LA COMUNITA'
DEI NAZARENI
I Nazareni
sono i primi seguaci di Gesù, detto il Nazareno, che si raccolsero, dopo la
dipartita del Cristo, attorno agli apostoli, sotto l’autorevole guida di
Pietro, di Giovanni e di Giacomo, detto il Giusto, fratello del Signore,
attenendosi alle loro istruzioni, pregando assiduamente, frequentando
giornalmente il Tempio, ottemperando alle prescrizioni della Legge (At 2, 42
seg.). I loro beni materiali li mettevano a disposizione della comunità per
essere distribuiti secondo il bisogno di ciascuno (comunismo religioso).
Seguivano alla lettera l’insegnamento di Gesù (Lc 18, 25), che esortava a
rinunciare alle ricchezze materiali per salvare l’anima. I “comunisti” gesuani
si riunivano nelle loro case per celebrare il rito della “fractio panis”
in memoria dell’ultima cena, che gli apostoli avevano consumato assieme a Gesù,
prima del suo arresto. L’evangelista Luca (Lc 22, 19) asserisce, parimenti al
suo maestro Paolo (1 Co 11, 17-34), che fu lo stesso Gesù a volere che fosse
istituita l’usanza di mangiare ritualmente in comune, commemorando la sua
“passione”, nell’attesa del suo imminente ritorno, dopo l’apoteosi. Evidente è che
Gesù aveva preso un abbaglio riguardo alla c.d. “parusia” (il suo secondo
avvento alla fine dei tempi, da lui previsti imminenti).
I discepoli
del Nazareno godevano la stima di tutto il popolo, soprattutto per i prodigi e
i miracoli che compivano (At 5, 12 seg). Gli infermi ottenevano miracolose
guarigioni, persino dall’ombra di Pietro, perciò erano adagiati su lettini e
barelle in attesa del suo passaggio. Quanto più gli apostoli si prodigavano nel
miracolare ammalati e liberare indemoniati, tanto più si accresceva il numero
dei credenti. Un giorno, Pietro guarì un uomo zoppo fin dalla nascita. Il
miracolato, rinvigorite le sue gambe, guizzò in piedi. Corse tosto al Tempio
per ringraziare l’Altissimo (At 3, 1-10), saltellando a guisa di un canguro. Un
altro giorno, Pietro guarì un paralitico, che giaceva sul letto da otto anni
(At 9, 32-35). Il miracolato, rinvigorito, si drizzò sano e vispo come un
pesce, rifacendosi da solo il letto. Pietro, degno emulatore del suo divino
Maestro, un giorno resuscitò dalla morte una discepola, che si prodigava in
opere buone ed elemosine (At 9, 36-43). La prodigiosa attività degli apostoli,
insomma, suscitò scalpore, provocando l’ostilità della casta sacerdotale
giudaica e, soprattutto, del partito religioso dei Sadducei, che osteggiava la
credenza nella resurrezione dei morti, di cui i Nazareni andavano predicando ai
quattro venti (At 4, 1 seg.). Le guardie giudaiche, su ordine del Sinedrio,
arrestarono gli apostoli. Furono messi in prigione e minacciati, prima di
essere rilasciati. Dopo qualche tempo, furono nuovamente arrestati e
imprigionati a causa del loro ostinato apostolato, che compivano nel nome di
Gesù, il sedicente messia che i giudei avevano fatto condannare a morte (At 5,
17 seg.). Dal carcere, miracolosamente (mediante l’aiuto di un angelo del
Signore), evasero, ma furono ben presto riacciuffati dalle guardie per essere
sottoposti al giudizio del Sinedrio, dove la fecero franca per l’intercessione
del fariseo Gamaliele, dottore della Legge, onorato da tutto il popolo. La sua
tesi difensiva verteva sull’ipotesi che se l’impresa degli apostoli aveva
l’appoggio divino, non si poteva annientarla né contrastarla senza inimicarsi
l’Onnipotente. Prima di essere rilasciati liberi per intercessione di
Gamaliele, gli apostoli si buscarono sonore legnate e severe minacce e fu loro
ribadito il divieto di predicare nel nome dell’eretico Gesù. Fu tutto inutile.
