PRODIGI E
SEGNI MESSIANICI
PARTE PRIMA
Tra le
"mirabilia" attribuite al Cristo Gesù, la prima in assoluto è che
egli sia l’incarnazione del Verbo, il Figlio di Dio fattosi uomo. Altre
riguardano la sua presunta resurrezione dalla morte e le apparizioni, in carne
e ossa, da redivivo, alle pie donne, alla sua amata Maria Maddalena, a Pietro e
Giacomo notabili della Chiesa di Gerusalemme, ai discepoli di Emmaus. Agli
apostoli compare per quaranta giorni in più luoghi: nel Cenacolo di Gerusalemme
(dove appare e dispare a porte chiuse, ostentando le ferite della
crocifissione), sul lago di Tiberiade (dove mangia e beve in loro compagnia),
su un monte della Galilea (dove impartisce l’ordine di predicare il Vangelo a
tutte le genti sino alla fine del mondo). Le visioni del Risorto agli apostoli
continuano anche dopo la sua presunta ascensione in cielo. Per ultimo appare a
Paolo, che non ritenendosi degno di cotanto onore, si disistima definendosi un
aborto. Gli esegeti, però, ritengono che le apparizioni di Gesù risorto,
raccontate nel Vangelo secondo Marco (16, 9-20), e l’apparizione ai discepoli
sul lago di Tiberiade, di cui al capitolo 21 del Vangelo secondo Giovanni,
siano delle posteriori aggiunte al testo originario. Non risulta, nel canone
del N.T., l’apparizione del Risorto alla madre Maria, che, peraltro, non andò
con le pie donne a far visita al sepolcro del figlio. Vago è il racconto degli
evangelisti riguardo all’assunzione del Cristo in cielo (Matteo e Giovanni non
la menzionano). Secondo Marco, Gesù risorto, apparso nel cenacolo di Gerusalemme,
“fu assunto in cielo e si assise alla destra del Padre”. Secondo Luca, invece,
l’ascensione avviene lungo la strada che da Gerusalemme porta a Betania. Negli
Atti degli Apostoli, attribuiti allo stesso evangelista Luca, l’assunzione
sarebbe avvenuta sul monte Oliveto, presso Gerusalemme. Di Gesù, svanito nel
firmamento, da allora non c’è più traccia, né in cielo né in terra, se non
nell’immaginario collettivo del cristianesimo. Presso il sepolcro di Gesù, dopo
la sua resurrezione, e sul monte Oliveto, dopo la sua ascensione, appaiono
figure angeliche, come quelle comparse all’epoca del concepimento
(annunciazione alla Madre) e della nascita (ai pastori per l’adorazione del
Bambinello). Angeli in funzione di portaordini compaiono in sogno ad avvertire
Giuseppe e i Magi. Altri angeli assistono Gesù durante il suo ritiro ascetico
nel deserto, dove è tormentato da un satanasso irriguardoso. Altri avvenimenti
straordinari riguardano la leggendaria discesa dello Spirito Santo, sotto forma
di lingue di fuoco, descritta in Atti (2, 1 seg), e la trasfigurazione di Gesù,
descritta dall’evangelista Marco (9, 2-10), durante la quale appaiono Elia e
Mosè, radianti di luce, avvolti in una nube foriera della teofania di Dio.
Fantasioso è il racconto della visione di Dio tonante, che scende dal cielo
sotto forma di colomba (simbolo dello Spirito Santo) durante il battesimo di
Gesù nel fiume Giordano (cfr. 1, 9-11). In molti passi della Bibbia, il popolo
d’Israele è rappresentato con l’emblema della “columba livia” (piccione
selvatico migratorio; cfr. Cn 2,14; Gr 48,28; Os 7,11 e 11,11; ecc.). Altri
prodigi attribuiti a Gesù, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la
pesca miracolosa, la tempesta sedata, la trasformazione dell’acqua in vino e la
levitazione di Gesù che sorvola le acque del Mar di Galilea, abbondano anche
nelle leggende pagane. Fra Giuseppe da Copertino, che ebbe il dono della
scienza infusa e visse nell’epoca della rivoluzione scientifica, non solo
levitava, come altri santi cristiani, ma addirittura, secondo le cronache del
tempo, volava come un uccello. Prodigi, epifanie, teofanie e altre leggende
cristiane sono dai credenti considerate autentiche e sacrosante verità, in
quanto testimoniano l’intervento di Dio nella storia umana. Mah!
Gesù, dopo
la morte di Giovanni Battista, si ritirò in Galilea, dove iniziò il suo
ministero, predicando alle folle la “buona novella” (Mc 1, 14 seg.). Abitava
con la sua famiglia in una località che gli evangelisti denominano Nazareth. Da
lì si trasferì a Cafarnao, villaggio sulle rive del lago di Tiberiade, affinché
- come riporta l’evangelista Matteo (4, 12 seg.) - si adempisse la profezia
d’Isaia. Nel libro biblico “Isaia” (8, 23 – 9, 1-6) il profeta lamenta le
disavventure del suo popolo, auspicando la nascita di un monarca che faccia
grande il regno d’Israele. Questa profezia, che si vuole riferire a Gesù, ci
azzecca come i cavoli a merenda. Nel Vangelo secondo Luca (4, 14 seg.),
infatti, il trasferimento di Gesù da Nazara (o Nazareth, dove non più tornerà a
causa della malevolenza dei suoi concittadini) a Cafarnao (dove aveva già fatto
strabiliare di sé) ha una diversa interpretazione. L’evangelista racconta che
Gesù stava un giorno nella sinagoga a leggere (traducendo dall’ebraico antico
in aramaico?) un passo del libro profetico “Isaia” (61, 1 seg.). Il profeta
annuncia la missione cui era stato deputato dall’Altissimo: inaugurare l’anno
di grazia in onore di Jahvè. Isaia portava ai poveri il lieto annuncio (sarebbe
stato più proficuo un pezzo di pane, perché col ventre digiuno la mente è poco
propensa a comprendere le altrui ragioni); ai prigionieri e agli oppressi
prospettava la liberazione; ai ciechi auspicava il dono della vista. Nel
pronunciare queste bibliche parole, a Gesù balenò un lampo di genio, degno proprio
del Figlio di Dio, perciò colse la palla al balzo e proclamò, a chi stava
ascoltandolo, che era proprio lui il profeta di cui parlavano le Scritture. In
altri termini, egli volle far intendere che, come Isaia, anche lui era stato
consacrato dallo Spirito Santo quale messaggero di Dio sulla Terra. I suoi
compatrioti, stupiti dalla sua ardita dichiarazione, vollero che dalle parole
scendesse ai fatti, dando un saggio della sua potenza. Il figlio di Giuseppe
era molto chiacchierato nel suo villaggio a causa di ciò che i paesani avevano
udito sul suo conto. Gesù però li deluse, troncando il loro chiacchierio,
rifiutando di dare un saggio della sua potenza, di compiere quei prodigi che
aveva (o avrebbe) compiuto altrove. Del resto, rammentando che nessun profeta è
ben accolto nella sua patria, disse ai suoi paesani che si sarebbe dato da fare
nelle patrie altrui. L’insolente risposta del figlio di Giuseppe mandò fuori
dei gangheri i presenti, che maggiormente s’inacidirono udendolo dire che a
prodigar miracoli anche i profeti Elia ed Eliseo diedero la preferenza ai
forestieri. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e poco mancò che lo
linciassero, ma Gesù, prima che lo conciassero per le feste, si dileguò (chi sa
come), passando in mezzo a loro.
Perché Gesù
non fu capace di suscitare la fede dove era cresciuto? Gli abitanti di Nazara
conoscevano l’umile origine della sua famiglia. Sapevano che era falegname come
suo padre Giuseppe. Conoscevano i suoi fratelli e le sue sorelle (Mc 6, 1 seg.;
Mt 13, 54 seg.). Per questo si scandalizzarono nell’ascoltare la sua pretesa di
avere, per conferimento divino, autorità di profeta. In verità, anche fuori
della sua Nazara, Gesù non ebbe molto seguito, benché gli evangelisti vogliano
farci credere che folle accorressero per ammirare i suoi prodigi e ascoltare la
“buona novella”. Delle tante meraviglie che si racconta abbia compiuto, una
sola non era in suo potere: la conversione del popolo ebraico, che restò in
gran parte scettico alle sue prediche. Un giorno che aveva il morale a pezzi,
sfogò il proprio malumore contro gli increduli abitanti di Cafarnao, la sua
nuova patria, riservando loro una sorte peggiore di quella che, con la fine dei
tempi, sarebbe spettata alla terra di Sodoma, già martirizzata a dovere dal dio
biblico (Mt 11, 20 seg.; Lc 10,13 seg.).
Gesù,
verosimilmente, fu dapprima seguace della setta dei penitenti che facevano capo
a Giovanni il Battista, suo presunto parente. Da lui si distaccò per
intraprendere ciò che credeva fosse la sua divina missione: divulgare una
novella fede, datrice di eterna salvezza. Non poche erano le differenze tra lui
e il Battista. I discepoli di Giovanni conducevano una vita austera, dediti
alla preghiera e alla pratica del digiuno (osservata anche dalla setta dei
farisei). Gesù e i suoi discepoli, invece, mangiavano e bevevano, soprattutto a
spese dell’ospitalità caritatevole del prossimo. Taluni fecero notare questa
differenza di comportamento a Gesù (Lc 5, 33 seg., Mc 2, 18 seg., Mt 9, 14
seg.), il quale prontamente rispose che non era ancora giunto il tempo della
tristezza per i suoi seguaci. Come gli invitati a nozze, amici intimi dello
sposo, fanno festa durante la cerimonia nuziale; così i “suoi” accoglievano
festosamente la sua venuta salvifica. Era dunque opportuno che essi godessero
del loro sposo messianico in allegrezza, senza deprimersi con digiuni e
penitenze. Quando poi arriverà il giorno della dipartita dello sposo, allora…
niente più strippate, perché le ore luttuose apporteranno mestizia. La sua
opera aveva poco in comune con il movimento del Battista e con quello
farisaico. Il suo vangelo lo paragonava a un abito nuovo, da cui non si
strappano pezze per rappezzare abiti vecchi (ossia, le pastoie della tradizione
religiosa giudaica). Egli era simile al vino nuovo, che non si versa in otri
vecchi. I giudei, però, essendo avvezzi a bere vino invecchiato, non gradirono
quello novello offerto da Gesù.
