mercoledì 20 luglio 2011


PRODIGI E SEGNI MESSIANICI



PARTE PRIMA



Tra le "mirabilia" attribuite al Cristo Gesù, la prima in assoluto è che egli sia l’incarnazione del Verbo, il Figlio di Dio fattosi uomo. Altre riguardano la sua presunta resurrezione dalla morte e le apparizioni, in carne e ossa, da redivivo, alle pie donne, alla sua amata Maria Maddalena, a Pietro e Giacomo notabili della Chiesa di Gerusalemme, ai discepoli di Emmaus. Agli apostoli compare per quaranta giorni in più luoghi: nel Cenacolo di Gerusalemme (dove appare e dispare a porte chiuse, ostentando le ferite della crocifissione), sul lago di Tiberiade (dove mangia e beve in loro compagnia), su un monte della Galilea (dove impartisce l’ordine di predicare il Vangelo a tutte le genti sino alla fine del mondo). Le visioni del Risorto agli apostoli continuano anche dopo la sua presunta ascensione in cielo. Per ultimo appare a Paolo, che non ritenendosi degno di cotanto onore, si disistima definendosi un aborto. Gli esegeti, però, ritengono che le apparizioni di Gesù risorto, raccontate nel Vangelo secondo Marco (16, 9-20), e l’apparizione ai discepoli sul lago di Tiberiade, di cui al capitolo 21 del Vangelo secondo Giovanni, siano delle posteriori aggiunte al testo originario. Non risulta, nel canone del N.T., l’apparizione del Risorto alla madre Maria, che, peraltro, non andò con le pie donne a far visita al sepolcro del figlio. Vago è il racconto degli evangelisti riguardo all’assunzione del Cristo in cielo (Matteo e Giovanni non la menzionano). Secondo Marco, Gesù risorto, apparso nel cenacolo di Gerusalemme, “fu assunto in cielo e si assise alla destra del Padre”. Secondo Luca, invece, l’ascensione avviene lungo la strada che da Gerusalemme porta a Betania. Negli Atti degli Apostoli, attribuiti allo stesso evangelista Luca, l’assunzione sarebbe avvenuta sul monte Oliveto, presso Gerusalemme. Di Gesù, svanito nel firmamento, da allora non c’è più traccia, né in cielo né in terra, se non nell’immaginario collettivo del cristianesimo. Presso il sepolcro di Gesù, dopo la sua resurrezione, e sul monte Oliveto, dopo la sua ascensione, appaiono figure angeliche, come quelle comparse all’epoca del concepimento (annunciazione alla Madre) e della nascita (ai pastori per l’adorazione del Bambinello). Angeli in funzione di portaordini compaiono in sogno ad avvertire Giuseppe e i Magi. Altri angeli assistono Gesù durante il suo ritiro ascetico nel deserto, dove è tormentato da un satanasso irriguardoso. Altri avvenimenti straordinari riguardano la leggendaria discesa dello Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco, descritta in Atti (2, 1 seg), e la trasfigurazione di Gesù, descritta dall’evangelista Marco (9, 2-10), durante la quale appaiono Elia e Mosè, radianti di luce, avvolti in una nube foriera della teofania di Dio. Fantasioso è il racconto della visione di Dio tonante, che scende dal cielo sotto forma di colomba (simbolo dello Spirito Santo) durante il battesimo di Gesù nel fiume Giordano (cfr. 1, 9-11). In molti passi della Bibbia, il popolo d’Israele è rappresentato con l’emblema della “columba livia” (piccione selvatico migratorio; cfr. Cn 2,14; Gr 48,28; Os 7,11 e 11,11; ecc.). Altri prodigi attribuiti a Gesù, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la pesca miracolosa, la tempesta sedata, la trasformazione dell’acqua in vino e la levitazione di Gesù che sorvola le acque del Mar di Galilea, abbondano anche nelle leggende pagane. Fra Giuseppe da Copertino, che ebbe il dono della scienza infusa e visse nell’epoca della rivoluzione scientifica, non solo levitava, come altri santi cristiani, ma addirittura, secondo le cronache del tempo, volava come un uccello. Prodigi, epifanie, teofanie e altre leggende cristiane sono dai credenti considerate autentiche e sacrosante verità, in quanto testimoniano l’intervento di Dio nella storia umana. Mah!

Gesù, dopo la morte di Giovanni Battista, si ritirò in Galilea, dove iniziò il suo ministero, predicando alle folle la “buona novella” (Mc 1, 14 seg.). Abitava con la sua famiglia in una località che gli evangelisti denominano Nazareth. Da lì si trasferì a Cafarnao, villaggio sulle rive del lago di Tiberiade, affinché - come riporta l’evangelista Matteo (4, 12 seg.) - si adempisse la profezia d’Isaia. Nel libro biblico “Isaia” (8, 23 – 9, 1-6) il profeta lamenta le disavventure del suo popolo, auspicando la nascita di un monarca che faccia grande il regno d’Israele. Questa profezia, che si vuole riferire a Gesù, ci azzecca come i cavoli a merenda. Nel Vangelo secondo Luca (4, 14 seg.), infatti, il trasferimento di Gesù da Nazara (o Nazareth, dove non più tornerà a causa della malevolenza dei suoi concittadini) a Cafarnao (dove aveva già fatto strabiliare di sé) ha una diversa interpretazione. L’evangelista racconta che Gesù stava un giorno nella sinagoga a leggere (traducendo dall’ebraico antico in aramaico?) un passo del libro profetico “Isaia” (61, 1 seg.). Il profeta annuncia la missione cui era stato deputato dall’Altissimo: inaugurare l’anno di grazia in onore di Jahvè. Isaia portava ai poveri il lieto annuncio (sarebbe stato più proficuo un pezzo di pane, perché col ventre digiuno la mente è poco propensa a comprendere le altrui ragioni); ai prigionieri e agli oppressi prospettava la liberazione; ai ciechi auspicava il dono della vista. Nel pronunciare queste bibliche parole, a Gesù balenò un lampo di genio, degno proprio del Figlio di Dio, perciò colse la palla al balzo e proclamò, a chi stava ascoltandolo, che era proprio lui il profeta di cui parlavano le Scritture. In altri termini, egli volle far intendere che, come Isaia, anche lui era stato consacrato dallo Spirito Santo quale messaggero di Dio sulla Terra. I suoi compatrioti, stupiti dalla sua ardita dichiarazione, vollero che dalle parole scendesse ai fatti, dando un saggio della sua potenza. Il figlio di Giuseppe era molto chiacchierato nel suo villaggio a causa di ciò che i paesani avevano udito sul suo conto. Gesù però li deluse, troncando il loro chiacchierio, rifiutando di dare un saggio della sua potenza, di compiere quei prodigi che aveva (o avrebbe) compiuto altrove. Del resto, rammentando che nessun profeta è ben accolto nella sua patria, disse ai suoi paesani che si sarebbe dato da fare nelle patrie altrui. L’insolente risposta del figlio di Giuseppe mandò fuori dei gangheri i presenti, che maggiormente s’inacidirono udendolo dire che a prodigar miracoli anche i profeti Elia ed Eliseo diedero la preferenza ai forestieri. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e poco mancò che lo linciassero, ma Gesù, prima che lo conciassero per le feste, si dileguò (chi sa come), passando in mezzo a loro.

Perché Gesù non fu capace di suscitare la fede dove era cresciuto? Gli abitanti di Nazara conoscevano l’umile origine della sua famiglia. Sapevano che era falegname come suo padre Giuseppe. Conoscevano i suoi fratelli e le sue sorelle (Mc 6, 1 seg.; Mt 13, 54 seg.). Per questo si scandalizzarono nell’ascoltare la sua pretesa di avere, per conferimento divino, autorità di profeta. In verità, anche fuori della sua Nazara, Gesù non ebbe molto seguito, benché gli evangelisti vogliano farci credere che folle accorressero per ammirare i suoi prodigi e ascoltare la “buona novella”. Delle tante meraviglie che si racconta abbia compiuto, una sola non era in suo potere: la conversione del popolo ebraico, che restò in gran parte scettico alle sue prediche. Un giorno che aveva il morale a pezzi, sfogò il proprio malumore contro gli increduli abitanti di Cafarnao, la sua nuova patria, riservando loro una sorte peggiore di quella che, con la fine dei tempi, sarebbe spettata alla terra di Sodoma, già martirizzata a dovere dal dio biblico (Mt 11, 20 seg.; Lc 10,13 seg.).

