mercoledì 27 luglio 2011


LA COMUNITA' DEI NAZARENI



I Nazareni sono i primi seguaci di Gesù, detto il Nazareno, che si raccolsero, dopo la dipartita del Cristo, attorno agli apostoli, sotto l’autorevole guida di Pietro, di Giovanni e di Giacomo, detto il Giusto, fratello del Signore, attenendosi alle loro istruzioni, pregando assiduamente, frequentando giornalmente il Tempio, ottemperando alle prescrizioni della Legge (At 2, 42 seg.). I loro beni materiali li mettevano a disposizione della comunità per essere distribuiti secondo il bisogno di ciascuno (comunismo religioso). Seguivano alla lettera l’insegnamento di Gesù (Lc 18, 25), che esortava a rinunciare alle ricchezze materiali per salvare l’anima. I “comunisti” gesuani si riunivano nelle loro case per celebrare il rito della “fractio panis” in memoria dell’ultima cena, che gli apostoli avevano consumato assieme a Gesù, prima del suo arresto. L’evangelista Luca (Lc 22, 19) asserisce, parimenti al suo maestro Paolo (1 Co 11, 17-34), che fu lo stesso Gesù a volere che fosse istituita l’usanza di mangiare ritualmente in comune, commemorando la sua “passione”, nell’attesa del suo imminente ritorno, dopo l’apoteosi. Evidente è che Gesù aveva preso un abbaglio riguardo alla c.d. “parusia” (il suo secondo avvento alla fine dei tempi, da lui previsti imminenti).

I discepoli del Nazareno godevano la stima di tutto il popolo, soprattutto per i prodigi e i miracoli che compivano (At 5, 12 seg). Gli infermi ottenevano miracolose guarigioni, persino dall’ombra di Pietro, perciò erano adagiati su lettini e barelle in attesa del suo passaggio. Quanto più gli apostoli si prodigavano nel miracolare ammalati e liberare indemoniati, tanto più si accresceva il numero dei credenti. Un giorno, Pietro guarì un uomo zoppo fin dalla nascita. Il miracolato, rinvigorite le sue gambe, guizzò in piedi. Corse tosto al Tempio per ringraziare l’Altissimo (At 3, 1-10), saltellando a guisa di un canguro. Un altro giorno, Pietro guarì un paralitico, che giaceva sul letto da otto anni (At 9, 32-35). Il miracolato, rinvigorito, si drizzò sano e vispo come un pesce, rifacendosi da solo il letto. Pietro, degno emulatore del suo divino Maestro, un giorno resuscitò dalla morte una discepola, che si prodigava in opere buone ed elemosine (At 9, 36-43). La prodigiosa attività degli apostoli, insomma, suscitò scalpore, provocando l’ostilità della casta sacerdotale giudaica e, soprattutto, del partito religioso dei Sadducei, che osteggiava la credenza nella resurrezione dei morti, di cui i Nazareni andavano predicando ai quattro venti (At 4, 1 seg.). Le guardie giudaiche, su ordine del Sinedrio, arrestarono gli apostoli. Furono messi in prigione e minacciati, prima di essere rilasciati. Dopo qualche tempo, furono nuovamente arrestati e imprigionati a causa del loro ostinato apostolato, che compivano nel nome di Gesù, il sedicente messia che i giudei avevano fatto condannare a morte (At 5, 17 seg.). Dal carcere, miracolosamente (mediante l’aiuto di un angelo del Signore), evasero, ma furono ben presto riacciuffati dalle guardie per essere sottoposti al giudizio del Sinedrio, dove la fecero franca per l’intercessione del fariseo Gamaliele, dottore della Legge, onorato da tutto il popolo. La sua tesi difensiva verteva sull’ipotesi che se l’impresa degli apostoli aveva l’appoggio divino, non si poteva annientarla né contrastarla senza inimicarsi l’Onnipotente. Prima di essere rilasciati liberi per intercessione di Gamaliele, gli apostoli si buscarono sonore legnate e severe minacce e fu loro ribadito il divieto di predicare nel nome dell’eretico Gesù. Fu tutto inutile. Di fronte alla caparbietà degli apostoli, l’autorità giudaica dovette intervenire duramente. Stefano, discepolo pieno di grazia e di potenza, che faceva grandi prodigi, scontò per primo le colpe di tutti (At 6, 8 seg; 7, 1 seg.). Fu accusato di blasfemia e arrestato. Recitò, con l’aiuto dello Spirito Santo, una lunga e sapiente perorazione in sua difesa, che fece uscire dai gangheri i membri del Sinedrio, quando furono da lui accusati di essere responsabili della morte di Gesù. I giudici, digrignando i denti, inorriditi dai blasfemi sproloqui pronunciati da Stefano, si scagliarono contro di lui, lo condussero fuori della città santa, lapidandolo. Non ci furono angeli del Signore che potettero salvarlo dal martirio (avvenuto attorno all’anno 36). La Chiesa elevò Stefano agli onori dell’altare, santificandolo. Saulo, che non era ancora il convertito Paolo, ma il tremendo persecutore della setta dei Nazareni, ne approvò l’uccisione (At 8, 1 a). Poi fu la volta dell’apostolo Giacomo, detto il Maggiore, fratello di Giovanni (entrambi figli di Zebedeo). Anche lui ci rimise la pelle (anzi la testa), a causa del suo apostolato. Fu condannato da Erode Agrippa, regnante dal 41 al 44, nipote dell’altro Erode (l’Antipa, che fece decapitare il Battista), entrambi discendenti di Erode il Grande (At 12, 1 seg.). Nessun angelo del Signore accorse a proteggere Giacomo dalla pena della decapitazione. Un angelo del Signore, invece, liberò Pietro (il solito raccomandato) dal carcere in cui Erode Agrippa l’aveva rinchiuso. Le guardie, che furono buggerate dall’angelo, pagarono con la vita la fuga del prigioniero. Anche Erode Agrippa pagò il fio per le persecuzioni da lui ordinate contro i protetti del Signore. Fu percosso da un angelo e morì divorato dai vermi (At 12, 20 seg.). Le persecuzioni giudaiche contro la setta dei Nazareni, seguaci di Gesù, furono la causa dell’inizio della loro dispersione nei vari paesi dell’Impero romano, dove svolsero proficua attività missionaria.