Di fronte alla caparbietà degli apostoli, l’autorità giudaica dovette
intervenire duramente. Stefano, discepolo pieno di grazia e di potenza, che
faceva grandi prodigi, scontò per primo le colpe di tutti (At 6, 8 seg; 7, 1
seg.). Fu accusato di blasfemia e arrestato. Recitò, con l’aiuto dello Spirito
Santo, una lunga e sapiente perorazione in sua difesa, che fece uscire dai
gangheri i membri del Sinedrio, quando furono da lui accusati di essere
responsabili della morte di Gesù. I giudici, digrignando i denti, inorriditi
dai blasfemi sproloqui pronunciati da Stefano, si scagliarono contro di lui, lo
condussero fuori della città santa, lapidandolo. Non ci furono angeli del
Signore che potettero salvarlo dal martirio (avvenuto attorno all’anno 36). La
Chiesa elevò Stefano agli onori dell’altare, santificandolo. Saulo, che non era
ancora il convertito Paolo, ma il tremendo persecutore della setta dei
Nazareni, ne approvò l’uccisione (At 8, 1 a). Poi fu la volta dell’apostolo
Giacomo, detto il Maggiore, fratello di Giovanni (entrambi figli di Zebedeo).
Anche lui ci rimise la pelle (anzi la testa), a causa del suo apostolato. Fu
condannato da Erode Agrippa, regnante dal 41 al 44, nipote dell’altro Erode
(l’Antipa, che fece decapitare il Battista), entrambi discendenti di Erode il
Grande (At 12, 1 seg.). Nessun angelo del Signore accorse a proteggere Giacomo
dalla pena della decapitazione. Un angelo del Signore, invece, liberò Pietro
(il solito raccomandato) dal carcere in cui Erode Agrippa l’aveva rinchiuso. Le
guardie, che furono buggerate dall’angelo, pagarono con la vita la fuga del
prigioniero. Anche Erode Agrippa pagò il fio per le persecuzioni da lui
ordinate contro i protetti del Signore. Fu percosso da un angelo e morì
divorato dai vermi (At 12, 20 seg.). Le persecuzioni giudaiche contro la setta
dei Nazareni, seguaci di Gesù, furono la causa dell’inizio della loro
dispersione nei vari paesi dell’Impero romano, dove svolsero proficua attività
missionaria.
L’ebreo
Paolo, araldo di Dio, ricolmo dalla testa ai piedi di Spirito Santo, da cui
ricevette i lumi per comprendere i divini misteri, fattosi missionario nel nome
di Cristo, predicò una sua dottrina, sulla cui base è stato fondato il
cristianesimo. Paolo, per un verso, ha spoliticizzato la figura del Cristo
Gesù, per un altro verso, ha spiritualizzato il suo insegnamento. Emulo di
Gesù, anche lui compì (manco a dirlo!) miracoli e prodigi, ma anche malefici
(At 13, 4 seg.). Nell’isola di Cipro, alla presenza del proconsole romano, che
lo convocò assieme al suo compagno Barnaba per ascoltare la parola di Dio,
Paolo accecò un mago a lui ostile. Il proconsole fece buon viso alla cattiva
sorte toccata al suo mago e consigliere. Impaurito, abbracciò la fede
propinatagli da Paolo, senza battere ciglio, stupefatto del maleficio da lui
compiuto. Paolo, per non essere da meno del suo rivale Pietro, guarì un uomo
zoppo, che stava sempre seduto e non aveva mai fatto un passo fin dalla nascita
(At 14, 8 seg.). Alcuni superstiziosi pagani lo scambiarono per una divinità
discesa sulla terra. Taluni giudei, tanto invidiosi quanto increduli,
sobillarono la folla contro di lui. Paolo fu lapidato a furore di popolo.