Gesù, verosimilmente, fu dapprima seguace della setta dei penitenti che facevano capo a Giovanni il Battista, suo presunto parente. Da lui si distaccò per intraprendere ciò che credeva fosse la sua divina missione: divulgare una novella fede, datrice di eterna salvezza. Non poche erano le differenze tra lui e il Battista. I discepoli di Giovanni conducevano una vita austera, dediti alla preghiera e alla pratica del digiuno (osservata anche dalla setta dei farisei). Gesù e i suoi discepoli, invece, mangiavano e bevevano, soprattutto a spese dell’ospitalità caritatevole del prossimo. Taluni fecero notare questa differenza di comportamento a Gesù (Lc 5, 33 seg., Mc 2, 18 seg., Mt 9, 14 seg.), il quale prontamente rispose che non era ancora giunto il tempo della tristezza per i suoi seguaci. Come gli invitati a nozze, amici intimi dello sposo, fanno festa durante la cerimonia nuziale; così i “suoi” accoglievano festosamente la sua venuta salvifica. Era dunque opportuno che essi godessero del loro sposo messianico in allegrezza, senza deprimersi con digiuni e penitenze. Quando poi arriverà il giorno della dipartita dello sposo, allora… niente più strippate, perché le ore luttuose apporteranno mestizia. La sua opera aveva poco in comune con il movimento del Battista e con quello farisaico. Il suo vangelo lo paragonava a un abito nuovo, da cui non si strappano pezze per rappezzare abiti vecchi (ossia, le pastoie della tradizione religiosa giudaica). Egli era simile al vino nuovo, che non si versa in otri vecchi. I giudei, però, essendo avvezzi a bere vino invecchiato, non gradirono quello novello offerto da Gesù.

Un giorno, alcuni farisei e scribi provenienti da Gerusalemme si radunarono attorno a Gesù nella città di Genesaret, presso l’omonimo lago, detto anche di Tiberiade (Mc 7, 1 seg.; Mt 15, 1 seg.). Notarono che i suoi discepoli trasgredivano la tradizione degli antichi maestri. Chiesero a Gesù di spiegare il loro irrispettoso comportamento. L’altro rispose tacciandoli d'ipocrisia, criticando quel loro scrupoloso attaccamento alle formalità cultuali, mentre trascuravano o aggiravano le prescrizioni essenziali della Legge mosaica, come quelle riguardanti la giustizia e la carità. Il suo insegnamento, invece, apprezzava la limpidezza interiore, piuttosto che la formale purità esteriore dei precetti della tradizione. Il formalismo religioso dei giudei, secondo Gesù, era moralmente indifferente. Vane erano le abluzioni purificatorie e le altre esteriori osservanze praticate dai giudei. Ben altri erano i peccati che rendevano immondo l’uomo. A suo giudizio, i farisei erano come ciechi che guidavano altri ciechi, perciò destinati quanto prima a sfracellarsi. Come dal frutto si riconosce l’albero coltivato con cura da quelli incolti, così dalle azioni di un uomo si riconosce quello d’indole buona da chi ha indole cattiva (Mt 7, 15-20 e 12, 33-35, Lc 6, 43-45). In vero, i dualismi tra buono e cattivo, tra bene e male, tra il Dio della luce e il Principe delle tenebre, tra il Messia e l’Anti-messia, sono concezioni filosofico–religiose, che riflettono la complessa natura dell’uomo.

Dopo aver girovagato per la Galilea, Gesù ritornò a Cafarnao. Qui gli esattori del Tempio, rivolgendosi al suo discepolo Pietro, chiesero il pagamento del tributo per le spese cultuali (Mt 17, 24-27). Ogni giudeo, infatti, pagava un’imposta annuale per il Tempio.  Pietro si rivolse a Gesù, che lo prevenne, chiedendogli se, a suo parere, i re della terra riscuotevano tributi dai propri figli o dagli estranei. Pietro rispose che i tributi li pagavano i sudditi, non certamente i parenti del re. Gesù, dunque, ritenendosi Figlio di Dio, re indiscusso del cielo e della terra, n’era esente, come pure i suoi discepoli, integrati nella sua famiglia allargata. Per evitare storie con gli esattori, decise comunque di pagare la gabella, osservando il precetto della Legge (Es 30, 13-15), anche per non passare per il solito balordo, che scandalizzava farisei, scribi e dottorini. Tuttavia, pur essendo accondiscendente, si trovava a corto di spiccioli (aveva fatto voto di povertà). Bisognava trovare un po’ di dracme. Ebbe un lampo di genio: mandare a pesca di quattrini il fido pescatore Pietro. Questi, armato di lenza e amo, andò a pescare nel vicino lago. Gesù gli aveva assicurato che, nella cavità orale del primo pesce che abboccava l’amo, avrebbe trovato i quattrini necessari per il pagamento del tributo. Era proprio necessario scomodare Pietro per procurarsi il denaro? Non poteva in modo più sbrigativo compiere “pro domo sua” un prodigio? Fatto sta che, in quell’occasione, per non scandalizzare i giudei, si comportò da fariseo, anziché far valere il suo regale titolo.





PARTE SECONDA


Un giorno Gesù (Gv 6, 1 seg.) stava passeggiando nei pressi del Mar di Galilea (detto anche Lago di Tiberiade o di Genesaret) in compagnia dei suoi discepoli. Li seguivano una moltitudine d’infermi e curiosi (il che appare inverosimile, perché, secondo i vangeli, si approssimava la pasqua giudaica e il popolo era affaccendato nei preparativi del pellegrinaggio a Gerusalemme, piuttosto che attardarsi a seguire un santone). La comitiva “gesuana” decise di fare una sosta sulla sommità di un monte. Gesù, osservando la moltitudine di gente che lo seguiva (per i segni che compiva sugli infermi), si chiese come rifocillarla. Domandò al discepolo Filippo, dove avrebbe potuto comprare del pane in quantità sufficiente a sfamare tutti. L’altro (che forse non si rendeva conto di aver a che fare con il portentoso Figlio di Dio) rispose che i denari della comunità non bastavano per comprare le razioni di pane e companatico per tutti. Intervenne un altro discepolo, Andrea, fratello di Pietro, informandoli che c’era un ragazzetto che aveva cinque pani d’orzo e due pesci. Tanto bastò a Gesù per fornire la prova della sua potenza, compiendo il miracolo del giorno. Comandò di distendersi tutti sull’erba e attendere, appunto, il miracolo del giorno. Gli portarono intanto la cesta con i cinque pani e i due pesci. Gesù, dopo aver impartito la benedizione e rese grazie al Padre celeste, ordinò di distribuirne il contenuto alla moltitudine seduta sull’erba. Erano più di cinquemila persone (la solita esagerazione degli evangelisti), ma ognuno ricevette abbondante razione di pani e pesci. Li mangiarono crudi o li cucinarono? Non si sa. Dopo che furono tutti sazi, si raccolsero (manco a dirlo) dodici cesti ricolmi d’avanzi (dodici gli apostoli, dodici i cesti con gli avanzi di pani e di pesci). Non solo lo scarso vitto, ma anche la cesta che lo conteneva si moltiplicò. Al termine della pappatoria, Gesù santo andò in gloria: la folla volle rapirlo e farlo seduta stante re d’Israele. Gesù non gradì l’omaggio. Sgattaiolando, s’inerpicò sul monte in cerca di un anfratto, dove sostare in solitudine e pregare (meditando su che pesci pigliare all’amo il dì prossimo venturo). L’episodio descritto potrebbe riferirsi a un’originaria parabola, i cui simboli del pane e del pesce alludevano al bisogno spirituale dei giudei di apprendere supreme verità. In seguito, i redattori dei vangeli, lavorando di fantasia e attingendo ad analoghi episodi miracolistici dell’A.T. (Elia moltiplicò farina e olio; Eliseo moltiplicò olio, pani d’orzo e farina di farro; cfr. 1 Re 17, 10-16; 2 Re 4, 2-7.42-44), avrebbero travisato il senso della parabola, descrivendola come un segno della potenza di Cristo, approfittando della buona fede dei credenti. Può anche darsi che il preteso miracolo sia dovuto alla generosità di una persona abbiente al seguito di Gesù, che badò a sborsare il denaro sufficiente per l’acquisto delle vivande.