L’ebreo Paolo, araldo di Dio, ricolmo dalla testa ai piedi di Spirito Santo, da cui ricevette i lumi per comprendere i divini misteri, fattosi missionario nel nome di Cristo, predicò una sua dottrina, sulla cui base è stato fondato il cristianesimo. Paolo, per un verso, ha spoliticizzato la figura del Cristo Gesù, per un altro verso, ha spiritualizzato il suo insegnamento. Emulo di Gesù, anche lui compì (manco a dirlo!) miracoli e prodigi, ma anche malefici (At 13, 4 seg.). Nell’isola di Cipro, alla presenza del proconsole romano, che lo convocò assieme al suo compagno Barnaba per ascoltare la parola di Dio, Paolo accecò un mago a lui ostile. Il proconsole fece buon viso alla cattiva sorte toccata al suo mago e consigliere. Impaurito, abbracciò la fede propinatagli da Paolo, senza battere ciglio, stupefatto del maleficio da lui compiuto. Paolo, per non essere da meno del suo rivale Pietro, guarì un uomo zoppo, che stava sempre seduto e non aveva mai fatto un passo fin dalla nascita (At 14, 8 seg.). Alcuni superstiziosi pagani lo scambiarono per una divinità discesa sulla terra. Taluni giudei, tanto invidiosi quanto increduli, sobillarono la folla contro di lui. Paolo fu lapidato a furore di popolo. Riuscì, a stento, a salvare la vita. E se Paolo accecava nel nome di Gesù, Pietro non scherzava (At 5, 1 seg.). Contro due credenti, Anania e la moglie Saffica, non rammentò il precetto di Gesù di perdonare il prossimo fino a settanta volte sette (Mt 18, 22). I due malcapitati avevano venduto un loro podere, trattenendosi una parte del ricavato e deponendo il resto ai piedi degli apostoli, facendo credere che quella fosse l’intera somma ricavata dalla vendita. Pietro fiutò l’inganno e tacciò d’avarizia i due maldestri fratelli in Cristo. L’aspro rimprovero di Pietro provocò ad Anania uno spavento tale che cadde a terra, fulminato. Poco dopo arrivò la moglie, Saffica, ignara di quanto occorso al marito. Interrogata dal burbero apostolo, la donna mentì sul prezzo di vendita del podere. Pietro la subissò di rimproveri, minacciandola persino di morte. Saffica, spaventata dalla reprimenda di Pietro, ebbe il tremacuore e cadde morta ai suoi piedi, come colpita da un fulmine. Il fatto suscitò terrore in tutta la comunità dei nazareni. Pietro, se per un verso minacciava di morte chi cercava di frodare la comunità nazarena, per un altro verso elargiva ai fedelissimi i doni dello Spirito Santo. Un certo Simone, che praticava l’arte magica e che si era convertito alla “buona novella” (At 8, 9-25), affascinato dai prodigi che accadevano con la trasmissione dello Spirito, volle comprare da Pietro il segreto di quel singolare potere (simonia). Pietro, infuriatosi per l’ardire dell’altro, lo mandò in malora, sentenziando che i doni di Dio non potevano ridursi a oggetto di magia. Lo minacciò persino di scomunicarlo, implorando contro di lui castighi divini, se non avesse fatto ammenda della sua malvagità. Il mago, intimorito dalle giaculatorie poco cristiane del principe degli apostoli, fece umilmente atto di sottomissione, pregandolo d’intercedere presso il Signore, affinché lo risparmiasse dalle maledizioni, che l’altro aveva concitatamente evocate a suo danno.

