sabato 30 luglio 2011


IL TIMORE DELLA MORTE




Il timore della morte ha generato la speranza di una vita futura, immortale, di eterna beatitudine. Le antiche pratiche misteriche cercavano di esorcizzare gli iniziati dalla morte, garantendogli uno stato di vita felice nell’altro mondo (come i misteri eleusini) e offrendogli un assaggio preliminare nel nostro mondo (come avveniva durante i baccanali dei misteri dionisiaci). I misteri orfici elevavano la natura umana a dignità divina e sancivano il diritto dell’uomo a un destino felice. I cristiani sperano, in virtù della fede in Dio, che ciò che non possono ottenere in questo mondo, potranno possederlo nell’altro. La speranza cristiana rende possibile esaudire nel futuro i desideri impossibili da realizzare nel presente. Questa ottimistica illusione consola il fedele dalle avversità quotidiane. Il fatto che una fede religiosa ha effetti positivi sulla vita di una persona credente, ciò non prova la sua veridicità. La via cristiana da percorrere, per la conquista del regno di Dio, è quella della rettitudine dedotta dal Vangelo. E’ una via marchiata dalla sofferenza, in espiazione dei peccati. La virtù cristiana deve conformarsi non solo al Vangelo del Cristo Gesù, ma soprattutto alle risoluzioni della Chiesa, che presume d’essere illuminata dallo Spirito Santo (At 15,28), terza ipostasi di un dio trino, invenzione del cristianesimo. La via retta, che deve fattivamente percorrere il cristiano, consiste nella sottomissione alla tirannia di un credo, ai valori imposti da una casta sacerdotale e da un sovrano assoluto, pontefice massimo, in materia di fede e di morale. La Chiesa si proclama maestra di rettitudine, di giustizia e di certezze desunte dalle verità di fede, supposte rivelate dallo spirito di Dio, del quale il suo infallibile vicario sulla terra crede di ricevere ispirazione quando deve imporre i suoi “diktat” in materia di diritto divino. Il Papa, sempre aggiornato dalle informative dell'altro mondo, è l’unico indiscusso interprete della sacra parola dell'Altissimo, fondamento della fede cristiana, pietrificata nella dogmatica teologica. Iniquo è tutto ciò che la Chiesa disapprova. Sotto la parvenza del peccato, dell’offesa fatta a Dio, la Chiesa maschera la riprovazione per chi viola l’ordine morale. Peccato è, invece, il pregiudizio di una Chiesa, di una fede religiosa. E’ violazione delle regole morali da essa prestabilite, pretese come universali, in base alle quali giudicare pensieri e comportamenti umani. I seguaci di Cristo, tuttavia, non hanno seguito alla lettera le sue massime evangeliche. Sotto l’egida della presunta ispirazione divina, hanno offuscato quella parte della dottrina del maestro non più utile ai loro scopi, perciò caduta in desuetudine. La Chiesa ha iniziato il suo gioco, cambiando le carte in tavola, quando si è accorta dell’inganno di Cristo. Egli aveva predetto l’imminenza del suo glorioso ritorno nel mondo. Sarebbe riapparso ancor prima che la morte falciasse i suoi discepoli. Aveva mentito riguardo alla parusia? I proto-cristiani, ad ogni modo, gli prestarono fede, giustificando il ritardo della parusia con dotte disquisizioni teologiche. La credenza nell’imminente ritorno glorioso del Risorto escludeva qualsiasi organizzazione chiesastica, clericale e cultuale. Cristo, però, non pare si sia comportato sempre da buon cristiano. Scagliò invettive addosso a quelli che non volevano ascoltarlo o non volevano accogliere il suo credo. Minacciò eterni castighi a chi non aderiva al suo vangelo. Dalle astiose prediche del Figlio possiamo desumere il carattere del Padre e quella della sua corte celeste e terrestre. Gli epigoni di Cristo non sono stati da meno del loro Maestro: hanno seguito le sue orme, il suo ombroso temperamento. Hanno negato la libertà d’espressione e la giustizia a chi non pensava e agiva in conformità agli schemi della cultura ortodossa cristiana. Hanno giudicato il prossimo con metodi inquisitori, infliggendo pubbliche mortificazioni e sofferenze corporali e morali. Hanno torturato e bruciato sul rogo gli eretici (come Giordano Bruno, critico sovversivo dell’ortodossia cristiana) o infliggendo loro, tramite il braccio secolare (il potere laico), restrizioni di libertà e pene detentive a vita (come quella sulle galere). Unica salvezza per il reo consisteva nella dichiarazione di voler rientrare nell’ovile di Pietro, rinunciando così al libero pensiero e alla libertà di esprimerlo. E con gli eretici, anche le presunte streghe furono perseguitate. Oggi la Chiesa ha cambiato volto: è diventata strenua paladina della vita fino a condannare l’aborto di un feto, di una materia priva di forma umana. La Santa Inquisizione fu istituita nel 1231; la tortura fu introdotta nel 1252 con la bolla “Ad Extirpanda”; successivi tribunali inquisitori furono designati dalla Controriforma contro Umanesimo, Rinascimento, Protestantesimo. L’efferata persecuzione clericale, alleata con il potere laico, ha messo a ferro e a fuoco intere regioni per sopprimere le sette ereticali (come la crociata contro gli albigesi). Vano è stato il tentativo, durante il medioevo, di edificare la vita sui valori spirituali propugnati dal cristianesimo primitivo. Vicari e seguaci di Cristo hanno reso il sesso scandaloso, se non finalizzato alla procreazione (ai tempi del papa-re, però, regnava sovrana la “pornocrazia” papale e clericale). Hanno imposto una morale che ha contribuito ad aumentare anziché lenire le sofferenze umane. Hanno frenato il perseguimento della prosperità e della felicità, valorizzando invece il dolore, simboleggiato dalla croce di Cristo. Hanno ostacolato il progresso della scienza, condannandola come eresia, quando essa contrastava con le pretese verità della Bibbia (indicativo, al riguardo, è stato il processo a Galileo). Hanno santificato persone che poco o nulla hanno contribuito al benessere e alla felicità degli uomini sulla terra. Si sono arricchiti in barba ai precetti evangelici, pur di trarre giovamento dalla favola di Cristo: “historia docuit quantum nos iuvasse illa de Christo fabula” (dalla “Lettera di papa Leone X al cardinal Bembo”, in archivi vaticani, corr. Leone X, vol.III, scaffale 41, secondo piano inferiore). Hanno innalzato dimore sfarzose a Dio e ai santi per la vanità dei loro culti. Si sono divisi in sette antagoniste, perseguitandosi tra loro. Tutto ciò che non trovava riscontro con il canone cristiano ortodosso, era tacciato d’eresia ed equiparato al culto diabolico o stregonesco. La caccia alle streghe pare sia stato lo sport preferito dai domenicani. Due di loro, Institor e Sprenger, hanno persino redatto il “Malleus maleficarum”, manuale del perfetto inquisitore. Molti archivi, testimoni delle nefandezze perpetrate dai cristiani, sono stati opportunamente distrutti in varie circostanze. Ancora oggi, nonostante l’evidenza dei progressi della scienza, il cristianesimo cerca la fondatezza delle sue radici nelle angustie culturali di un remoto medioevo e con l’avallo delle encicliche del maggior epigono di Cristo, edulcorando le malefatte del passato con una sorta di revisionismo storico. I cristiani, insomma, hanno mostrato al mondo che la religione (in verità tutte le religioni) è non solo inutile, ma anche dannosa, perché irrazionale, falsa, dogmatica, intollerante, fautrice di discordie. Essa, in opposizione al mondo reale, regno del demonio, valorizza un mondo immaginario, delizia delle delizie per la gloria degli ingenui e il tornaconto dei furbi. L’auspicio di morte del dio uni-trino (e di tutte le divinità partorite dalla fantasia umana) estinguerà dalla terra la specie dell’homo christianus (e religiosus), e, contemporaneamente, farà crollare il colossale sistema d’inganno collettivo messo in opera dalla Chiesa (e da altre organizzazioni religiose). La religione, quando assume aspetti dogmatici, offende e umilia la dignità e l’intelligenza umana. L’ossequio indecoroso ai sacri burocrati ecclesiastici da parte di taluni governanti, artefici di una politica codina a tutela del prestigio di una fede religiosa atavica e ingannevole, storicamente responsabile di scelleratezze, affetta da fobie etiche, avversa a movimenti modernisti, denota la triste connivenza (caratterizzata da riconciliazioni, patti compromissori e concordati) della cultura laica, ancora impregnata di cristianesimo, che stenta a realizzare la piena autonomia da qualsiasi fede religiosa, qualificandosi come Stato aconfessionale.

