I PRIMI DISCEPOLI DEL CRISTO GESU’
Discordanti
sono i racconti degli evangelisti riguardo alla chiamata dei primi discepoli.
Nel Vangelo secondo Giovanni (1, 35-51) si attesta che i primi due che
seguirono Gesù erano discepoli del profeta Giovanni Battista. Si racconta che
un giorno Giovanni vide Gesù passare nelle vicinanze e lo additò ai discepoli,
definendolo “Agnello di Dio”. Ciò bastò a persuadere due di loro. Così, lì per
lì, desiderosi di entrare nell'ovile di Cristo, piantarono in asso il Battista
per seguire l’altro. Gesù, accortosi che quei due lo stavano seguendo quatton
quattoni, si voltò e chiese loro che cosa stavano cercando. Quelli risposero
che volevano sapere dove alloggiasse. Gesù li invitò a seguirlo. Arrivati che
furono, visto ciò che c’era da vedere, cioè dove era il ricetto di Gesù, i due
neofiti restarono con lui (non è dato sapere altro). Uno dei due si chiamava
Andrea (incerta è l’identificazione dell’altro). Andrea era fratello di Simone,
che andò subito a cercare per riferirgli di aver trovato il Messia, l’Agnello
di Dio, destinato a essere sacrificato sull'ara del mondo per discolpare
l’umana gente da una presunta colpa originaria. Simone si convinse a seguirlo
ed entrambi andarono a trovare Gesù. Questi, appena vide Simone, lo fissò negli
occhi e lo chiamò per nome, pronunciando anche quello di suo padre. Che Gesù
conoscesse, in quanto dotato di sovrumana conoscenza, le generalità di Simone e
di suo padre, può credersi solo in base alla fede. Verosimilmente, Gesù ne era
stato informato prima che l’altro arrivasse. Se Gesù avesse facoltà divine, lo
lasciamo credere ai suoi fedeli. Intanto, tenendo lo sguardo sempre fisso su
Simone (ipnotizzandolo?), lo conquistò (plagiò) alla sua causa, attribuendogli
il nome Pietro (Kefa in aramaico e Pétros in greco
significano pietra, forse un soprannome per le persone di aspetto massiccio).
In un passo di Matteo (16, 17), Gesù chiama Simone “figlio di Giona”. In
aramaico “bar Jona” potrebbe significare figlio di Giona, cioè di
Giovanni (cfr. Gv 1, 42 e 21, 15). Nessuna fonte però riporta Giona (Jona)
come abbreviazione di Giovanni. Nel testo greco del vangelo, l’appellativo “barjona”
è scritto tutto attaccato. In tal caso potrebbe significare “patriota” o
“ribelle” e potrebbe alludere all'appartenenza di Simone a una setta radicale
militante. Infatti, egli tenterà una resistenza armata durante l’arresto di
Gesù (Gv 18, 10). Sarà proprio (metaforicamente parlando) sulla roccia pietrina
che la costituenda Chiesa di Cristo edificherà il potere temporale e
spirituale, sostituendo l’Agnello di Dio con il proficuo vitello d’oro.
Un giorno,
mentre girovagava per la Galilea, Gesù incontrò Filippo e gli ordinò di
seguirlo. L’altro, senza battere ciglio, ammaliato da Gesù, si convertì alla
sua causa. Un giorno, incontrando il suo amico Natanaele, Filippo gli riferì di
aver trovato il Messia, annunciato da Mosè e dagli altri profeti. L’Unto del
Signore si chiamava Gesù. Proveniva da Nazareth di Galilea ed era figlio di un
carpentiere di nome Giuseppe. Filippo non poteva immaginare che i discepoli
l’avrebbero poi innalzato a Figlio di Dio. Natanaele, però, si mostrò alquanto
scettico riguardo alla provenienza del Messia da una regione di cattiva
reputazione. Egli aveva il pregiudizio, comune allora tra i giudei, che dalla
Galilea non potesse arrivare qualcosa di buono. Era un territorio di militanza
rivoluzionaria, generatrice di movimenti di ribellione contro l’occupazione
romana e i loro collaborazionisti. Certamente, aveva sentito parlare della
rivolta antiromana, guidata da Giuda il Galileo, capo degli zeloti (i galilei
messianici, pieni di zelo per la Legge), tra le cui file militava l’ala
estremista dei sicari (cfr At 5, 34 seg.), denominati “latrones” dai romani, ed
era informato della durissima repressione che ne seguì. Filippo, tuttavia,
riuscì a convincerlo. Andarono entrambi da Gesù, affinché Natanaele si rendesse
conto che il Cristo era fatto di tutt’altra pasta (in verità, fu condannato a
