martedì 12 luglio 2011


CRISTO TAUMATURGO



Un giorno Gesù tornò a Cana di Galilea (Gv 4, 46-54), dove aveva compiuto il prodigio della metamorfosi dell’acqua in prelibato vino, esaudendo il desiderio della madre e compiacendo gli ospiti, che lo gustarono (manco a dirlo!). Un funzionario regio lo raggiunse, pregandolo di recarsi con lui a Cafarnao per guarire suo figlio gravemente ammalato. L’animo di Gesù s’inasprì all’ennesima richiesta di un segno. Che la gente fosse più interessata alle sue prestazioni taumaturgiche, piuttosto che alla salute dell’anima in virtù della sua salvifica parola, era evidente; tuttavia, poiché il pagano apparteneva a quella categoria di persone che desiderano prima vedere i fatti e poi credere alle parole, e poiché insisteva con autorevolezza nella sua richiesta d'aiuto, Gesù volle esaudire la sua preghiera. Sollecitò il funzionario a tornarsene a Cafarnao, anche senza di lui, garantendogli, sulla sua parola, la guarigione del figlio. Il funzionario prese in parola il Maestro, prestandogli fede. Sulla via del ritorno incontrò i suoi servi, che annunciarono l’avvenuto miracolo. Suo figlio era guarito improvvisamente alla settima ora (intorno alle ore 13). Il funzionario rammentò che proprio durante quell'ora Gesù lo aveva assicurato che il figlio viveva, sano come un pesce, perciò non ebbe più dubbi sulla buona novella predicata dal Maestro e si fece nazareno (cioè cristiano) con tutta la sua famiglia. Eureka!

Gli evangelisti Matteo (Mt 8, 5-13) e Luca (Lc 7,1-10) riportano un analogo episodio, avvenuto in Cafarnao, ma lo raccontano l’uno in modo diverso dall’altro. Matteo scrive che il miracolato era il servo, sofferente e paralitico, di un centurione romano, che aveva supplicato Gesù per ottenere la sua guarigione. Gesù si stupì (o finse) nel costatare che un pagano chiedeva aiuto a un giudeo, invitandolo persino nella sua dimora (a un giudeo non era consentito entrare nella casa di un pagano). Il centurione, umilmente, si mortificò, ritenendosi non degno di ricevere sotto il suo tetto cotanto Maestro d’Israele. A lui bastava la sua parola. L’ebbe. Il servo del centurione, infatti, guarì all’istante. Gesù, uomo d’onore, profetizzò ai discepoli che molti pagani saranno salvati dalle tenebre della morte e sederanno con i patriarchi alla mensa celeste. Gli Israeliti, invece, ancorché figli legittimi del regno di Dio, se rifiutavano di convertirsi alla sua novella fede, sarebbero stati relegati nelle tenebre dell’inferno, dove pianto e stridore di denti rattristano la sorte delle anime prave e quella dei miscredenti. Nella tenebrosa città dolente, anche la speranza, ultima dea, abbandona la perduta gente, segnata dalla privazione del ben dell’intelletto. Dio non ha rimorso per loro, né versa lacrime. Egli, uomo tutto d’un pezzo, è irremovibile e non s’impietosisce, ancorché ritenuto dio misericordioso. Il Sommo Poeta, invece, uomo tra gli uomini, si commosse nell’udire, nell’area senza stelle del suo immaginario inferno, risuonare sospiri, pianti e lamenti a voce alta delle anime perverse.

Luca, prudente più di Matteo, non riporta la sentenziosa minaccia di Gesù al popolo eletto. All’episodio concernente la fede del centurione aggiunge qualche variante. Nel suo Vangelo si legge che non fu il centurione a recarsi incontro a Gesù per implorare il suo aiuto per il servo. Fu, invece, un gruppo d'anziani giudei che andò a supplicare Gesù, affinché venisse alla dimora dell’altro per guarire il servo moribondo. I supplicanti giudei spesero al meglio le loro parole, elogiando il centurione per il suo amore verso la nazione giudaica. N’era prova la sinagoga che aveva fatto costruire per loro. Gesù, solleticato dal sentimento patriottico, s’avviò verso la casa del centurione. Poco prima di arrivare, egli vide venirgli incontro alcuni amici del milite romano. Questi si scusarono per il disturbo arrecatogli, aggiungendo che il centurione non si sentiva degno di ricevere tanto onore dalla visita di cotanto Maestro, e neanche di venire personalmente ad implorarlo. Tanta era invece la fiducia che nutriva per lui. Gli sarebbe bastata la sua parola. L’ebbe. Gesù, tosto, miracolò il servo del centurione. La fede e l’umiltà del pagano, per un verso, il nazionalismo ebraico, per un altro verso, indussero Gesù ad esaudire la richiesta di aiuto.