L’evangelista Giovanni si diletta a ricamare l’episodio di cui sopra, aggiungendo un altro incredibile prodigio (Gv 6, 16 seg.). Dopo che in quattro e quattr’otto ebbe apprestato il pasto miracoloso agli affamati a spese del Padreterno, Gesù si sottrasse all’entusiasmo della moltitudine, che voleva insignirlo seduta stante del titolo di re d’Israele, ritirandosi in solitudine sul monte. La folla, esaltata dai prodigi compiuti da Gesù, vedeva in lui l’atteso liberatore d’Israele (forse era anche disposta a seguirlo nella lotta politica, insorgendo contro le gerarchie dominanti). I suoi discepoli, intanto, al calar della sera, lasciarono Gesù in solitudine sul monte e salparono verso Cafarnao, dove l’avrebbero atteso. La navigazione sul Mar di Galilea non era sicura, poiché spirava un forte vento che agitava le acque. Remarono trepidanti fino a metà percorso; poi, finalmente, apparve sulle acque Gesù, spaventandoli. Volevano imbarcarlo, ma, come per magia, la barca istantaneamente raggiunse la riva. L’episodio è simile ai miti di Asclepio e Serapide, che apparivano ai loro fedeli quando erano sul punto di naufragare, traendoli in salvo.

Anche nei vangeli sinottici (Mt 14, 13 seg., Mc 6, 34 seg., Lc 9,10 seg.) si descrive il medesimo prodigio narrato dall’evangelista Giovanni. Si racconta che Gesù, per sfuggire all’assillante moltitudine di diseredati supplicanti grazie, si allontanò in una zona deserta, nei pressi del lago di Galilea, non lontano dalla città di Betsaida. Il tentativo si rivelò inutile, perché quelli lo raggiunsero. Gesù provò pietà per loro, considerandole pecore senza la guida del pastore. Li accolse nel suo ovile, guarendo gli infermi e allettandoli con le favole del Regno di Dio (ancora di là da venire). Si era fatto tardi e il giorno stava per terminare. I discepoli consigliarono il Maestro di sospendere le miracolose terapie e le celestiali novelle, badando a congedare la folla, in modo che ognuno andasse a procurarsi del cibo nei villaggi e nelle campagne lì intorno. Gesù, invece, decise di farli restare, ordinando agli apostoli di rimediare l’occorrente per rifocillarli. Obiettarono che non avrebbero potuto sfamarli tutti, non avendo né viveri adeguati né denari sufficienti per acquistarli. Avevano potuto racimolare qua e là appena cinque pani e due pesci. Gesù, per nulla preoccupato, chiese di portargli le poche vivande trovate, mentre la folla, sdraiata sull’erba (che non poteva esserci in quella zona desertica), attendeva il da farsi. Suddivisi in gruppi di cento o di cinquanta, quella moltitudine superava le cinquemila unità (la solita esagerazione). Dopo che Gesù ebbe benedetto le parche vivande, i pani cominciarono a lievitare e i pesci a moltiplicarsi. In un baleno, come per magia, le sporte (chi sa dove l’ebbero raccattate) si riempirono di vivande e tutti ottennero abbondante razione. Nella foga della miracolosa moltiplicazione, Gesù si era fatto prendere la mano, sovrabbondando l’occorrenza di viveri (melius abundare, quam deficere). Gli apostoli raccolsero dodici sporte d’avanzi (troppa grazia, sant’Antonio!).

Ancora più straordinario e inverosimile è il racconto del soccorso ai discepoli, durante la navigazione sul Mar di Galilea, descritto dagli evangelisti Matteo (Mt 14, 22 seg.) e Marco (Mc 6,45 seg.), che appare simile al racconto della navigazione del profeta Giona (1, 4 seg.). Gesù, dopo aver ordinato agli apostoli d’imbarcarsi in fretta e di precederlo sull’opposta riva del lago, restò a congedare i molti che lo circondavano. Gli evangelisti non dicono se quelli manifestarono gratitudine a Gesù, che si era fatto in quattro per sfamarli. Accomiatati tutti, fattosi ormai notte, Gesù salì sul monte a pregare. Nel frattempo, la barca con gli apostoli a bordo si era allontanata dalla riva, mentre si alzava il vento. Remando controvento, con l’imbarcazione sbattuta dai flutti, gli apostoli erano ormai allo stremo delle forze e in balia delle onde impetuose del lago. Notte da tregenda fu quella! Gesù, pur trovandosi lontano, intuì il pericolo incombente su di loro. Era ormai notte fonda, tuttavia, non ci pensò due volte ad accorrere in loro soccorso, sorvolando le acque del lago più veloce del mitico Pelide. Li raggiunse in un batter d’occhio, sorpassandoli (tanto per metterli alla prova: uno scherzo da prete, inopportuno in quel frangente). Gli apostoli urlarono, spaventati dall’improvvisa apparizione e subitanea scomparsa: sembrò loro di vedere un fantasma camminare sull’acqua come un dio (cfr. Giobbe 9, 8). Gesù, riavvicinandosi alla barca, si fece riconoscere, rincuorandoli e acquietandoli. Sennonché, il baldanzoso Pietro volle unirsi a lui, camminando sulle onde del lago agitate da un forte vento. Sceso dalla barca, cominciò a vacillare con il corpo. E con il corpo anche la fede vacillò, facendolo affondare (similmente a quel discepolo di poca fede, che volle seguire Buddha mentre camminava sulle acque del Gange in piena). La sua imprudente intraprendenza stava per tramutarsi in tragedia. Invocò subito aiuto a Gesù, che venne a soccorrerlo, afferrandogli una mano e aiutandolo a risalire sulla barca, non senza rimproverarlo per la pochezza della fede, oscillante come le onde del lago smosse dal vento. Saliti entrambi sulla barca, il vento immediatamente cessò di soffiare. Gli apostoli rimasero stupefatti. Un timore riverenziale li pervase. Si prostrarono supini al cospetto di Gesù, venerandolo come un santo, un mago, un dio. Dopo aver attraversato il lago (non vi fu il miracolo del subitaneo approdo, come nel racconto dell’evangelista Giovanni), giunsero infine a destinazione nei pressi di Genesaret, a sud di Cafarnao, a circa dieci chilometri dalla località d’imbarco (Betsaida). Gli abitanti del luogo riconobbero Gesù (di notte?). La sua fama lo precedeva ovunque andasse. Si sparse la voce e subito gli vennero incontro una moltitudine d’infermi, sperando di poter toccare almeno il lembo della sua veste: tanto bastava per essere sanati. La fede incondizionata e la volontà di guarire, esaltando la psiche, sono anche ai nostri tempi la panacea per molte infermità. Durante il parapiglia, che si formava al passaggio di Gesù e del codazzo dei discepoli, occorreva avere un pizzico di fortuna per avvicinarsi al lembo della sua veste, ricorrendo pure a qualche spintone. Coloro i quali non avevano fortuna, né bastava la prepotenza per farsi largo tra la gente, si tenevano i loro acciacchi.

L’incredibile episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato con diverse sfumature dai quattro evangelisti, è stato ulteriormente riprodotto (troppa grazia, dio santo!) dagli evangelisti Marco (Mc 8, 1 seg.) e Matteo (Mt 15, 29 seg.). La scena si svolge sempre nei dintorni del Mar di Galilea. Protagonista di riguardo è, manco a dirlo, il portentoso Gesù, circondato da una folta schiera di sventurati imploranti. Lo seguivano da tre giorni, accalcandosi intorno a lui. Ormai stremati, a corto di viveri, afflitti dai malanni, suscitavano pietà. Gesù volle in qualche modo rimediare, sollevandoli dalle sofferenze, guarendo le afflizioni. A ogni compimento di miracolo, la folla osannava il dio d’Israele, mandando in brodo di giuggiole il figlio suo diletto. Gesù, prima di congedarli, volle ristorarli materialmente, oltre che nello spirito. Come procurarsi in quel luogo deserto tutto il cibo necessario per sfamare quella moltitudine? “Non possumus” fu la secca risposta degli apostoli alla richiesta di Gesù. “Not problem” replicò l’indomito Gesù, che comandò alla moltitudine (composta di più di quattro mila persone) di adagiarsi per terra (non sull’erba, che in quel luogo deserto non poteva esserci). Poi benedì sette pani e diversi pesciolini racimolati qua e là, che, incredibilmente, si moltiplicarono in gran quantità, tanto da consentire a tutti di mangiarne a sazietà. Al termine della distribuzione del pasto, avanzarono tanti pani e tanti pesci (troppa grazia, Padre celeste!), fino a riempire sette sporte stracolme (tanti erano i pani benedetti, tante le sporte ricolme d’avanzi). Verosimilmente, si tratta di tre episodi, riferibili a un medesimo evento, dove Gesù, a spese del fondo cassa della sua setta apostolica, ha nutrito un gruppo di persone bisognose e sofferenti, che lo seguivano sperando di ottenere un qualche aiuto materiale dal santone.

