domenica 31 luglio 2011




I PRIMI DISCEPOLI DEL CRISTO GESU’



             Discordanti sono i racconti degli evangelisti riguardo alla chiamata dei primi discepoli. Nel Vangelo secondo Giovanni (1, 35-51) si attesta che i primi due che seguirono Gesù erano discepoli del profeta Giovanni Battista. Si racconta che un giorno Giovanni vide Gesù passare nelle vicinanze e lo additò ai discepoli, definendolo “Agnello di Dio”. Ciò bastò a persuadere due di loro. Così, lì per lì, desiderosi di entrare nell'ovile di Cristo, piantarono in asso il Battista per seguire l’altro. Gesù, accortosi che quei due lo stavano seguendo quatton quattoni, si voltò e chiese loro che cosa stavano cercando. Quelli risposero che volevano sapere dove alloggiasse. Gesù li invitò a seguirlo. Arrivati che furono, visto ciò che c’era da vedere, cioè dove era il ricetto di Gesù, i due neofiti restarono con lui (non è dato sapere altro). Uno dei due si chiamava Andrea (incerta è l’identificazione dell’altro). Andrea era fratello di Simone, che andò subito a cercare per riferirgli di aver trovato il Messia, l’Agnello di Dio, destinato a essere sacrificato sull'ara del mondo per discolpare l’umana gente da una presunta colpa originaria. Simone si convinse a seguirlo ed entrambi andarono a trovare Gesù. Questi, appena vide Simone, lo fissò negli occhi e lo chiamò per nome, pronunciando anche quello di suo padre. Che Gesù conoscesse, in quanto dotato di sovrumana conoscenza, le generalità di Simone e di suo padre, può credersi solo in base alla fede. Verosimilmente, Gesù ne era stato informato prima che l’altro arrivasse. Se Gesù avesse facoltà divine, lo lasciamo credere ai suoi fedeli. Intanto, tenendo lo sguardo sempre fisso su Simone (ipnotizzandolo?), lo conquistò (plagiò) alla sua causa, attribuendogli il nome Pietro (Kefa in aramaico e Pétros in greco significano pietra, forse un soprannome per le persone di aspetto massiccio). In un passo di Matteo (16, 17), Gesù chiama Simone “figlio di Giona”. In aramaico “bar Jona” potrebbe significare figlio di Giona, cioè di Giovanni (cfr. Gv 1, 42 e 21, 15). Nessuna fonte però riporta Giona (Jona) come abbreviazione di Giovanni. Nel testo greco del vangelo, l’appellativo “barjona” è scritto tutto attaccato. In tal caso potrebbe significare “patriota” o “ribelle” e potrebbe alludere all'appartenenza di Simone a una setta radicale militante. Infatti, egli tenterà una resistenza armata durante l’arresto di Gesù (Gv 18, 10). Sarà proprio (metaforicamente parlando) sulla roccia pietrina che la costituenda Chiesa di Cristo edificherà il potere temporale e spirituale, sostituendo l’Agnello di Dio con il proficuo vitello d’oro.