Un giorno,
alcuni farisei e scribi provenienti da Gerusalemme si radunarono attorno a Gesù
nella città di Genesaret, presso l’omonimo lago, detto anche di Tiberiade (Mc
7, 1 seg.; Mt 15, 1 seg.). Notarono che i suoi discepoli trasgredivano la
tradizione degli antichi maestri. Chiesero a Gesù di spiegare il loro
irrispettoso comportamento. L’altro rispose tacciandoli d'ipocrisia, criticando
quel loro scrupoloso attaccamento alle formalità cultuali, mentre trascuravano
o aggiravano le prescrizioni essenziali della Legge mosaica, come quelle
riguardanti la giustizia e la carità. Il suo insegnamento, invece, apprezzava
la limpidezza interiore, piuttosto che la formale purità esteriore dei precetti
della tradizione. Il formalismo religioso dei giudei, secondo Gesù, era
moralmente indifferente. Vane erano le abluzioni purificatorie e le altre
esteriori osservanze praticate dai giudei. Ben altri erano i peccati che
rendevano immondo l’uomo. A suo giudizio, i farisei erano come ciechi che
guidavano altri ciechi, perciò destinati quanto prima a sfracellarsi. Come dal
frutto si riconosce l’albero coltivato con cura da quelli incolti, così dalle
azioni di un uomo si riconosce quello d’indole buona da chi ha indole cattiva
(Mt 7, 15-20 e 12, 33-35, Lc 6, 43-45). In vero, i dualismi tra buono e
cattivo, tra bene e male, tra il Dio della luce e il Principe delle tenebre,
tra il Messia e l’Anti-messia, sono concezioni filosofico–religiose, che
riflettono la complessa natura dell’uomo.
Dopo aver
girovagato per la Galilea, Gesù ritornò a Cafarnao. Qui gli esattori del
Tempio, rivolgendosi al suo discepolo Pietro, chiesero il pagamento del tributo
per le spese cultuali (Mt 17, 24-27). Ogni giudeo, infatti, pagava un’imposta
annuale per il Tempio. Pietro si rivolse a Gesù, che lo prevenne,
chiedendogli se, a suo parere, i re della terra riscuotevano tributi dai propri
figli o dagli estranei. Pietro rispose che i tributi li pagavano i sudditi, non
certamente i parenti del re. Gesù, dunque, ritenendosi Figlio di Dio, re
indiscusso del cielo e della terra, n’era esente, come pure i suoi discepoli,
integrati nella sua famiglia allargata. Per evitare storie con gli esattori,
decise comunque di pagare la gabella, osservando il precetto della Legge (Es
30, 13-15), anche per non passare per il solito balordo, che scandalizzava
farisei, scribi e dottorini. Tuttavia, pur essendo accondiscendente, si trovava
a corto di spiccioli (aveva fatto voto di povertà). Bisognava trovare un po’ di
dracme. Ebbe un lampo di genio: mandare a pesca di quattrini il fido pescatore
Pietro. Questi, armato di lenza e amo, andò a pescare nel vicino lago. Gesù gli
aveva assicurato che, nella cavità orale del primo pesce che abboccava l’amo,
avrebbe trovato i quattrini necessari per il pagamento del tributo. Era proprio
necessario scomodare Pietro per procurarsi il denaro? Non poteva in modo più
sbrigativo compiere “pro domo sua” un prodigio? Fatto sta che, in
quell’occasione, per non scandalizzare i giudei, si comportò da fariseo,
anziché far valere il suo regale titolo.
PARTE SECONDA
Un giorno
Gesù (Gv 6, 1 seg.) stava passeggiando nei pressi del Mar di Galilea (detto anche
Lago di Tiberiade o di Genesaret) in compagnia dei suoi discepoli. Li seguivano
una moltitudine d’infermi e curiosi (il che appare inverosimile, perché,
secondo i vangeli, si approssimava la pasqua giudaica e il popolo era
affaccendato nei preparativi del pellegrinaggio a Gerusalemme, piuttosto che
attardarsi a seguire un santone). La comitiva “gesuana” decise di fare una
sosta sulla sommità di un monte. Gesù, osservando la moltitudine di gente che
lo seguiva (per i segni che compiva sugli infermi), si chiese come
rifocillarla. Domandò al discepolo Filippo, dove avrebbe potuto comprare del
pane in quantità sufficiente a sfamare tutti. L’altro (che forse non si rendeva
conto di aver a che fare con il portentoso Figlio di Dio) rispose che i denari
della comunità non bastavano per comprare le razioni di pane e companatico per
tutti. Intervenne un altro discepolo, Andrea, fratello di Pietro, informandoli
che c’era un ragazzetto che aveva cinque pani d’orzo e due pesci. Tanto bastò a
Gesù per fornire la prova della sua potenza, compiendo il miracolo del giorno.
Comandò di distendersi tutti sull’erba e attendere, appunto, il miracolo del
giorno. Gli portarono intanto la cesta con i cinque pani e i due pesci. Gesù,
dopo aver impartito la benedizione e rese grazie al Padre celeste, ordinò di
distribuirne il contenuto alla moltitudine seduta sull’erba. Erano più di
cinquemila persone (la solita esagerazione degli evangelisti), ma ognuno
ricevette abbondante razione di pani e pesci. Li mangiarono crudi o li cucinarono?
Non si sa. Dopo che furono tutti sazi, si raccolsero (manco a dirlo) dodici
cesti ricolmi d’avanzi (dodici gli apostoli, dodici i cesti con gli avanzi di
pani e di pesci). Non solo lo scarso vitto, ma anche la cesta che lo conteneva
si moltiplicò. Al termine della pappatoria, Gesù santo andò in gloria: la folla
volle rapirlo e farlo seduta stante re d’Israele. Gesù non gradì l’omaggio.
Sgattaiolando, s’inerpicò sul monte in cerca di un anfratto, dove sostare in
solitudine e pregare (meditando su che pesci pigliare all’amo il dì prossimo
venturo). L’episodio descritto potrebbe riferirsi a un’originaria parabola, i
cui simboli del pane e del pesce alludevano al bisogno spirituale dei giudei di
apprendere supreme verità. In seguito, i redattori dei vangeli, lavorando di
fantasia e attingendo ad analoghi episodi miracolistici dell’A.T. (Elia
moltiplicò farina e olio; Eliseo moltiplicò olio, pani d’orzo e farina di
farro; cfr. 1 Re 17, 10-16; 2 Re 4, 2-7.42-44), avrebbero travisato il senso
della parabola, descrivendola come un segno della potenza di Cristo,
approfittando della buona fede dei credenti. Può anche darsi che il preteso
miracolo sia dovuto alla generosità di una persona abbiente al seguito di Gesù,
che badò a sborsare il denaro sufficiente per l’acquisto delle vivande.
L’evangelista
Giovanni si diletta a ricamare l’episodio di cui sopra, aggiungendo un altro
incredibile prodigio (Gv 6, 16 seg.). Dopo che in quattro e quattr’otto ebbe
apprestato il pasto miracoloso agli affamati a spese del Padreterno, Gesù si
sottrasse all’entusiasmo della moltitudine, che voleva insignirlo seduta stante
del titolo di re d’Israele, ritirandosi in solitudine sul monte. La folla,
esaltata dai prodigi compiuti da Gesù, vedeva in lui l’atteso liberatore
d’Israele (forse era anche disposta a seguirlo nella lotta politica, insorgendo
contro le gerarchie dominanti). I suoi discepoli, intanto, al calar della sera,
lasciarono Gesù in solitudine sul monte e salparono verso Cafarnao, dove
l’avrebbero atteso. La navigazione sul Mar di Galilea non era sicura, poiché
spirava un forte vento che agitava le acque. Remarono trepidanti fino a metà
percorso; poi, finalmente, apparve sulle acque Gesù, spaventandoli. Volevano
imbarcarlo, ma, come per magia, la barca istantaneamente raggiunse la riva.
L’episodio è simile ai miti di Asclepio e Serapide, che apparivano ai loro
fedeli quando erano sul punto di naufragare, traendoli in salvo.
Anche nei
vangeli sinottici (Mt 14, 13 seg., Mc 6, 34 seg., Lc 9,10 seg.) si descrive il
medesimo prodigio narrato dall’evangelista Giovanni. Si racconta che Gesù, per
sfuggire all’assillante moltitudine di diseredati supplicanti grazie, si
allontanò in una zona deserta, nei pressi del lago di Galilea, non lontano
dalla città di Betsaida. Il tentativo si rivelò inutile, perché quelli lo
raggiunsero. Gesù provò pietà per loro, considerandole pecore senza la guida
del pastore. Li accolse nel suo ovile, guarendo gli infermi e allettandoli con
le favole del Regno di Dio (ancora di là da venire). Si era fatto tardi e il
giorno stava per terminare. I discepoli consigliarono il Maestro di sospendere
le miracolose terapie e le celestiali novelle, badando a congedare la folla, in
modo che ognuno andasse a procurarsi del cibo nei villaggi e nelle campagne lì
intorno. Gesù, invece, decise di farli restare, ordinando agli apostoli di
rimediare l’occorrente per rifocillarli. Obiettarono che non avrebbero potuto
sfamarli tutti, non avendo né viveri adeguati né denari sufficienti per
acquistarli. Avevano potuto racimolare qua e là appena cinque pani e due pesci.
Gesù, per nulla preoccupato, chiese di portargli le poche vivande trovate,
mentre la folla, sdraiata sull’erba (che non poteva esserci in quella zona
desertica), attendeva il da farsi. Suddivisi in gruppi di cento o di cinquanta,
quella moltitudine superava le cinquemila unità (la solita esagerazione). Dopo
che Gesù ebbe benedetto le parche vivande, i pani cominciarono a lievitare e i
pesci a moltiplicarsi. In un baleno, come per magia, le sporte (chi sa dove
l’ebbero raccattate) si riempirono di vivande e tutti ottennero abbondante
razione. Nella foga della miracolosa moltiplicazione, Gesù si era fatto
prendere la mano, sovrabbondando l’occorrenza di viveri (melius abundare,
quam deficere). Gli apostoli raccolsero dodici sporte d’avanzi (troppa
grazia, sant’Antonio!).