Nei vangeli sinottici (Mt 8, 23 seg., Mc 4, 35 seg., Lc 8, 22 seg.) si racconta di un altro salvataggio operato da Gesù sul Mar di Galilea. Un giorno, a bordo di alcune barche, Gesù e gli apostoli presero il largo. Cullato dal lieve ondeggiar della barca, Gesù si addormentò. Un’improvvisa tempesta sollevò le onde del lago facendo oscillare le fragili imbarcazioni degli apostoli. Gesù, placido, continuava a dormire, mentre le barche correvano il pericolo di affondare. La paura faceva accapponare la pelle agli apostoli. Impazienti, frementi, svegliarono il Maestro, implorandone l’aiuto, rimproverandolo per la noncuranza che mostrava di fronte all’imminente pericolo. Destatosi dal sonno in cui era sprofondato, Gesù diede un saggio della sua soprannaturale potenza. Emulo di Empedocle di Agrigento (come racconta Diogene Laerzio), comandò ai venti impetuosi e alle acque agitate, affinché si dessero entrambi una calmata. Nell’ascoltare la voce del padrone, i due elementi naturali si rabbonirono: il vento cessò di soffiare, racchiudendosi nell'otre che, secondo il mito omerico, Eolo custodiva per volere di Zeus, mentre le acque del lago si acquietarono. Ritornata la calma dopo la tempesta, Gesù rimbrottò gli apostoli per essersi dimostrati uomini di poca fede. Quelli, però, frastornati per lo scampato pericolo, poco badarono al rimbrotto. In verità, non si raccapezzavano sul conto di Gesù, così potente da mettere in soggezione persino i venti e le acque (cfr. Sl 107, 29).

Secondo l’evangelista Giovanni (Gv 6, 22 seg.), una folla di derelitti e sventurati raggiunse Gesù sulla sponda del lago. Il Maestro improvvisò una predica, ammonendoli che non dovevano venire per procacciarsi pane e pesce a sbafo, ma per cibarsi di ben altre vivande, alimento per lo spirito, indispensabili per meritarsi la vita eterna. Egli, inviato di Dio, doveva esser creduto sulla parola, senza indugi. L’incondizionata fede in lui garantiva un posto confacente nell’aldilà. Lui, però, non era per tutti, ma solo per i raccomandati, per coloro cioè che andavano a genio al Padre celeste e da lui ottenevano il beneplacito. Egli, pane vivente, figlio del cielo (per il tramite dell'umana gente), non era destinato per la morte, ma per la vita. Cibandosi con la sua carne e bevendo il suo sangue, gli omofagi fedeli potevano sperare di entrare nel suo Regno extragalattico e vivere in eterno. La folla, che restava pazientemente ad ascoltarlo, non poteva del tutto comprendere quelle sue misteriose quanto orripilanti parole. Era affamata e voleva nutrirsi con cibi appetitosi e sostanziosi, piuttosto che abboccare un magro pasto sacramentale. Era ammalata e chiedeva d’essere sanata nel fisico, infischiandosene dell’anima. Per campare decentemente in questo mondo non avevano bisogno di parole edificanti per lo spirito, ma di segni concreti: guarigioni dai malanni, nutrimenti per il corpo. Molti suoi discepoli, spazientitisi ad ascoltare le vane prediche gesuane, voltarono i tacchi e ritornarono a sbrigare le loro faccende terrene, abbandonando il Maestro al suo amaro destino. Probabilmente, costoro non erano meritevoli, secondo l’insondabile giudizio del Padre, di ricevere il dono dell’incrollabile fede nel credo del Figlio. Chi è privo della grazia soprannaturale è irrimediabilmente condannato alla perpetua ignoranza dei beni celesti e all’eterna sofferenza dell’interminabile pena dell’inferno. Un giorno Gesù chiese agli apostoli se anche loro volevano abbandonarlo come avevano fatto molti suoi discepoli. Gli apostoli, infatti, non avendo ancora ricevuto i lumi dallo Spirito Santo, non sempre comprendevano i suoi allusivi discorsi. Non sapendo però dove andare a sbattere la testa, dopo che avevano lasciato ogni cosa per seguirlo, decisero di restare. Peggio di come si erano ridotti, non potevano stare. Tanto valeva continuare quell’avventura fino in fondo al baratro per vedere dove Gesù voleva andare a parare con le sue paranoiche prediche.




PARTE TERZA


Tra i prodigi realizzati da Gesù, quello verificatosi a Cana, in Galilea, ricorda quelli compiuti dal mitico dio Dionisio. La scena, raccontata dall’evangelista Giovanni (2, 1 seg.), rappresenta una festa di nozze. Gesù, la madre e i discepoli sono tra gli invitati. Le provviste di vino stanno per esaurirsi (in quei tempi la festa si protraeva per parecchi giorni, durante i quali gli invitati alzavano il gomito, trangugiando molto vino). La madre di Gesù esorta il portentoso figlio (sapendo di che pasta era fatto) a ostentare anzitempo la sua potenza. Forse voleva far bella figura con i padroni di casa, consentendo agli invitati di continuare a festeggiare gli sponsali e a bagnarsi l’ugola con dovizia. Perché a preoccuparsi del vino, che sta per finire, è la madre di Gesù, cioè l’ospite, anziché il padrone di casa? Forse si festeggiavano gli sponsali di Gesù con una pia donna del suo seguito? Forse la sposa era Maria Maddalena, che Gesù amava e baciava sulla bocca (cfr. l’apocrifo “Vangelo di Filippo”)? Per un ebreo era un obbligo fondamentale convolare presto a nozze. Alla richiesta della madre, Gesù si mostra recalcitrante, giacché non è ancora giunto il tempo predeterminato dal Padre celeste per mostrare al mondo i segni messianici. La madre però insiste e Gesù cede, assecondando la sua richiesta, prestandosi a compiere un portento. Dio, nella persona del Figlio, tutto può. Egli, a differenza dell’olimpico Zeus, è padrone anche del Fato e può anticipare l’ora prestabilita per manifestare pubblicamente la divina potenza e provvidenza. Dunque, ordina ai servi di riempire con acqua le giare per le abluzioni. Poi, meraviglia delle meraviglie, il divino alchimista con impercettibili alambicchi trasforma l’acqua contenuta nelle giare in prelibato vino. Questo incredibile prodigio di-vino, compiuto dal “pantokrator” Gesù, stupisce solamente i discepoli, non anche i servi e gli altri invitati. In virtù di quella magia si rafforza la loro fede (il fenomeno dell’acqua trasformata in vino è più eloquente dell’altissima parola del Maestro: in vino veritas!). Terminata la festa, gabbato lo santo? Proprio così, smaltita l’ubriacatura prodotta dall’eccelso vino, tutti gli invitati, discepoli compresi, dimenticarono il prodigio. Solo la Chiesa continua a contemplarlo nel secondo mistero luminoso. Gesù, intanto, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni, lasciata Cana, va a Cafarnao, seguito dalla madre, dai suoi fratelli e dal manipolo dei discepoli.