Riuscì, a stento, a salvare la vita. E se Paolo accecava nel nome di Gesù,
Pietro non scherzava (At 5, 1 seg.). Contro due credenti, Anania e la moglie
Saffica, non rammentò il precetto di Gesù di perdonare il prossimo fino a
settanta volte sette (Mt 18, 22). I due malcapitati avevano venduto un loro
podere, trattenendosi una parte del ricavato e deponendo il resto ai piedi
degli apostoli, facendo credere che quella fosse l’intera somma ricavata dalla
vendita. Pietro fiutò l’inganno e tacciò d’avarizia i due maldestri fratelli in
Cristo. L’aspro rimprovero di Pietro provocò ad Anania uno spavento tale che
cadde a terra, fulminato. Poco dopo arrivò la moglie, Saffica, ignara di quanto
occorso al marito. Interrogata dal burbero apostolo, la donna mentì sul prezzo
di vendita del podere. Pietro la subissò di rimproveri, minacciandola persino
di morte. Saffica, spaventata dalla reprimenda di Pietro, ebbe il tremacuore e
cadde morta ai suoi piedi, come colpita da un fulmine. Il fatto suscitò terrore
in tutta la comunità dei nazareni. Pietro, se per un verso minacciava di morte
chi cercava di frodare la comunità nazarena, per un altro verso elargiva ai
fedelissimi i doni dello Spirito Santo. Un certo Simone, che praticava l’arte
magica e che si era convertito alla “buona novella” (At 8, 9-25), affascinato
dai prodigi che accadevano con la trasmissione dello Spirito, volle comprare da
Pietro il segreto di quel singolare potere (simonia). Pietro, infuriatosi per
l’ardire dell’altro, lo mandò in malora, sentenziando che i doni di Dio non
potevano ridursi a oggetto di magia. Lo minacciò persino di scomunicarlo,
implorando contro di lui castighi divini, se non avesse fatto ammenda della sua
malvagità. Il mago, intimorito dalle giaculatorie poco cristiane del principe
degli apostoli, fece umilmente atto di sottomissione, pregandolo d’intercedere
presso il Signore, affinché lo risparmiasse dalle maledizioni, che l’altro
aveva concitatamente evocate a suo danno.
La Chiesa,
dopo la svolta opportunistica di Costantino e la proclamazione del
cristianesimo religione ufficiale dell’Impero romano, ebbe partita vinta sul
paganesimo mediante l’Editto della Fede emanato dall'imperatore Teodosio (380).
Tutti i culti pagani furono proibiti, i templi distrutti o convertiti in
chiese, gli idoli abbattuti. Nel 415, un gruppo di monaci fanatici, seguaci del
patriarca Cirillo di Alessandria, linciò Ipazia, filosofa neoplatonica,
matematica, astronoma, distruggendo ciò che restava della famosa biblioteca di
Alessandria d’Egitto, già precedentemente danneggiata. Il fanatismo dei
cristiani fu causa dell’inesorabile declino della città, centro culturale dell’ellenismo.
Ipazia, martire del libero pensiero, spogliata delle sue vesti, trascinata per
le vie della città, fu uccisa, dilaniata, bruciata.
La Roma dei
papi assunse autorevolezza nel corso dei secoli in conformità a una leggenda:
la fondazione pietrina della sede apostolica romana. Il primato di Pietro
deriverebbe dall’interpretazione di una pericope del Vangelo secondo Matteo
(cfr. 16, 18-19), da cui si è voluto desumere l’istituzione del papato da parte
di Gesù. In verità, le parole rivolte da Gesù a Pietro (in Mt 16, 19) sono
testualmente ripetute anche a tutti gli apostoli (in Mt 18, 18 e in Gv 20,23).
Dalla pericope giovannea si è voluto altresì desumere la prerogativa
dell’infallibilità della Chiesa, che sarebbe assistita dallo Spirito Santo nella
conoscenza della verità (Gv 14, 16-17.26; 15, 26; 16, 13). In verità, in un
passo dei vangeli, dove gli apostoli discutono chi tra loro sia il più grande,
Gesù reprime le loro ambizioni (Mt 18, 1 seg.; Mc 9, 33 seg.; Lc 9, 46 seg.).
Del resto, né Paolo né lo stesso Pietro, nelle lettere a loro attribuite,
accennano al primato di Pietro sulla Chiesa. Gesù, dunque, non pare che abbia
voluto conferire a uno solo degli apostoli l’esclusiva potestà giuridica sulla
Chiesa. Questa, invece, affermatasi e legittimatasi come istituzione, prese
tutt’altra direzione, accentrando il potere nell’autorità dogmatica del papato.