Lasciata la Galilea, Gesù partì per Gerusalemme per partecipare a una festa giudaica (Gv 5, 1 seg.). Appena giunse nei pressi della porta delle pecore, vide una moltitudine d'infermi giacere sotto i portici della piscina di Betesda, le cui acque erano ritenute curative. Il suo sguardo incrociò uno di quei disgraziati, del quale seppe che giaceva infermo da ben trentotto anni (di quale infermità fosse affetto, di cosa campasse e da chi fosse aiutato per sopravvivere così a lungo in quello stato, dio solo lo sa). Gesù si avvicinò e gli chiese se desiderasse guarire (domanda oziosa, salvo che fosse utile a predisporre psicologicamente l'infermo all’intervento guaritore). L’altro rispose, con santa pazienza, che l’intenzione l’aveva, ma non c’era nessuno che l’aiutasse a gettarsi in quelle acque miracolose proprio nell’istante in cui le vedeva agitate (probabilmente, si agitavano a causa di un’intermittente sorgente che, sgorgando, alimentava di tanto in tanto la piscina). L’infermo, infatti, quando tentava d’immergersi con le sue sole forze, era preceduto da un altro più lesto di lui, che riusciva a saltare per primo. L’agitamento delle acque, secondo una credenza popolare, si riteneva che fosse opera di un angelo di Dio. Si credeva altresì che il primo che si fosse immerso durante l’agitamento delle acque potesse guarire dai suoi acciacchi. Gesù, impietositosi, non attese lo sgorgare dell'acqua. Guarì lo sventurato istantaneamente in virtù dei suoi poteri (paranormali o soprannaturali), senza valersi del tuffo in piscina. L’altro, verosimilmente sollecitato a vincere l’apatia in virtù del farmaco emozionale, si scosse, prese il suo giaciglio e cominciò a camminare. Purtroppo, quel giorno era sabato. Non era lecito portare pesi durante il cammino. Così il miracolato dovette vedersela con dei bacchettoni giudei, che l’accusarono di violare la Legge mosaica. Il rispetto del Sabbath rappresentava la prova della fedeltà del popolo ebreo all'Alleanza di Jahvè. Il malcapitato si difese, attribuendo la responsabilità della trasgressione al santone che l’aveva guarito e gli aveva ordinato di prendere con sé il suo giaciglio e di camminare (bella riconoscenza davvero!). I bacchettoni, anziché meravigliarsi del presunto miracolo, si chiesero chi mai fosse quell’empio santone che aveva osato violare il sabato. Gesù, intanto, s’era eclissato tra la folla. La sua pietosa opera di guaritore per quel giorno poteva bastare. Più tardi, entrando nel tempio, Gesù incontrò il miracolato del giorno. Gli consigliò di non cantar vittoria anzitempo e di vivere senza peccare, se non voleva che gli capitasse di peggio. Non è chiaro se il "peggio" era riferito ai malanni corporali nell’aldiquà o spirituali nell’aldilà. Certo è che il peccato, parola di Gesù, in ogni caso dovrà essere espiato. Ogni violazione della legge di Dio, svelata da Gesù e interpretata dai suoi fedeli seguaci in virtù dei lumi dell’evanescente Spirito Santo, sarà pagata a caro prezzo. Solo con il pentimento e con la conversione dei nemici di Dio l’umanità potrà salvarsi dai tremendi castighi nell’aldilà. Il miracolato, intanto, in barba alla grazia ricevuta, ancorché non richiesta, andò a spifferare ai bacchettoni giudei che il santone guaritore si chiamava Gesù e stava nel tempio. Il Cristo era noto ai capi religiosi giudaici, che l’odiavano e perseguitavano, perché violava la Legge mosaica. Gesù, d’altro canto, riteneva autentica la sua interpretazione della Legge (era il Figlio di Dio, perdinci!). Alle rimostranze dei giudei per la violazione del sabato, ribatté che la sua opera non poteva essere sospesa neanche il sabato, essendo ininterrotta come quella compiuta dal Padre celeste. Tanto bastò ai giudei per votarlo alla morte. Egli stesso si autocondannò pronunciando quell’empia dichiarazione. Alla spregiudicatezza delle prediche e all’irriverenza verso le tradizioni avite del suo popolo, aggiunse l’arroganza blasfema di credersi uguale a Dio. Esaltato e per nulla intimorito dalle minacce rivoltegli dagli irati giudei, Gesù, alimentando il fuoco con la spada, si esibì in un discorso veritiero, ancorché sprovvisto di fondate argomentazioni. Affermava che tutto ciò che faceva era la volontà del Padre e che altre e più stupefacenti opere avrebbe potuto mostrare. Poteva persino risuscitare i morti ad un suo comando. Il Padre e lui avevano uguale potere. Dal Padre era stato delegato a presiedere il giudizio universale alla fine dei tempi, quando tutti i morti sarebbero stati risuscitati per la resa dei conti. In quel fatidico giorno sulla celeste lavagna figureranno i nomi dei buoni e dei cattivi, gli uni saranno premiati con celestiali beatitudini, gli altri implacabilmente condannati ad un’eterna, dolorosa espiazione. Giusto sarà il suo giudizio, perché conforme alla volontà di Dio Padre. Perciò, finché il tempo lo consentiva, Gesù consigliò ai giudei di darsi una mossa; in altre parole, di prestare ascolto e di credere alla sua divina parola. In questo modo potevano beneficiare della vita eterna e non incorrere nell’ira del giudizio di Dio alla fine dei tempi. Tutto ciò che lui faceva non poteva che essere necessariamente giusto, perché conforme ai comandi del Padre. Dalle sue verità conclamate non era lecito dissentire. Chi non lo onorava, disonorava anche il Padre (e si metteva in un pasticciaccio, precipitando inesorabilmente in una voragine satanica). La testimonianza a suo favore, resa da quel santone di Giovanni Battista, egli non l’accettava, giacché preferiva quella del Padre, che si manifestava attraverso le portentose opere da lui compiute. Le antiche Sacre Scritture, per giunta, gli rendevano testimonianza (in verità, non risulta). Non erano sufficienti tutte queste testificazioni per accogliere chi (cioè lui) veniva nel nome di Dio Padre? Se avesse potuto a farisei e compagni dirgliene quattro, da uomo a uomo, li avrebbe certamente mandati a quel paese. E ciò fece, in altre occasioni. Nulla di positivo si aspettava dal popolo prediletto da suo Padre, restio ad ascoltare le verità proferite dal Figlio e a credere nei (pretesi) miracoli da lui compiuti, mentre prestavano ascolto ai falsi profeti, e da costoro abbindolati, perché assecondavano i loro desiderata al prezzo di un'effimera gloria. Lui, invece, uomo tutto d’un pezzo, della gloria degli uomini se ne infischiava. Non era accondiscendente con loro. Unica vera gloria era per lui quella che proveniva dal Padre. Nel suo nome, non nel proprio, era venuto tra loro, senza aver trovato buona accoglienza. I giudei, a suo giudizio, poiché si glorificavano gli uni con gli altri, non potevano credere a chi cercava l’unica gloria che proveniva dal Padre celeste. Nel giorno del giudizio non sarebbe stato lui ad accusarli davanti al Padre, ma Mosè, in cui era riposta ogni loro speranza. Se avessero veramente creduto a Mosè, ora certamente avrebbero creduto anche a lui, del quale Mosè aveva parlato nelle Scritture. In verità, i libri attribuiti a Mosè, che compongono il Pentateuco, tacciono riguardo a Gesù. Su di lui, nelle Antiche Sacre Scritture, la cui redazione e avvenuta più di mille anni dopo la presumibile morte di Mosè, nessuna testimonianza si riscontra (neanche nel libro “Sapienza”, redatto ai tempi di Gesù). Le pretese verità proferite da Gesù ai giudei, tendevano di fatto a scardinare il legalismo giudaico, ossia l’autorità assoluta della Legge mosaica, che garantiva la sopravvivenza della comunità e l’identità nazionale della stessa, salvaguardando la continuità storica del popolo eletto. Perciò i giudei volevano ucciderlo, reputandolo un mestatore blasfemo, che sotto la veste di profeta spargeva veleno tra il popolo, vanificando l’osservanza del sabato, giorno benedetto e consacrato da Dio. Elohim, infatti, proprio in quel giorno (Gn 2, 3) si concesse una pausa dal duro lavoro della creazione (lavorare stanca!). La Legge, del resto, prescriveva la pena di morte ai profanatori del sacro giorno (Es 31, 14-17; Nm 15, 32-36). Jahvè-Elohim aveva ordinato di consacrare quel giorno, quale patto perenne tra lui e i figli d’Israele. Come osava Gesù, pur dicendo di essere ligio alla volontà del Padre, trasgredire la Legge? Mentiva quando nelle piazze proclamava di ottemperare alle divine prescrizioni? Non era lui il Figlio di Dio? No, perdinci, non lo era! La sua presunzione, anzi, era passibile di condanna a morte mediante lapidazione (Lv 24, 15-16). La sua tracotanza (hybris), infatti, la pagherà a caro prezzo. Sarà condannato alla crocifissione come un malfattore. Jahvè stesso non aveva dichiarato al suo prediletto popolo d’essere l’unico Dio vivente, e che né con lui né all'infuori di lui v’erano altre divinità? E che non aveva figli né spiriti santi apportatori di sacri lumi? Il trinitarismo elaborato dai cervellotici teologi cristiani, del resto, non poteva né potrà mai convincere la rigida concezione monoteistica dei giudei. Lo scontro tra due incompatibili verità religiose fu esiziale per Gesù, il Nazareno. I giudei, però -  sentenziava Gesù - non avrebbero cantato a lungo l'inno della vittoria. Mosè, in veste d'accusatore, stava attendendoli al varco. Allo scoccare dell’ora fatale, li avrebbe tacciati con dura requisitoria, al termine della quale i dodici apostoli li avrebbero giudicati con inappellabile sentenza. Vano sarebbe stato ogni tentativo di difesa per non buscarle di santa ragione. La divina procedura giudiziaria non contempla la tutela dei rei.