La Chiesa, dopo la svolta opportunistica di Costantino e la proclamazione del cristianesimo religione ufficiale dell’Impero romano, ebbe partita vinta sul paganesimo mediante l’Editto della Fede emanato dall'imperatore Teodosio (380). Tutti i culti pagani furono proibiti, i templi distrutti o convertiti in chiese, gli idoli abbattuti. Nel 415, un gruppo di monaci fanatici, seguaci del patriarca Cirillo di Alessandria, linciò Ipazia, filosofa neoplatonica, matematica, astronoma, distruggendo ciò che restava della famosa biblioteca di Alessandria d’Egitto, già precedentemente danneggiata. Il fanatismo dei cristiani fu causa dell’inesorabile declino della città, centro culturale dell’ellenismo. Ipazia, martire del libero pensiero, spogliata delle sue vesti, trascinata per le vie della città, fu uccisa, dilaniata, bruciata.

La Roma dei papi assunse autorevolezza nel corso dei secoli in conformità a una leggenda: la fondazione pietrina della sede apostolica romana. Il primato di Pietro deriverebbe dall’interpretazione di una pericope del Vangelo secondo Matteo (cfr. 16, 18-19), da cui si è voluto desumere l’istituzione del papato da parte di Gesù. In verità, le parole rivolte da Gesù a Pietro (in Mt 16, 19) sono testualmente ripetute anche a tutti gli apostoli (in Mt 18, 18 e in Gv 20,23). Dalla pericope giovannea si è voluto altresì desumere la prerogativa dell’infallibilità della Chiesa, che sarebbe assistita dallo Spirito Santo nella conoscenza della verità (Gv 14, 16-17.26; 15, 26; 16, 13). In verità, in un passo dei vangeli, dove gli apostoli discutono chi tra loro sia il più grande, Gesù reprime le loro ambizioni (Mt 18, 1 seg.; Mc 9, 33 seg.; Lc 9, 46 seg.). Del resto, né Paolo né lo stesso Pietro, nelle lettere a loro attribuite, accennano al primato di Pietro sulla Chiesa. Gesù, dunque, non pare che abbia voluto conferire a uno solo degli apostoli l’esclusiva potestà giuridica sulla Chiesa. Questa, invece, affermatasi e legittimatasi come istituzione, prese tutt’altra direzione, accentrando il potere nell’autorità dogmatica del papato. La festa pagana di Romolo e Remo, fondatori dell’urbe, celebrata il 29 giugno, fu sostituita con quella in onore di Pietro e Paolo, i maggiori fondatori del cristianesimo. Pio XII, nell’anno santo 1950, compiendo le sue funzioni d’infallibile successore di Pietro, proclamò il dogma dell’Assunzione al cielo di Maria, Madre di Dio, in quanto concepita senza peccato, perciò non soggetta a morte. Il dogma dell’immacolata concezione fu promulgato dall’infallibile Pio IX nel 1854. L’infallibilità pontificia fu annunciata dal Concilio Vaticano I nel 1870. L’Assunzione della Madonna si festeggia il 15 agosto, quando la costellazione della Vergine sale verso il cielo e sparisce la sua stella più luminosa, per riapparire l’8 settembre, quando si festeggia la nascita della vergine Maria, sacralizzata come Madre di Dio. Altre due ricorrenze mariane si