morte con l’accusa di sobillare il popolo, cfr Lc 23, 5). Non poté trovare
minore accoglienza, poiché Gesù, appena lo vide, l’adulò, elogiandolo come
autentico israelita in cui non c’era falsità. Natanaele rimase sbigottito
nell’udire quelle suadenti parole, con le quali Gesù dimostrava di conoscerlo
nell'intimo. Gli chiese donde provenisse la sua conoscenza. Gesù rispose di
averlo già visto…sotto il fico (sic!). Una risposta da tomo? Una percezione
telepatica? Un riferimento simbolico all’albero che illuminò Buddha? Non è dato
sapere. Fico o non che fosse, veduto o non che l’ebbe, la risposta di Gesù
soddisfece Natanaele, fugando la diffidenza su quelli provenienti dalla
Galilea. Manifestò subito il suo entusiasmo per Gesù, lodandolo come re
d’Israele, figlio di Dio (nel senso giudaico di titolo messianico). Ascoltando
le lusinghe dell’altro, Gesù non stette nella pelle. Ringalluzzì e giocò di
grosso. Aveva compreso il carattere del discepolo, azzeccato il luogo dove
l’aveva notato, ma tutto questo non era niente in confronto ai prodigi che
avrebbe ostentato in seguito. La fantasia di Gesù esplose, solleticata dalla
curiosità di Natanaele, al quale assicurò che gli avrebbe mostrato cieli che si
aprivano e angeli che apparivano in altalenanti saliscendi, come se fossero dei
burattini al comando del puparo. Queste assurdità, che la Chiesa trionfante
spaccia per verità sacrosante, son fole che servono a sbigottire pii creduloni.
Quanto a immaginativa, gli evangelisti proprio non sanno contenersi nel
descrivere le gesta mirabolanti del loro eroe, esagerando fino
all’inverosimile. Della locuzione “est modus in rebus”, che condanna
ogni esagerazione, gli autori dei Vangeli non fecero tesoro.
Nella
schematica esposizione del Vangelo secondo Marco, l’evangelista presenta una
diversa versione della chiamata dei primi discepoli di Gesù (Mc 1, 14-20). Si racconta
che, dopo l’arresto di Giovanni Battista, ordinato da Erode Antipa, Gesù
(verosimilmente discepolo del Battista) ritornò in Galilea, dove iniziò a
predicare il Vangelo del Regno di Dio, essendo ormai terminato, a suo giudizio,
il tempo dell’attesa messianica. Esortava a pentirsi e a convertirsi al suo
messaggio e sperare nella salvezza dalle pene infernali nell’aldilà. Questo triste
luogo oltretomba, invenzione di antiche superstiziose credenze, non è il fosco
Sheol giudaico né il tenebroso Ade pagano, cupo, umido, marcescente. Gli
evangelisti lo raffigurano paragonandolo all’ardente Geenna, la valle nei
pressi del monte Sion in Gerusalemme, dove perennemente bruciavano immondizie e
cadaveri. Marco racconta che un giorno, mentre Gesù passeggiava lungo la riva
del lago di Genesaret, in Galilea, vide due pescatori intenti a gettare le reti
nelle acque del lago. Erano i fratelli Simone e Andrea. Li chiamò e li fece
pescatori d’uomini (al loro amo, infatti, abboccheranno in molti). I due, forse
allettati dalla prospettiva di un lavoro meno oneroso, decisero tosto di
cambiar mestiere, non riflettendo minimamente sulle conseguenze della loro
decisione. Lasciarono le reti e, al pari di due sprovveduti, lo seguirono,
senza darsi pensiero su come sarebbero campati sia loro sia le rispettive
famiglie, privi dei proventi del loro lavoro. Sperarono nella divina
provvidenza? Niente affatto! Fu invece la carità del prossimo benestante a
fornire loro di che vivere per compiere la divina missione. In quel medesimo giorno,
secondo il racconto dell’evangelista, mentre procedeva lungo la riva del lago,
Gesù vide altri due pescatori: erano i fratelli Giacomo e Giovanni, figli di
Zebedeo, che stavano sulla barca, intenti a rassettare le reti. Li chiamò, e
quelli andarono da lui, senza pensarci due volte, avvinti dal suo carisma. Lo
seguirono senza remore, abbandonando baracca e burattini, ossia, barca,
genitori, aiutanti e proventi della pesca. Gesù li soprannominò “figli del
tuono” (boanerghes), forse per il loro carattere impulsivo e vendicativo
(cfr Lc 9, 54), forse perché erano ribelli zeloti, ostili all’autorità romana.