Ancora più
straordinario e inverosimile è il racconto del soccorso ai discepoli, durante
la navigazione sul Mar di Galilea, descritto dagli evangelisti Matteo (Mt 14,
22 seg.) e Marco (Mc 6,45 seg.), che appare simile al racconto della
navigazione del profeta Giona (1, 4 seg.). Gesù, dopo aver ordinato agli
apostoli d’imbarcarsi in fretta e di precederlo sull’opposta riva del lago,
restò a congedare i molti che lo circondavano. Gli evangelisti non dicono se
quelli manifestarono gratitudine a Gesù, che si era fatto in quattro per
sfamarli. Accomiatati tutti, fattosi ormai notte, Gesù salì sul monte a
pregare. Nel frattempo, la barca con gli apostoli a bordo si era allontanata
dalla riva, mentre si alzava il vento. Remando controvento, con l’imbarcazione
sbattuta dai flutti, gli apostoli erano ormai allo stremo delle forze e in
balia delle onde impetuose del lago. Notte da tregenda fu quella! Gesù, pur
trovandosi lontano, intuì il pericolo incombente su di loro. Era ormai notte
fonda, tuttavia, non ci pensò due volte ad accorrere in loro soccorso,
sorvolando le acque del lago più veloce del mitico Pelide. Li raggiunse in un
batter d’occhio, sorpassandoli (tanto per metterli alla prova: uno scherzo da
prete, inopportuno in quel frangente). Gli apostoli urlarono, spaventati
dall’improvvisa apparizione e subitanea scomparsa: sembrò loro di vedere un
fantasma camminare sull’acqua come un dio (cfr. Giobbe 9, 8). Gesù,
riavvicinandosi alla barca, si fece riconoscere, rincuorandoli e acquietandoli.
Sennonché, il baldanzoso Pietro volle unirsi a lui, camminando sulle onde del
lago agitate da un forte vento. Sceso dalla barca, cominciò a vacillare con il
corpo. E con il corpo anche la fede vacillò, facendolo affondare (similmente a
quel discepolo di poca fede, che volle seguire Buddha mentre camminava sulle
acque del Gange in piena). La sua imprudente intraprendenza stava per
tramutarsi in tragedia. Invocò subito aiuto a Gesù, che venne a soccorrerlo,
afferrandogli una mano e aiutandolo a risalire sulla barca, non senza
rimproverarlo per la pochezza della fede, oscillante come le onde del lago
smosse dal vento. Saliti entrambi sulla barca, il vento immediatamente cessò di
soffiare. Gli apostoli rimasero stupefatti. Un timore riverenziale li pervase.
Si prostrarono supini al cospetto di Gesù, venerandolo come un santo, un mago,
un dio. Dopo aver attraversato il lago (non vi fu il miracolo del subitaneo
approdo, come nel racconto dell’evangelista Giovanni), giunsero infine a
destinazione nei pressi di Genesaret, a sud di Cafarnao, a circa dieci
chilometri dalla località d’imbarco (Betsaida). Gli abitanti del luogo
riconobbero Gesù (di notte?). La sua fama lo precedeva ovunque andasse. Si
sparse la voce e subito gli vennero incontro una moltitudine d’infermi,
sperando di poter toccare almeno il lembo della sua veste: tanto bastava per
essere sanati. La fede incondizionata e la volontà di guarire, esaltando la
psiche, sono anche ai nostri tempi la panacea per molte infermità. Durante il
parapiglia, che si formava al passaggio di Gesù e del codazzo dei discepoli,
occorreva avere un pizzico di fortuna per avvicinarsi al lembo della sua veste,
ricorrendo pure a qualche spintone. Coloro i quali non avevano fortuna, né
bastava la prepotenza per farsi largo tra la gente, si tenevano i loro
acciacchi.
L’incredibile
episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato con diverse
sfumature dai quattro evangelisti, è stato ulteriormente riprodotto (troppa
grazia, dio santo!) dagli evangelisti Marco (Mc 8, 1 seg.) e Matteo (Mt 15, 29
seg.). La scena si svolge sempre nei dintorni del Mar di Galilea. Protagonista
di riguardo è, manco a dirlo, il portentoso Gesù, circondato da una folta
schiera di sventurati imploranti. Lo seguivano da tre giorni, accalcandosi
intorno a lui. Ormai stremati, a corto di viveri, afflitti dai malanni,
suscitavano pietà. Gesù volle in qualche modo rimediare, sollevandoli dalle
sofferenze, guarendo le afflizioni. A ogni compimento di miracolo, la folla osannava
il dio d’Israele, mandando in brodo di giuggiole il figlio suo diletto. Gesù,
prima di congedarli, volle ristorarli materialmente, oltre che nello spirito.
Come procurarsi in quel luogo deserto tutto il cibo necessario per sfamare
quella moltitudine? “Non possumus” fu la secca risposta degli apostoli
alla richiesta di Gesù. “Not problem” replicò l’indomito Gesù, che
comandò alla moltitudine (composta di più di quattro mila persone) di adagiarsi
per terra (non sull’erba, che in quel luogo deserto non poteva esserci). Poi
benedì sette pani e diversi pesciolini racimolati qua e là, che,
incredibilmente, si moltiplicarono in gran quantità, tanto da consentire a
tutti di mangiarne a sazietà. Al termine della distribuzione del pasto,
avanzarono tanti pani e tanti pesci (troppa grazia, Padre celeste!), fino a
riempire sette sporte stracolme (tanti erano i pani benedetti, tante le sporte
ricolme d’avanzi). Verosimilmente, si tratta di tre episodi, riferibili a un
medesimo evento, dove Gesù, a spese del fondo cassa della sua setta apostolica,
ha nutrito un gruppo di persone bisognose e sofferenti, che lo seguivano
sperando di ottenere un qualche aiuto materiale dal santone.
Nei vangeli
sinottici (Mt 8, 23 seg., Mc 4, 35 seg., Lc 8, 22 seg.) si racconta di un altro
salvataggio operato da Gesù sul Mar di Galilea. Un giorno, a bordo di alcune
barche, Gesù e gli apostoli presero il largo. Cullato dal lieve ondeggiar della
barca, Gesù si addormentò. Un’improvvisa tempesta sollevò le onde del lago
facendo oscillare le fragili imbarcazioni degli apostoli. Gesù, placido,
continuava a dormire, mentre le barche correvano il pericolo di affondare. La
paura faceva accapponare la pelle agli apostoli. Impazienti, frementi,
svegliarono il Maestro, implorandone l’aiuto, rimproverandolo per la noncuranza
che mostrava di fronte all’imminente pericolo. Destatosi dal sonno in cui era
sprofondato, Gesù diede un saggio della sua soprannaturale potenza. Emulo di Empedocle di Agrigento (come racconta Diogene Laerzio), comandò ai
venti impetuosi e alle acque agitate, affinché si dessero entrambi una calmata.
Nell’ascoltare la voce del padrone, i due elementi naturali si rabbonirono: il
vento cessò di soffiare, racchiudendosi nell'otre che, secondo il mito omerico, Eolo custodiva per volere di Zeus, mentre le acque del lago si acquietarono. Ritornata la calma
dopo la tempesta, Gesù rimbrottò gli apostoli per essersi dimostrati uomini di
poca fede. Quelli, però, frastornati per lo scampato pericolo, poco badarono al
rimbrotto. In verità, non si raccapezzavano sul conto di Gesù, così potente da
mettere in soggezione persino i venti e le acque (cfr. Sl 107, 29).
Secondo
l’evangelista Giovanni (Gv 6, 22 seg.), una folla di derelitti e sventurati
raggiunse Gesù sulla sponda del lago. Il Maestro improvvisò una predica,
ammonendoli che non dovevano venire per procacciarsi pane e pesce a sbafo, ma
per cibarsi di ben altre vivande, alimento per lo spirito, indispensabili per
meritarsi la vita eterna. Egli, inviato di Dio, doveva esser creduto sulla
parola, senza indugi. L’incondizionata fede in lui garantiva un posto
confacente nell’aldilà. Lui, però, non era per tutti, ma solo per i
raccomandati, per coloro cioè che andavano a genio al Padre celeste e da lui
ottenevano il beneplacito. Egli, pane vivente, figlio del cielo (per il tramite
dell'umana gente), non era destinato per la morte, ma per la vita. Cibandosi
con la sua carne e bevendo il suo sangue, gli omofagi fedeli potevano sperare
di entrare nel suo Regno extragalattico e vivere in eterno. La folla, che
restava pazientemente ad ascoltarlo, non poteva del tutto comprendere quelle
sue misteriose quanto orripilanti parole. Era affamata e voleva nutrirsi con
cibi appetitosi e sostanziosi, piuttosto che abboccare un magro pasto
sacramentale. Era ammalata e chiedeva d’essere sanata nel fisico,
infischiandosene dell’anima. Per campare decentemente in questo mondo non
avevano bisogno di parole edificanti per lo spirito, ma di segni concreti:
guarigioni dai malanni, nutrimenti per il corpo. Molti suoi discepoli,
spazientitisi ad ascoltare le vane prediche gesuane, voltarono i tacchi e
ritornarono a sbrigare le loro faccende terrene, abbandonando il Maestro al suo
amaro destino. Probabilmente, costoro non erano meritevoli, secondo
l’insondabile giudizio del Padre, di ricevere il dono dell’incrollabile fede
nel credo del Figlio. Chi è privo della grazia soprannaturale è
irrimediabilmente condannato alla perpetua ignoranza dei beni celesti e
all’eterna sofferenza dell’interminabile pena dell’inferno. Un giorno Gesù
chiese agli apostoli se anche loro volevano abbandonarlo come avevano fatto
molti suoi discepoli. Gli apostoli, infatti, non avendo ancora ricevuto i lumi dallo
Spirito Santo, non sempre comprendevano i suoi allusivi discorsi. Non sapendo
però dove andare a sbattere la testa, dopo che avevano lasciato ogni cosa per
seguirlo, decisero di restare. Peggio di come si erano ridotti, non potevano
stare. Tanto valeva continuare quell’avventura fino in fondo al baratro per
vedere dove Gesù voleva andare a parare con le sue paranoiche prediche.
PARTE TERZA
Tra i
prodigi realizzati da Gesù, quello verificatosi a Cana, in Galilea, ricorda
quelli compiuti dal mitico dio Dionisio. La scena, raccontata dall’evangelista
Giovanni (2, 1 seg.), rappresenta una festa di nozze. Gesù, la madre e i
discepoli sono tra gli invitati. Le provviste di vino stanno per esaurirsi (in
quei tempi la festa si protraeva per parecchi giorni, durante i quali gli
invitati alzavano il gomito, trangugiando molto vino). La madre di Gesù esorta
il portentoso figlio (sapendo di che pasta era fatto) a ostentare anzitempo la
sua potenza. Forse voleva far bella figura con i padroni di casa, consentendo
agli invitati di continuare a festeggiare gli sponsali e a bagnarsi l’ugola con
dovizia. Perché a preoccuparsi del vino, che sta per finire, è la madre di
Gesù, cioè l’ospite, anziché il padrone di casa? Forse si festeggiavano gli
sponsali di Gesù con una pia donna del suo seguito? Forse la sposa era Maria
Maddalena, che Gesù amava e baciava sulla bocca (cfr. l’apocrifo “Vangelo di
Filippo”)? Per un ebreo era un obbligo fondamentale convolare presto a nozze.
