CASTIGHI
E PROMESSE DI JAHVE’
Il peccato di disobbedienza a Dio, secondo la Bibbia,
ha causato la caduta dell’uomo e l’inizio delle sventure che opprimono
l’umanità (cfr. Gn 1-9). L’episodio leggendario di Caino (coltivatore del
suolo), che uccide per invidia il fratello Abele (pastore di greggi), perché il
Signore aveva gradito il sacrificio di costui, anziché il suo, raffigura la
lotta tra due antiche culture: quella dei pastori nomadi e quella dei
coltivatori. Jahvè, il temibile dio dei nomadi ebrei, difende la pastorizia
opponendosi all’invadenza dell’agricoltura (che, essendo praticata in terre
poco fertili, non poteva essere redditizia). Egli maledice il suolo per punire
il fratricida. Caino è costretto ad abbandonare la terra, che non dà più
frutti, per andare ramingo nel mondo, temendo la vendetta degli uomini
(inesistenti, essendo la terra disabitata, secondo la Bibbia). Poi Caino
conosce sua moglie (come poté trovarla in una terra disabitata?), da cui ha una
discendenza (siamo tutti figli di Caino?). Dopo la leggendaria unione dei figli
di Dio (angeli decaduti, aventi attributi sessuali) con le figlie degli uomini,
cioè di Caino (mito della nascita degli eroi), e la riduzione della durata
della vita (ad eccezione dei longevi patriarchi), Jahvè castiga con il diluvio
universale la razza umana, che a suo giudizio era degenerata, pentendosi di
averla creata. Questa vendicativa divinità applica la legge del taglione: punisce
la malvagità umana con la sua, dimenticando che l'indole umana è una sua
consapevole creazione. Egli distrugge la vita sulla terra (ad eccezione di
pesci, microbi e insetti), annullando la proliferazione dell’originaria
creazione, per l’indolenza e la dissolutezza delle sue umane creature. La
storia del diluvio (mito della purificazione del genere umano mediante una
catastrofe) è un retaggio di racconti appresi dagli ebrei durante la cattività
babilonese (Epopea di Gilgamesh). Una variante greca del mito descrive le
vicende di Deucalione e Pirra, cui gli dei permisero di salvarsi dal diluvio
universale. Dal cataclisma biblico, Jahvè salva solamente Noè e la sua
famiglia, alla quale impartisce disposizioni contraddittorie, confondendola (Gn
6,9; 7,24). Ordina loro di recuperare (dio sa come!) esemplari di piante e
bestie e di ammassarle su un immenso barcone (del tutto insufficiente per
salvaguardare la catena alimentare dell’ecosistema mondo). Ritornata la calma
dopo la tempesta (Dio solo sa, dove fece rifluire tutta quella massa d’acqua
con la quale aveva sommerso il mondo!), Jahvè fa apparire il segno
dell’arcobaleno e alla famiglia umana superstite detta le condizioni per
un’alleanza (la prima, essendosi reso conto di non poter estirpare
l’inclinazione al male nell’animo umano). Il patriarca Noè, nuovo Adamo, deriso
dal figlio Cam, padre di Canaan, si vendica maledicendo Cam e tutta la sua
incolpevole discendenza (il popolo Cananeo), schiavizzandola. Benedice invece
Sem e Jafet, che avranno preminenza sui cananei (i neri). Le conseguenze del
potere assolutistico del patriarca Noè fomenteranno ideologie di oppressione
(lo schiavismo e la tratta dei neri).