Queste improvvise conversioni appaiono del tutto inattendibili. Può la grazia
suscitare una fede istantanea, che giustifichi la cieca disponibilità a seguire
uno sconosciuto santone? Furono ipnotizzati, ammaliati o plagiati dal Cristo
Gesù? Il più professionale dei moderni strizzacervelli non sarebbe capace di
convincere chicchessia in un batter d’occhio, come fece Gesù con i pescatori,
secondo la testimonianza riportata nel Vangelo marciano. Alleluia!
L’evangelista
Matteo (Mt 4, 12-22) riproduce il racconto di Marco sulla conversione dei primi
discepoli. Egli attesta che Gesù, lasciata Nazareth, andò ad abitare in
Cafarnao, un villaggio sulla riva del lago di Galilea, affinché si adempisse il
vaticinio del profeta Isaia. Siamo alla solita tiritera delle citazioni
veterotestamentarie, con cui gli evangelisti cercano di dimostrare le
predizioni riguardanti l’avvento del Cristo Gesù, cioè che questi operava secondo
le antiche (pseudo) profezie. In verità, le profezie dell’Antico Testamento non
hanno alcun legame con la vicenda del Nazareno. Quanto al suddetto vaticinio
(Is 8, 23; 9, 1-6), esso aveva lo scopo di consolare il popolo d’Israele,
oppresso dai nemici, prospettando loro la speranza dell’avvento di un re-messia
liberatore, forte come Davide, sapiente come Salomone, che avrebbe regnato
dall’uno all’altro mare e di cui tutti gli altri re della Terra sarebbero stati
tributari. Nel Vangelo secondo Luca (Lc 4, 14-31), invece, si chiarisce che
Gesù lasciò Nazareth e si stabilì a Cafarnao a causa di un diverbio con i suoi
compaesani. La profezia d’Isaia, quindi, ci azzecca come i cavoli a merenda.
L’evangelista
Luca (Lc 5, 1-11) racconta la vicenda delle prime conversioni, adornandola con
aggiuntivi episodi. Il sipario del dramma si apre con la scena dell’apparizione
di Gesù intento a predicare sulla riva del lago di Galilea, circondato dalla
folla che fa ressa intorno a lui per ascoltare la buona novella sul Regno di
Dio. Soffocato dalla calca, Gesù si apre un varco tra la folla, avvicinandosi a
dei pescatori intenti a lavare le reti sulla riva del lago. Prega uno di loro,
di nome Simone, affinché lo accompagni con la sua barca a breve distanza dalla
riva, dove avrebbe potuto più agevolmente continuare la sua arringa salvifica
alla folla vogliosa di ascoltarlo (erano così tanti in Israele i
nullafacenti?). La sua richiesta è accolta. Terminato il sermone evangelico,
mentre la folla comincia a diradarsi, Gesù decide di contraccambiare il favore
ricevuto. Invita Simone ad andare a pescare con i suoi compagni. L’altro
risponde che sarebbe una perdita di tempo, avendo già faticato, inutilmente,
una notte intera. Prende tuttavia in parola il santone (non si sa mai…!) e
ritorna a pescare con i suoi compagni. Gettano le reti e, quando le tirano su,
queste (manco a dirlo!) straboccano di pesci di lago. Per evitare di strappare
le reti e di affondare la barca, chiamano in soccorso altri pescatori.
Stupefatto per il prodigio, Simone, che sarà soprannominato Pietro, va a
prostrarsi ai piedi di Gesù. Lo esorta ad allontanarsi da lui, uomo di poca
fede e peccatore (della precedente predica di Gesù, che non dava “conquibus”,
Simon Pietro non si era curato più di tanto). Gesù risponde che vuole farlo
pescatore d’uomini (sventura per chi abboccherà!). Simone non esita un solo
istante alla chiamata nella compagnia gesuana. Decide di cambiar mestiere,
abbandonando ogni cosa per seguirlo. Si fa pescatore d’uomini, antesignano di ciò
che diverrà poi la casta sacralizzata del clero, senz’arte, ma di parte,
separata dalla profana gente. Altri due compagni si uniscono a lui. Sono i
figli di Zebedeo: Giacomo e Giovanni. Questi sono, secondo Luca, i primi tre
militi della leva gesuana, chiamati alla missione di pescatori d’uomini per il
regno dei cieli. Fu la miracolosa cattura di pesci a convincere i tre pescatori
a seguire Gesù e a non curarsi di come sarebbero campati? Avevano cieca fiducia
nell’approvvigionamento della Divina Provvidenza? Senza i loro proventi, come
avrebbero potuto far fronte alle necessità della vita e procurare la
sussistenza alle loro famiglie? Queste non si opposero alla loro impulsiva
decisione? Quanto agli altri compagni pescatori, non pare che fossero meritevoli,
a insindacabile giudizio di Dio Padre, di ricevere la grazia del Figlio.