Alla richiesta della madre, Gesù si mostra recalcitrante, giacché non è ancora
giunto il tempo predeterminato dal Padre celeste per mostrare al mondo i segni
messianici. La madre però insiste e Gesù cede, assecondando la sua richiesta,
prestandosi a compiere un portento. Dio, nella persona del Figlio, tutto può.
Egli, a differenza dell’olimpico Zeus, è padrone anche del Fato e può
anticipare l’ora prestabilita per manifestare pubblicamente la divina potenza e
provvidenza. Dunque, ordina ai servi di riempire con acqua le giare per le
abluzioni. Poi, meraviglia delle meraviglie, il divino alchimista con
impercettibili alambicchi trasforma l’acqua contenuta nelle giare in prelibato
vino. Questo incredibile prodigio di-vino, compiuto dal “pantokrator”
Gesù, stupisce solamente i discepoli, non anche i servi e gli altri invitati.
In virtù di quella magia si rafforza la loro fede (il fenomeno dell’acqua
trasformata in vino è più eloquente dell’altissima parola del Maestro: in
vino veritas!). Terminata la festa, gabbato lo santo? Proprio così,
smaltita l’ubriacatura prodotta dall’eccelso vino, tutti gli invitati,
discepoli compresi, dimenticarono il prodigio. Solo la Chiesa continua a
contemplarlo nel secondo mistero luminoso. Gesù, intanto, secondo il racconto
dell’evangelista Giovanni, lasciata Cana, va a Cafarnao, seguito dalla madre,
dai suoi fratelli e dal manipolo dei discepoli.
Il miracolo
delle nozze di Cana (“miraculum vero”, parola di vangelo; “miraculum
mendax”, parola di fariseo) ricorda i prodigi compiuti dalle divinità
pagane, come quelli attribuiti al dio greco Dioniso, attestati da Sofocle nel
“Tieste” (vigne che fiorivano e producevano uva in un giorno), da Euripide
nelle “Baccanti”, da Diodoro Siculo nella “Biblioteca Storica” (dove si
racconta che durante la festa di Dioniso, a Teos, sgorgava da una fonte vino in
abbondanza, cfr. tomo III, 66, 2) e da Pausania, il Periegeta (che nel libro 6,
26 della “Periegesi della Grecia” ricorda due prodigi: quello che accadeva a
Elide, dove recipienti vuoti, collocati in una camera sigillata, erano ritrovati,
il mattino, colmi di vino; e quello che accadeva periodicamente nel santuario
di Andro, durante la festa di Dioniso). In altri luoghi, si racconta che
fiorissero vigne che producevano uva in un solo giorno (cfr. Walter Otto
“Dionisio, Mito e Culto”). Il vescovo Epifanio (IV secolo), che ancora in vita
godeva fama di “santo da miracoli”, ricorda nel “Panarion” che il giorno sei
gennaio, ricorrenza del miracolo di Cana, in molte località l’acqua di fontane
e fiumi si trasformava in vino (come la fonte c.d. del martyrium a
Gerasa). Secondo santa madre Chiesa, invece, questi e altri fenomeni
(essudazione e lacrimazione di statue sanguinanti, guarigioni inspiegabili,
epifanie e altre “mirabilia”), giacché attribuibili a divinità pagane, non sono
miracoli, bensì prodigia riconducibili al potere demoniaco.
L’immondo demone pare che, di tanto in tanto, si burli del malcapitato,
appioppandogli un prodigium obscaenum, cioè un brutto tiro. Gli
stessi evangelisti ci dicono che anche i “pseudocristoi” erano capaci di
compiere magie e portenti, perciò i farisei chiesero a Gesù di mostrare la sua
potenza con un vero e proprio miracolo. Il racconto del “segno” compiuto
durante la cerimonia nuziale di Cana, in realtà, è un espediente letterario
allegorico, volto a impressionare la fantasia e l’immaginazione di sprovveduti
e incolti, indotti a credere in potenze soprannaturali per superstizione o per
timore o per fede religiosa. L’insipienza di chi crede che i miracoli siano un
segno di Dio a vantaggio dell’uomo, si fonda sulla falsa credenza che
l’universo sia stato creato per gli uomini e che questi siano perciò meritevoli
della Divina Provvidenza. Le istituzioni religiose e il loro acritico modello
educativo sono ancora utili come instrumentum regni.
In
prossimità della Pasqua giudaica, Gesù, come ogni pio ebreo, si recò a
Gerusalemme, la città santa della Giudea (Gv 2, 13 seg.). Nell’atrio del Tempio
vide mercanti smerciare buoi, pecore e colombe, e altri che svolgevano il
servizio di cambiavalute. Quel commercio era necessario per far fronte alle
esigenze del culto, come prescriveva la Legge. Gesù però, osservando l’indegno
mercato che si svolgeva nel cortile antistante alla casa del Padre celeste,
andò su tutte le furie. Non esitò a metter in pratica il Jihad islamico di là
da venire: lo sforzo non solo spirituale, ma anche manesco sulla via di Dio.
Fattasi una frusta di funicelle, scacciò dal Tempio bestie e mercanti,
rovesciando i banchi su cui era adagiata la mercanzia. Poi ammonì i venditori
di non trasformare la casa di Dio in un laido mercato. E’ impossibile che non
sapesse dell’autorizzazione a svolgere commercio per le necessità di culto in
luogo non adibito alla preghiera. L’episodio non appare punto credibile, tenuto
conto sia della vastità del Tempio (ricostruito al ritorno degli esuli ebrei
dall’esilio babilonese) e degli annessi edifici (voluti da Erode il Grande),
frequentati da folle di pellegrini, sia della vigile sorveglianza da parte
delle guardie giudaiche e dei militi romani (il tempio era collegato sul lato
nord con la Fortezza Antonia, sede della guarnigione romana). Né è credibile
che Gesù, menando frustrate di santa ragione a destra e manca, abbia potuto
scacciare dal Tempio bestie e mercanti, senza che nessuno sia intervenuto in
quel putiferio, opponendosi alla sua insensata violenza. Inspiegabile è il
mancato intervento delle guardie addette all’ordine del Tempio e dei militi
romani. Perlomeno questi avrebbero dovuto arrestare Gesù, ripristinando
l’ordine e il commercio legale, mettendo fine al trambusto. Quanto al
trafficare dei mercanti nel cortile del tempio, Gesù lo osservava tutte le
volte che vi si recava. Né prima di quel giorno, in cui lo zelo per la
sacralità del luogo gli divorò il cervello, si era comportato da scalmanato.
Del resto, i mercanti non stavano profanando un luogo sacro, contaminandolo con
oggetti impuri. Inconcepibile pensare che un dio, come si vuole che sia Gesù,
abbia scatti d’ira e mena di santa ragione (in vero, anche Jahvè era un dio
collerico: tale padre tale figlio!). Quanto ai sacerdoti giudei, i cui redditi
dipendevano da quei traffici, l’unica loro blanda reazione fu la richiesta
fatta al “sanculotto”, figlio di un Padre altolocato, di mostrare un segno atto
a giustificare cotanta arbitraria autorità. Forse, si aspettavano di vedere in
lui i segni dell’atteso messia rivoluzionario? Il divino seduttore,
conquistatore di sempliciotti, bonaccioni e sfaccendati perdigiorno, pur
atteggiandosi a pacifista, accolse la sfida, sparandola grossa: se i giudei
avessero distrutto il Santuario, lui l’avrebbe ricostruito in tre giorni (il
numero trino, com’è noto, è particolarmente caro agli evangelisti, che si
cimentano nell’arte simbolica e numerologica). Neanche a pensarlo che i giudei
volessero distruggere il loro sacro secondo Tempio con tutto il “Sancta
Sanctorum”! Avevano impiegato quarantasei anni per ricostruirlo (ed era
ancora in fase di completamento) e quella spacconata di Gesù li irretiva non
poco. Lo stesso evangelista prova a correggere il tiro maldestro del Maestro, spiegandoci
che egli non stava folleggiando, perché intendeva per “Santuario” il suo corpo,
che avrebbe fatto risorgere dopo tre giorni. La spiegazione, però, non
convince, poiché corregge la millanteria gesuana con una fandonia evangelica.
Durante la
festività pasquale, Gesù compì altri segni, ma l’evangelista non specifica di
che tipo. Molti si convertirono nel vedere quei segni (piuttosto che nell’udire
il suo divino eloquio). Di costoro, però, lo stesso Gesù diffidava (figuriamoci
noi!), conoscendo l’animo umano, facilmente impressionabile dai segni
esteriori. Oggigiorno, in vero, davanti ai santuari, i mercanti continuano
indisturbati a vendere la loro mercanzia, ma non si tratta di offerte per
ingraziarsi la divinità, bensì di oggetti e ricordini che alimentano la
superstizione più che la spiritualità. Anche il francescano cappuccino Padre
Pio, burbero santo dell’ultima ora, un giorno fu rapito da sacro furore nel
vedere gli usuali mercanti di oggetti sacri fare commercio davanti alla casa di
Dio. Non volle sentir ragioni. A imitazione di Cristo, li scacciò
dall’antistante piazzale del convento di San Giovanni Rotondo.
L’episodio
della purificazione del Tempio dalle attività profane è riportato anche nei
Vangeli sinottici (Mt 21, 12-17, Mc 11, 15-19, Lc 19, 45-48), ma verso la fine
del ministero pubblico di Gesù, anziché all’inizio, come nel Vangelo secondo
Giovanni. L’azione violenta di Gesù è rivolta a danno di mercanti e acquirenti.
Non manca il ricorso alle citazioni scritturistiche (una vera e propria mania
dei redattori dei vangeli), mediante le quali cercare una giustificazione alla
veemenza dell’ira di Gesù. Quanto ai sommi sacerdoti, agli scribi, ai dottori
della legge e ai capi del popolo, costoro furono indignati e indispettiti
nell’udire Gesù accusare i mercanti di aver fatto del Tempio, luogo di
preghiera, una spelonca per briganti e ladroni. Ancor più il loro animo
s’inasprì nell’ascoltare i ragazzi che lo osannavano come Figlio di Davide per
i prodigi che compiva. Ciechi e storpi, infatti, guarivano all’istante, senza
bisogno di cure oftalmiche e terapie di riabilitazione per motulesi.