Jahvè, dopo aver cercato di ricostruire la primitiva
integrità dell’umanità, è nuovamente ferito dall’orgoglio umano. Gli uomini,
infatti, intendono raggiungere il cielo con la costruzione di una torre in
Babele. Jahvè interviene, punendoli con la confusione delle lingue,
disperdendoli su tutta la terra. Poi ci ripensa, e ritorna a riappacificarsi
con un solo uomo, Abramo, senza che questi l’abbia invocato, impegnandosi con
un nuovo patto sotto il segno della circoncisione, simbolo di appartenenza al
popolo di Dio (da lui amato, ancorché di dura cervice). Ai patriarchi, Jahvé
promette il possesso della terra (dove scorre sangue anziché latte e miele) e
una numerosa discendenza, ma chiede in cambio obbedienza incondizionata. La
fede abramitica al dio padrone è così salda che non indietreggia neanche di
fronte a un’assurda, tremenda richiesta: il sacrificio del figlio Isacco. La
fede abramitica è cieca, perciò il patriarca ha la certezza di non macchiarsi
di un orrendo delitto. In verità, in quei tempi era costume offrire i propri
figli in olocausto a divinità (Lv 20, Gdc 11,31, Gr 7,31-35; 2 Re 23,10).
Certamente deprecabile è il comportamento di Abramo, quando per salvarsi e
arricchirsi è disposto per ben due volte a disonorare la moglie Sara all’altrui
concupiscenza. Lo stesso farà suo figlio Isacco. La sterile Sara, prima di
essere miracolata con la nascita del figlio Isacco, offre al patriarca la sua
fertile schiava Agar per dargli un figlio. Per dirimere la successiva rivalità
tra le due donne, il bigamo Abramo decide di ripudiare la concubina Agar,
abbandonandola assieme al figlio Ismaele, che un dio pietoso soccorre, ma non
punisce il deplorevole comportamento del patriarca. Da Ismaele (antenato mitico
degli Arabi) discenderanno gli Ismaeliti (le popolazioni arabe).
Si racconta (“Genesi” 15, 1 seg.), che Abramo conosce
e chiama il suo dio, l’Altissimo (El Elyon), Creatore e Signore del cielo e
della terra. Si racconta (nel libro “Esodo” 6, 2-3), che l’Altissimo parla a
Mosè, riferendogli (mentendo) che da Abramo e dagli altri patriarchi era stato
conosciuto con il nome di “El Shaddai”, divinità protettrice e scudo della
dinastia abramitica. La contraddizione potrebbe derivare dalle diverse
tradizioni che compongono i libri biblici: la jahvista, l’elohista, la
sacerdotale. In verità, Jahvè non fu sempre sincero con Abramo, facendolo
penare prima di mantenere quanto promessogli. Lo fece allontanare dal suo
paese, dalla sua casa, dalla sua parentela, promettendogli una ricca terra (che
invece era desertica e con scarse attrattive economiche). Quando
Abramo si rese conto che quella terra era abitata dai Cananei, gli apparve
Jahvè per annunciargli che la promessa riguardava la sua discendenza,
costringendolo a sloggiare e ad accamparsi nell’arida regione del Negheb.
Riapparve successivamente ad Abramo, promettendo sia a lui sia alla sua
discendenza (che non aveva ancora) il possesso della terra. In seguito, però,
Jahvè continuò a promettere quella terra alla sua discendenza e solo raramente
a lui. Riguardo all'altra promessa, quella di avere una propria discendenza,
Abramo dovette attendere lungamente, fino a quando, a dio piacendo, rese
fertile in tarda età la moglie Sara, che diede alla luce il figlio Isacco.
L’impenetrabilità di un dio, libero nel suo agire, da cui tutto dipende e che
tutto può (anche contraddirsi?), come pure l’impossibilità di giudicare i suoi atti,
metterà a dura prova la pazienza di Giobbe. Non sarà semplice per lui
capacitarsi della presenza del male (e per noi comprendere il paradosso di un
dio, che si lascia tentare da Satana per metter alla prova il suo servo più
fedele, affliggendolo). Giobbe, tuttavia, non si ribella contro un dio
impenetrabile dalla ragione umana, né giudica la nequizia dei suoi atti. La sua
fede incondizionata, come quella abramitica, gli consente di sopportare il male
fino a ritenersi colpevole.