Sulla reale esistenza dell’uomo Gesù, creduto il Cristo, Figlio di Dio, non abbiamo riscontri storici affidabili. “Dio esiste” è una proposizione che persone credule, ineducate al senso critico, presuppongono vera per fede. Su ciò che non può essere indagato con concreta ragionevolezza e fondata storicità, si discetta tramite argomenti speculativi, che inducono a credere nell’esistenza di entità supreme, artefici del creato, che trascendono l’immediato e il mondo, ma che (si presume) possono essere conosciute intuitivamente. L’idea di Dio, infatti, si costruisce non solo per spiegare la realtà ultima delle cose, ma anche per colmare l’insufficienza della conoscenza umana con la fede illusoria nell’Assoluto. Pascal sosteneva che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il futuro del mondo e dell’umanità, tuttavia, non è scritto nella Bibbia o in altri testi sacralizzati, né dipende dalla volontà di supposte divinità. L’umanità appare come l’unica cosciente realtà che si trova a essere nel mondo per un concorso di casualità naturali. Essa può contare solo su se stessa, artefice del proprio destino, del senso della vita, della ricchezza di un sapere utile, di valori reali antitetici ai falsi miti che i giullari di Dio spacciano in templi e pubbliche piazze, mediante spettacolari liturgie, esibendoli con simboli feticisti a folle narcotizzate nell’estasi anelante speranze e bisogni. Fustigando l’inganno del sacro e la protervia del dominio clericale e dei suoi politicanti lacchè, proni a rituali inchini e baciamani, potrà essere riabilitata la calpestata e umiliata dignità e libertà di pensiero e di espressione degli uomini, valorizzando la concretezza di un’esistenza libera da alienanti illusioni. Scommettere sull’esistenza di Dio è un azzardo, essendo massimamente improbabile vincere la posta in gioco: l’illusione di un guadagno illimitato nell’aldilà. Se, con l’addio alla vita, il premio nell’oltretomba consisterà in un eterno vagolare tra anime oranti e ombre consunte, prive di vigore (menos), emozioni (thymos), intelligenza (nous), c’è di che annoiarsi a calpestare per l’eternità paradisiaci prati di asfodelo. Meglio accontentarsi di un modesto guadagno quaggiù: l’esserci nel mondo. Poi nulla e così sia, per sempre!


 Lucio Apulo Daunio


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