Un sabato (manco a dirlo), passando per una contrada, seguito dal codazzo dei suoi discepoli, Gesù incontrò un cieco dalla nascita (Gv 9, 1 seg). I discepoli colsero l’occasione per far due chiacchiere con il loro Maestro, che la sapeva lunga sulla divina giustizia. Gli chiesero se la cecità di quel disgraziato (come degli altri infelici, “segnati da Dio” con il marchio di Caino, cfr. Gn 4, 15) fosse (secondo una comune convinzione di quei tempi) un’infermità causata dai suoi peccati oppure da quelli commessi dai suoi genitori.

Che ci fosse correlazione tra colpa (disobbedienza alla volontà di Dio) e castigo (espiazione della colpa), l’aveva ammesso lo stesso Jahvè (Es 34, 7), quando minacciò il suo amato popolo, ammonendolo che avrebbe punito le colpe dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione (divina misericordia!). Anche ai giorni nostri c’è chi ci crede. Il vescovo Saverio Echevarria, capo della potente Opus Dei, pare che abbia dichiarato che la nascita di figli disabili sia causata da genitori non arrivati "puri" al matrimonio. Altri credono, pur qualificandosi cultori di scienza, che i terrificanti disastri causati dai fenomeni naturali siano castighi inviati da Dio per i peccati commessi dagli uomini.

Tornando a Gesù, questi rispose ai discepoli che la cecità non dipendeva dalle colpe commesse, bensì dal divino ordinamento, affinché le opere miracolose del Padre e del suo glorioso figliolo si potessero manifestare tramite gli infelici (come dire che gli sventurati servono per glorificare il padreterno). Perciò doveva sbrigarsi nell’attuare le opere che il Padre aveva a lui demandate, prima che si spegnesse la sua luce nel mondo (cioè terminasse la sua esistenza come uomo). Con il sopraggiungere del buio della notte, più nessuno avrebbe potuto compiere le sue opere (i santi cristiani, però, pretendono di continuare la missione e le opere di Cristo, agendo nel suo nome e per suo mandato a tutte le ore). Al termine del discorso veritiero, Gesù s’apprestò a miracolare il predestinato, al quale, proprio perché tale, non occorreva che accertasse se avesse il requisito della fede. Per compiere la guarigione, non ricorse alla sua divina (e magica) parola, ma pasticciò del fango con le mani, imbastendolo con lo sputo. Ne ricavò un piastriccio che spalmò sugli occhi dello sventurato (predestinato a non più esserlo). Terminata l’operazione, catalogabile come antico rimedio naturale, ingiunse al cieco di bagnarsi nella piscina di Siloe. Il minorato non se lo fece ripetere due volte: non vedeva l’ora di nettarsi quel fangoso pastone appiccicatogli, suo malgrado, sugli occhi. Ne valse la pena, perché vide per la prima volta. Verosimilmente, l’impiastro appiccicato sugli occhi potrebbe aver estirpato una possibile cataratta, ma avrebbe potuto determinare una grave infezione e conseguente ritorno alla cecità. Cosa avvenne effettivamente non è dato sapere. Secondo Plutarco, il triumviro Crasso, amico di Cesare, viaggiando in terra d’Egitto, fu avvicinato da un cieco che, ritenendolo un essere superiore, lo supplicò di spalmargli sugli occhi fango impastato con saliva, al fine di poterlo guarire. Crasso, informato dai suoi accompagnatori sugli usi del luogo, acconsentì ad applicare quella mistura sugli occhi dello sventurato, il quale, dopo l’intervento, corse a lavarsi nelle acque del Nilo, recuperando la vista. Mah!