Nelle successive (e poco edificanti) vicende
leggendarie del periodo dei patriarchi, si rileva il culto di un popolo di
pastori nomadi per il “dio del padre” (cioè, dell’avo immediato), non più
legato a un santuario in un luogo sacro. Giacobbe accetterà il culto del dio di
suo padre Isacco, a condizione che lo aiuti nel suo viaggio (Gn 28,20-21).
Jahvè, divinità guerresca, accompagnerà e proteggerà il suo eletto popolo,
purché esso onori e veneri solo lui, sancendo la morte per chi sacrifica e
onora altre divinità (Es 22,19). Il bisogno di credere in un dio protettore
(come El Saddai, protettore dei Patriarchi) è un’esigenza sentita dai popoli
primitivi, costretti a difendersi o a offendere altri popoli per necessità di
sopravvivenza o per ambizioni di dominio. Il diritto tra i popoli in quei tempi
biblici si regolava mediante l’uso della forza e, per assicurarsi la vittoria,
ciascun popolo invocava la protezione del suo dio. Dal punto di vista ebraico,
il loro dio era superiore alle altre divinità, perché faceva meraviglie ed era
terribile in imprese belliche.
Le origini religiose delle primitive tribù di nomadi
ebrei non sono caratterizzate dal monoteismo, bensì dall’enoteismo, cioè dal
culto di una divinità (monolatria), commisto a un diffuso, per quanto vietato,
costume cultuale politeistico. Il monoteismo, che attesta l’esistenza di un
unico dio, si affermerà più tardi, durante la cattività babilonese. Abramo,
infatti, non nega l’esistenza di altre divinità, anche se ne venera una fra
tante. Diversamente dagli altri popoli, gli ebrei si pongono sotto la
protezione del dio dei propri padri: di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe. Il mito
della liberazione d’Israele dalla cattività egiziana, mediante l’aiuto decisivo
del guerrafondaio JHWH (sacro e impronunciabile tetragramma ebraico del nome
divino), farà prevalere la concezione che il dio d’Israele è più grande e più
potente degli altri. Da ciò conseguirà l’obbligo di riconoscenza e fedeltà
verso di lui da parte del suo popolo. Questo mito letterario, però, non trova
riscontro né storico né archeologico. Da esso, tuttavia, è derivato un falso
diritto: la pretesa degli ebrei della diaspora di riappropriarsi l’antica terra
promessa (sionismo), estromettendo o prevalendo su chi vi dimora.
Le peripezie del condottiero e profeta Mosè, spesso
raffigurato (come nella statua michelangiolesca) con il corno della santa
illuminazione, simbolo dello spirito divino, sono narrate nel libro biblico
“Esodo”. La sua figura ricalca il modello degli eroi mitologici. Egli, infatti,
incontra il “dio dei padri” sul monte Oreb, che gli si rivela come “Colui che
è” (cioè un dio che parteggia a esclusivo vantaggio del suo popolo,
danneggiando chi lo ostacola) e lo manda alla ricerca dei figli d’Israele (i
suoi prediletti, di cui per l’ennesima volta si pente per averli maltrattati).
Mosè ha l’incarico di informare gli ebrei emigrati in Egitto dell’esistenza di
Jahvè, dio dei loro padri, e della sua volontà di liberarli dalla cattività
egiziana (un altro mito letterario). Egli, Mosè, è stato designato condottiero
da Jahvè per guidarli verso la (brulla) terra promessa ai loro padri. Gli
ebrei, superate alcune vicissitudini, lasciano l’Egitto con l’aiuto di un dio
crudele, spietato, omicida, che non si fa scrupoli di colpire e decimare la
popolazione egiziana incolpevole con dieci orribili piaghe, segni e prodigi
della sua onnipotenza (cfr. Gr 32,21). Piegata l’ostinazione del faraone, Mosè
guida gli ebrei verso la terra promessa. Suo protettore e guida è un dio
fazioso e bellicoso, l’impronunciabile JHWH, che non vuole essere raffigurato
con immagini o idoli. Il Mar Rosso, per magia, si apre innanzi a Mose,
consentendo agli ebrei di attraversarlo incolumi, ma affogando l’esercito
faraonico inseguitore (chi sa con quali cavalli i guerrieri egiziani
inseguivano gli ebrei, giacché tutto il bestiame era stato distrutto da una
delle tante piaghe inviate dall'onnipotente JHWH). Sul monte Sinai, JHWH detta
le condizioni per un’ennesima alleanza (la terza) con il suo popolo. A Mosè,
suo mediatore, prescrive un codice normativo (le tavole della Legge, che
dovranno essere conservate dentro un’arca, sotto una tenda), imponendo un
rituale liturgico e la consacrazione del sabato, come segno dell’alleanza.