Un giorno, mentre girovagava per la Galilea, Gesù incontrò Filippo e gli ordinò di seguirlo. L’altro, senza battere ciglio, ammaliato da Gesù, si convertì alla sua causa. Un giorno, incontrando il suo amico Natanaele, Filippo gli riferì di aver trovato il Messia, annunciato da Mosè e dagli altri profeti. L’Unto del Signore si chiamava Gesù. Proveniva da Nazareth di Galilea ed era figlio di un carpentiere di nome Giuseppe. Filippo non poteva immaginare che i discepoli l’avrebbero poi innalzato a Figlio di Dio. Natanaele, però, si mostrò alquanto scettico riguardo alla provenienza del Messia da una regione di cattiva reputazione. Egli aveva il pregiudizio, comune allora tra i giudei, che dalla Galilea non potesse arrivare qualcosa di buono. Era un territorio di militanza rivoluzionaria, generatrice di movimenti di ribellione contro l’occupazione romana e i loro collaborazionisti. Certamente, aveva sentito parlare della rivolta antiromana, guidata da Giuda il Galileo, capo degli zeloti (i galilei messianici, pieni di zelo per la Legge), tra le cui file militava l’ala estremista dei sicari (cfr At 5, 34 seg.), denominati “latrones” dai romani, ed era informato della durissima repressione che ne seguì. Filippo, tuttavia, riuscì a convincerlo. Andarono entrambi da Gesù, affinché Natanaele si rendesse conto che il Cristo era fatto di tutt’altra pasta (in verità, fu condannato a morte con l’accusa di sobillare il popolo, cfr Lc 23, 5). Non poté trovare minore accoglienza, poiché Gesù, appena lo vide, l’adulò, elogiandolo come autentico israelita in cui non c’era falsità. Natanaele rimase sbigottito nell’udire quelle suadenti parole, con le quali Gesù dimostrava di conoscerlo nell'intimo. Gli chiese donde provenisse la sua conoscenza. Gesù rispose di averlo già visto…sotto il fico (sic!). Una risposta da tomo? Una percezione telepatica? Un riferimento simbolico all’albero che illuminò Buddha? Non è dato sapere. Fico o non che fosse, veduto o non che l’ebbe, la risposta di Gesù soddisfece Natanaele, fugando la diffidenza su quelli provenienti dalla Galilea. Manifestò subito il suo entusiasmo per Gesù, lodandolo come re d’Israele, figlio di Dio (nel senso giudaico di titolo messianico). Ascoltando le lusinghe dell’altro, Gesù non stette nella pelle. Ringalluzzì e giocò di grosso. Aveva compreso il carattere del discepolo, azzeccato il luogo dove l’aveva notato, ma tutto questo non era niente in confronto ai prodigi che avrebbe ostentato in seguito. La fantasia di Gesù esplose, solleticata dalla curiosità di Natanaele, al quale assicurò che gli avrebbe mostrato cieli che si aprivano e angeli che apparivano in altalenanti saliscendi, come se fossero dei burattini al comando del puparo. Queste assurdità, che la Chiesa trionfante spaccia per verità sacrosante, son fole che servono a sbigottire pii creduloni. Quanto a immaginativa, gli evangelisti proprio non sanno contenersi nel descrivere le gesta mirabolanti del loro eroe, esagerando fino all’inverosimile. Della locuzione “est modus in rebus”, che condanna ogni esagerazione, gli autori dei Vangeli non fecero tesoro.

Nella schematica esposizione del Vangelo secondo Marco, l’evangelista presenta una diversa versione della chiamata dei primi discepoli di Gesù (Mc 1, 14-20). Si racconta che, dopo l’arresto di Giovanni Battista, ordinato da Erode Antipa, Gesù (verosimilmente discepolo del Battista) ritornò in Galilea, dove iniziò a predicare il Vangelo del Regno di Dio, essendo ormai terminato, a suo giudizio, il tempo dell’attesa messianica. Esortava a pentirsi e a convertirsi al suo messaggio e sperare nella salvezza dalle pene infernali nell’aldilà. Questo triste luogo oltretomba, invenzione di antiche superstiziose credenze, non è il fosco Sheol giudaico né il tenebroso Ade pagano, cupo, umido, marcescente. Gli evangelisti lo raffigurano paragonandolo all’ardente Geenna, la valle nei pressi del monte Sion in Gerusalemme, dove perennemente bruciavano immondizie e cadaveri. Marco racconta che un giorno, mentre Gesù passeggiava lungo la riva del lago di Genesaret, in Galilea, vide due pescatori intenti a gettare le reti nelle acque del lago. Erano i fratelli Simone e Andrea. Li chiamò e li fece pescatori d’uomini (al loro amo, infatti, abboccheranno in molti). I due, forse allettati dalla prospettiva di un lavoro meno oneroso, decisero tosto di cambiar mestiere, non riflettendo minimamente sulle conseguenze della loro decisione. Lasciarono le reti e, al pari di due sprovveduti, lo seguirono, senza darsi pensiero su come sarebbero campati sia loro sia le rispettive famiglie, privi dei proventi del loro lavoro. Sperarono nella divina provvidenza? Niente affatto! Fu invece la carità del prossimo benestante a fornire loro di che vivere per compiere la divina missione. In quel medesimo giorno, secondo il racconto dell’evangelista, mentre procedeva lungo la riva del lago, Gesù vide altri due pescatori: erano i fratelli Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che stavano sulla barca, intenti a rassettare le reti. Li chiamò, e quelli andarono da lui, senza pensarci due volte, avvinti dal suo carisma. Lo seguirono senza remore, abbandonando baracca e burattini, ossia, barca, genitori, aiutanti e proventi della pesca. Gesù li soprannominò “figli del tuono” (boanerghes), forse per il loro carattere impulsivo e vendicativo (cfr Lc 9, 54), forse perché erano ribelli zeloti, ostili all’autorità romana. Queste improvvise conversioni appaiono del tutto inattendibili. Può la grazia suscitare una fede istantanea, che giustifichi la cieca disponibilità a seguire uno sconosciuto santone? Furono ipnotizzati, ammaliati o plagiati dal Cristo Gesù? Il più professionale dei moderni strizzacervelli non sarebbe capace di convincere chicchessia in un batter d’occhio, come fece Gesù con i pescatori, secondo la testimonianza riportata nel Vangelo marciano. Alleluia!

