martedì 12 luglio 2011


IL SENTIMENTO RELIGIOSO NELL’ANTICA GRECIA


La religione dei primordi del popolo greco fu un culto delle forze naturali, immaginate come potenze spirituali, libere e indipendenti, che governavano l’ordine e le leggi della natura ed esercitavano la loro autorità anche nella vita degli uomini. Così la natura, che fa germogliare e fruttificare le piante e dà alimento agli uomini e alle bestie, fu personificata in Demetra, dea dell’agricoltura, istitutrice dell’ordine sociale, legislatrice delle norme morali. Omero, e poi Esiodo, furono assieme ad altri poeti minori quelli che contribuirono a formare una nuova coscienza religiosa nazionale, predominante rispetto ai vari localismi. Nelle loro “teogonie”, alle forze primordiali della natura, personificate in Crono, Rea e i selvaggi Titani, sostituirono le divinità olimpiche, tutrici dell’ordine, del diritto, della legge, vittoriose nella lotta contro le potenze primordiali. Zeus, dio supremo, dopo aver conquistato la signoria dell’universo, divise il dominio del mondo con i fratelli Poseidone (signore delle acque) e Ade (signore del regno sotterraneo, popolato dai defunti), relegando i Titani nel profondo Tartaro (luogo dell’Ade destinato ad accogliere i malvagi). Così, agli dei delle tenebre e della morte, i poeti opposero gli dei della luce e della vita. Dopo la gloriosa guerra dei greci contro i Persiani, ebbe inizio, con la guerra del Peloponneso, sia la rovina politica della Grecia sia la generale decadenza della religione e dei costumi, cui contribuirono il dubbio filosofico e la superstizione propagata dalle sette misteriche.

Il sentimento religioso dell’antico popolo greco si manifestava nel bisogno di propiziarsi la divinità, invocando la sua protezione dai mali e dai pericoli della vita, ringraziandola dei favori ricevuti con offerte e sacrifici. Il culto divino si svolgeva ritualmente in determinati luoghi, aperti o chiusi, in cui vi fosse un altare, un recinto sacro, un tempio. L’altare (ara) era generalmente costituito da un cumulo di pietre su cui si disponevano offerte o s’immolavano animali. Altari artisticamente lavorati furono costruiti per le maggiori divinità, come quelli celebri consacrati a Zeus, l’uno in Olimpia e l’altro a Pergamo (capolavoro dell’arte ellenica, comprendente la Gigantomachia in altorilievo, ricostruita nel museo di Berlino). Rinomanza godette anche l’altare di Apollo in Delo. Modesti erano invece le are consacrate al culto degli eroi divinizzati. Per gli dei inferi si scavavano fosse nelle quali si faceva scolare il sangue delle vittime immolate. Il sacro recinto, che circondava l’altare o il tempio, era inviolabile e assicurava il diritto d’asilo a chi si rifugiava nel suo ambito. Era considerata empietà offendere o trarre con la forza chi trovava protezione nel luogo sacro. L’inviolabilità dello spazio sacro rendeva affidabile il deposito di oro, argento e grosse somme di denaro, oltre i preziosi doni dei fedeli ivi custoditi. Il tempio era generalmente costruito sull’acropoli delle città (famosa quella di Atene). Il tempio greco, di forma rettangolare, ornato da colonne, artistici fregi e sculture dipinte, aveva la porta d’ingresso volta verso oriente. Nel tempio era collocato un locale particolarmente sacro, accessibile esclusivamente ai sacerdoti. Sull’ingresso del sacro recinto, che circondava il tempio, stavano recipienti d’acqua benedetta per fare le rituali abluzioni e purificazioni. Lungo le pareti del tempio erano appesi i doni votivi per ricordare le grazie richieste e avute dalla divinità. Offerte preziose riguardavano tripodi, vasi e statuette d’oro, d’argento e di bronzo. Celebre era il tempio (Partenone) edificato sull’Acropoli di Atene, contenente la colossale statua della dea Atena. Nel tempio di Estia la dea era rappresentata dal fuoco perpetuamente acceso. Alle cure del tempio e al culto della divinità erano adibiti i sacerdoti o le sacerdotesse, che erano semplici addetti al servizio sacro (non una casta). La religione greca, pur essendo considerata una pubblica istituzione, non aveva un clero istituzionalizzato come ceto, né dogmi di fede imposti da un’autorità superiore. Le pubbliche funzioni religiose erano svolte direttamente dai re o dai principi, senza l’intervento dei sacerdoti; quelle private, dai capifamiglia. L’autorità riguardo ai miti, su cui si fondava il sentimento religioso, era affidata ai poeti e ai filosofi. Le credenze religiose erano libere, cioè si poteva anche non credere agli dei. Tuttavia, era severamente punito chi dileggiava la religione. Protagora, filosofo iniziatore della sofistica, e Anassagora, il filosofo più intelligente prima di Platone (così fu definito da Aristotele), furono accusati di empietà e condannati all’esilio. Socrate, invece, accusato di empietà, accettò la condanna a morte.

