giovedì 28 luglio 2011


CASTIGHI E PROMESSE DI JAHVE’



Il peccato di disobbedienza a Dio, secondo la Bibbia, ha causato la caduta dell’uomo e l’inizio delle sventure che opprimono l’umanità (cfr. Gn 1-9). L’episodio leggendario di Caino (coltivatore del suolo), che uccide per invidia il fratello Abele (pastore di greggi), perché il Signore aveva gradito il sacrificio di costui, anziché il suo, raffigura la lotta tra due antiche culture: quella dei pastori nomadi e quella dei coltivatori. Jahvè, il temibile dio dei nomadi ebrei, difende la pastorizia opponendosi all’invadenza dell’agricoltura (che, essendo praticata in terre poco fertili, non poteva essere redditizia). Egli maledice il suolo per punire il fratricida. Caino è costretto ad abbandonare la terra, che non dà più frutti, per andare ramingo nel mondo, temendo la vendetta degli uomini (inesistenti, essendo la terra disabitata, secondo la Bibbia). Poi Caino conosce sua moglie (come poté trovarla in una terra disabitata?), da cui ha una discendenza (siamo tutti figli di Caino?). Dopo la leggendaria unione dei figli di Dio (angeli decaduti, aventi attributi sessuali) con le figlie degli uomini, cioè di Caino (mito della nascita degli eroi), e la riduzione della durata della vita (ad eccezione dei longevi patriarchi), Jahvè castiga con il diluvio universale la razza umana, che a suo giudizio era degenerata, pentendosi di averla creata. Questa vendicativa divinità applica la legge del taglione: punisce la malvagità umana con la sua, dimenticando che l'indole umana è una sua consapevole creazione. Egli distrugge la vita sulla terra (ad eccezione di pesci, microbi e insetti), annullando la proliferazione dell’originaria creazione, per l’indolenza e la dissolutezza delle sue umane creature. La storia del diluvio (mito della purificazione del genere umano mediante una catastrofe) è un retaggio di racconti appresi dagli ebrei durante la cattività babilonese (Epopea di Gilgamesh). Una variante greca del mito descrive le vicende di Deucalione e Pirra, cui gli dei permisero di salvarsi dal diluvio universale. Dal cataclisma biblico, Jahvè salva solamente Noè e la sua famiglia, alla quale impartisce disposizioni contraddittorie, confondendola (Gn 6,9; 7,24). Ordina loro di recuperare (dio sa come!) esemplari di piante e bestie e di ammassarle su un immenso barcone (del tutto insufficiente per salvaguardare la catena alimentare dell’ecosistema mondo). Ritornata la calma dopo la tempesta (Dio solo sa, dove fece rifluire tutta quella massa d’acqua con la quale aveva sommerso il mondo!), Jahvè fa apparire il segno dell’arcobaleno e alla famiglia umana superstite detta le condizioni per un’alleanza (la prima, essendosi reso conto di non poter estirpare l’inclinazione al male nell’animo umano). Il patriarca Noè, nuovo Adamo, deriso dal figlio Cam, padre di Canaan, si vendica maledicendo Cam e tutta la sua incolpevole discendenza (il popolo Cananeo), schiavizzandola. Benedice invece Sem e Jafet, che avranno preminenza sui cananei (i neri). Le conseguenze del potere assolutistico del patriarca Noè fomenteranno ideologie di oppressione (lo schiavismo e la tratta dei neri).

Jahvè, dopo aver cercato di ricostruire la primitiva integrità dell’umanità, è nuovamente ferito dall’orgoglio umano. Gli uomini, infatti, intendono raggiungere il cielo con la costruzione di una torre in Babele. Jahvè interviene, punendoli con la confusione delle lingue, disperdendoli su tutta la terra. Poi ci ripensa, e ritorna a riappacificarsi con un solo uomo, Abramo, senza che questi l’abbia invocato, impegnandosi con un nuovo patto sotto il segno della circoncisione, simbolo di appartenenza al popolo di Dio (da lui amato, ancorché di dura cervice). Ai patriarchi, Jahvé promette il possesso della terra (dove scorre sangue anziché latte e miele) e una numerosa discendenza, ma chiede in cambio obbedienza incondizionata. La fede abramitica al dio padrone è così salda che non indietreggia neanche di fronte a un’assurda, tremenda richiesta: il sacrificio del figlio Isacco. La fede abramitica è cieca, perciò il patriarca ha la certezza di non macchiarsi di un orrendo delitto. In verità, in quei tempi era costume offrire i propri figli in olocausto a divinità (Lv 20, Gdc 11,31, Gr 7,31-35; 2 Re 23,10). Certamente deprecabile è il comportamento di Abramo, quando per salvarsi e arricchirsi è disposto per ben due volte a disonorare la moglie Sara all’altrui concupiscenza. Lo stesso farà suo figlio Isacco. La sterile Sara, prima di essere miracolata con la nascita del figlio Isacco, offre al patriarca la sua fertile schiava Agar per dargli un figlio. Per dirimere la successiva rivalità tra le due donne, il bigamo Abramo decide di ripudiare la concubina Agar, abbandonandola assieme al figlio Ismaele, che un dio pietoso soccorre, ma non punisce il deplorevole comportamento del patriarca. Da Ismaele (antenato mitico degli Arabi) discenderanno gli Ismaeliti (le popolazioni arabe).