Questo dio geloso e sadico (cfr. Dt 28,15-69) richiede fedeltà assoluta e non
consente di onorare altre divinità (sulla monolatria professata da Israele cfr.
i Salmi 82, 86, 95, 96, 97, 135). Incita il suo popolo a una feroce lotta
contro altri popoli (pure figli suoi, ma non prediletti, perché adoranti
differenti divinità). Dopo una quarantina d’anni trascorsi (dio sa come!) nel
deserto del Sinai per scontare l’ira di JHWH per le colpe di cui i suoi
prediletti si sono nuovamente macchiati, gli ebrei penetrano finalmente nella
terra promessa, Canaan, dove, malauguratamente, non scorrerà latte e miele,
bensì sangue. Gli ebrei, infatti, combatteranno una guerra santa in nome del
loro dio bellicoso e collerico. Questo singolare dio guerrafondaio, che invia
un angelo, in veste di guerriero, per assistere Giosuè e proteggere il suo esercito
dai nemici (Gs 5, 13-15), ha cura e parteggia esclusivamente per il suo popolo,
votando allo sterminio i nemici (Gs 6, 17). Questo dio sommamente ingiusto non
concede uguale vigore e pari vanto ai contendenti in lotta. Consente la
vittoria ai suoi protetti e non ha misericordia dei nemici trucidati (Dt 7,16).
Per aiutare il suo popolo contro i Filistei, fa nascere un eroe dalla forza
sovrumana, anche se vulnerabile come Achille. Il suo punto debole però non è il
tallone, bensì la folta capigliatura, che non dovrà essere rasata (Gdc da 13 a
16). Palesemente assurda appare tale concezione della divinità! Le decantate
prodezze di Sansone contro i Filistei, come la maggior parte degli altri
episodi biblici, sono da considerare fantasiose leggende. Gli eletti sudditi
dell’impietoso JHWH vivono nel suo timore, soggiogati da una sorta di
terrorismo psicologico e dal grigiore della Legge (Lv 26; Dt 28). Devono
ottemperare alle proibizioni comandate dal loro dio, come le restrizioni
alimentari e i divieti inerenti ai rapporti sessuali. Devono rifuggire
dall’idolatria ed evitare la contaminazione morale ed etnica con popoli
idolatri per salvaguardare la loro integrità. Sono indotti a vivere in completo
isolamento, impossibilitati alla convivenza con altre popolazioni. Consacratisi
al loro dio, devono rispettare la purità rituale, la perfezione dell’atto
religioso. Offenderlo, significherebbe commettere un grave peccato, una colpa
etica, privandosi della sua protezione e predisponendosi alla condanna divina,
non nello Sheol, (l’oscuro desolante abisso, simbolo delle ombre erranti dei
morti), bensì durante il corso della loro vita. Giusto è conformarsi alla
volontà divina, osservando scrupolosamente la Legge. Empio è violare i
comandamenti, causando la rottura dell’alleanza con Jahvè. Mali e beni
procedono da lui (Lm 3, 38). Egli promette ai suoi servi fedeli, ubbidienti e
sottomessi, benedizioni, grazie e doni; maledizioni e castighi, invece, ai
ribelli. Persino raccapriccianti antropofagie questo dio tremendo minaccia
contro l’ostinazione del suo popolo (Lv 26, 27-29; Dt 28, 53). Casi di madri
che si cibano delle carni dei propri figli trovano riscontro nei libri 2 Re 6,
29 e Lm 2, 20; 4,10, nonché nelle predizioni di Geremia (19, 9) e di Ezechiele
(5, 10). Con Samuele e l’istituzione della monarchia, il re della nazione