Il miracolo delle nozze di Cana (“miraculum vero”, parola di vangelo; “miraculum mendax”, parola di fariseo) ricorda i prodigi compiuti dalle divinità pagane, come quelli attribuiti al dio greco Dioniso, attestati da Sofocle nel “Tieste” (vigne che fiorivano e producevano uva in un giorno), da Euripide nelle “Baccanti”, da Diodoro Siculo nella “Biblioteca Storica” (dove si racconta che durante la festa di Dioniso, a Teos, sgorgava da una fonte vino in abbondanza, cfr. tomo III, 66, 2) e da Pausania, il Periegeta (che nel libro 6, 26 della “Periegesi della Grecia” ricorda due prodigi: quello che accadeva a Elide, dove recipienti vuoti, collocati in una camera sigillata, erano ritrovati, il mattino, colmi di vino; e quello che accadeva periodicamente nel santuario di Andro, durante la festa di Dioniso). In altri luoghi, si racconta che fiorissero vigne che producevano uva in un solo giorno (cfr. Walter Otto “Dionisio, Mito e Culto”). Il vescovo Epifanio (IV secolo), che ancora in vita godeva fama di “santo da miracoli”, ricorda nel “Panarion” che il giorno sei gennaio, ricorrenza del miracolo di Cana, in molte località l’acqua di fontane e fiumi si trasformava in vino (come la fonte c.d. del martyrium a Gerasa). Secondo santa madre Chiesa, invece, questi e altri fenomeni (essudazione e lacrimazione di statue sanguinanti, guarigioni inspiegabili, epifanie e altre “mirabilia”), giacché attribuibili a divinità pagane, non sono miracoli, bensì prodigia riconducibili al potere demoniaco. L’immondo demone pare che, di tanto in tanto, si burli del malcapitato, appioppandogli un prodigium obscaenum, cioè un brutto tiro. Gli stessi evangelisti ci dicono che anche i “pseudocristoi” erano capaci di compiere magie e portenti, perciò i farisei chiesero a Gesù di mostrare la sua potenza con un vero e proprio miracolo. Il racconto del “segno” compiuto durante la cerimonia nuziale di Cana, in realtà, è un espediente letterario allegorico, volto a impressionare la fantasia e l’immaginazione di sprovveduti e incolti, indotti a credere in potenze soprannaturali per superstizione o per timore o per fede religiosa. L’insipienza di chi crede che i miracoli siano un segno di Dio a vantaggio dell’uomo, si fonda sulla falsa credenza che l’universo sia stato creato per gli uomini e che questi siano perciò meritevoli della Divina Provvidenza. Le istituzioni religiose e il loro acritico modello educativo sono ancora utili come instrumentum regni.

In prossimità della Pasqua giudaica, Gesù, come ogni pio ebreo, si recò a Gerusalemme, la città santa della Giudea (Gv 2, 13 seg.). Nell’atrio del Tempio vide mercanti smerciare buoi, pecore e colombe, e altri che svolgevano il servizio di cambiavalute. Quel commercio era necessario per far fronte alle esigenze del culto, come prescriveva la Legge. Gesù però, osservando l’indegno mercato che si svolgeva nel cortile antistante alla casa del Padre celeste, andò su tutte le furie. Non esitò a metter in pratica il Jihad islamico di là da venire: lo sforzo non solo spirituale, ma anche manesco sulla via di Dio. Fattasi una frusta di funicelle, scacciò dal Tempio bestie e mercanti, rovesciando i banchi su cui era adagiata la mercanzia. Poi ammonì i venditori di non trasformare la casa di Dio in un laido mercato. E’ impossibile che non sapesse dell’autorizzazione a svolgere commercio per le necessità di culto in luogo non adibito alla preghiera. L’episodio non appare punto credibile, tenuto conto sia della vastità del Tempio (ricostruito al ritorno degli esuli ebrei dall’esilio babilonese) e degli annessi edifici (voluti da Erode il Grande), frequentati da folle di pellegrini, sia della vigile sorveglianza da parte delle guardie giudaiche e dei militi romani (il tempio era collegato sul lato nord con la Fortezza Antonia, sede della guarnigione romana). Né è credibile che Gesù, menando frustrate di santa ragione a destra e manca, abbia potuto scacciare dal Tempio bestie e mercanti, senza che nessuno sia intervenuto in quel putiferio, opponendosi alla sua insensata violenza. Inspiegabile è il mancato intervento delle guardie addette all’ordine del Tempio e dei militi romani. Perlomeno questi avrebbero dovuto arrestare Gesù, ripristinando l’ordine e il commercio legale, mettendo fine al trambusto. Quanto al trafficare dei mercanti nel cortile del tempio, Gesù lo osservava tutte le volte che vi si recava. Né prima di quel giorno, in cui lo zelo per la sacralità del luogo gli divorò il cervello, si era comportato da scalmanato. Del resto, i mercanti non stavano profanando un luogo sacro, contaminandolo con oggetti impuri. Inconcepibile pensare che un dio, come si vuole che sia Gesù, abbia scatti d’ira e mena di santa ragione (in vero, anche Jahvè era un dio collerico: tale padre tale figlio!). Quanto ai sacerdoti giudei, i cui redditi dipendevano da quei traffici, l’unica loro blanda reazione fu la richiesta fatta al “sanculotto”, figlio di un Padre altolocato, di mostrare un segno atto a giustificare cotanta arbitraria autorità. Forse, si aspettavano di vedere in lui i segni dell’atteso messia rivoluzionario? Il divino seduttore, conquistatore di sempliciotti, bonaccioni e sfaccendati perdigiorno, pur atteggiandosi a pacifista, accolse la sfida, sparandola grossa: se i giudei avessero distrutto il Santuario, lui l’avrebbe ricostruito in tre giorni (il numero trino, com’è noto, è particolarmente caro agli evangelisti, che si cimentano nell’arte simbolica e numerologica). Neanche a pensarlo che i giudei volessero distruggere il loro sacro secondo Tempio con tutto il “Sancta Sanctorum”! Avevano impiegato quarantasei anni per ricostruirlo (ed era ancora in fase di completamento) e quella spacconata di Gesù li irretiva non poco. Lo stesso evangelista prova a correggere il tiro maldestro del Maestro, spiegandoci che egli non stava folleggiando, perché intendeva per “Santuario” il suo corpo, che avrebbe fatto risorgere dopo tre giorni. La spiegazione, però, non convince, poiché corregge la millanteria gesuana con una fandonia evangelica.

Durante la festività pasquale, Gesù compì altri segni, ma l’evangelista non specifica di che tipo. Molti si convertirono nel vedere quei segni (piuttosto che nell’udire il suo divino eloquio). Di costoro, però, lo stesso Gesù diffidava (figuriamoci noi!), conoscendo l’animo umano, facilmente impressionabile dai segni esteriori. Oggigiorno, in vero, davanti ai santuari, i mercanti continuano indisturbati a vendere la loro mercanzia, ma non si tratta di offerte per ingraziarsi la divinità, bensì di oggetti e ricordini che alimentano la superstizione più che la spiritualità. Anche il francescano cappuccino Padre Pio, burbero santo dell’ultima ora, un giorno fu rapito da sacro furore nel vedere gli usuali mercanti di oggetti sacri fare commercio davanti alla casa di Dio. Non volle sentir ragioni. A imitazione di Cristo, li scacciò dall’antistante piazzale del convento di San Giovanni Rotondo.

L’episodio della purificazione del Tempio dalle attività profane è riportato anche nei Vangeli sinottici (Mt 21, 12-17, Mc 11, 15-19, Lc 19, 45-48), ma verso la fine del ministero pubblico di Gesù, anziché all’inizio, come nel Vangelo secondo Giovanni. L’azione violenta di Gesù è rivolta a danno di mercanti e acquirenti. Non manca il ricorso alle citazioni scritturistiche (una vera e propria mania dei redattori dei vangeli), mediante le quali cercare una giustificazione alla veemenza dell’ira di Gesù. Quanto ai sommi sacerdoti, agli scribi, ai dottori della legge e ai capi del popolo, costoro furono indignati e indispettiti nell’udire Gesù accusare i mercanti di aver fatto del Tempio, luogo di preghiera, una spelonca per briganti e ladroni. Ancor più il loro animo s’inasprì nell’ascoltare i ragazzi che lo osannavano come Figlio di Davide per i prodigi che compiva. Ciechi e storpi, infatti, guarivano all’istante, senza bisogno di cure oftalmiche e terapie di riabilitazione per motulesi. Esacerbati, i sacerdoti si domandavano come spedire a miglior vita quel forsennato e indomabile eretico Gesù. Temevano però la reazione del popolino, che si accalcava nel tempio per ascoltarlo, pendendo dalle sue labbra, sedotto dalla sua oratoria, stupefatto dalla sua taumaturgia, incantato dai suoi prodigi.