I greci interpretavano i fenomeni naturali come manifestazioni della volontà degli dei e della loro benevolenza o sdegno. La superstizione popolare ampliò i segni della manifestazione della volontà divina, aggiungendo ai segni dedotti dai fenomeni naturali, i sogni, le voci udite a caso, il volo o il canto degli uccelli, l’esame dei visceri degli animali immolati, e altri simili presagi. L’interpretazione di tutti questi segni fu demandata a una categoria di esperti, i vati, che svilupparono l’arte della divinazione (c.d. “mantica”, suddivisa in varie branche: veggenza, oniromanzia, ornitomanzia, necromanzia, mantica oracolare, ecc.). Oracoli famosi erano quelli di Zeus a Dodona, nell’Epiro, e di Apollo a Delfi, nella Focide. Vati famosi di epoca omerica furono Calcante, sacerdote di Apollo, l’indovino Tiresia e la profetessa Cassandra.

Le preghiere, singole o collettive di tutto il popolo, frammiste a canti rituali (threnos, peana, ditirambi, inni) e danze, accompagnavano le offerte e i sacrifici delle vittime immolate e arse sulle are. L’ecatombe era un eccezionale sacrificio che consisteva nell’uccisione di cento buoi. Degli animali sacrificati era arsa solamente la parte meno commestibile. Nei tempi più antichi era uso fare sacrifici umani. Eretteo, re di Atene, sacrificò (secondo il mito) una delle sue figlie per conseguire la vittoria militare contro gli Eleusini. Agamennone, per favorire la partenza della flotta greca verso Troia, sacrificò la figlia Ifigenia (secondo il mito, fu salvata dalla dea Artemide, che la sostituì con un cervo). Pirro, figlio di Achille, immolò sulla tomba del padre Pollissena, figlia di Priamo. Temistocle (secondo Plutarco), prima della battaglia di Salamina, sacrificò a Dioniso tre prigionieri persiani. Secondo Lattanzio, nell’isola di Cipro i sacrifici umani furono aboliti solo durante il regno di Adriano.

I santuari oracolari erano sparsi in tutte le provincie della Grecia. Erano collocati in luoghi appartati e silenziosi, lontani dai centri abitati. A Zeus, presso l’oracolo di Dodona, in Epiro, era consacrata una vetusta quercia. Dai rumori dei suoi rami e delle sue foglie scosse dal vento le sacerdotesse (dette le “Vecchie”) interpretavano i supposti responsi del Dio. Famoso era l’oracolo di Zeus Ammone in Libia, presso l’oasi di Siwa, nelle vicinanze della colonia greca di Cirene. Ancora più importante divenne l’oracolo di Apollo a Delfi, nella Focide. Attorno al santuario, entro il sacro recinto, furono costruiti altri fabbricati, dove si custodivano i ricchi doni consacrati al Dio offerti dai vari stati della Grecia. Delfo era considerato centro del mondo allora conosciuto. Sulla porta del tempio era scolpita la nota sentenza “conosci te stesso” (cioè sii consapevole dei tuoi limiti). All’interno, nella parte più riposta e segreta, c’era una spaccatura del terreno esalante vapori sulfurei, da cui le sacerdotesse (dette “Pitonesse”) ricavavano i responsi del Dio. Questi erano opportunamente interpretati dai sacerdoti addetti al tempio, che li redigevano in versi esametri, spesso oscuri o ambigui, in modo che l’interrogante trovasse la risposta che cercava. I responsi oracolari potevano essere consultati solamente in date prefissate di ogni mese. I richiedenti dovevano offrire doni cospicui per ottenere il responso del dio. L’influenza esercita dall’oracolo di Delfo non fu solamente religiosa, ma anche politica. Le sue immense ricchezze lo esposero nel corso degli anni a parecchi saccheggi. L’oracolo fu soppresso dall’imperatore Teodosio nell’anno 394 d.C.

