverno si celebravano le Lenee, dedicate a
Dioniso Leneo, rallegrate da bevute di vino nuovo, canti di cori ditirambici
spigliati, danze. Durante la festa si svolgevano anche agoni comici e poetici.
Le Antesterie erano celebrate nel mese di marzo, quando si aprivano le botti
per assaggiare il vino nuovo e offrirlo al dio Dioniso (mediante libagione).
Nel mese seguente si celebravano in città le Grandi Dionisie o urbane,
caratterizzate da agoni tragici e componimenti lirici e musicali. Dai misteri
dionisiaci sarebbe originata la tragedia, come evoluzione del ditirambo
satiresco (canto per il sacrificio del capro offerto alla divinità).
Oltre le feste
locali, cittadine, si celebravano quattro grandi feste nazionali: le Olimpie
(istituite, secondo una mitica credenza, da Eracle) e le Pitiche (istituite da
Apollo), ricorrenti ogni quattro anni; le Nemee (istituite dai sette eroi che
mossero guerra a Tebe) e le Istmiche (dedicate a Poseidone), ricorrenti ogni
due anni. Alle feste partecipavano tutti gli stati della Grecia e le colonie
dell’Asia Minore, della Magna Grecia e di Cirene. Gli stranieri potevano
assistere come spettatori. Durante le feste nazionali vigeva la tregua delle
armi e delle guerre, al fine di consentire la libera e sicura partecipazione di
tutti i greci. Le violenze commesse durante la sacra tregua erano considerate grave
empietà e i colpevoli severamente puniti. La festa religiosa, caratterizzata da
sacrifici e processione, si completava con agoni ginnici e musicali.
Le Olimpie si
celebravano tra giugno e luglio nella spianata di Olimpia, presso il monte
Olimpo, nell’Elide (Peloponneso). Famoso a Olimpia era il grandioso tempio
dedicato a Zeus e la colossale statua del dio, d’oro e d’avorio, capolavoro di
Fidia. Altri monumenti abbellivano il luogo. Lo stadio, l’ippodromo e il
ginnasio erano i luoghi adibiti alle gare sportive. A queste si aggiunsero in
seguito le gare letterarie. Gli eroi vincitori delle gare erano celebrati dai
poeti (come Pindaro, Simonide di Ceo, Bacchlide) con epinici (canti di
vittoria).
Le Pitiche in
onore di Apollo erano celebrate nella sacra pianura ai piedi del monte Parnaso,
presso l’oracolo di Delfi. La festa religiosa si completava con gare musicali e
letterarie; in seguito si aggiunsero le gare sportive. I giochi Pitici, ai
quali prendeva parte tutta la Grecia, si svolgevano in estate.
Le Nemee si
svolgevano nell’omonima valle dell’Argolide, presso il bosco sacro, dove si
trovava il santuario di Zeus Nemeo.
Le Istmiche si
celebravano in un bosco di pini, sacro al dio Poseidone, nei pressi dell’istmo
di Corinto.
Con
l’affermazione del cristianesimo, tutte le feste nazionali della Grecia furono
abrogate dall’imperatore Teodosio nell’anno 394.
Per approfondimenti, si
rimanda alla seguente bibliografia
BURKERT WALTER, La religione
greca di epoca arcaica e classica
GRAF FRITZ, Il mito in Grecia
GRIMAL PIERRE, La mitologia greca
KERENYI KAROLY, Gli dei e gli
eroi della Grecia; Miti e misteri
OTTO WALTER F., L’immagine del
divino nello specchio dello spirito greco
SABBATUCCI DARIO, Il misticismo
greco
VERNANT JEAN-PIERRE, Mito e
società nell’antica Grecia; Mito e religione nell’antica Grecia
VIGILIO INAMA, Antichità greche
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