La festa pagana di Romolo e Remo, fondatori dell’urbe, celebrata il 29 giugno,
fu sostituita con quella in onore di Pietro e Paolo, i maggiori fondatori del
cristianesimo. Pio XII, nell’anno santo 1950, compiendo le sue funzioni
d’infallibile successore di Pietro, proclamò il dogma dell’Assunzione al cielo
di Maria, Madre di Dio, in quanto concepita senza peccato, perciò non soggetta
a morte. Il dogma dell’immacolata concezione fu promulgato dall’infallibile Pio
IX nel 1854. L’infallibilità pontificia fu annunciata dal Concilio Vaticano I
nel 1870. L’Assunzione della Madonna si festeggia il 15 agosto, quando la
costellazione della Vergine sale verso il cielo e sparisce la sua stella più
luminosa, per riapparire l’8 settembre, quando si festeggia la nascita della
vergine Maria, sacralizzata come Madre di Dio. Altre due ricorrenze mariane si
festeggiano, l’una, l’Annunciazione (cioè il concepimento di Maria), al 25
marzo (nove mesi prima del Natale), l’altra, la Purificazione (cioè la
presentazione al Tempio di Gerusalemme del Bambinello), al 2 febbraio (quaranta
giorni dopo il Natale). A Maria, accolta in Paradiso in corpo e spirito al
momento della morte (c.d. dormizione: quarto mistero glorioso), è stata
conferita altresì dignità regale con l’incoronazione a Regina del cielo e della
terra (quinto mistero glorioso). Maria, designata dal Concilio di Efeso (431)
Madre di Dio (theotokos), è raffigurata come la dea pagana Iside, madre
di Horus, con l’infante (Gesù Bambino) in braccio. Sotto l’oscuro velo che
ricopre la statua di Iside, si nascondono i misteri e il sapere degli antichi
culti, che solo gli illuminati mistici possono svelare. Ai comuni mortali, martiri
ed eroi del libero pensiero, è sufficiente sapere che sotto il velo del mistero
cristiano si cela l’inganno di una verità di fede costruita su asserzioni
fideistiche inverificabili.
Il Nuovo
Testamento, pervenuto non in originale, ma in copie di copie, non esente da
manipolazioni, non può essere assunto come prova certa dell’autenticità e della
verità storica dei fatti e detti attribuiti al Cristo Gesù. Quale fiducia
possiamo attribuire ai testi sacri delle tre religioni monoteistiche, peraltro
tra loro discordanti? Sono essi rivelatori dell’autentica Parola divina, la cui
ottemperanza garantirebbe la salvezza dell’anima? Quale sarebbe la divina
volontà, se essa è, per definizione, inaccessibile, indeterminabile,
impercettibile? Su quale fondamento poggia la credenza ebraica che Dio abbia
comunicato il suo “verbo” a dei pastori nomadi ebrei, eleggendoli suo popolo
prediletto? Quale fiducia dare alla credenza cristiana che una supposta
divinità in tre persone si sia fatta riconoscere agli uomini, incarnandosi e
storicizzandosi nella persona dell’ebreo Gesù, e che questi abbia portato a
compimento la religione degli ebrei? Come poter credere alla pretesa dei
musulmani, che Dio abbia direttamente comunicato il suo ultimo e definitivo
messaggio al beduino Maometto, e che tale messaggio, dopo la morte del Profeta
arabo, è quello che è stato trascritto nel Corano?
Il culto
della dea Iside, diffusosi in tutto l’Impero romano, si riscontra ancora nelle
attuali misteriose madonne nere, venerate soprattutto nel sud della Francia
(Camargue), dove, secondo la “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine (Varazze),
vescovo di Genova, sarebbe sbarcata Maria Maddalena. Secondo altre fantasiose
leggende (come quella del Santo Graal), dal figlio che la Maddalena, messa
incinta da Gesù, partorì in Francia, sarebbe derivata la dinastia dei
Merovingi. Lo sbarco a Marsiglia della discepola che Gesù amava, si può
contemplare nelle scene giottesche della Cappella della Maddalena ad Assisi.
Buon viaggio!
Lucio Apulo Daunio
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