Accanto all’espressione religiosa olimpica, fiorirono in Grecia le religioni misteriche. In auge, ai tempi dei Diadochi (i generali succeduti ad Alessandro Magno), furono i Misteri di Samotracia (isola del mare Egeo, di fronte alla Tracia), dediti al culto degli dei ctonici, i c.d. Cabiri, sacri a Dioniso. I Misteri di Eleusi (cittadina distante due miglia da Atene e collegata a essa tramite una Via Sacra) erano consacrati a Demetra. Nel corso dell’anno si celebravano due festività: in primavera, i misteri minori (Piccole Eleusinie), in autunno, quelli maggiori (Grandi Eleusinie). I sacri segreti erano impartiti agli iniziati (vi erano più gradi d’iniziazione), dopo che avevano trascorso un austero periodo di purificazione e aver ricevuto una rigida preparazione ascetica. Lo scopo degli iniziati era di ottenere la speranza di una vita nell’aldilà, oltre l'umana, liberandosi dal timore della morte. Un larghissimo seguito ebbero anche i Misteri degli Orfici, dal nome di un mitico sacerdote di Dioniso Zagreo (figlio di Zeus e di Persefone), che si chiamava Orfeo, capo della mistica setta. La dottrina orfica si opponeva alla teologia omerica e alla sua credenza inerente allo stato delle anime dopo la morte (considerate come mere ombre vaganti nel regno eterno delle tenebre). Solamente pochi eroi, amati dagli dei, potevano aspirare, secondo la teologia omerica, alla beatitudine nei Campi Elisi, dopo la morte. Per gli Orfici, invece, anche le anime reincarnatesi per tre volte e vissute immune da colpe, mediante riti espiatori e forme di consacrazione, potevano ambire ai Campi Elisi.

Quanto a festività, Atene primeggiava tra le città greche. Frequenti erano nel corso dell’anno i giorni festivi, celebrati con solenni sacrifici e sontuose processioni, accompagnate da canti e danze. Oltre le feste periodiche annuali, altre ricorrevano con scadenze più lunghe, di quattro o cinque anni. Le Panatenee, celebrate tra luglio e agosto in onore di Atena, erano le più antiche feste popolari, ricorrenti, le “piccole”, ogni anno e le “grandi”, ogni quinquennio. Le “grandi” si svolgevano in forma grandiosa, allestendo spettacoli ginnici, musicali (nell’Odeon), ippici, trattenimenti letterari e cerimonie sfarzose, che attiravano forestieri da ogni parte della Grecia. Il premio dato ai vincitori delle gare, oltre l’ambito applauso del pubblico, era una ghirlanda di rami presi dal sacro olivo sull’Acropoli e un vaso d’olio spremuto dalle olive del sacro albero. L’aspetto caratteristico della festa religiosa consisteva nella processione del peplo, tessuto dalle nobili ateniesi, ricamato con episodi della Gigantomachia, donato alla dea Atena nel suo tempio (Partenone) sull’Acropoli. La festa terminava con il grandioso sacrificio dell’ecatombe, seguito da pubblici e privati banchetti.