Presumibilmente, costoro non erano scriteriati come i tre “vocati” alla divina
missione apostolica. L’insondabile mistero della grazia divina è dono riservato
unicamente agli eletti per buona pace degli altri.
Della
vocazione di un altro discepolo, un pubblicano, appaltatore di tasse per conto
dei Romani, ne parlano concordemente gli autori dei tre Vangeli sinottici (Mt
9, 9-13, Mc 2, 13-17, Lc 5, 27-32). Il mestiere di gabelliere, in quei tempi,
era ritenuto disonesto, non solo perché i pubblicani (romani o giudei) erano al
servizio di una potenza straniera, che occupava la Palestina, ma anche perché
esercitavano quel mestiere con esosità, compiendo atti vessatori (estorcevano
denaro alla popolazione in misura maggiore rispetto a quanto dovevano versare
al fisco romano). I pubblicani giudei venivano tacciati come traditori della
nazione. Secondo gli evangelisti Marco e Luca, il discepolo “vocato” si chiama
Levi, figlio d’Alfeo. Si chiama invece Matteo nell’altro omonimo vangelo. Ne
consegue che, escludendo l’ipotesi che possa trattarsi di persone diverse, il
discepolo in questione ha due nomi: Levi e Matteo. Verosimilmente, l’episodio
narra la vocazione di un pubblicano, che potrebbe essere l’autore del Vangelo
matteano. In verità, gli studiosi ritengono che il vangelo in questione sia
stato redatto da un autore anonimo e attribuito all’apostolo Matteo per
sancirne l’autorevolezza.
La chiamata
alla leva di Cristo avvenne similmente alle precedenti conversioni. Un giorno
Gesù vide il pubblicano Levi-Matteo seduto al banco delle imposte, intento nel
suo lavoro, e lo chiamò. Quello si alzò e, senza esitare, abbandonò il desco e
il redditizio impiego per seguire Gesù: alla chiamata di Dio non tentenna il
milite cristiano! Pare incredibile! Invece è vero, parola di Vangelo! Tuttavia,
prima di lasciare ogni cosa e dedicarsi all’apostolato, offrì un pranzo nella
sua casa in onore di Gesù, nuovo padrone e patrono (non c’è santo che va in
gloria, se manca la pappatoria!). Fu preparato un gran banchetto, al quale
furono invitati numerosi ospiti di riguardo, tra cui gli immancabili farisei,
scribi e dottori della Legge. Questi, durante il convito, si lamentarono con i
discepoli di Gesù, perché lo vedevano in compagnia di pubblicani e di
peccatori. In verità, stavano anche loro distesi sul triclinio intorno al
medesimo desco a cibarsi assieme alla malfamata combriccola. Quantomeno
inopportuno era il loro borbottio, potendo invece alzarsi e andarsene. Non lo
fecero. Quel serpentino mormoreggiare raggiunse le orecchie di Gesù, il quale,
avendo intuito le insinuazioni di quegli ipocriti, sentenziò, in tutta risposta
(cfr. 1 Mc 2, 13-17), che il medico curava gli ammalati, non i sani. Quanto
alla sua missione sulla terra, annunciò che non era venuto a redimere i giusti,
ma i peccatori (anche se con molto ritardo e dando la preferenza all’eletto
popolo del Padre celeste, ma questo è un altro discorso). L’evangelista Matteo
aggiunge, al riguardo, che Gesù invitò i farisei ad apprendere la lezione del
profeta Osea (Os 6, 6). Dio, secondo l’insegnamento di Osea, chiese al suo
popolo d’avere sentimenti di misericordia e di amore verso il prossimo,
ancorché peccatore, anziché limitarsi a offrire sacrifici idolatrici (che,
tuttavia, erano pur sempre sanciti dalla Legge mosaica, di diritto divino). A
sproposito citò, in quel frangente, fra le tante nefandezze bibliche,
l’integralismo religioso di Mattatia. Il suo zelo per la Legge, infatti, spinse
Mattatia a trucidare gli apostati, a circoncidere forzatamente i bimbi
incirconcisi e a far strage di peccatori e rinnegati.
Della
misericordia di Cristo trasse immeritato beneficio l’apostolo Paolo (1 Tm 1,
12-17), bestemmiatore e crudele persecutore dei nazareni. A lui fu concessa la
grazia di Dio, inaspettatamente, non avendola richiesta. Vano sarebbe chiedersi
con quali criteri Dio dona le sue grazie agli uomini.
Lucio Apulo
Daunio
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