Si racconta (“Genesi” 15, 1 seg.), che Abramo conosce e chiama il suo dio, l’Altissimo (El Elyon), Creatore e Signore del cielo e della terra. Si racconta (nel libro “Esodo” 6, 2-3), che l’Altissimo parla a Mosè, riferendogli (mentendo) che da Abramo e dagli altri patriarchi era stato conosciuto con il nome di “El Shaddai”, divinità protettrice e scudo della dinastia abramitica. La contraddizione potrebbe derivare dalle diverse tradizioni che compongono i libri biblici: la jahvista, l’elohista, la sacerdotale. In verità, Jahvè non fu sempre sincero con Abramo, facendolo penare prima di mantenere quanto promessogli. Lo fece allontanare dal suo paese, dalla sua casa, dalla sua parentela, promettendogli una ricca terra (che invece era desertica e con scarse attrattive economiche).  Quando Abramo si rese conto che quella terra era abitata dai Cananei, gli apparve Jahvè per annunciargli che la promessa riguardava la sua discendenza, costringendolo a sloggiare e ad accamparsi nell’arida regione del Negheb. Riapparve successivamente ad Abramo, promettendo sia a lui sia alla sua discendenza (che non aveva ancora) il possesso della terra. In seguito, però, Jahvè continuò a promettere quella terra alla sua discendenza e solo raramente a lui. Riguardo all'altra promessa, quella di avere una propria discendenza, Abramo dovette attendere lungamente, fino a quando, a dio piacendo, rese fertile in tarda età la moglie Sara, che diede alla luce il figlio Isacco. L’impenetrabilità di un dio, libero nel suo agire, da cui tutto dipende e che tutto può (anche contraddirsi?), come pure l’impossibilità di giudicare i suoi atti, metterà a dura prova la pazienza di Giobbe. Non sarà semplice per lui capacitarsi della presenza del male (e per noi comprendere il paradosso di un dio, che si lascia tentare da Satana per metter alla prova il suo servo più fedele, affliggendolo). Giobbe, tuttavia, non si ribella contro un dio impenetrabile dalla ragione umana, né giudica la nequizia dei suoi atti. La sua fede incondizionata, come quella abramitica, gli consente di sopportare il male fino a ritenersi colpevole.

Nelle successive (e poco edificanti) vicende leggendarie del periodo dei patriarchi, si rileva il culto di un popolo di pastori nomadi per il “dio del padre” (cioè, dell’avo immediato), non più legato a un santuario in un luogo sacro. Giacobbe accetterà il culto del dio di suo padre Isacco, a condizione che lo aiuti nel suo viaggio (Gn 28,20-21). Jahvè, divinità guerresca, accompagnerà e proteggerà il suo eletto popolo, purché esso onori e veneri solo lui, sancendo la morte per chi sacrifica e onora altre divinità (Es 22,19). Il bisogno di credere in un dio protettore (come El Saddai, protettore dei Patriarchi) è un’esigenza sentita dai popoli primitivi, costretti a difendersi o a offendere altri popoli per necessità di sopravvivenza o per ambizioni di dominio. Il diritto tra i popoli in quei tempi biblici si regolava mediante l’uso della forza e, per assicurarsi la vittoria, ciascun popolo invocava la protezione del suo dio. Dal punto di vista ebraico, il loro dio era superiore alle altre divinità, perché faceva meraviglie ed era terribile in imprese belliche.

Le origini religiose delle primitive tribù di nomadi ebrei non sono caratterizzate dal monoteismo, bensì dall’enoteismo, cioè dal culto di una divinità (monolatria), commisto a un diffuso, per quanto vietato, costume cultuale politeistico. Il monoteismo, che attesta l’esistenza di un unico dio, si affermerà più tardi, durante la cattività babilonese. Abramo, infatti, non nega l’esistenza di altre divinità, anche se ne venera una fra tante. Diversamente dagli altri popoli, gli ebrei si pongono sotto la protezione del dio dei propri padri: di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe. Il mito della liberazione d’Israele dalla cattività egiziana, mediante l’aiuto decisivo del guerrafondaio JHWH (sacro e impronunciabile tetragramma ebraico del nome divino), farà prevalere la concezione che il dio d’Israele è più grande e più potente degli altri. Da ciò conseguirà l’obbligo di riconoscenza e fedeltà verso di lui da parte del suo popolo. Questo mito letterario, però, non trova riscontro né storico né archeologico. Da esso, tuttavia, è derivato un falso diritto: la pretesa degli ebrei della diaspora di riappropriarsi l’antica terra promessa (sionismo), estromettendo o prevalendo su chi vi dimora.