ebraica diventa “servo di Jahvè” e da lui riceve la supremazia su tutta la
Terra. Dopo il regno di Saul e quello di Davide, durante il quale non manca di
scatenarsi l’ennesima ira di Jahvè (2 Sm 24), si afferma l’ideologia
messianica, cioè la credenza nell’avvento di un re ideale, che ripristinerà un
nuovo paradiso sulla terra (il messia cristiano, invece, lo collocherà
nell’alto dei cieli, non potendo attuarlo sulla terra). Altro che re ideale fu
Davide! Si rese colpevole di adulterio e omicidio. Il suo primogenito Ammon
stuprò la sorella Tamar. Il fratello gemello di Tamar, Assalonne, si vendicò
uccidendo Ammon. In seguito, Assalonne ordì una congiura contro il padre. Un
altro figlio di Davide, Adonia, tentò di usurpare il regno al padre. Non meglio
si comportò Salomone, il figlio avuto dalla relazione adulterina con Betsabea,
moglie di Uria l’Ittita. Le colpe dei padri, ancorché pupilli di JHWH,
ricadranno sui loro figli e sul popolo. Salomone costruì sul monte Sion il
mitico Tempio di Gerusalemme, residenza permanente dell’arca dell’alleanza,
presenza visibile di JHWH. Durante la festa della dedicazione del Tempio,
immolò ventiduemila buoi e cento ventimila pecore in olocausto, cui seguirono
oblazione e sacrificio di comunione (1 Re 8, 62-66). Dopo la morte di Salomone,
il regno si dividerà in due: quello d’Israele al nord, che si macchierà di
colpe gravi, quali idolatrie, olocausti umani, pratiche magiche (cfr 2 Re 17),
e quello di Giuda al sud, dove il re Acaz offrirà il figlio in olocausto a JHWH
(cfr 2 Re 16). La scissione politica e religiosa d’Israele (1Re 12), principale
causa della sua distruzione, segnerà l’inizio della cruda storia del regno di
Giuda, che vedrà il consolidamento della casta sacerdotale e l’affermazione
dell’integralismo religioso, caratterizzato da un’ortodossia dogmatica e una
orto-prassi comportamentale.
La santità del popolo d’Israele è solamente
un’invenzione letteraria dei profeti, atteso la proluvie di sangue, di orrori,
di vendette (cfr. Sl 137), descritte in numerose e indecenti pagine della
Bibbia, libro di dubbia sacralità. Del tutto inammissibile è che Dio abbia
voluto farsi conoscere da un solo popolo, la cui storia, come quella di altri
popoli, è segnata da orribili nefandezze e inenarrabili crimini,
avvantaggiandolo a scapito di altre popolazioni. Un dio legato a un solo popolo
e a un solo paese è una concezione tribale, tipica di antiche culture. Sarà
un’incombenza del cristianesimo paolino, slegato dal giudaismo, tentare di
trasformare il dio locale, cruento e fazioso, in dio ecumenico, con lo zelo,
non immune da fanatismi e brutalità, del proselitismo evangelizzatore e
dell’assolutismo di una fede dogmatica. Una fede assoluta non è esente da
rischi, giacché rasenta il fanatismo e può indurre a compiere nefandezze in
nome di Dio nella convinzione di adempiere la sua volontà. L’assenza di Dio di
fronte ai mali del mondo e alle catastrofi naturali, non è un mistero
insondabile né la punizione per i peccati dell’uomo, bensì la prova evidente
della sua inesistenza e inutilità.
Lucio Apulo Daunio
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