L’evangelista Matteo (Mt 4, 12-22) riproduce il racconto di Marco sulla conversione dei primi discepoli. Egli attesta che Gesù, lasciata Nazareth, andò ad abitare in Cafarnao, un villaggio sulla riva del lago di Galilea, affinché si adempisse il vaticinio del profeta Isaia. Siamo alla solita tiritera delle citazioni veterotestamentarie, con cui gli evangelisti cercano di dimostrare le predizioni riguardanti l’avvento del Cristo Gesù, cioè che questi operava secondo le antiche (pseudo) profezie. In verità, le profezie dell’Antico Testamento non hanno alcun legame con la vicenda del Nazareno. Quanto al suddetto vaticinio (Is 8, 23; 9, 1-6), esso aveva lo scopo di consolare il popolo d’Israele, oppresso dai nemici, prospettando loro la speranza dell’avvento di un re-messia liberatore, forte come Davide, sapiente come Salomone, che avrebbe regnato dall’uno all’altro mare e di cui tutti gli altri re della Terra sarebbero stati tributari. Nel Vangelo secondo Luca (Lc 4, 14-31), invece, si chiarisce che Gesù lasciò Nazareth e si stabilì a Cafarnao a causa di un diverbio con i suoi compaesani. La profezia d’Isaia, quindi, ci azzecca come i cavoli a merenda.

L’evangelista Luca (Lc 5, 1-11) racconta la vicenda delle prime conversioni, adornandola con aggiuntivi episodi. Il sipario del dramma si apre con la scena dell’apparizione di Gesù intento a predicare sulla riva del lago di Galilea, circondato dalla folla che fa ressa intorno a lui per ascoltare la buona novella sul Regno di Dio. Soffocato dalla calca, Gesù si apre un varco tra la folla, avvicinandosi a dei pescatori intenti a lavare le reti sulla riva del lago. Prega uno di loro, di nome Simone, affinché lo accompagni con la sua barca a breve distanza dalla riva, dove avrebbe potuto più agevolmente continuare la sua arringa salvifica alla folla vogliosa di ascoltarlo (erano così tanti in Israele i nullafacenti?). La sua richiesta è accolta. Terminato il sermone evangelico, mentre la folla comincia a diradarsi, Gesù decide di contraccambiare il favore ricevuto. Invita Simone ad andare a pescare con i suoi compagni. L’altro risponde che sarebbe una perdita di tempo, avendo già faticato, inutilmente, una notte intera. Prende tuttavia in parola il santone (non si sa mai…!) e ritorna a pescare con i suoi compagni. Gettano le reti e, quando le tirano su, queste (manco a dirlo!) straboccano di pesci di lago. Per evitare di strappare le reti e di affondare la barca, chiamano in soccorso altri pescatori. Stupefatto per il prodigio, Simone, che sarà soprannominato Pietro, va a prostrarsi ai piedi di Gesù. Lo esorta ad allontanarsi da lui, uomo di poca fede e peccatore (della precedente predica di Gesù, che non dava “conquibus”, Simon Pietro non si era curato più di tanto). Gesù risponde che vuole farlo pescatore d’uomini (sventura per chi abboccherà!). Simone non esita un solo istante alla chiamata nella compagnia gesuana. Decide di cambiar mestiere, abbandonando ogni cosa per seguirlo. Si fa pescatore d’uomini, antesignano di ciò che diverrà poi la casta sacralizzata del clero, senz’arte, ma di parte, separata dalla profana gente. Altri due compagni si uniscono a lui. Sono i figli di Zebedeo: Giacomo e Giovanni. Questi sono, secondo Luca, i primi tre militi della leva gesuana, chiamati alla missione di pescatori d’uomini per il regno dei cieli. Fu la miracolosa cattura di pesci a convincere i tre pescatori a seguire Gesù e a non curarsi di come sarebbero campati? Avevano cieca fiducia nell’approvvigionamento della Divina Provvidenza? Senza i loro proventi, come avrebbero potuto far fronte alle necessità della vita e procurare la sussistenza alle loro famiglie? Queste non si opposero alla loro impulsiva decisione? Quanto agli altri compagni pescatori, non pare che fossero meritevoli, a insindacabile giudizio di Dio Padre, di ricevere la grazia del Figlio. Presumibilmente, costoro non erano scriteriati come i tre “vocati” alla divina missione apostolica. L’insondabile mistero della grazia divina è dono riservato unicamente agli eletti per buona pace degli altri.