Esacerbati, i sacerdoti si domandavano come spedire a miglior vita quel
forsennato e indomabile eretico Gesù. Temevano però la reazione del popolino,
che si accalcava nel tempio per ascoltarlo, pendendo dalle sue labbra, sedotto
dalla sua oratoria, stupefatto dalla sua taumaturgia, incantato dai suoi
prodigi.
Un giorno
Gesù, lasciata la Giudea, ritornò con i suoi discepoli in Galilea, passando per
la Samaria (Gv 4, 4 seg.). Durante il viaggio, sul far del mezzogiorno, la
comitiva si concesse una sosta presso un pozzo d’acqua. I suoi discepoli lo
lasciarono riposare in quel luogo e si diressero in un vicino villaggio per
comprare qualcosa da mettere sotto i denti. Nel frattempo, arrivò al pozzo una
donna samaritana per attingere acqua. Tra i due si svolse un colloquio, che
l'evangelista riporta per filo e per segno, ancorché non vi fossero testimoni
presenti. Alla brusca domanda d’acqua da parte di Gesù, la samaritana rimase
sconcertata, non certamente per la richiesta, ma per aver un giudeo rivoltole
la parola (da quale indizio dedusse che fosse giudeo non è spiegato). Tra i due
popoli, in verità, non correva buon sangue: l’uno guardava l’altro in cagnesco
(si accusavano vicendevolmente d’essere pagani e scismatici). Gesù iniziò a
predicare la solita tiritera sul regno dell’altro mondo, rammaricandosi che la
donna ignorava con chi avesse a che fare, altrimenti sarebbe stata lei a
chiedere a lui di essere dissetata in eterno con acqua viva. Quella brava
donna, però, non poteva capire il mistero di Cristo (elargitore di conoscenze
per lo spirito). Gli domandò, fraintendendo le sue parole, come avrebbe potuto
lui attingere dell’acqua dal fondo del pozzo, non avendo con sé neppure un
secchio. L’altro le rispose insistendo sulla bontà della sua acqua viva, che
dissetava per l’eternità. L’ingenua samaritana gli prestò fede, credendo di
poter bere acqua miracolosa, che estingueva per sempre la sete e la quotidiana
fatica di venire al pozzo. Gesù le disse di andare a chiamare suo marito e di
ritornare insieme con lui. La donna, che non aveva marito, ma conviveva con un
uomo, rimase sbigottita nell’apprendere che Gesù era a conoscenza della sua
vita privata (di mariti e compagni ne aveva avuti diversi in passato). Suppose
che fosse un profeta. Gli chiese perciò di spiegare perché samaritani e giudei
adorassero lo stesso Dio in santuari diversi. Gesù le profetizzò che era ormai
imminente il giorno in cui Dio Padre sarebbe stato adorato in spirito e verità
e non più in santuari giudei o samaritani (non previde quelli che avrebbero
edificato i cristiani). Aggiunse che i samaritani adoravano ciò che non
conoscevano e che solo i giudei adoravano ciò che conoscevano; pertanto, la
salvezza poteva provenire solo dai giudei (spudorata presunzione!). Gesù,
ovviamente, alludeva ai suoi seguaci, i nazareni riformatori della religione
mosaica, successivamente denominati cristiani. La samaritana, intanto, sempre
più frastornata dall’accavallarsi di verità fuori della sua portata, dichiarò
che un messia sarebbe venuto ad annunciare sacre verità. L’altro le fece subito
notare che il messia atteso era proprio lui, in carne e ossa, ricolmo di
Spirito Santo, sorgente inesauribile d’acqua viva (ancorché assetato, come
uomo, di quella terrestre), inviato dal Padre ad annunciare sublimi verità del
celeste impero (ancorché circonfuse da un’aria di mistero). Nel frattempo,
sopraggiunsero i suoi discepoli, stupiti nel trovare il loro Maestro a
colloquio con una donna (i soliti maschilisti) e per giunta samaritana (i
soliti pregiudizi). In quei tempi, in Palestina, era ritenuto sconveniente
rivolgere alle donne la parola e persino guardarle. Quella, intanto, abbandonò
la giara e corse al villaggio per raccontare l’incontro avuto con un profeta,
che diceva d’essere il messia atteso. I compaesani, quando appresero che il
giudeo aveva saputo rivelare con profetica ispirazione il passato di quella
donna (cioè, che era stata maritata?), s’incuriosirono. In molti accorsero da
lui per invitarlo a restare con loro per qualche tempo, in modo che potessero
ascoltare la favola sul messia liberatore, salvatore del mondo (il profeta Gesù
godette molto credito solamente fuori della sua patria). Portate le vivande
(comprate col denaro della Divina Provvidenza), i discepoli invitarono Gesù a
mangiare un boccone. Quello però faceva il difficile: se prima era assetato,
nonostante che si dichiarasse sorgente inesauribile d’acqua viva, ora era anche
affamato, ma di tutto altro cibo, quello di compiere l’opera che suo Padre gli
aveva affidato. Un compito difficile anche per un dio, era quello di convertire
l’umanità a una nuova fede, riformatrice di quella antica. Vivaddio! Era ormai
imminente il tempo della mietitura delle anime convertite, in virtù della
semina effettuata da coloro che l'avevano preceduto. Nel frattempo, mentre il
divo Gesù si nutriva dei suoi propositi, fantasticando sui misteri divini, gli
affamati discepoli sgraffignavano terrestri cibarie, compresa la sua razione
(alimento per il corpo, non per lo spirito). Sopraggiunse intanto al pozzo la
comitiva dei samaritani per invitare Gesù a intrattenersi con loro per un po’
di giorni. Egli accettò l’ospitalità, seminando la divina parola sul quel
fertile terreno, raccogliendo abbondante messe per il regno del Padre (e suo).
Secondo
l’evangelista Giovanni, dunque, Gesù fece proseliti tra i samaritani. Nel
Vangelo secondo Matteo, invece, Gesù proibì agli apostoli di annunciare il
Vangelo ai samaritani e ai gentili (Mt 10, 5-6). Chi tra i due la racconta
giusta? Ogni evangelista ha la sua verità su Gesù (quot capita, tot
sententiae). Si contraddicono anche sull’accoglienza che ebbe in Galilea,
sua patria. Giovanni (Gv 4, 35-45) assicura che fu ben accolto, perché i suoi
compatrioti erano stati testimoni dei prodigi da lui compiuti in Gerusalemme
durante la festa della Pasqua. Non si dubita che l’entusiasmo dei connazionali derivi
dalle virtù taumaturgiche di Gesù (che al pari del dio guaritore Asclepio,
risanava dai morbi e rianimava i morti), piuttosto che dalle sue misteriose
prediche. Di diverso avviso sono gli evangelisti Matteo (Mt 13, 54 seg.) e
Marco (Mc 6, 1 seg.), per i quali l’attività di Gesù nella sua patria fu un
totale insuccesso, perché non poté compiere molti prodigi a causa
dell’incredulità dei suoi compatrioti (dunque, non è un dio onnipotente). Gli
abitanti di Nazareth, addirittura, si scandalizzavano di lui, ed egli
ricambiava l’incredulità dei suoi paesani dichiarando che da che mondo è mondo
i profeti non godevano alcun credito nella propria patria. Luca (4,14 seg.) è
ancora più incisivo. Secondo lui, i concittadini di Gesù non solo lo
scacciarono dal villaggio (che denomina Nazara, anziché Nazareth), ma ci mancò
poco che lo spedissero all’altro mondo, nel regno del Padre celeste,
precipitandolo dal monte sul quale era ubicato il loro villaggio. L’attuale
città di Nazareth, però, è adagiata su un pianoro fra dolci colline e non ha
precipizi. La fervida fantasia degli evangelisti denota la scarsa conoscenza
geografica del territorio in cui Gesù avrebbe esercitato la sua divina
missione.
PARTE QUARTA
Lasciata
Cafarnao, Gesù girovagava tra i villaggi della Galilea. I suoi famigliari,
nell’approssimarsi della festa delle Capanne, lo invitarono a recarsi in
Giudea, affinché manifestasse i suoi prodigi anche in quella regione (Gv 7,1
seg.). Gesù, dicevano, avrebbe dovuto mettersi in mostra, non agire in segreto.
Che agisse in tutta segretezza, non parrebbe. Anzi, il suo ministero lo
svolgeva in pubblico, alla luce del sole. Solo in Giudea, però, avrebbe potuto
manifestare le sue opere al mondo intero, secondo il parere dei suoi ambiziosi
fratelli (che, peraltro, poco credevano in lui, come attestano gli
evangelisti). Gesù era perplesso, temeva per la sua vita, poiché sapeva che in
Giudea avrebbe trovato la morte. I giudei lo consideravano un eretico e blasfematore,
perciò cercavano l’occasione per accusarlo e condannarlo a morte. Il mondo lo
odiava - ci fa sapere l’evangelista - perché egli denunciava pubblicamente le
opere malvagie degli uomini. I suoi fratelli, del resto, piuttosto che dar peso
ai suoi mistici discorsi, facevano affidamento nel successo della sua
portentosa magia. Gesù, però, non se la sentiva di andare a rimetterci le penne
per dar loro soddisfazione. Si giustificò, sostenendo che non era ancora giunto
il suo tempo e che attendeva disposizioni dal misterioso Padre celeste. Queste
tardavano ad arrivare. Finalmente, dopo che i suoi fratelli partirono per la
Giudea, ricevette l’autorizzazione del Padre. Si mise in viaggio, in tutta
segretezza, verso quella terra strabenedetta per giungere alla città Santa. I
giudei (manco a dirlo) lo andavano cercando tra la folla che affluiva nel
Tempio. Sul suo conto, essendo ormai accresciuta la sua popolarità, la gente
manifestava opinioni contrastanti. Nessuno però osava parlare pubblicamente di
lui per timore dei giudei. Gesù, però, sfidandoli apertamente, si recò nel
Tempio a predicare proprio durante il colmo della festa. I giudei, anziché
farlo arrestare, se ne stavano pazientemente ad ascoltarlo, meravigliandosi che
sapesse leggere le Sacre Scritture (erano scritte in ebraico antico). Gesù
spiegava che la sua sapienza era opera del Padre celeste, la cui gloria egli
cercava, non la sua (perché tanta modestia, se anche lui era un dio
onnisciente?), perciò dovevano giudicarlo come persona veritiera e non al pari
di un impostore. Accusava i giudei di non rispettare la Legge di Mosè,
contravvenendo alla volontà di Jahvè (in verità, i giudei erano scrupolosi e
osservanti della Legge). Quelli, al colmo della sopportazione, non aspettavano
che l’occasione propizia per arrestarlo. Gesù, intuendo di averli esasperati
oltre misura e di trovarsi in pericolo, manifestò pubblicamente apprensione per
la sua vita. La folla, rumoreggiando, gli chiese se avesse un diavolo per
capello, non essendoci motivo di temere che qualcuno tra loro volesse fargli la
pelle. Lui, però, insisteva nel fare la vittima. Diceva di essere perseguitato,
perché risanava gli infermi durante il sabato, violando la Legge. Si difendeva,
sostenendo che anche la circoncisione era praticata di sabato; dunque, non
dalle apparenze, ma secondo giustizia bisognava giudicarlo. Intanto, tra la
folla, c’era chi si chiedeva se non era proprio lui quello che cercavano di
uccidere, e si stupiva che potesse parlare liberamente e pubblicamente, senza
che ci fosse l’intervento repressivo dell’autorità religiosa. Altri pensavano
che i capi dei giudei non lo volessero riconoscere come il messia atteso,
perché questi sarebbe arrivato in modo misterioso, senza che nessuno potesse
conoscerne la provenienza. Di Gesù, invece, sapevano che proveniva da un
villaggio della Galilea. Egli rintuzzava le obiezioni della gente, precisando
che conosceva il Padre celeste, giacché da lui proveniva e con la sua persona
viveva in intima unione. Alcuni facinorosi, ascoltandolo farneticare blasfeme
parole, avevano intenzione di mettergli le mani addosso, sembrando loro che
Gesù fosse uscito di senno. Desistettero dal farlo, perché - a giudizio
dell’evangelista - non era ancora giunta la sua ora (la ultima, quella fatale).