Quel sabato in cui avvenne il miracolo, gli astanti, che si trovavano presso la piscina di Siloe, rimasero sbalorditi nel constatare l’immediata guarigione del cieco. A forza di popolo, il miracolato fu trascinato dai farisei. Questi, manco a dirlo, si scandalizzarono appena appurarono il pasticciaccio compiuto da Gesù in una via fangosa, di sabato. Chi violava il sacro giorno, in fede loro, non poteva che essere un peccatore, non un uomo di Dio; perciò costui non poteva compiere miracoli. Chiesero al mendicante quale opinione aveva sul conto di quell’impostore. Rispose che lo considerava un profeta. I farisei non ne furono convinti, perciò vollero vederci chiaro. Interrogarono i parenti del mendicante, che pur confermando la cecità del loro congiunto, non si capacitavano come fosse potuto guarire in quattro e quattr’otto. I farisei interrogarono nuovamente il mendicante, esortandolo a raccontare la verità, dato che la sua guarigione non poteva essere opera di un peccatore. L’altro rispose di non sapere se fosse peccatore chi l’aveva guarito, ma era più che certo che a sanarlo era stato proprio Gesù. Poi domandò loro se erano intenzionati a farsi discepoli del Nazareno, giacché s’interessavano particolarmente a lui. La domanda maliziosa del mendicante non fu gradita. I farisei lanciarono al malcapitato una raffica d'ingiurie e accusarono lui d'essere discepolo del santone. Loro, invece, erano seguaci di Mosè, di colui cui Dio aveva parlato. L’altro replicò che solo un uomo di Dio poteva aver compiuto il miracolo di cui aveva beneficiato. I giudei, irritati fino allo spasimo, lo scacciarono, inveendo contro il saccente che si dava arie da maestro. Gesù, invece, andò a cercarlo, accogliendolo tra le braccia, convertendolo alla sua fede. Poi iniziò a predicare la solita tiritera, ad illustrare perché era venuto tra gli uomini. La sua missione consisteva nel discriminare i non vedenti, cui avrebbe donato la luce della verità, dai presunti vedenti, che avrebbe lasciato crogiolare nella tenebrosa illusione della loro superbia. Egli poteva miracolare i corpi, non le anime destinate all’eterna perdizione (chi vuole il suo male, pianga se stesso!). Alcuni farisei, che stavano ad ascoltarlo, manifestarono il loro dissenso. Chiara come la luce del giorno era la colpa di Gesù, che si faceva beffe dell’osservanza del sacro giorno, col pretesto di fare la volontà di Dio. Né potevano tapparsi le orecchie e chiudere un occhio di fronte alle bestemmie da lui sfacciatamente pronunciate. Gesù replicò che, chi non diventava orbo per seguire il suo credo, non poteva ottenere l’assoluzione dai peccati (do ut des). Continuò poi a sciorinare altre sue pretese verità. Paragonava il regno dei cieli ad un ovile sulla terra, con la conseguenza di comparare i suoi seguaci alle pecore. Per giunta, colui il quale non entrava nell’ovile per la giusta via, o era un ladro o una spia. Il pastore, poiché entrava attraverso la porta, era riconosciuto e dal guardiano e dalle sue pecorelle. Queste, infatti, non seguirebbero mai un estraneo, poiché in lui non riconoscerebbero la voce del padrone. Di queste verità i farisei capirono meno di prima, ma Gesù non si curò di loro, continuando a farneticare nei suoi evangelici deliri. Del resto, se non si faceva comprendere dai dotti farisei, come poteva pretendere d’essere inteso dai semplici, che lo seguivano al solo scopo di essere sanati dai loro acciacchi? Poteva il popolino comprendere che lui era la porta delle pecore? Che per salvarsi dalla morte e godere l’eterna pastura, dovevano essere disposti a credere in lui? A farsi simili a pecore per entrare nell’ovile attraverso la porta del padrone? Lui, il buon pastore, per salvare il suo gregge, era disposto a rimetterci la pelle. Il suo scopo, in ogni caso, era quello di cercare di salvare gli ovini di tutti gli ovili, perché uno solo doveva essere il gregge, uno solo il pastore. Quanto ai pastori venuti prima di lui, essi non erano da lui tenuti in considerazione, giacché giudicati ladri, briganti, malfattori, interessati più alla loro fortuna che agli ovili d’Israele. Li reputava simili a mercenari che rubano, sgozzano e distruggono, oppure a dei ladri, lesti alla fuga all’arrivo del lupo cattivo, incuranti del gregge, abbandonato alle voraci fauci lupesche. Nulla presagì sulle malefatte di certi indegni pastori e vicari che gli succederanno nella guida del suo ovile. Lui solo era il buon pastore, la porta santa da cui accedere all’eterna pastura. Il Padre celeste lo amava, giacché Gesù era disposto a sacrificare se stesso per il bene del suo gregge e di quello di tutti i pecorili. Dal padre aveva ottenuto il potere di risorgere dalla morte (Gv 10,17-18). Di diverso avviso è l’apostolo Pietro (At 2, 24), quando afferma che fu Dio a risuscitare Gesù, liberandolo dalle doglie della morte, poiché non era possibile che essa lo possedesse.

Al termine del parabolone del Cristo Gesù scoppiò un parapiglia. I giudei, che avevano avuto la pazienza di ascoltarlo, si divisero in due fazioni. Da una parte stavano quelli ormai stracotti dai suoi insensati discorsi, i quali sostenevano che egli stava delirando, perché posseduto da un demonio. Dall’altra parte stavano quelli perplessi, non tanto per le sue parole, quanto piuttosto per aver visto sanare un cieco dalla nascita. Tutti però non si raccapezzavano in quella confusione. Finalmente, terminato il trambusto, la folla si dileguò ed ognuno andò per la sua strada: chi per quella nuova e angusta, intrapresa da Gesù, chi per la vecchia e gretta, insegnata da Mosè e dai suoi seguaci. Tutti s’allontanarono, come le rondini all’approssimarsi dell’inverno. Chi ci guadagnò effettivamente qualcosa in quella vicenda, fu senz’altro il miracolato, che ottenne, senza esplicita richiesta e professione di fede, non solo la vista, ma anche la visione della Verità mediante la liberazione dalla cecità spirituale.