Della vocazione di un altro discepolo, un pubblicano, appaltatore di tasse per conto dei Romani, ne parlano concordemente gli autori dei tre Vangeli sinottici (Mt 9, 9-13, Mc 2, 13-17, Lc 5, 27-32). Il mestiere di gabelliere, in quei tempi, era ritenuto disonesto, non solo perché i pubblicani (romani o giudei) erano al servizio di una potenza straniera, che occupava la Palestina, ma anche perché esercitavano quel mestiere con esosità, compiendo atti vessatori (estorcevano denaro alla popolazione in misura maggiore rispetto a quanto dovevano versare al fisco romano). I pubblicani giudei venivano tacciati come traditori della nazione. Secondo gli evangelisti Marco e Luca, il discepolo “vocato” si chiama Levi, figlio d’Alfeo. Si chiama invece Matteo nell’altro omonimo vangelo. Ne consegue che, escludendo l’ipotesi che possa trattarsi di persone diverse, il discepolo in questione ha due nomi: Levi e Matteo. Verosimilmente, l’episodio narra la vocazione di un pubblicano, che potrebbe essere l’autore del Vangelo matteano. In verità, gli studiosi ritengono che il vangelo in questione sia stato redatto da un autore anonimo e attribuito all’apostolo Matteo per sancirne l’autorevolezza.

La chiamata alla leva di Cristo avvenne similmente alle precedenti conversioni. Un giorno Gesù vide il pubblicano Levi-Matteo seduto al banco delle imposte, intento nel suo lavoro, e lo chiamò. Quello si alzò e, senza esitare, abbandonò il desco e il redditizio impiego per seguire Gesù: alla chiamata di Dio non tentenna il milite cristiano! Pare incredibile! Invece è vero, parola di Vangelo! Tuttavia, prima di lasciare ogni cosa e dedicarsi all’apostolato, offrì un pranzo nella sua casa in onore di Gesù, nuovo padrone e patrono (non c’è santo che va in gloria, se manca la pappatoria!). Fu preparato un gran banchetto, al quale furono invitati numerosi ospiti di riguardo, tra cui gli immancabili farisei, scribi e dottori della Legge. Questi, durante il convito, si lamentarono con i discepoli di Gesù, perché lo vedevano in compagnia di pubblicani e di peccatori. In verità, stavano anche loro distesi sul triclinio intorno al medesimo desco a cibarsi assieme alla malfamata combriccola. Quantomeno inopportuno era il loro borbottio, potendo invece alzarsi e andarsene. Non lo fecero. Quel serpentino mormoreggiare raggiunse le orecchie di Gesù, il quale, avendo intuito le insinuazioni di quegli ipocriti, sentenziò, in tutta risposta (cfr. 1 Mc 2, 13-17), che il medico curava gli ammalati, non i sani. Quanto alla sua missione sulla terra, annunciò che non era venuto a redimere i giusti, ma i peccatori (anche se con molto ritardo e dando la preferenza all’eletto popolo del Padre celeste, ma questo è un altro discorso). L’evangelista Matteo aggiunge, al riguardo, che Gesù invitò i farisei ad apprendere la lezione del profeta Osea (Os 6, 6). Dio, secondo l’insegnamento di Osea, chiese al suo popolo d’avere sentimenti di misericordia e di amore verso il prossimo, ancorché peccatore, anziché limitarsi a offrire sacrifici idolatrici (che, tuttavia, erano pur sempre sanciti dalla Legge mosaica, di diritto divino). A sproposito citò, in quel frangente, fra le tante nefandezze bibliche, l’integralismo religioso di Mattatia. Il suo zelo per la Legge, infatti, spinse Mattatia a trucidare gli apostati, a circoncidere forzatamente i bimbi incirconcisi e a far strage di peccatori e rinnegati.

Della misericordia di Cristo trasse immeritato beneficio l’apostolo Paolo (1 Tm 1, 12-17), bestemmiatore e crudele persecutore dei nazareni. A lui fu concessa la grazia di Dio, inaspettatamente, non avendola richiesta. Vano sarebbe chiedersi con quali criteri Dio dona le sue grazie agli uomini.


 Lucio Apulo Daunio



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