Un giorno Gesù, lasciata la Giudea, ritornò con i suoi discepoli in Galilea, passando per la Samaria (Gv 4, 4 seg.). Durante il viaggio, sul far del mezzogiorno, la comitiva si concesse una sosta presso un pozzo d’acqua. I suoi discepoli lo lasciarono riposare in quel luogo e si diressero in un vicino villaggio per comprare qualcosa da mettere sotto i denti. Nel frattempo, arrivò al pozzo una donna samaritana per attingere acqua. Tra i due si svolse un colloquio, che l'evangelista riporta per filo e per segno, ancorché non vi fossero testimoni presenti. Alla brusca domanda d’acqua da parte di Gesù, la samaritana rimase sconcertata, non certamente per la richiesta, ma per aver un giudeo rivoltole la parola (da quale indizio dedusse che fosse giudeo non è spiegato). Tra i due popoli, in verità, non correva buon sangue: l’uno guardava l’altro in cagnesco (si accusavano vicendevolmente d’essere pagani e scismatici). Gesù iniziò a predicare la solita tiritera sul regno dell’altro mondo, rammaricandosi che la donna ignorava con chi avesse a che fare, altrimenti sarebbe stata lei a chiedere a lui di essere dissetata in eterno con acqua viva. Quella brava donna, però, non poteva capire il mistero di Cristo (elargitore di conoscenze per lo spirito). Gli domandò, fraintendendo le sue parole, come avrebbe potuto lui attingere dell’acqua dal fondo del pozzo, non avendo con sé neppure un secchio. L’altro le rispose insistendo sulla bontà della sua acqua viva, che dissetava per l’eternità. L’ingenua samaritana gli prestò fede, credendo di poter bere acqua miracolosa, che estingueva per sempre la sete e la quotidiana fatica di venire al pozzo. Gesù le disse di andare a chiamare suo marito e di ritornare insieme con lui. La donna, che non aveva marito, ma conviveva con un uomo, rimase sbigottita nell’apprendere che Gesù era a conoscenza della sua vita privata (di mariti e compagni ne aveva avuti diversi in passato). Suppose che fosse un profeta. Gli chiese perciò di spiegare perché samaritani e giudei adorassero lo stesso Dio in santuari diversi. Gesù le profetizzò che era ormai imminente il giorno in cui Dio Padre sarebbe stato adorato in spirito e verità e non più in santuari giudei o samaritani (non previde quelli che avrebbero edificato i cristiani). Aggiunse che i samaritani adoravano ciò che non conoscevano e che solo i giudei adoravano ciò che conoscevano; pertanto, la salvezza poteva provenire solo dai giudei (spudorata presunzione!). Gesù, ovviamente, alludeva ai suoi seguaci, i nazareni riformatori della religione mosaica, successivamente denominati cristiani. La samaritana, intanto, sempre più frastornata dall’accavallarsi di verità fuori della sua portata, dichiarò che un messia sarebbe venuto ad annunciare sacre verità. L’altro le fece subito notare che il messia atteso era proprio lui, in carne e ossa, ricolmo di Spirito Santo, sorgente inesauribile d’acqua viva (ancorché assetato, come uomo, di quella terrestre), inviato dal Padre ad annunciare sublimi verità del celeste impero (ancorché circonfuse da un’aria di mistero). Nel frattempo, sopraggiunsero i suoi discepoli, stupiti nel trovare il loro Maestro a colloquio con una donna (i soliti maschilisti) e per giunta samaritana (i soliti pregiudizi). In quei tempi, in Palestina, era ritenuto sconveniente rivolgere alle donne la parola e persino guardarle. Quella, intanto, abbandonò la giara e corse al villaggio per raccontare l’incontro avuto con un profeta, che diceva d’essere il messia atteso. I compaesani, quando appresero che il giudeo aveva saputo rivelare con profetica ispirazione il passato di quella donna (cioè, che era stata maritata?), s’incuriosirono. In molti accorsero da lui per invitarlo a restare con loro per qualche tempo, in modo che potessero ascoltare la favola sul messia liberatore, salvatore del mondo (il profeta Gesù godette molto credito solamente fuori della sua patria). Portate le vivande (comprate col denaro della Divina Provvidenza), i discepoli invitarono Gesù a mangiare un boccone. Quello però faceva il difficile: se prima era assetato, nonostante che si dichiarasse sorgente inesauribile d’acqua viva, ora era anche affamato, ma di tutto altro cibo, quello di compiere l’opera che suo Padre gli aveva affidato. Un compito difficile anche per un dio, era quello di convertire l’umanità a una nuova fede, riformatrice di quella antica. Vivaddio! Era ormai imminente il tempo della mietitura delle anime convertite, in virtù della semina effettuata da coloro che l'avevano preceduto. Nel frattempo, mentre il divo Gesù si nutriva dei suoi propositi, fantasticando sui misteri divini, gli affamati discepoli sgraffignavano terrestri cibarie, compresa la sua razione (alimento per il corpo, non per lo spirito). Sopraggiunse intanto al pozzo la comitiva dei samaritani per invitare Gesù a intrattenersi con loro per un po’ di giorni. Egli accettò l’ospitalità, seminando la divina parola sul quel fertile terreno, raccogliendo abbondante messe per il regno del Padre (e suo).

Secondo l’evangelista Giovanni, dunque, Gesù fece proseliti tra i samaritani. Nel Vangelo secondo Matteo, invece, Gesù proibì agli apostoli di annunciare il Vangelo ai samaritani e ai gentili (Mt 10, 5-6). Chi tra i due la racconta giusta? Ogni evangelista ha la sua verità su Gesù (quot capita, tot sententiae). Si contraddicono anche sull’accoglienza che ebbe in Galilea, sua patria. Giovanni (Gv 4, 35-45) assicura che fu ben accolto, perché i suoi compatrioti erano stati testimoni dei prodigi da lui compiuti in Gerusalemme durante la festa della Pasqua. Non si dubita che l’entusiasmo dei connazionali derivi dalle virtù taumaturgiche di Gesù (che al pari del dio guaritore Asclepio, risanava dai morbi e rianimava i morti), piuttosto che dalle sue misteriose prediche. Di diverso avviso sono gli evangelisti Matteo (Mt 13, 54 seg.) e Marco (Mc 6, 1 seg.), per i quali l’attività di Gesù nella sua patria fu un totale insuccesso, perché non poté compiere molti prodigi a causa dell’incredulità dei suoi compatrioti (dunque, non è un dio onnipotente). Gli abitanti di Nazareth, addirittura, si scandalizzavano di lui, ed egli ricambiava l’incredulità dei suoi paesani dichiarando che da che mondo è mondo i profeti non godevano alcun credito nella propria patria. Luca (4,14 seg.) è ancora più incisivo. Secondo lui, i concittadini di Gesù non solo lo scacciarono dal villaggio (che denomina Nazara, anziché Nazareth), ma ci mancò poco che lo spedissero all’altro mondo, nel regno del Padre celeste, precipitandolo dal monte sul quale era ubicato il loro villaggio. L’attuale città di Nazareth, però, è adagiata su un pianoro fra dolci colline e non ha precipizi. La fervida fantasia degli evangelisti denota la scarsa conoscenza geografica del territorio in cui Gesù avrebbe esercitato la sua divina missione.