Altri, però, sedotti dal suo eloquio, rammentando i prodigi da lui compiuti,
credevano alle sue parole. Vana sarebbe stata l’attesa di un altro Cristo – si
dicevano - perché non sarebbe stato portentoso come lui. Intanto, arrivarono le
guardie per arrestarlo, ma anche costoro desistettero, lasciandolo continuare
nel suo delirio. Gesù annunciava il suo martirio, la sua imminente dipartita,
il suo ritorno dal Padre celeste. Allora lo avrebbero cercato invano. Non più
avrebbero potuto trovarlo, perché sarebbe andato in un luogo precluso ai comuni
mortali. Le guardie lo lasciarono vaneggiare, tanto, alla fine, l'avrebbero
arrestato, senza provocare clamore o sommosse, facendogli pagare il fio per le
sue bestemmie. Arrivò l’ultimo giorno di festa. Gesù pubblicamente invitava gli
assetati giudei a venire a dissetarsi alla sua fonte, temprandosi l’animo con
lo Spirito Santo. Molti tra la folla, che gli pressava intorno per ascoltarlo,
restarono incantati dai suoi discorsi; persino le guardie, anziché arrestarlo,
pendevano dalle sue labbra. Solamente i farisei andarono su tutte le furie,
imprecando contro la plebaglia, che si lasciava plagiare dal Galileo impostore.
Si lamentavano e imprecavano contro il popolo che, avendo scarsa padronanza
delle Sacre Scritture, se la bevevano tutta la “novella” gesuana. Se avessero
avuto conoscenze adeguate, avrebbero dovuto sapere che il Cristo atteso sarebbe
venuto dalla stirpe di Davide e dal suo villaggio natio, Betlemme, non da uno
sconosciuto villaggio della Galilea. Nicodemo, uno dei capi dei giudei, tentò
di fare l’avvocato del diavolo, osservando che non dovevano giudicare Gesù
senza averlo prima ascoltato e aver prima accertato le opere da lui compiute.
Non avesse mai parlato! I Farisei gli si rivoltarono contro, ingiuriandolo,
mandandolo a quel paese; in altre parole, a studiarsi a fondo le Scritture.
Finita la
festa, gabbato lo santo? Giammai! Il santo di Dio, che sostava accampato nei
pressi di Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, non fu beffato (Gv 8, 1 seg.).
Ritornò di buon mattino al Tempio. Appena lo videro arrivare, non qualcuno, ma
tutto il popolo venne ad ascoltarlo. I diabolici farisei, invece, tramarono un
tranello per accusarlo. L’occasione propizia la offrì un’adultera, colta in
flagrante. La portarono davanti a Gesù e gli domandarono se la sventurata era
passibile della pena della lapidazione, come prescriveva la Legge. Se Gesù
avesse negato, lo avrebbero accusato di violare la Legge. Se invece avesse
accondisceso, avrebbe svuotato di senso la sua missione, cioè la fede nella remissione
dei peccati, dono gratuito della divina misericordia. Gesù non rispose, faceva
lo gnorri, mentre col dito tracciava misteriosi segni per terra (un espediente
per riflettere e approntare la risposta). Poi, di fronte all’insistenza
ostinata dei farisei, raddrizzatosi, sbottò, sfidando gli astanti a lanciare la
prima pietra, se erano senza peccato; quindi, si rannicchiò nuovamente su se
stesso e continuò a tracciare segni misteriosi per terra. Chi avrebbe osato,
pubblicamente, dichiararsi scevro dai peccati? Uno dopo l’altro, tutti si
ritirarono con la coda tra le gambe, lasciandolo solo con la sventurata.
Alzatosi da terra, Gesù fece notare alla peccatrice, scampata alla lapidazione,
che i suoi accusatori avevano battuto il tacco e che poteva andarsene, giacché
neanche lui la condannava (neanche però la perdonava). L’adultera non se lo
fece ripetere due volte e, alzati i tacchi (anziché la sottana), se la svignò.
In verità, l’episodio non è credibile per diverse ragioni. Innanzitutto, i
Romani in quel torno di tempo avevano abrogato il diritto del Sinedrio di
emettere sentenze capitali (Gv 18, 31). L’evangelista, inoltre, nulla dice
riguardo all’uomo che indusse l’adultera a peccare, anche lui passibile di
lapidazione, né menziona il marito oltraggiato dall’adulterio della moglie, che
avrebbe dovuto invocare giustizia. Fermo restando la sproporzionata severità
della pena prescritta dalla Bibbia per gli adulteri (pena ancora vigente in
certi paesi islamici), resta comunque il fatto che, se è vero che tutti siamo
peccatori, allora nessuno potrebbe applicare le sanzioni comminate dalle leggi
di uno Stato. L’episodio in questione non è menzionato nei più antichi
manoscritti del Vangelo giovanneo.
Ritornata la
calma nel Tempio, la gente fece nuovamente capannello attorno a Gesù, che
riprese a predicare la solita tiritera (Gv 8, 12 seg.). Diceva di essere la
luce del mondo e chi lo seguiva, non si disperdeva nelle tenebre. I farisei
osservarono che rendere testimonianza a se stesso non poteva avere alcuna validità.
Testardo come un mulo, Gesù era certo di sapere donde veniva. Insisteva sulla
validità della sua testimonianza. Succube di una farneticante visione, credeva
di essere figlio di Dio. Asseriva che i suoi giudizi erano validi, perché
identici a quelli del Padre. L’Altissimo, che l’aveva mandato nel mondo per
compiere la missione salvifica, gli rendeva testimonianza (chi mai oserebbe
negare cotanto testimone?). Due erano i testimoni, lui e il Padre, perciò la
testimonianza era valida, come stabilito dalla Legge mosaica. I farisei,
armatisi di santa pazienza, tenendo la testa sulle spalle, ragionando secondo
le loro convinzioni e tradizioni, gli chiesero di indicare il luogo in cui
l’invisibile e misterioso Padre viveva, affinché potessero ascoltare direttamente
da lui la testimonianza. Gesù rispose che la pochezza di fede non consentiva
loro di vedere Dio Padre né di comprenderne il mistero. I Farisei lasciarono
correre, convinti che a rincorrere fantasmi e ascoltare visionari era tempo
sprecato. L’ora della resa dei conti era ormai imminente. Lo lasciarono
crogiolare nella sua frenesia. Esaltandosi, Gesù farneticava che sarebbe andato
in un posto a loro negato, perché indegni. Profetizzava che sarebbero morti nel
peccato, invano cercandolo per invocarne la salvezza. I Farisei temettero che
l’immisericordioso Gesù, nella foga dell’esaltazione, stesse per suicidarsi,
invasato dallo Spirito dell’invisibile Padre. Negava di essere una persona
umana, di appartenere a questo mondo. Affermava di provenire da un altro mondo
(che fosse un alieno?). Egli era uno spirito altolocato, non facente parte
degli umani, dimoranti nei bassifondi del firmamento. Apparteneva alla nobile
stirpe degli immortali, dominanti sulle olimpiche vette galattiche. Verace era,
in fede sua, tutto ciò che diceva, perché l’aveva udito dal Padre (e ripetuto
pedissequamente agli umani). Un dì non lontano, quando sarà stato innalzato sul
legno della gloria, (croce e delizia dei futuri seguaci del Galileo), i giudei
avrebbero riconosciuto il suo valore e la sua provenienza divina, e avrebbero
altresì compreso donde provenisse il suo insegnamento (non pare che l’abbiano
ancora compreso). Diceva di fare il volere del Padre, eseguendo alla lettera
tutto ciò che lui ordinava. Mai agendo autonomamente, ma tutto operava in
funzione della volontà paterna (più che un dio, sembra piuttosto un suo fidato
esecutore). In vero, quando era rapito dall’ardore visionario, farneticava
parole blasfeme per le orecchie dei farisei. Eppure, nonostante tutto, i suoi
sproloqui fecero breccia in molti, che prestarono fede in lui. Gesù li persuase
a farsi suoi discepoli, esortandoli a perseverare nella fede. Da lui avrebbero
appreso la verità e acquistato la vera libertà. Di quale libertà parlava, non
era chiaro ai farisei. Quanto alla libertà dello spirito, loro non erano
schiavi di nessun padrone. Gesù ribatté che erano schiavi dei loro peccati e
che solo dando credito alla sua verità, conforme a quella del Padre, potevano
riacquistare la vera libertà spirituale. Ammetteva che i giudei appartenevano
alla gloriosa stirpe d’Abramo, però, in cuor loro, ciò che ascoltavano non
erano le parole del patriarca, ma quelle di un cattivo padre: il diavolo
ingannatore. Costui insinuava nei loro cuori le motivazioni per uccidere chi
conosceva veramente la volontà di Dio. A sentire queste bestemmie, i farisei
inorridirono. Loro avevano un solo e unico padre: Jahvè. A lui obbedivano,
sottomessi alla sua Legge. Gesù replicò che, se veramente il loro padre fosse
Jahvè, non li avrebbe indotti a uccidere chi da lui proveniva. Al contrario,
proprio perché erano figli del diavolo, si rifiutavano di comprenderlo e
amarlo. Le menzogne del diavolo apparivano loro come verità, le sue veraci
parole, invece, come menzogne, perciò erano propensi a compiere un misfatto
contro di lui, venerabile persona altolocata. Non più tollerando calunnie e
bestemmie dello sputasentenze sedicente messia, i giudei gli resero pane per
focaccia, accusandolo di essere un eretico e in preda di un diavolo scatenato.