La più solenne ricorrenza religiosa di Atene in onore di Demetra era la festa Eleusinia, durante la quale era bandita una tregua generale (sospensione di ogni forma di guerra) per favorire l’arrivo dei forestieri. Le Tesmoforie, festa in onore di Demetra “tesmofora” (cioè, legislatrice dell’ordine sociale, giacché supposta istitutrice del vivere civile, delle nozze legittime e dell’agricoltura), era riservata alle donne sia libere sia maritate, ma interdetta agli uomini. Altre importanti feste erano le Dionisiache, in onore di Dioniso, a carattere orgiastico. Le Piccole Dionisiache o rurali (celebrate in campagna) si svolgevano nel mese di Dicembre. Erano caratterizzate dalla processione, detta “Falloforia”, in cui si trasportavano enormi falli di legno e si pregava per la fertilità dei campi. In pieno inverno si celebravano le Lenee, dedicate a Dioniso Leneo, rallegrate da bevute di vino nuovo, canti di cori ditirambici spigliati, danze. Durante la festa si svolgevano anche agoni comici e poetici. Le Antesterie erano celebrate nel mese di marzo, quando si aprivano le botti per assaggiare il vino nuovo e offrirlo al dio Dioniso (mediante libagione). Nel mese seguente si celebravano in città le Grandi Dionisie o urbane, caratterizzate da agoni tragici e componimenti lirici e musicali. Dai misteri dionisiaci sarebbe originata la tragedia, come evoluzione del ditirambo satiresco (canto per il sacrificio del capro offerto alla divinità).

Oltre le feste locali, cittadine, si celebravano quattro grandi feste nazionali: le Olimpie (istituite, secondo una mitica credenza, da Eracle) e le Pitiche (istituite da Apollo), ricorrenti ogni quattro anni; le Nemee (istituite dai sette eroi che mossero guerra a Tebe) e le Istmiche (dedicate a Poseidone), ricorrenti ogni due anni. Alle feste partecipavano tutti gli stati della Grecia e le colonie dell’Asia Minore, della Magna Grecia e di Cirene. Gli stranieri potevano assistere come spettatori. Durante le feste nazionali vigeva la tregua delle armi e delle guerre, al fine di consentire la libera e sicura partecipazione di tutti i greci. Le violenze commesse durante la sacra tregua erano considerate grave empietà e i colpevoli severamente puniti. La festa religiosa, caratterizzata da sacrifici e processione, si completava con agoni ginnici e musicali.

Le Olimpie si celebravano tra giugno e luglio nella spianata di Olimpia, presso il monte Olimpo, nell’Elide (Peloponneso). Famoso a Olimpia era il grandioso tempio dedicato a Zeus e la colossale statua del dio, d’oro e d’avorio, capolavoro di Fidia. Altri monumenti abbellivano il luogo. Lo stadio, l’ippodromo e il ginnasio erano i luoghi adibiti alle gare sportive. A queste si aggiunsero in seguito le gare letterarie. Gli eroi vincitori delle gare erano celebrati dai poeti (come Pindaro, Simonide di Ceo, Bacchlide) con epinici (canti di vittoria).

Le Pitiche in onore di Apollo erano celebrate nella sacra pianura ai piedi del monte Parnaso, presso l’oracolo di Delfi. La festa religiosa si completava con gare musicali e letterarie; in seguito si aggiunsero le gare sportive. I giochi Pitici, ai quali prendeva parte tutta la Grecia, si svolgevano in estate.

Le Nemee si svolgevano nell’omonima valle dell’Argolide, presso il bosco sacro, dove si trovava il santuario di Zeus Nemeo.

Le Istmiche si celebravano in un bosco di pini, sacro al dio Poseidone, nei pressi dell’istmo di Corinto.

Con l’affermazione del cristianesimo, tutte le feste nazionali della Grecia furono abrogate dall’imperatore Teodosio nell’anno 394.

        Lucio Apulo Daunio

Per approfondimenti, si rimanda alla seguente bibliografia

BURKERT WALTER, La religione greca di epoca arcaica e classica

GRAF FRITZ, Il mito in Grecia

GRIMAL PIERRE, La mitologia greca

KERENYI KAROLY, Gli dei e gli eroi della Grecia; Miti e misteri

OTTO WALTER F., L’immagine del divino nello specchio dello spirito greco

SABBATUCCI DARIO, Il misticismo greco

VERNANT JEAN-PIERRE, Mito e società nell’antica Grecia; Mito e religione nell’antica Grecia

VIGILIO INAMA, Antichità greche

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