PARTE QUARTA


Lasciata Cafarnao, Gesù girovagava tra i villaggi della Galilea. I suoi famigliari, nell’approssimarsi della festa delle Capanne, lo invitarono a recarsi in Giudea, affinché manifestasse i suoi prodigi anche in quella regione (Gv 7,1 seg.). Gesù, dicevano, avrebbe dovuto mettersi in mostra, non agire in segreto. Che agisse in tutta segretezza, non parrebbe. Anzi, il suo ministero lo svolgeva in pubblico, alla luce del sole. Solo in Giudea, però, avrebbe potuto manifestare le sue opere al mondo intero, secondo il parere dei suoi ambiziosi fratelli (che, peraltro, poco credevano in lui, come attestano gli evangelisti). Gesù era perplesso, temeva per la sua vita, poiché sapeva che in Giudea avrebbe trovato la morte. I giudei lo consideravano un eretico e blasfematore, perciò cercavano l’occasione per accusarlo e condannarlo a morte. Il mondo lo odiava - ci fa sapere l’evangelista - perché egli denunciava pubblicamente le opere malvagie degli uomini. I suoi fratelli, del resto, piuttosto che dar peso ai suoi mistici discorsi, facevano affidamento nel successo della sua portentosa magia. Gesù, però, non se la sentiva di andare a rimetterci le penne per dar loro soddisfazione. Si giustificò, sostenendo che non era ancora giunto il suo tempo e che attendeva disposizioni dal misterioso Padre celeste. Queste tardavano ad arrivare. Finalmente, dopo che i suoi fratelli partirono per la Giudea, ricevette l’autorizzazione del Padre. Si mise in viaggio, in tutta segretezza, verso quella terra strabenedetta per giungere alla città Santa. I giudei (manco a dirlo) lo andavano cercando tra la folla che affluiva nel Tempio. Sul suo conto, essendo ormai accresciuta la sua popolarità, la gente manifestava opinioni contrastanti. Nessuno però osava parlare pubblicamente di lui per timore dei giudei. Gesù, però, sfidandoli apertamente, si recò nel Tempio a predicare proprio durante il colmo della festa. I giudei, anziché farlo arrestare, se ne stavano pazientemente ad ascoltarlo, meravigliandosi che sapesse leggere le Sacre Scritture (erano scritte in ebraico antico). Gesù spiegava che la sua sapienza era opera del Padre celeste, la cui gloria egli cercava, non la sua (perché tanta modestia, se anche lui era un dio onnisciente?), perciò dovevano giudicarlo come persona veritiera e non al pari di un impostore. Accusava i giudei di non rispettare la Legge di Mosè, contravvenendo alla volontà di Jahvè (in verità, i giudei erano scrupolosi e osservanti della Legge). Quelli, al colmo della sopportazione, non aspettavano che l’occasione propizia per arrestarlo. Gesù, intuendo di averli esasperati oltre misura e di trovarsi in pericolo, manifestò pubblicamente apprensione per la sua vita. La folla, rumoreggiando, gli chiese se avesse un diavolo per capello, non essendoci motivo di temere che qualcuno tra loro volesse fargli la pelle. Lui, però, insisteva nel fare la vittima. Diceva di essere perseguitato, perché risanava gli infermi durante il sabato, violando la Legge. Si difendeva, sostenendo che anche la circoncisione era praticata di sabato; dunque, non dalle apparenze, ma secondo giustizia bisognava giudicarlo. Intanto, tra la folla, c’era chi si chiedeva se non era proprio lui quello che cercavano di uccidere, e si stupiva che potesse parlare liberamente e pubblicamente, senza che ci fosse l’intervento repressivo dell’autorità religiosa. Altri pensavano che i capi dei giudei non lo volessero riconoscere come il messia atteso, perché questi sarebbe arrivato in modo misterioso, senza che nessuno potesse conoscerne la provenienza. Di Gesù, invece, sapevano che proveniva da un villaggio della Galilea. Egli rintuzzava le obiezioni della gente, precisando che conosceva il Padre celeste, giacché da lui proveniva e con la sua persona viveva in intima unione. Alcuni facinorosi, ascoltandolo farneticare blasfeme parole, avevano intenzione di mettergli le mani addosso, sembrando loro che Gesù fosse uscito di senno. Desistettero dal farlo, perché - a giudizio dell’evangelista - non era ancora giunta la sua ora (la ultima, quella fatale). Altri, però, sedotti dal suo eloquio, rammentando i prodigi da lui compiuti, credevano alle sue parole. Vana sarebbe stata l’attesa di un altro Cristo – si dicevano - perché non sarebbe stato portentoso come lui. Intanto, arrivarono le guardie per arrestarlo, ma anche costoro desistettero, lasciandolo continuare nel suo delirio. Gesù annunciava il suo martirio, la sua imminente dipartita, il suo ritorno dal Padre celeste. Allora lo avrebbero cercato invano. Non più avrebbero potuto trovarlo, perché sarebbe andato in un luogo precluso ai comuni mortali. Le guardie lo lasciarono vaneggiare, tanto, alla fine, l'avrebbero arrestato, senza provocare clamore o sommosse, facendogli pagare il fio per le sue bestemmie. Arrivò l’ultimo giorno di festa. Gesù pubblicamente invitava gli assetati giudei a venire a dissetarsi alla sua fonte, temprandosi l’animo con lo Spirito Santo. Molti tra la folla, che gli pressava intorno per ascoltarlo, restarono incantati dai suoi discorsi; persino le guardie, anziché arrestarlo, pendevano dalle sue labbra. Solamente i farisei andarono su tutte le furie, imprecando contro la plebaglia, che si lasciava plagiare dal Galileo impostore. Si lamentavano e imprecavano contro il popolo che, avendo scarsa padronanza delle Sacre Scritture, se la bevevano tutta la “novella” gesuana. Se avessero avuto conoscenze adeguate, avrebbero dovuto sapere che il Cristo atteso sarebbe venuto dalla stirpe di Davide e dal suo villaggio natio, Betlemme, non da uno sconosciuto villaggio della Galilea. Nicodemo, uno dei capi dei giudei, tentò di fare l’avvocato del diavolo, osservando che non dovevano giudicare Gesù senza averlo prima ascoltato e aver prima accertato le opere da lui compiute. Non avesse mai parlato! I Farisei gli si rivoltarono contro, ingiuriandolo, mandandolo a quel paese; in altre parole, a studiarsi a fondo le Scritture.

Finita la festa, gabbato lo santo? Giammai! Il santo di Dio, che sostava accampato nei pressi di Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, non fu beffato (Gv 8, 1 seg.). Ritornò di buon mattino al Tempio. Appena lo videro arrivare, non qualcuno, ma tutto il popolo venne ad ascoltarlo. I diabolici farisei, invece, tramarono un tranello per accusarlo. L’occasione propizia la offrì un’adultera, colta in flagrante. La portarono davanti a Gesù e gli domandarono se la sventurata era passibile della pena della lapidazione, come prescriveva la Legge. Se Gesù avesse negato, lo avrebbero accusato di violare la Legge. Se invece avesse accondisceso, avrebbe svuotato di senso la sua missione, cioè la fede nella remissione dei peccati, dono gratuito della divina misericordia. Gesù non rispose, faceva lo gnorri, mentre col dito tracciava misteriosi segni per terra (un espediente per riflettere e approntare la risposta). Poi, di fronte all’insistenza ostinata dei farisei, raddrizzatosi, sbottò, sfidando gli astanti a lanciare la prima pietra, se erano senza peccato; quindi, si rannicchiò nuovamente su se stesso e continuò a tracciare segni misteriosi per terra. Chi avrebbe osato, pubblicamente, dichiararsi scevro dai peccati? Uno dopo l’altro, tutti si ritirarono con la coda tra le gambe, lasciandolo solo con la sventurata. Alzatosi da terra, Gesù fece notare alla peccatrice, scampata alla lapidazione, che i suoi accusatori avevano battuto il tacco e che poteva andarsene, giacché neanche lui la condannava (neanche però la perdonava). L’adultera non se lo fece ripetere due volte e, alzati i tacchi (anziché la sottana), se la svignò. In verità, l’episodio non è credibile per diverse ragioni. Innanzitutto, i Romani in quel torno di tempo avevano abrogato il diritto del Sinedrio di emettere sentenze capitali (Gv 18, 31). L’evangelista, inoltre, nulla dice riguardo all’uomo che indusse l’adultera a peccare, anche lui passibile di lapidazione, né menziona il marito oltraggiato dall’adulterio della moglie, che avrebbe dovuto invocare giustizia. Fermo restando la sproporzionata severità della pena prescritta dalla Bibbia per gli adulteri (pena ancora vigente in certi paesi islamici), resta comunque il fatto che, se è vero che tutti siamo peccatori, allora nessuno potrebbe applicare le sanzioni comminate dalle leggi di uno Stato. L’episodio in questione non è menzionato nei più antichi manoscritti del Vangelo giovanneo.