Con il demonio, lui, acqua santa, proprio non poteva averci a che fare. Lui
onorava suo Padre; loro, invece, in quanto disonoravano il Figlio, offendevano
anche il Padre. Del resto, essendo lui figlio dell’Altissimo, non aveva colpe
di cui pentirsi né cercava una sua gloria, ma quella di chi lo mandava tra
loro. Il suo vangelo era la parola di Dio, che loro dovevano accogliere,
supinamente, se volevano scampare all’eterna dannazione. I giudei, persa la
pazienza, sbottarono, inorriditi per l’arroganza delle sue assurde pretese. Lo
accusarono di essere succube di Satana, che gli aveva messo in testa l’empia
idea di ritenersi superiore ai profeti e persino ad Abramo, avendo questi
subìto la triste esperienza della morte. Gesù, incurante della loro collera,
esaltò la sua gloria, che proveniva da quello stesso dio, di cui loro
protestavano la fede. Lui, non loro, conosceva il Padre. Lui, non loro, era
ligio ai suoi comandamenti. Abramo persino esultò nel vedere la sua gloria. I
farisei, spazientitisi, sospettarono che il Nazareno si fosse bevuto il
cervello, poiché diceva di aver visto Abramo. Parola di Gesù: lui era stato
generato “ab aeterno”, perciò conosceva Abramo. Parola dei giudei: lui
era un bestemmiatore, perciò passibile di condanna alla lapidazione per
empietà. Così, raccolte delle pietre, presi da umano furore, stavano per
gettargliele addosso al divo impostore, conciandolo per le feste, ma lui,
nascondendosi tra la folla, se la diede ragionevolmente a gambe, in barba
persino alle guardie del Tempio. Il mito gesuano è simile a quello
dell’arcinota araba fenice: più unico che raro; anzi, parola del vangelo, egli
è l’araba fenice, che muore e rinasce dalle proprie ceneri. Non solo, ma può
anche trasformare in araba fenice tutti gli uomini morti nelle sue grazie,
purché costoro abbiano bevuto il suo elisir di lunga vita, viatico per
l’aldilà, il paradiso che nessuno sa dove stia né alcuno ha mai visto, ancorché
certuni lo vedano con gli occhi dello spirito e sperino un giorno (più
possibile lontano, per carità!) di arrivarci in grazia di Dio. Sostenere la
resurrezione dei cadaveri è un’assurdità, un non senso, che contrasta con
l’irreversibile esperienza della morte. Ognuno è padrone delle proprie
illusioni e di sognare la palingenesi prossima ventura, purché non imponga al
prossimo le sue fisime come sacrosante, assolute verità.
PARTE QUINTA
Nel Vangelo
secondo Giovanni (12, 1 seg.) si racconta che, sei giorni prima della Pasqua
ebraica, Gesù andò con i discepoli a Betania, ospite nella casa di Lazzaro
(l’amico risuscitato, ancorché morto e sepolto) e delle sue sorelle, Marta e
Maria. L’accoglienza fu calorosa. Gli fu preparato un pranzo con i fiocchi,
servito da Marta, mentre Maria s’industriava a ungere i suoi piedi con più di
tre chilogrammi d’autentico, costosissimo profumo di nardo, asciugandoli poi
con i propri capelli. La casa s’impregnò della fragranza del pregiato profumo,
molto ricercato, perciò costoso. L’apostolo Giuda Iscariota, che già tramava
nel suo animo l’imminente tradimento, si nauseò, ma non per l’olezzo del
profumo, sgradevole durante il desinare, bensì per l’inopportuno spreco della
preziosa sostanza. Era l’economo di quel pio club di “giacobini”, capeggiati da
un mistico rivoluzionario galileiano. A suo avviso, si poteva vendere quel
profumo per ricavarne una cospicua somma di denaro a beneficio dei poveri.
Aveva fatto tesoro dell’insegnamento del suo venerabile Maestro e ne dava un
pubblico saggio. In verità, le cose - in fede degli evangelisti - stavano
diversamente dalle apparenze: Giuda era un ladro e poco gli stavano a cuore i
poveri. Di tanto in tanto rubacchiava a man salva e faceva la cresta sulla
carità del prossimo. Gesù gli rispose che quel profumo era stato conservato per
il giorno della sua sepoltura (corna facendo) e che, pertanto, poteva essere
usato anche prima, perché era in ogni caso riservato a lui (già, ma poi il suo
cadavere come l’avrebbero unto, se quel profumo era tutto sciupato e il conto
dell’economo segnava rosso?). Quanto ai poveri – parola di Jahvè (Dt 15, 11) –
li avrebbero sempre avuti tra i piedi. Lui, invece, non per molto.
Ciò stante, ben agiva Maria, onorandolo con l’unzione del profumo. “Ipse dixit”
il Maestro e ciò poteva bastare.
Un analogo
episodio è descritto nel Vangelo secondo Luca (7, 36 seg.). Un giorno che Gesù
sedeva a tavola nella casa di un fariseo di nome Simone, che lo aveva invitato
a pranzo, gli si avvicinò una donna con un vasetto d’olio profumato. Era una
poca di buono, forse una prostituta (Maria Maddalena?). Scoppiò in un
prolungato pianto, rannicchiata ai suoi piedi, bagnandoli con le lacrime e poi
tergendoli con i suoi lunghi capelli. Li baciò, prima di cospargere olio
profumato. L’ospite fariseo ne fu scandalizzato. Dubitò persino che Gesù fosse
un profeta, giacché ignorava la pessima fama della donna. Gesù intuì i pensieri
di Simone e cercò di spiegarsi con una parabola. Raccontò di due debitori
insolventi, ai quali il creditore condonò i debiti. Quello che ebbe il debito
maggiore, gli fu senz’altro più riconoscente. Allo stesso modo si dimostrava
riconoscente verso di lui quella gran peccatrice, essendosi pentita e avendo
implorato il suo perdono. Gesù, infatti, le assolse i suoi molti peccati,
perché molto (eufemisticamente parlando) aveva amato (e perciò intascato denaro
sufficiente per acquistare il costoso balsamo).
L’evangelista
Luca (Lc 10, 38-42) riporta anche una diversa versione dell’episodio descritto
nel Vangelo secondo Giovanni, inerente all’ospitalità di Gesù presso le sorelle
di Lazzaro. Racconta che, durante il suo peregrinare di città in città, Gesù fu
accolto da una donna di nome Marta, che si adoperò per servirlo a puntino. Sua
sorella Maria, intanto, se ne stava seduta ai suoi piedi, affascinata dal
divino eloquio di Gesù. A Marta, che stava in altra faccenda affaccendata,
proprio non gli andava giù il rospo (ovvero, l’ozio della sorella). Si rivolse perciò
a Gesù, affinché esortasse Maria a venirle a dare una mano. Gesù le rispose che
non era il caso di affaticarsi, affannandosi a sfaccendare. Queste
preoccupazioni a Dio (e a suo figlio, che è lo stesso) non interessavano. Bene,
quindi, faceva la sorella ad ascoltare la divina parola, viatico per la vita
eterna nell’aldilà. Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Secondo
Marco (14, 3 seg.) e Matteo (26, 6 seg.), l’episodio dell’unzione del Messia si
sarebbe svolto nella casa di Simone il lebbroso, a Betania (poiché tale
infermità rendeva la persona immonda, la dimora di Simone doveva trovarsi
verosimilmente in un luogo isolato). Gesù sedeva alla mensa dell’ospite, quando
gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro ricolmo d’unguento di
nardo, costosissimo balsamo. Infranto il vaso, la donna ne versò il contenuto
sulla testa di Gesù, suscitando l’indignazione degli spettatori, che
disapprovarono quello spreco. Gesù, invece, si mostrò di parere diverso,
apprezzando la generosità della donna. Giudicava il suo comportamento come
un’anticipazione del rituale funebre prossimo venturo. Bisognava quindi
lusingarla, non biasimarla. Il suo gesto doveva essere commemorato in perpetuo,
menzionandolo durante le prediche evangeliche (fiato sprecato). Quanto ai
poveri - parola di Dio (Dt 15, 11; Mt 26, 11) – questi non mancheranno mai per
la gloria della cristiana carità (almeno fino al giorno in cui saranno
finalmente rimosse le cause che ne determinano l’impoverimento).
Riguardo
agli episodi sopra descritti, se ipotizziamo che Maria Maddalena e Maria di
Betania siano la stessa persona e che tale Maria sia la compagna amata
dell’aspirante Messia al trono d’Israele, ne consegue che l’unzione di Cristo
con il preziosissimo olio di nardo rappresenterebbe il riconoscimento della
dignità regale dello sposo messianico. Il Vangelo apocrifo di Filippo,
peraltro, attesta che Maria Maddalena (o di Magda, cittadina di provenienza
della stessa) era la compagna amata da Gesù, e che questi la baciava spesso
sulla bocca davanti a tutti. Ogni altro commento, al riguardo, appare
superfluo.