Le peripezie del condottiero e profeta Mosè, spesso raffigurato (come nella statua michelangiolesca) con il corno della santa illuminazione, simbolo dello spirito divino, sono narrate nel libro biblico “Esodo”. La sua figura ricalca il modello degli eroi mitologici. Egli, infatti, incontra il “dio dei padri” sul monte Oreb, che gli si rivela come “Colui che è” (cioè un dio che parteggia a esclusivo vantaggio del suo popolo, danneggiando chi lo ostacola) e lo manda alla ricerca dei figli d’Israele (i suoi prediletti, di cui per l’ennesima volta si pente per averli maltrattati). Mosè ha l’incarico di informare gli ebrei emigrati in Egitto dell’esistenza di Jahvè, dio dei loro padri, e della sua volontà di liberarli dalla cattività egiziana (un altro mito letterario). Egli, Mosè, è stato designato condottiero da Jahvè per guidarli verso la (brulla) terra promessa ai loro padri. Gli ebrei, superate alcune vicissitudini, lasciano l’Egitto con l’aiuto di un dio crudele, spietato, omicida, che non si fa scrupoli di colpire e decimare la popolazione egiziana incolpevole con dieci orribili piaghe, segni e prodigi della sua onnipotenza (cfr. Gr 32,21). Piegata l’ostinazione del faraone, Mosè guida gli ebrei verso la terra promessa. Suo protettore e guida è un dio fazioso e bellicoso, l’impronunciabile JHWH, che non vuole essere raffigurato con immagini o idoli. Il Mar Rosso, per magia, si apre innanzi a Mose, consentendo agli ebrei di attraversarlo incolumi, ma affogando l’esercito faraonico inseguitore (chi sa con quali cavalli i guerrieri egiziani inseguivano gli ebrei, giacché tutto il bestiame era stato distrutto da una delle tante piaghe inviate dall'onnipotente JHWH). Sul monte Sinai, JHWH detta le condizioni per un’ennesima alleanza (la terza) con il suo popolo. A Mosè, suo mediatore, prescrive un codice normativo (le tavole della Legge, che dovranno essere conservate dentro un’arca, sotto una tenda), imponendo un rituale liturgico e la consacrazione del sabato, come segno dell’alleanza. Questo dio geloso e sadico (cfr. Dt 28,15-69) richiede fedeltà assoluta e non consente di onorare altre divinità (sulla monolatria professata da Israele cfr. i Salmi 82, 86, 95, 96, 97, 135). Incita il suo popolo a una feroce lotta contro altri popoli (pure figli suoi, ma non prediletti, perché adoranti differenti divinità). Dopo una quarantina d’anni trascorsi (dio sa come!) nel deserto del Sinai per scontare l’ira di JHWH per le colpe di cui i suoi prediletti si sono nuovamente macchiati, gli ebrei penetrano finalmente nella terra promessa, Canaan, dove, malauguratamente, non scorrerà latte e miele, bensì sangue. Gli ebrei, infatti, combatteranno una guerra santa in nome del loro dio bellicoso e collerico. Questo singolare dio guerrafondaio, che invia un angelo, in veste di guerriero, per assistere Giosuè e proteggere il suo esercito dai nemici (Gs 5, 13-15), ha cura e parteggia esclusivamente per il suo popolo, votando allo sterminio i nemici (Gs 6, 17). Questo dio sommamente ingiusto non concede uguale vigore e pari vanto ai contendenti in lotta. Consente la vittoria ai suoi protetti e non ha misericordia dei nemici trucidati (Dt 7,16). Per aiutare il suo popolo contro i Filistei, fa nascere un eroe dalla forza sovrumana, anche se vulnerabile come Achille. Il suo punto debole però non è il tallone, bensì la folta capigliatura, che non dovrà essere rasata (Gdc da 13 a 16). Palesemente assurda appare tale concezione della divinità! Le decantate prodezze di Sansone contro i Filistei, come la maggior parte degli altri episodi biblici, sono da considerare fantasiose leggende. Gli eletti sudditi dell’impietoso JHWH vivono nel suo timore, soggiogati da una sorta di terrorismo psicologico e dal grigiore della Legge (Lv 26; Dt 28). Devono ottemperare alle proibizioni comandate dal loro dio, come le restrizioni alimentari e i divieti inerenti ai rapporti sessuali. Devono rifuggire dall’idolatria ed evitare la contaminazione morale ed etnica con popoli idolatri per salvaguardare la loro integrità. Sono indotti a vivere in completo isolamento, impossibilitati alla convivenza con altre popolazioni. Consacratisi al loro dio, devono rispettare la purità rituale, la perfezione dell’atto religioso. Offenderlo, significherebbe commettere un grave peccato, una colpa etica, privandosi della sua protezione e predisponendosi alla condanna divina, non nello Sheol, (l’oscuro desolante abisso, simbolo delle ombre erranti dei morti), bensì durante il corso della loro vita. Giusto è conformarsi alla volontà divina, osservando scrupolosamente la Legge. Empio è violare i comandamenti, causando la rottura dell’alleanza con Jahvè. Mali e beni procedono da lui (Lm 3, 38). Egli promette ai suoi servi fedeli, ubbidienti e sottomessi, benedizioni, grazie e doni; maledizioni e castighi, invece, ai ribelli. Persino raccapriccianti antropofagie questo dio tremendo minaccia contro l’ostinazione del suo popolo (Lv 26, 27-29; Dt 28, 53). Casi di madri che si cibano delle carni dei propri figli trovano riscontro nei libri 2 Re 6, 29 e Lm 2, 20; 4,10, nonché nelle predizioni di Geremia (19, 9) e di Ezechiele (5, 10). Con Samuele e l’istituzione della monarchia, il re della nazione ebraica diventa “servo di Jahvè” e da lui riceve la supremazia su tutta la Terra. Dopo il regno di Saul e quello di Davide, durante il quale non manca di scatenarsi l’ennesima ira di Jahvè (2 Sm 24), si afferma l’ideologia messianica, cioè la credenza nell’avvento di un re ideale, che ripristinerà un nuovo paradiso sulla terra (il messia cristiano, invece, lo collocherà nell’alto dei cieli, non potendo attuarlo sulla terra). Altro che re ideale fu Davide! Si rese colpevole di adulterio e omicidio. Il suo primogenito Ammon stuprò la sorella Tamar. Il fratello gemello di Tamar, Assalonne, si vendicò uccidendo Ammon. In seguito, Assalonne ordì una congiura contro il padre. Un altro figlio di Davide, Adonia, tentò di usurpare il regno al padre. Non meglio si comportò Salomone, il figlio avuto dalla relazione adulterina con Betsabea, moglie di Uria l’Ittita. Le colpe dei padri, ancorché pupilli di JHWH, ricadranno sui loro figli e sul popolo. Salomone costruì sul monte Sion il mitico Tempio di Gerusalemme, residenza permanente dell’arca dell’alleanza, presenza visibile di JHWH. Durante la festa della dedicazione del Tempio, immolò ventiduemila buoi e cento ventimila pecore in olocausto, cui seguirono oblazione e sacrificio di comunione (1 Re 8, 62-66). Dopo la morte di Salomone, il regno si dividerà in due: quello d’Israele al nord, che si macchierà di colpe gravi, quali idolatrie, olocausti umani, pratiche magiche (cfr 2 Re 17), e quello di Giuda al sud, dove il re Acaz offrirà il figlio in olocausto a JHWH (cfr 2 Re 16). La scissione politica e religiosa d’Israele (1Re 12), principale causa della sua distruzione, segnerà l’inizio della cruda storia del regno di Giuda, che vedrà il consolidamento della casta sacerdotale e l’affermazione dell’integralismo religioso, caratterizzato da un’ortodossia dogmatica e una orto-prassi comportamentale.