Ritornata la calma nel Tempio, la gente fece nuovamente capannello attorno a Gesù, che riprese a predicare la solita tiritera (Gv 8, 12 seg.). Diceva di essere la luce del mondo e chi lo seguiva, non si disperdeva nelle tenebre. I farisei osservarono che rendere testimonianza a se stesso non poteva avere alcuna validità. Testardo come un mulo, Gesù era certo di sapere donde veniva. Insisteva sulla validità della sua testimonianza. Succube di una farneticante visione, credeva di essere figlio di Dio. Asseriva che i suoi giudizi erano validi, perché identici a quelli del Padre. L’Altissimo, che l’aveva mandato nel mondo per compiere la missione salvifica, gli rendeva testimonianza (chi mai oserebbe negare cotanto testimone?). Due erano i testimoni, lui e il Padre, perciò la testimonianza era valida, come stabilito dalla Legge mosaica. I farisei, armatisi di santa pazienza, tenendo la testa sulle spalle, ragionando secondo le loro convinzioni e tradizioni, gli chiesero di indicare il luogo in cui l’invisibile e misterioso Padre viveva, affinché potessero ascoltare direttamente da lui la testimonianza. Gesù rispose che la pochezza di fede non consentiva loro di vedere Dio Padre né di comprenderne il mistero. I Farisei lasciarono correre, convinti che a rincorrere fantasmi e ascoltare visionari era tempo sprecato. L’ora della resa dei conti era ormai imminente. Lo lasciarono crogiolare nella sua frenesia. Esaltandosi, Gesù farneticava che sarebbe andato in un posto a loro negato, perché indegni. Profetizzava che sarebbero morti nel peccato, invano cercandolo per invocarne la salvezza. I Farisei temettero che l’immisericordioso Gesù, nella foga dell’esaltazione, stesse per suicidarsi, invasato dallo Spirito dell’invisibile Padre. Negava di essere una persona umana, di appartenere a questo mondo. Affermava di provenire da un altro mondo (che fosse un alieno?). Egli era uno spirito altolocato, non facente parte degli umani, dimoranti nei bassifondi del firmamento. Apparteneva alla nobile stirpe degli immortali, dominanti sulle olimpiche vette galattiche. Verace era, in fede sua, tutto ciò che diceva, perché l’aveva udito dal Padre (e ripetuto pedissequamente agli umani). Un dì non lontano, quando sarà stato innalzato sul legno della gloria, (croce e delizia dei futuri seguaci del Galileo), i giudei avrebbero riconosciuto il suo valore e la sua provenienza divina, e avrebbero altresì compreso donde provenisse il suo insegnamento (non pare che l’abbiano ancora compreso). Diceva di fare il volere del Padre, eseguendo alla lettera tutto ciò che lui ordinava. Mai agendo autonomamente, ma tutto operava in funzione della volontà paterna (più che un dio, sembra piuttosto un suo fidato esecutore). In vero, quando era rapito dall’ardore visionario, farneticava parole blasfeme per le orecchie dei farisei. Eppure, nonostante tutto, i suoi sproloqui fecero breccia in molti, che prestarono fede in lui. Gesù li persuase a farsi suoi discepoli, esortandoli a perseverare nella fede. Da lui avrebbero appreso la verità e acquistato la vera libertà. Di quale libertà parlava, non era chiaro ai farisei. Quanto alla libertà dello spirito, loro non erano schiavi di nessun padrone. Gesù ribatté che erano schiavi dei loro peccati e che solo dando credito alla sua verità, conforme a quella del Padre, potevano riacquistare la vera libertà spirituale. Ammetteva che i giudei appartenevano alla gloriosa stirpe d’Abramo, però, in cuor loro, ciò che ascoltavano non erano le parole del patriarca, ma quelle di un cattivo padre: il diavolo ingannatore. Costui insinuava nei loro cuori le motivazioni per uccidere chi conosceva veramente la volontà di Dio. A sentire queste bestemmie, i farisei inorridirono. Loro avevano un solo e unico padre: Jahvè. A lui obbedivano, sottomessi alla sua Legge. Gesù replicò che, se veramente il loro padre fosse Jahvè, non li avrebbe indotti a uccidere chi da lui proveniva. Al contrario, proprio perché erano figli del diavolo, si rifiutavano di comprenderlo e amarlo. Le menzogne del diavolo apparivano loro come verità, le sue veraci parole, invece, come menzogne, perciò erano propensi a compiere un misfatto contro di lui, venerabile persona altolocata. Non più tollerando calunnie e bestemmie dello sputasentenze sedicente messia, i giudei gli resero pane per focaccia, accusandolo di essere un eretico e in preda di un diavolo scatenato. Con il demonio, lui, acqua santa, proprio non poteva averci a che fare. Lui onorava suo Padre; loro, invece, in quanto disonoravano il Figlio, offendevano anche il Padre. Del resto, essendo lui figlio dell’Altissimo, non aveva colpe di cui pentirsi né cercava una sua gloria, ma quella di chi lo mandava tra loro. Il suo vangelo era la parola di Dio, che loro dovevano accogliere, supinamente, se volevano scampare all’eterna dannazione. I giudei, persa la pazienza, sbottarono, inorriditi per l’arroganza delle sue assurde pretese. Lo accusarono di essere succube di Satana, che gli aveva messo in testa l’empia idea di ritenersi superiore ai profeti e persino ad Abramo, avendo questi subìto la triste esperienza della morte. Gesù, incurante della loro collera, esaltò la sua gloria, che proveniva da quello stesso dio, di cui loro protestavano la fede. Lui, non loro, conosceva il Padre. Lui, non loro, era ligio ai suoi comandamenti. Abramo persino esultò nel vedere la sua gloria. I farisei, spazientitisi, sospettarono che il Nazareno si fosse bevuto il cervello, poiché diceva di aver visto Abramo. Parola di Gesù: lui era stato generato “ab aeterno”, perciò conosceva Abramo. Parola dei giudei: lui era un bestemmiatore, perciò passibile di condanna alla lapidazione per empietà. Così, raccolte delle pietre, presi da umano furore, stavano per gettargliele addosso al divo impostore, conciandolo per le feste, ma lui, nascondendosi tra la folla, se la diede ragionevolmente a gambe, in barba persino alle guardie del Tempio. Il mito gesuano è simile a quello dell’arcinota araba fenice: più unico che raro; anzi, parola del vangelo, egli è l’araba fenice, che muore e rinasce dalle proprie ceneri. Non solo, ma può anche trasformare in araba fenice tutti gli uomini morti nelle sue grazie, purché costoro abbiano bevuto il suo elisir di lunga vita, viatico per l’aldilà, il paradiso che nessuno sa dove stia né alcuno ha mai visto, ancorché certuni lo vedano con gli occhi dello spirito e sperino un giorno (più possibile lontano, per carità!) di arrivarci in grazia di Dio. Sostenere la resurrezione dei cadaveri è un’assurdità, un non senso, che contrasta con l’irreversibile esperienza della morte. Ognuno è padrone delle proprie illusioni e di sognare la palingenesi prossima ventura, purché non imponga al prossimo le sue fisime come sacrosante, assolute verità.





PARTE QUINTA


Nel Vangelo secondo Giovanni (12, 1 seg.) si racconta che, sei giorni prima della Pasqua ebraica, Gesù andò con i discepoli a Betania, ospite nella casa di Lazzaro (l’amico risuscitato, ancorché morto e sepolto) e delle sue sorelle, Marta e Maria. L’accoglienza fu calorosa. Gli fu preparato un pranzo con i fiocchi, servito da Marta, mentre Maria s’industriava a ungere i suoi piedi con più di tre chilogrammi d’autentico, costosissimo profumo di nardo, asciugandoli poi con i propri capelli. La casa s’impregnò della fragranza del pregiato profumo, molto ricercato, perciò costoso. L’apostolo Giuda Iscariota, che già tramava nel suo animo l’imminente tradimento, si nauseò, ma non per l’olezzo del profumo, sgradevole durante il desinare, bensì per l’inopportuno spreco della preziosa sostanza. Era l’economo di quel pio club di “giacobini”, capeggiati da un mistico rivoluzionario galileiano. A suo avviso, si poteva vendere quel profumo per ricavarne una cospicua somma di denaro a beneficio dei poveri. Aveva fatto tesoro dell’insegnamento del suo venerabile Maestro e ne dava un pubblico saggio. In verità, le cose - in fede degli evangelisti - stavano diversamente dalle apparenze: Giuda era un ladro e poco gli stavano a cuore i poveri. Di tanto in tanto rubacchiava a man salva e faceva la cresta sulla carità del prossimo. Gesù gli rispose che quel profumo era stato conservato per il giorno della sua sepoltura (corna facendo) e che, pertanto, poteva essere usato anche prima, perché era in ogni caso riservato a lui (già, ma poi il suo cadavere come l’avrebbero unto, se quel profumo era tutto sciupato e il conto dell’economo segnava rosso?). Quanto ai poveri – parola di Jahvè (Dt 15, 11) – li avrebbero sempre avuti tra i piedi.  Lui, invece, non per molto. Ciò stante, ben agiva Maria, onorandolo con l’unzione del profumo. “Ipse dixit” il Maestro e ciò poteva bastare.

Un analogo episodio è descritto nel Vangelo secondo Luca (7, 36 seg.). Un giorno che Gesù sedeva a tavola nella casa di un fariseo di nome Simone, che lo aveva invitato a pranzo, gli si avvicinò una donna con un vasetto d’olio profumato. