IL TIMORE
DELLA MORTE
Il timore
della morte ha generato la speranza di una vita futura, immortale, di eterna
beatitudine. Le antiche pratiche misteriche cercavano di esorcizzare gli
iniziati dalla morte, garantendogli uno stato di vita felice nell’altro mondo
(come i misteri eleusini) e offrendogli un assaggio preliminare nel nostro
mondo (come avveniva durante i baccanali dei misteri dionisiaci). I misteri
orfici elevavano la natura umana a dignità divina e sancivano il diritto
dell’uomo a un destino felice. I cristiani sperano, in virtù della fede in Dio,
che ciò che non possono ottenere in questo mondo, potranno possederlo
nell’altro. La speranza cristiana rende possibile esaudire nel futuro i
desideri impossibili da realizzare nel presente. Questa ottimistica illusione
consola il fedele dalle avversità quotidiane. Il fatto che una fede religiosa
ha effetti positivi sulla vita di una persona credente, ciò non prova la sua
veridicità. La via cristiana da percorrere, per la conquista del regno di Dio,
è quella della rettitudine dedotta dal Vangelo. E’ una via marchiata dalla
sofferenza, in espiazione dei peccati. La virtù cristiana deve conformarsi non
solo al Vangelo del Cristo Gesù, ma soprattutto alle risoluzioni della Chiesa,
che presume d’essere illuminata dallo Spirito Santo (At 15,28), terza ipostasi
di un dio trino, invenzione del cristianesimo. La via retta, che deve
fattivamente percorrere il cristiano, consiste nella sottomissione alla
tirannia di un credo, ai valori imposti da una casta sacerdotale e da un
sovrano assoluto, pontefice massimo, in materia di fede e di morale. La Chiesa
si proclama maestra di rettitudine, di giustizia e di certezze desunte dalle
verità di fede, supposte rivelate dallo spirito di Dio, del quale il suo
infallibile vicario sulla terra crede di ricevere ispirazione quando deve
imporre i suoi “diktat” in materia di diritto divino. Il Papa, sempre
aggiornato dalle informative dell'altro mondo, è l’unico indiscusso interprete
della sacra parola dell'Altissimo, fondamento della fede cristiana, pietrificata
nella dogmatica teologica. Iniquo è tutto ciò che la Chiesa disapprova. Sotto
la parvenza del peccato, dell’offesa fatta a Dio, la Chiesa maschera la
riprovazione per chi viola l’ordine morale. Peccato è, invece, il pregiudizio
di una Chiesa, di una fede religiosa. E’ violazione delle regole morali da essa
prestabilite, pretese come universali, in base alle quali giudicare pensieri e
comportamenti umani. I seguaci di Cristo, tuttavia, non hanno seguito alla
lettera le sue massime evangeliche. Sotto l’egida della presunta ispirazione
divina, hanno offuscato quella parte della dottrina del maestro non più utile
ai loro scopi, perciò caduta in desuetudine. La Chiesa ha iniziato il suo
gioco, cambiando le carte in tavola, quando si è accorta dell’inganno di
Cristo. Egli aveva predetto l’imminenza del suo glorioso ritorno nel mondo.
Sarebbe riapparso ancor prima che la morte falciasse i suoi discepoli. Aveva
mentito riguardo alla parusia? I proto-cristiani, ad ogni modo, gli prestarono
fede, giustificando il ritardo della parusia con dotte disquisizioni
teologiche. La credenza nell’imminente ritorno glorioso del Risorto escludeva
qualsiasi organizzazione chiesastica, clericale e cultuale. Cristo, però, non
pare si sia comportato sempre da buon cristiano. Scagliò invettive addosso a
quelli che non volevano ascoltarlo o non volevano accogliere il suo credo.
Minacciò eterni castighi a chi non aderiva al suo vangelo. Dalle astiose
prediche del Figlio possiamo desumere il carattere del Padre e quella della sua
corte celeste e terrestre. Gli epigoni di Cristo non sono stati da meno del
loro Maestro: hanno seguito le sue orme, il suo ombroso temperamento. Hanno
negato la libertà d’espressione e la giustizia a chi non pensava e agiva in
conformità agli schemi della cultura ortodossa cristiana. Hanno giudicato il
prossimo con metodi inquisitori, infliggendo pubbliche mortificazioni e
sofferenze corporali e morali. Hanno torturato e bruciato sul rogo gli eretici
(come Giordano Bruno, critico sovversivo dell’ortodossia cristiana) o
infliggendo loro, tramite il braccio secolare (il potere laico), restrizioni di
libertà e pene detentive a vita (come quella sulle galere). Unica salvezza per
il reo consisteva nella dichiarazione di voler rientrare nell’ovile di Pietro,
rinunciando così al libero pensiero e alla libertà di esprimerlo. E con gli
eretici, anche le presunte streghe furono perseguitate. Oggi la Chiesa ha
cambiato volto: è diventata strenua paladina della vita fino a condannare
l’aborto di un feto, di una materia priva di forma umana. La Santa Inquisizione
fu istituita nel 1231; la tortura fu introdotta nel 1252 con la bolla “Ad
Extirpanda”; successivi tribunali inquisitori furono designati dalla
Controriforma contro Umanesimo, Rinascimento, Protestantesimo. L’efferata
persecuzione clericale, alleata con il potere laico, ha messo a ferro e a fuoco
intere regioni per sopprimere le sette ereticali (come la crociata contro gli
albigesi). Vano è stato il tentativo, durante il medioevo, di edificare la vita
sui valori spirituali propugnati dal cristianesimo primitivo. Vicari e seguaci
di Cristo hanno reso il sesso scandaloso, se non finalizzato alla procreazione
(ai tempi del papa-re, però, regnava sovrana la “pornocrazia” papale e
clericale). Hanno imposto una morale che ha contribuito ad aumentare anziché
lenire le sofferenze umane. Hanno frenato il perseguimento della prosperità e
della felicità, valorizzando invece il dolore, simboleggiato dalla croce di
Cristo. Hanno ostacolato il progresso della scienza, condannandola come eresia,
quando essa contrastava con le pretese verità della Bibbia (indicativo, al
riguardo, è stato il processo a Galileo). Hanno santificato persone che poco o
nulla hanno contribuito al benessere e alla felicità degli uomini sulla terra.