La santità del popolo d’Israele è solamente un’invenzione letteraria dei profeti, atteso la proluvie di sangue, di orrori, di vendette (cfr. Sl 137), descritte in numerose e indecenti pagine della Bibbia, libro di dubbia sacralità. Del tutto inammissibile è che Dio abbia voluto farsi conoscere da un solo popolo, la cui storia, come quella di altri popoli, è segnata da orribili nefandezze e inenarrabili crimini, avvantaggiandolo a scapito di altre popolazioni. Un dio legato a un solo popolo e a un solo paese è una concezione tribale, tipica di antiche culture. Sarà un’incombenza del cristianesimo paolino, slegato dal giudaismo, tentare di trasformare il dio locale, cruento e fazioso, in dio ecumenico, con lo zelo, non immune da fanatismi e brutalità, del proselitismo evangelizzatore e dell’assolutismo di una fede dogmatica. Una fede assoluta non è esente da rischi, giacché rasenta il fanatismo e può indurre a compiere nefandezze in nome di Dio nella convinzione di adempiere la sua volontà. L’assenza di Dio di fronte ai mali del mondo e alle catastrofi naturali, non è un mistero insondabile né la punizione per i peccati dell’uomo, bensì la prova evidente della sua inesistenza e inutilità.    


 Lucio Apulo Daunio


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