Una mattina,
uscendo da Betania e incamminatosi verso Gerusalemme con i suoi discepoli, Gesù
ebbe fame (Mt 21, 18-22). Senz’altro, quel giorno era di malumore; forse perché
aveva trascorso la notte in bianco, giacché il giorno precedente si era agitato
nel vedere i mercanti nel Tempio e la casa di suo Padre ridotta a bottega colma
di mercanzie (Mt 21). Bastò quella piccola contrarietà a inalberarlo. Infatti,
dopo aver messo a soqquadro banchi e mercanzie, fece assaggiare la frusta ai
mercanti. Sin dal giorno in cui la folla a Gerusalemme lo accolse
trionfalmente, inebriandolo di gloria, si era un po’ esaltato. Forse per questo
si riteneva autorizzato a fare e disfare a suo piacimento, ignorando le
disposizioni delle autorità religiose, che permettevano a mercanti e
cambiavalute di esercitare nell’atrio esterno del Tempio il commercio
necessario per le esigenze del culto. Ad ogni modo, quel giorno, lungo il
cammino verso la città santa, vide un albero di fico. Avvicinatosi, non trovò
frutta, ma soltanto foglie (forse qualcun altro, prima di lui, aveva già fatto
il repulisti?). Essendo fuori dei gangheri, vuoi per la bile ricolma di
malumore a causa delle contrarietà della sua vita grama, vuoi per il vuoto
dello stomaco che lo tormentava, sbottò, maledicendo l’albero, che si seccò
all’istante con gran meraviglia dei discepoli. Ventre digiuno non ascolta
ragioni! Se l’albero avesse potuto parlare, ne avrebbe avute ragioni da
vendere! In quel periodo dell’anno, in prossimità della Pasqua, non era
stagione di fichi. Il Figlio di Dio, però, creatore del cielo e della terra,
faceva lo gnorri. Quel giorno era indisposto e non tollerava il digiuno
(nonostante si fosse allenato per quaranta giorni nel deserto). In realtà,
l’universo è retto da leggi fisiche necessarie e necessitanti, che nemmeno
domineddio può cambiarle.
L'episodio
appena descritto è raccontato in una diversa variante dall’evangelista Marco
(11, 12 seg.). L’ingresso trionfale del Cristo Gesù in Gerusalemme a dorso di
un’asina (simbolo dionisiaco) terminò con la sua visita al Tempio, dove osservò
ogni cosa (chi sa quale). Fattosi tardi, se ne ritornò verso Betania. Il giorno
seguente, uscendo da Betania, ebbe fame. Cammin facendo vide un albero di fico
in foglie. Si avvicinò, sperando di trovare qualche frutto. Non colse un bel
niente. Così, tormentato dai morsi della fame come un comune mortale, sfogò il
suo malumore maledicendo il fico. A pancia vuota, colmo di livore, entrò nel
Tempio di Gerusalemme e mise tutto sottosopra, sbraitando, cacciando e
frustando venditori e compratori. Arrivata la sera, se ne ritornò a Betania. Il
giorno seguente la compagnia gesuana ripassò vicino all’albero di fico, che
apparve seccato fin dalle radici. La maledizione di Gesù del giorno precedente
non ebbe effetti immediati. L'incolpevole pianta, se avesse avuto il dono della
parola, avrebbe protestato il suo risentimento per l’astioso atteggiamento del
Cristo, rinfacciandogli l’assurda, irragionevole pretesa. Il figlio
dell’Onnisciente non sapeva che, fuori stagione, essa non poteva fruttificare?
Se avesse voluto, lui che aveva il potere di comandare alle montagne di
gettarsi nel mare, avrebbe potuto compiere un miracolo, sconvolgendo le leggi
della natura, ossia consentendo alla pianta di germogliare e fruttificare ancor
prima del tempo, piuttosto che maledirla, dissecandola. Gesù, invece, degno
figlio di un Padre vendicatore e castigatore (distruttore di Sodoma e Gomorra,
artefice del diluvio universale, responsabile delle atroci pestilenze in Egitto
e d’altri misfatti), non ebbe alcuna compassione per l’innocua pianta. Essa,
nell’espletamento delle sue naturali funzioni, non poteva in nessun modo
offendere la maestà di un dio; anzi, essa fu vittima innocente dell’offesa di
chi pretendeva ciò che essa non poteva dare contro natura. In verità, il
comportamento di Gesù è, “ante litteram”, gesuitesco. Infatti, ammesso e
non concesso che l’albero l’abbia offeso, non avrebbe dovuto Gesù risparmiarlo?
Le offese ricevute dal prossimo (vegetali e animali compresi), secondo il suo
insegnamento, dovevano essere condonate, prima di indirizzare giaculatorie a
suo Padre e chiedere perdono per i propri peccati. Probabilmente, anche questo
strano episodio potrebbe attribuirsi al travisamento del senso allegorico di
una parabola analoga a quella narrata nel vangelo lucano (cfr. Lc 13, 6-9), in
cui un albero di fico sterile si lascia in cura ancora per un anno prima di
tagliarlo. Il racconto allegorico lucano è sotteso alla conversione dei
peccatori, ai quali è concessa indulgenza e misericordia prima di soccombere,
irrimediabilmente, alla maledizione divina.
Un giorno,
appena calò la notte, fece visita a Gesù un fariseo di nome Nicodemo, un capo
dei giudei (Gv 3, 1 seg). Si rivolse al Maestro con il “pluralis maiestatis”,
ritenendolo un profeta inviato da Jahvè, perciò in grado di compiere segni
straordinari. Gesù rispondeva alle sue domande con il “pluralis modestiae”
e con le solite espressioni tra il sibillino e il crittografico. Lo istruiva
rendendolo edotto della “buona novella”. Soggiungeva che per vedere il regno di
Dio bisognava rinascere dall’alto (lui, infatti, proveniva da lassù). Alquanto
perplesso, Nicodemo chiese come poteva un uomo rinascere una seconda volta, essendo
impossibile ritornare nel seno della propria madre. Gesù, pazientemente, cercò
d’essere più chiaro, spiegandogli che intendeva parlare di rinascita
spirituale, senza la quale non si poteva entrare nel regno celeste
(l’iniziazione ai misteri cristiani comporta la morte rituale dell’uomo vecchio
e la rinascita spirituale dell’uomo nuovo). Proseguì, sempre più
velando di mistero il suo dotto eloquio. Il rinnovamento interiore lo
paragonava al vento, di cui si sente il sibilo, ma se ne ignora la provenienza
e la destinazione. Nicodemo, però, si mostrava ancora perplesso: non
comprendeva il mistero di Cristo (e nemmeno noi, che di lui dubitiamo). Gesù si
meravigliò (o finse) che un cotanto maestro in Israele non era all’altezza di
comprendere i suoi eccelsi concetti. Cambiò tono, calunniando chi non
predisponeva il suo animo ad accoglierlo. Egli, in fede sua, proveniva da lassù
per testimoniare quaggiù cose divine ai miserabili peccatori. La sua missione
nel mondo era salvifica. Prima di ritornare nel suo regno extragalattico,
sarebbe stato innalzato (e lo sarà, ma sulla croce, come un malfattore).
Avrebbe inoltre vinto (vano proposito) il potere malefico (quello di Satana,
che, strisciando come una serpe nel lussureggiante giardino Eden, iniettò il
suo veleno all’umanità, mentre Dio dormiva). Solo a chi aveva fede in lui, egli
concedeva la vita eterna (mera illusione). I miscredenti, invece, non avevano
speranza alcuna di salvarsi. Costoro - a detta di Gesù - amavano le tenebre,
dove potevano compiere opere malvagie; perciò rifuggivano la luce che era
venuta nel mondo (vale a dire lui), affinché le loro nefandezze non fossero
smascherate. Siamo alle solite! La miscredenza non implica necessariamente la
malvagità. Non sappiamo se Nicodemo continuasse a restare perplesso, oppure
riuscisse a districarsi nelle aggrovigliate argomentazioni del Nazareno,
dipanando la sua dubbiosità. Le pretese verità testimoniate da Gesù, promosso
per decreto conciliare Figlio Unigenito di Dio Padre, scatenarono la reazione
dei farisei “sanfedisti”, poco inclini a tollerare il “giacobinismo” religioso
di Gesù, le sue stravaganze, i contorti sproloqui, i misteriosi cianciamenti
sul fantomatico regno dell’aldilà. Figuriamoci poi se potevano accettare che
Jahvè, l’innominabile unico loro Dio, avesse un figlio e l’avesse inviato nel
mondo a riscattare l’umanità da una colpa originaria, e questo figlio era
nientemeno che Gesù, l’eretico blasfematore. Come non sarebbero inorriditi e
stracciatisi le vesti se, oltre al figlio, avessero saputo dell’esistenza dello
Spirito Santo, di un Dio uno e trino? Come avrebbero potuto credere al buonismo
di Gesù, che biasimava il prossimo, perché rifiutava di aggregarsi alla
congrega nazarena, e li condannava all’eterno dolore nella città dolente tra la
perduta gente? I dotti ebrei, insomma, consideravano gravissima empietà gli
sproloqui blasfemi di Gesù. Noi scettici, conoscendo il divo Gesù, come è
descritto nei fantasiosi racconti degli evangelisti, possiamo conoscere anche
tutti gli altri divi della medesima stirpe, vale a dire i suoi altolocati
parenti e la sua terrestre combriccola in odore di santità.
Altri
innumerevoli segni Gesù fece, ma non basterebbe il mondo intero a contenere i
libri necessari a descriverli (cfr. Gv 21, 25). Molti altri segni di Gesù sono
stati raccontati nei libri apocrifi, cioè non veritieri a giudizio della Chiesa
(Deo gratias!). I presunti segni messianici di Gesù, però, sono
sconosciuti agli scrittori suoi contemporanei. Li ignorano gli storici romani,
come i contemporanei Columella (tribuno di una legione stanziata in Siria nel
34 dell’era volgare), Valerio Massimo (autore di “Fatti e detti memorabili”,
che fu al seguito del proconsole Sesto Pompeo in Asia nel 27 e.v.) e Velleio
Patercolo (n. 19 a.e.v.; m. 31 e.v.). Li ignorano altri storici ed eruditi,
come lo storico greco Appiano Alessandrino e il romano Quinto Curzio Rufo (che
scrisse le “Storie di Alessandro Magno”), come l’eloquente oratore e storico
greco Dione Crisostomo (n. 40; m. 120 e.v.), come il filosofo e scrittore greco
Plutarco (n. 46; m. 127 e.v.), come i poeti romani contemporanei, Lucano
(nipote di Seneca) e Persio, e tanti altri.
Una cosa è
dire che con la fede si possono spostare montagne, un’altra cosa è provare a
spostarle. Meglio diffidare di uomini deificati, in assenza di prove
incontrovertibili e di comprovanti documenti storici attendibili. Diffidare di
chi indossa la maschera della bontà, nascondendo la sua indole vendicativa.
Diffidare di chi promette doni per attirarci nel vischio di un’illusione
religiosa. Quei doni non sono immuni da frode.
Amara fu l’esperienza dei Troiani, accettando il
dono dei Greci!
Lucio Apulo Daunio
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