Tutto faceva Gesù, fuorché accattivarsi la benevolenza dei suoi compatrioti. Anzi, cercava lo scontro e non ci pensava due volte prima di attaccar briga. Quanto più i farisei erano scrupolosi nell’osservanza della Legge, tanto più trasgressivo Gesù si mostrava. Narrano i vangeli sinottici (Mt 12, 1 seg, Mc 2, 23 seg, Lc 6, 1 seg) che, un sabato (manco a dirlo!), Gesù e i suoi discepoli, mentre attraversavano un campo di grano maturo, fecero razzia di spighe per sfamarsi, attanagliati dai morsi della fame. Li colsero in fragranza di reato i farisei (onnipresenti, soprattutto di sabato). Accusarono i ladruncoli di fare ciò che non liceva nel santo giorno: non di spigolare tra i campi di grano, che era pur tollerato (Dt 23, 26), ma di farlo in quel determinato giorno consacrato a Dio. L’obbligo del riposo, infatti, era stato sancito dall’Altissimo, il quale, dopo sei faticosi giorni di servile lavoro (lavorare stanca!), s’era concesso una pausa (Gn 2, 1-3). Egli aveva ordinato al diletto popolo di santificare quel giorno in suo onore, astenendosi da qualunque attività (Es 20, 8-11; 23, 12). L’inosservanza era punita con la morte mediante lapidazione (Es 31, 12-18; 35, 1-3, Nm 15, 32-36, Dt 5, 12-15). Cosicché, per Gesù e i suoi non restava che o morire di fame, non avendo provveduto il giorno precedente a fornirsi di provviste, o morire lapidati, secondo la prescrizione della Legge. Per discolparsi dall’accusa degli zelanti farisei, Gesù cercò una scappatoia nelle Scritture. Citò l’episodio in cui Davide mangiò del pane sacro con i suoi compagni, non avendo trovato altro con cui sfamarsi (1 Sam 21, 2 seg.). Quel giorno, però, non era sabato e il pane poteva essere consumato, in via eccezionale, anche dai non sacerdoti, purché in stato di purezza legale. Gesù continuò a giustificarsi, aggiungendo che anche i sacerdoti violavano il sabato durante la preparazione dei sacrifici (Nm 28, 9) e, nonostante ciò, erano senza colpa. Questa era una scusa bella e buona. Ma a Gesù non premeva addurre scusanti a sua discolpa: egli dopo tutto era il figlio unigenito di Dio e ciò poteva bastare a giustificarlo (il solito raccomandato altolocato). Dopotutto, lui e i suoi apostoli erano affamati e la Divina Provvidenza tardava nel provvedere ai loro bisogni. Bisognava accordare loro misericordia, piuttosto che valorizzare sacrifici cultuali. Lui e i suoi tiravano a campare alla giornata, sabato incluso, spigolando qua e là la carità del prossimo. Stanco di parole, Gesù tagliò corto. Lapidario, sentenziò che il sabato era fatto per l’uomo e non viceversa, e che il Figlio dell’uomo (ossia lui) era padrone anche del sabato. Egli, a farla breve, aveva l’autorità di stabilire ciò che era lecito fare anche di sabato. Punto e basta. Nient’altro aveva da aggiungere (ipse dixit!). Noi invece sì, abbiamo qualcosa da dire: che Giove toglie prima la ragione a quelli che vuole rovinare.

Quel medesimo giorno, secondo i vangeli sinottici (Mt 12, 9 seg, Mc 3, 1 seg, Lc 6, 6 seg), Gesù si recò alla sinagoga, intenzionato a sfidare i farisei (e a farla in barba alle prescrizioni della Legge, alla quale persino i romani si erano adeguati, esonerando gli ebrei dal servizio militare). C’era nel tempio un uomo con la mano paralizzata, ma anche i soliti dottori della Legge e compagni, i quali osservavano il suo comportamento al fine di prenderlo in castagna per accusarlo. Gesù intuì dai loro sguardi furtivi lo scopo cui miravano. Spiegò loro che era lecito far del bene anche di sabato. Si paragonò ad un pastore che, vedendo una sua pecora cadere in un burrone, sarebbe accorso in qualunque giorno a salvarla. Un uomo, dunque, poiché vale ancor più di una pecora, va salvato anche di sabato, in barba alla pedante osservanza della Legge. Alle parole fece seguire i fatti. Si avvicinò al paralitico, lo fece alzare e tosto gli guarì la mano che era paralizzata, sfidando le autorità locali. In verità, avrebbe potuto attendere la fine del sabato, al tramonto, per curare l’infelice, che, peraltro, non era in fin di vita e nulla stava chiedendo. Farisei e compagni, irati per la trasgressione di Gesù, uscirono dalla sinagoga per consigliarsi con gli erodiani (giudei che parteggiavano per Erode Antipa) sul modo di spedirlo al Creatore. Mentre questi confabulavano tra loro, alcuni informarono Gesù delle sinistre decisioni dei cospiratori (il Figlio di Dio, un po’ distratto, non si era accorto che stavano tramando contro di lui). Quel giorno aveva tirato un po’ troppo la corda, perciò, speditamente, cambiò aria, rifugiandosi in contrade più sicure. Un codazzo d’infermi lo seguì (Mt 12, 15-16), ed egli tutti li guarì (forse per toglierseli di torno), avvertendoli di non andare in giro a diffondere la sua fama di santone taumaturgico, disposto a miracolare anche di sabato infermi inguaribili. Farisei e dottori della Legge, mentre lui si allontanava, seguito dal codazzo dei supplicanti, anziché farlo arrestare dalle guardie, se ne stettero con le mani in mano, attendendo l’ora propizia (quella stabilita dal fato) per spedirlo nell'altro mondo, nel Regno del Padre.