festeggiano, l’una, l’Annunciazione (cioè il concepimento di Maria), al 25 marzo (nove mesi prima del Natale), l’altra, la Purificazione (cioè la presentazione al Tempio di Gerusalemme del Bambinello), al 2 febbraio (quaranta giorni dopo il Natale). A Maria, accolta in Paradiso in corpo e spirito al momento della morte (c.d. dormizione: quarto mistero glorioso), è stata conferita altresì dignità regale con l’incoronazione a Regina del cielo e della terra (quinto mistero glorioso). Maria, designata dal Concilio di Efeso (431) Madre di Dio (theotokos), è raffigurata come la dea pagana Iside, madre di Horus, con l’infante (Gesù Bambino) in braccio. Sotto l’oscuro velo che ricopre la statua di Iside, si nascondono i misteri e il sapere degli antichi culti, che solo gli illuminati mistici possono svelare. Ai comuni mortali, martiri ed eroi del libero pensiero, è sufficiente sapere che sotto il velo del mistero cristiano si cela l’inganno di una verità di fede costruita su asserzioni fideistiche inverificabili.

Il Nuovo Testamento, pervenuto non in originale, ma in copie di copie, non esente da manipolazioni, non può essere assunto come prova certa dell’autenticità e della verità storica dei fatti e detti attribuiti al Cristo Gesù. Quale fiducia possiamo attribuire ai testi sacri delle tre religioni monoteistiche, peraltro tra loro discordanti? Sono essi rivelatori dell’autentica Parola divina, la cui ottemperanza garantirebbe la salvezza dell’anima? Quale sarebbe la divina volontà, se essa è, per definizione, inaccessibile, indeterminabile, impercettibile? Su quale fondamento poggia la credenza ebraica che Dio abbia comunicato il suo “verbo” a dei pastori nomadi ebrei, eleggendoli suo popolo prediletto? Quale fiducia dare alla credenza cristiana che una supposta divinità in tre persone si sia fatta riconoscere agli uomini, incarnandosi e storicizzandosi nella persona dell’ebreo Gesù, e che questi abbia portato a compimento la religione degli ebrei? Come poter credere alla pretesa dei musulmani, che Dio abbia direttamente comunicato il suo ultimo e definitivo messaggio al beduino Maometto, e che tale messaggio, dopo la morte del Profeta arabo, è quello che è stato trascritto nel Corano?

Il culto della dea Iside, diffusosi in tutto l’Impero romano, si riscontra ancora nelle attuali misteriose madonne nere, venerate soprattutto nel sud della Francia (Camargue), dove, secondo la “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine (Varazze), vescovo di Genova, sarebbe sbarcata Maria Maddalena. Secondo altre fantasiose leggende (come quella del Santo Graal), dal figlio che la Maddalena, messa incinta da Gesù, partorì in Francia, sarebbe derivata la dinastia dei Merovingi. Lo sbarco a Marsiglia della discepola che Gesù amava, si può contemplare nelle scene giottesche della Cappella della Maddalena ad Assisi. Buon viaggio!


Lucio Apulo Daunio


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