Si sono arricchiti in barba ai precetti evangelici, pur di trarre giovamento
dalla favola di Cristo: “historia docuit quantum nos iuvasse illa de Christo
fabula” (dalla “Lettera di papa Leone X al cardinal Bembo”, in archivi
vaticani, corr. Leone X, vol.III, scaffale 41, secondo piano inferiore). Hanno
innalzato dimore sfarzose a Dio e ai santi per la vanità dei loro culti. Si
sono divisi in sette antagoniste, perseguitandosi tra loro. Tutto ciò che non
trovava riscontro con il canone cristiano ortodosso, era tacciato d’eresia ed
equiparato al culto diabolico o stregonesco. La caccia alle streghe pare sia
stato lo sport preferito dai domenicani. Due di loro, Institor e Sprenger,
hanno persino redatto il “Malleus maleficarum”, manuale del perfetto
inquisitore. Molti archivi, testimoni delle nefandezze perpetrate dai
cristiani, sono stati opportunamente distrutti in varie circostanze. Ancora
oggi, nonostante l’evidenza dei progressi della scienza, il cristianesimo cerca
la fondatezza delle sue radici nelle angustie culturali di un remoto medioevo e
con l’avallo delle encicliche del maggior epigono di Cristo, edulcorando le
malefatte del passato con una sorta di revisionismo storico. I cristiani,
insomma, hanno mostrato al mondo che la religione (in verità tutte le religioni)
è non solo inutile, ma anche dannosa, perché irrazionale, falsa, dogmatica,
intollerante, fautrice di discordie. Essa, in opposizione al mondo reale, regno
del demonio, valorizza un mondo immaginario, delizia delle delizie per la
gloria degli ingenui e il tornaconto dei furbi. L’auspicio di morte del dio
uni-trino (e di tutte le divinità partorite dalla fantasia umana) estinguerà
dalla terra la specie dell’homo christianus (e religiosus),
e, contemporaneamente, farà crollare il colossale sistema d’inganno collettivo
messo in opera dalla Chiesa (e da altre organizzazioni religiose). La
religione, quando assume aspetti dogmatici, offende e umilia la dignità e
l’intelligenza umana. L’ossequio indecoroso ai sacri burocrati ecclesiastici da
parte di taluni governanti, artefici di una politica codina a tutela del
prestigio di una fede religiosa atavica e ingannevole, storicamente
responsabile di scelleratezze, affetta da fobie etiche, avversa a movimenti
modernisti, denota la triste connivenza (caratterizzata da riconciliazioni,
patti compromissori e concordati) della cultura laica, ancora impregnata di
cristianesimo, che stenta a realizzare la piena autonomia da qualsiasi fede
religiosa, qualificandosi come Stato aconfessionale.
Sulla reale
esistenza dell’uomo Gesù, creduto il Cristo, Figlio di Dio, non abbiamo
riscontri storici affidabili. “Dio esiste” è una proposizione che persone
credule, ineducate al senso critico, presuppongono vera per fede. Su ciò che
non può essere indagato con concreta ragionevolezza e fondata storicità, si
discetta tramite argomenti speculativi, che inducono a credere nell’esistenza
di entità supreme, artefici del creato, che trascendono l’immediato e il mondo,
ma che (si presume) possono essere conosciute intuitivamente. L’idea di Dio,
infatti, si costruisce non solo per spiegare la realtà ultima delle cose, ma
anche per colmare l’insufficienza della conoscenza umana con la fede illusoria
nell’Assoluto. Pascal sosteneva che il cuore ha le sue ragioni che la ragione
non conosce. Il futuro del mondo e dell’umanità, tuttavia, non è scritto nella
Bibbia o in altri testi sacralizzati, né dipende dalla volontà di supposte
divinità. L’umanità appare come l’unica cosciente realtà che si trova a essere
nel mondo per un concorso di casualità naturali. Essa può contare solo su se
stessa, artefice del proprio destino, del senso della vita, della ricchezza di
un sapere utile, di valori reali antitetici ai falsi miti che i giullari di Dio
spacciano in templi e pubbliche piazze, mediante spettacolari liturgie,
esibendoli con simboli feticisti a folle narcotizzate nell’estasi anelante
speranze e bisogni. Fustigando l’inganno del sacro e la protervia del dominio
clericale e dei suoi politicanti lacchè, proni a rituali inchini e baciamani,
potrà essere riabilitata la calpestata e umiliata dignità e libertà di pensiero
e di espressione degli uomini, valorizzando la concretezza di un’esistenza
libera da alienanti illusioni. Scommettere sull’esistenza di Dio è un azzardo,
essendo massimamente improbabile vincere la posta in gioco: l’illusione di un
guadagno illimitato nell’aldilà. Se, con l’addio alla vita, il premio
nell’oltretomba consisterà in un eterno vagolare tra anime oranti e ombre
consunte, prive di vigore (menos), emozioni (thymos),
intelligenza (nous), c’è di che annoiarsi a calpestare per l’eternità
paradisiaci prati di asfodelo. Meglio accontentarsi di un modesto guadagno
quaggiù: l’esserci nel mondo. Poi nulla e così sia, per sempre!
Lucio Apulo Daunio
Nessun commento:
Posta un commento