L’evangelista Luca c’informa di altri episodi di violazione dell’obbligo di santificare il sabato. Gesù, proprio in quel giorno festivo (Lc 13, 10 seg), mentre insegnava in una sinagoga, vide una donna ricurva su se stessa, incapace di star dritta. Secondo la comune credenza, uno spirito maligno l’aveva resa inferma da diciotto anni (forse era affetta da una forma d’osteoporosi o da una lombalgia cronica). Gesù la chiamò, impose le sue mani sul corpo della donna e la guarì, raddrizzandola (probabilmente, mediante il ricorso a facoltà parapsicologiche). Quella si mise a glorificarlo, indignando il capo della sinagoga, che sfogò la sua ira sbraitando contro la folla che andava da Gesù per farsi curare gli acciacchi nel giorno santo a Jahvè. Parlò a nuora perché suocera intendesse. Gesù intese e ricambiò lo sbraitamento dell’altro, imprecando contro gli ipocriti farisei legalisti, che interpretavano la Legge in modo a loro favorevole ed erano molto intransigenti sull’osservanza della medesima. La sua protesta fece centro, tanto che gli avversari provarono vergogna, mentre la folla si rallegrava per lui. Di che cosa avrebbero dovuto vergognarsi i suoi avversari, per ritirarsi mogi mogi, con la coda tra le gambe? Forse perché erano stati azzittiti dall’arroganza di Gesù, che li aveva biasimati e tacciati d’ipocrisia? Del resto, faceva loro notare Gesù, anche il sabato si scioglievano le bestie dalla greppia per portarle ad abbeverare. A maggior ragione poteva anche lui miracolare nel santo giorno, eludendo per necessità la norma del Padre. Gesù, infatti, vedendo nella sinagoga una donna inferma, presa da lacci e laccioli satanici da ben diciotto anni, non ritenne opportuno rimandare di un giorno la liberazione dell’indemoniata dall’infermità in cui la costringeva l’infero briccone. In verità, appare del tutto ingiustificata la fretta di compiere miracoli anche durante il sabato, tanto più che l’inferma nulla aveva chiesto. L’intenzione di Gesù, evidentemente, era un’altra: quella di polemizzare con il formalismo farisaico, assumendo a pretesto il compimento di atti improrogabili. In verità, il buon Dio avrebbe bisogno anche lui di essere miracolato dalla sua cecità, giacché i suoi occhi non vedono la moltitudine d’infermi sofferenti, che invano, quotidianamente, implorano grazie nei luoghi sacri. I suoi favori, dopo che ha lasciato l’umana compagnia, li concede raramente.

Gesù, un sabato, fu invitato nella casa di un capo dei farisei, che gli aveva preparato un tranello (Lc 14, 1 e seg.). Di fronte a lui, attorno al desco, era seduto un commensale malato d’idropisia. Gesù, pur essendo da tutti osservato, restò imperturbabile e continuò a mangiare la sua razione di pane e companatico. Poi rivolse la parola a farisei e dottori della legge, chiedendo loro se liceva guarire di sabato un infermo. Non ricevé alcuna risposta: ognuno faceva lo gnorri. Gesù, incurante del loro atteggiamento, prese per mano il malato, lo guarì lì per lì e lo congedò, a dispetto di quelle gattemorte, cui domandò cosa avrebbero fatto se, di sabato, avessero visto una bestia o un loro figlio cadere in un pozzo. Certamente, si sarebbero precipitati a soccorrere l’una o l’altro. I commensali, intanto, persistevano in quel loro atteggiamento da gattemorte. Erano perplessi. Forse si stavano chiedendo perché mai egli fosse così pervicace nel voler trasgredire la Legge, sfidando apertamente le autorità religiose, e perché mai dovesse praticare il suo sport preferito proprio in quel giorno, pur in assenza di un’impellente necessità, che giustificasse il suo comportamento. Gesù, come pare, aborriva i futili formalismi della tradizione giudaica e non apprezzava la commistione del puro spirito religioso con le usanze cultuali del suo gretto popolo.

Come tutte le infermità, anche la lebbra (o dermatite che fosse) era considerata un segno del peccato, un’afflizione mandata da Dio in espiazione di una colpa. Le malattie della pelle, diffusissime in quei tempi, erano disciplinate da varie prescrizioni scritte nel libro biblico “Levitico” (capitoli 13 e 14). Il sacerdote ebreo diagnosticava la malattia e dichiarava impuro il lebbroso, allontanandolo dalla città, non solo per evitare il contagio, ma anche perché si riteneva che fosse moralmente contaminato (emarginazione sociale e religiosa). Chi riusciva a guarire, doveva sottostare ai prescritti rituali purificatori. Soltanto il sacerdote poteva dichiararlo guarito, purificandolo e reinserendolo nella comunità. Gesù stesso si mostrava rispettoso delle suddette prescrizioni.

Marco (1, 40-45), Matteo (8, 1-4) e Luca (5, 12-16) riportano un episodio di guarigione miracolosa dalla lebbra. Un giorno, un lebbroso si avvicinò a Gesù, supplicandolo in ginocchio. Lui, se voleva, poteva purificarlo dai suoi peccati e guarirlo dall’immondo male. Gesù, occultando un istintivo ribrezzo, provò pietà per l’infelice. Stese la mano su di lui e, in un batter d’occhio, lo mondò nell’animo e nel corpo. Gli ingiunse di non far parola con alcuno della grazia ricevuta (a buon rendere!), ma di presentarsi dal sacerdote per celebrare il prescritto rito purificatorio, necessario per la sua riammissione nella vita comunitaria. In verità, il sacerdote, prima di rilasciare l’attestazione di guarigione, aveva l’obbligo d’indagarne la causa. Avrebbe dunque appurato che il risanamento dalla lebbra era occorso per grazia ricevuta da Gesù, sempre che l’interessato non raccontasse una frottola. Il lebbroso, ormai guarito, non stava in sé per la contentezza e non vedeva l’ora di raccontare in giro il lieto evento. Passando più volte dalla bocca di uno alle orecchie di un altro, il fatto fu orpellato a tal punto che la gente accorse da ogni parte per ammirare il fenomeno Gesù. Solo le autorità romane restavano sorde, ignorando i prodigi che un ebreo compiva “gratis et amore Dei”. Nessuna indagine sul santone Nazareno fu da loro promossa. Eppure, secondo le testimonianze dei Vangeli, le folle si spostavano in massa di città in città per cercarlo e osannare i suoi poteri. Prodigi a ripetizione, guarigioni su due piedi, morti che risuscitavano, litigi con i giudei, baruffe nel tempio: tutto questo chiasso però non solleticava la curiosità delle autorità romane. Ciò non appare affatto credibile. La storia, testimonia dei tempi, “lux veritatis”, è all’oscuro sul fenomeno Gesù. Siamo tributari di fonti esclusivamente ecclesiastiche, a carattere teologico, pervenute in copie di copie, più volte rimaneggiate nei secoli, dunque, scarsamente attendibili. Le notizie su Gesù sono tramandate dalla Chiesa, ossia dalla stessa comunità interessata a propagandare il suo credo e a diffonderne la dottrina, elaborata nel corso dei tempi, adeguandola all’avvicendarsi delle epoche e delle ideologie.

Da un episodio di guarigione miracolosa dalla lebbra, narrata da Luca (17, 11-19), trapela il livore di Gesù contro i compatrioti giudei. Mentre era in viaggio verso Gerusalemme, nell’attraversare un villaggio della Samaria, incontrò una decina di lebbrosi che, fermandosi a debita distanza, gli cantilenavano la nenia del “miserere”. In pratica, supplicavano la guarigione. Gesù disse loro di presentarsi ai sacerdoti per gli adempimenti di rito inerenti la purificazione e la riammissione nella comunità (volle saggiare la loro fede, giacché si era proposto di guarirli). I lebbrosi lo presero in parola e, senza esitare né fiatare, smisero la nenia per accorrere dai sacerdoti; mentre Gesù, passate al vaglio le loro intenzioni ed accertatane la fede, li guarì tutti. Uno solo, però, tornò indietro per ringraziarlo della guarigione, gettandosi al suo cospetto bocconi per terra. Era costui un Samaritano. Gesù rimase amareggiato per l’ingratitudine degli altri nove giudei graziati (fai del bene e dimenticalo!). Intanto, ordinò allo straniero di alzarsi e lo graziò doppiamente, salvandogli anche l’anima.

Gesù compì miracoli anche in favore di sordomuti e ciechi. Tralasciando le incongruenze relative agli impossibili itinerari descritti nei Vangeli (in cui appare evidente che i vari redattori avevano poca dimestichezza con la geografia del luogo), veniamo ai fatti. Un giorno Gesù, partito dalla pagana regione fenicia in cui si era ritirato (Mt 15, 21), passando prima per Tiro e poi per Sidone, giunse nel territorio della Decapoli (Mc7, 31-37). Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli le mani per guarirlo (credevano che Gesù avesse il potere di trasmettere mediante le mani fluidi miracolosi). Gesù s’allontanò dalla folla assillante per operare in disparte. Da provetto guaritore, mise le dita nelle orecchie del sordomuto e gli sputò della saliva sulla lingua (farmaco naturale ritenuto medicamentoso in quei tempi). Poi alzò lo sguardo al cielo (dimora dell’Altissimo), sospirò e, manco a dirlo, lo guarì lì per lì. Effatà! Apriti! E le orecchie si aprirono. Effatà! Sciogliti! E la lingua si sciolse. Terminata l’opera, disse agli astanti di non divulgare la grazia che aveva fatto al disgraziato. Fiato sprecato! La gente che aveva assistito al miracolo diffuse ai quattro venti la fama del santone, dicendo che faceva udire i sordi e parlare i muti. In verità, i tempi cambiano e con essi anche le opinioni. Infatti, al tempo di Tobì e di suo figlio Tobia, l’angelo Raffaele comandò di proclamare davanti a tutti i viventi i benefici che Dio aveva fatto loro, perché è giusto rivelare e manifestare le opere di Dio (Tb 12, 6 seg.). Al tempo di Gesù, invece, il mistero del Cristo bisognava svelarlo solamente agli iniziati.

Che dire poi dei sospiri di Gesù di fronte agli infelici? Non poteva pregare Dio Padre, affinché la smettesse di tormentare il genere umano, a causa del suo implacabile sdegno per l’offesa arrecatagli da quegli ingenui dei nostri primi parenti? Fu vera colpa la loro, se quella serpe di Satana, Dio permettendo, ebbe buon gioco di due innocenti creature? Perché nell’animo del Dio giudaico-cristiano alberga sì grande sdegno? Perché dobbiamo continuare ad invocare il suo soccorso per lenire le nostre sofferenze? Perché, invece, non impariamo a sopportare con fierezza e dignità l’insano dolore dell’umana esistenza? A che pro inventare la storia della “felix culpa” d'Adamo ed Eva, per giustificare il beneficio infinitamente superiore che si crede abbia apportato Gesù Redentore? Non è mera illusione sperare nella salvezza della vita eterna in un aldilà che nessuno sa dove stia, né cosa si faccia per un tempo indefinito? Per la nostra salvezza, peraltro non richiesta, il Figlio di Dio s’è degnato di scendere dall’alto suo trono per venire a vivere tra noi, uomo tra uomini. “Sursum corda”! Egli è venuto a riscattarci (bontà sua) dallo sdegno del Padre. Non tutti, però, potranno beneficiarne, ma solo coloro che il Padre ha scelto ed ai quali dona la grazia e la comprensione del tormentoso vangelo del Figlio. Pochi, purtroppo, saranno gli eletti, i fortunati destinatari della mitica paradisiaca dimora (simile ai Campi Elisi della mitologia greco-romana). Gli altri, l’innumerevole moltitudine dei fatui, dei gaudenti, dei pieni di sé (e chi più ne ha più ne metta), sono destinati all’infame eterna morte, bruciando anima e corpo tra le fiamme dell’Inferno. E’ l’eterno mito dell’orrido Tartaro, dove la vita non ha nulla d’umano.

Raggiunta Betsaida con i suoi discepoli (Mc 8, 22-26), taluni del luogo condussero un cieco davanti a Gesù, supplicando di toccarlo per liberarlo dal male. Gesù preferì allontanarsi dal villaggio per compiere il miracolo in disparte, applicando i rimedi della medicina naturale. Trovato l’ambiente ottimo per operare, mise della saliva sugli occhi del cieco e impose le sue mani su di lui, trasmettendogli misteriosi fluidi miracolosi. Poi domandò all’infelice se vedeva qualcosa. Quello rispose che vedeva a malapena. Gesù ripose nuovamente le mani sugli occhi fino a quando il cieco vide. Eureka! L’applicazione dell’impiastro di secrezione salivale, frammista all’influsso del tocco magnetico delle mani e alla divina accondiscendenza del Padre celeste, partorì i suoi effetti terapeutici, sanando l’infelice per la gloria di Dio Padre. Secondo lo storico romano Tacito (“Storie” 9, 6), l’imperatore Vespasiano guarì un cieco spalmando un miscuglio di polvere e saliva sugli occhi dello sventurato. Gesù, compiuto il prodigio, esortò il miracolato a non passare per il villaggio. Voleva evitare entusiasmi e schiamazzi di piazza, presumendo che in quel luogo fosse già arrivata la sua fama di santone e ciò poteva bastare. Non sappiamo se quel povero cristo, miracolato da Gesù, abitasse in quei paraggi. Tre suoi apostoli, però, erano nativi del luogo: Filippo, Simon Pietro e il fratello Andrea (Gv 1, 44). Prodigi e prediche, tuttavia, non convinsero gli abitanti del luogo a convertirsi alla buona novella, né a indossare il saio dei penitenti né a cospargersi il capo di cenere. Per la loro incredulità, si buscarono da Gesù una fitta dose di terrificanti anatemi (Mt 11, 20 seg; Lc 10, 13 seg). Indignatosi, il Figlio di Dio giurò che si sarebbe rivalso dell’ingratitudine e dell’incredulità di quella gente, attendendoli al varco del celeste impero nel giorno fatidico (qualis Pater, talis Filius). Dio, com’è noto, non paga il sabato.

                Un analogo episodio di guarigione dalla cecità (verosimilmente provocata da una cataratta), è raccontato nel Vangelo secondo Giovanni (9, 1 seg.). Passando per la città di Gerico, Gesù guarì uno (Mc 10, 46-52; Lc 18, 35-43) o due ciechi (Mt 20, 29-34) con la sola parola, senza far uso di impiastramenti salivali o del tocco delle mani. Con la sola parola guarì un paralitico, mentre si trovava in una casa a Cafarnao (Mt 9, 1-8, Mc 2, 1-12, Lc 5, 17-26). Lì molta gente era venuta ad ascoltarlo, occupando tutto lo spazio disponibile, dentro e fuori, attorno alla porta d’ingresso. Alcuni uomini, che trasportavano il paralitico sulla barella, non riuscendo ad entrare nella casa attraverso la porta, salirono sul tetto, dove, attraverso un foro, lo calarono giù con tutto il suo lettuccio. La pertinacia degli intrusi commosse Gesù, che però si limitò a rimettere i peccati al paralitico, deludendo le sue attese di guarigione fisica. Il fatto scandalizzò i dottori della Legge, che erano presenti. Farisei, scribi e dottorini, infatti, malignavano sul conto del Nazareno. Si chiedevano chi credeva d’essere per assolvere i peccati altrui. La remissione dei peccati era una prerogativa esclusiva di Jahvè. Non avrebbero mai accettato di credere alla divinità del Cristo Gesù, tanto meno alla coesistenza di un Padre e un Figlio: una dualità che diverrà trinità con l'aggiunta della Spirito Santo (dogma che sarà formulato in seguito dalla Chiesa trionfante). Al solo pensiero di un dio duo o trino, di un mostro tricefalo, elucubrato secoli dopo dai teologi della cristianità durante sottili e rissose dispute conciliari, sarebbero inorriditi, stracciandosi le vesti. Penetrare nei meandri dei divini misteri del cristianesimo è consentito solamente ai figli della gallina bianca! Per i calzolai è preferibile non andare oltre la scarpa. A ciascun ciò che è suo! Gesù, intanto, interruppe il confabulare degli illustri giudei, chiedendo all’uditorio se riteneva più facile perdonare i peccati o guarire gli altrui malanni. Non attese la risposta, perché fornì subito la prova delle sue capacità taumaturgiche, comandando al paralitico di sollevarsi dal lettuccio e di ritornarsene a casa con il… “cavallo di san Francesco”. Tutti strabiliarono, mentre scribi, farisei e dottorini se n’andarono scornati. Non sappiamo se il proprietario della casa fu risarcito per il danno subito dalla rottura del tetto. Conosciamo invece l’anatema della Chiesa (Concilio Vaticano I del 1870) contro gli increduli dei racconti miracolosi descritti nei Vangeli. Queste sacre scritture, tuttavia, non sono testimonianze storiche attendibili, perciò è lecito dubitare dei fatti narrati. Del resto, il concetto di miracolo (il latino "miror" significa meravigliarsi di fronte ad un prodigio o portento) è connesso alla suggestione che colpisce chi osserva un evento straordinario, di cui non ha conoscenza delle cause che lo hanno prodotto. Di qui la credenza ad attribuire i miracoli ad entità sovrumane. L’ignoranza delle cause, infatti, è surrogata con la fede o la superstizione in ipotetiche potenze divine, che si crede intervengano nelle vicende umane, rivoluzionando le leggi di natura. Ai tempi di Gesù imperversava ovunque la superstizione e la credenza nei prodigi. Anche i nemici di Gesù operavano miracoli (Mc 9, 38; Mt 12, 27; At 8, 9 seg). Gli ebrei, però, attribuivano all’opera del demonio i presunti miracoli compiuti da Gesù. I padri della chiesa, invece, attribuivano al demonio i prodigi dei maghi pagani.

Ai nostri giorni, ogni credenza, per quanto diffusa che sia, per essere vera, deve essere dimostrata mediante un esame critico delle prove. Se per Spinoza il miracolo è un’assurdità e per lo scettico Hume è un evento incredibile, per l’illuminista Voltaire è una contraddizione in termini, in quanto si vuole attribuire a Dio interventi che contraddirebbero le leggi di natura da lui stesso create. Secondo Kant, Dio, dopo aver creato il mondo, ha voltato le spalle, cioè non ha più dato segni tangibili della sua esistenza, dato che non s’avvede delle innumerevoli imperfezioni della natura (terremoti, uragani, inondazioni, pestilenze, carestie, malattie, malformazioni genetiche, ecc. ecc.). Del resto, alle innumerevoli richieste dei fedeli imploranti grazie, Dio è sordo. Il filosofo ateo inglese, Anthony Flew, insiste sulla non storicità, incredibilità e non riconoscibilità del miracolo dal punto di vista scientifico. Solo dal punto di vista della fede nell’esistenza di Dio, egli ritiene possibile credere al miracolo.


Lucio Apulo Daunio

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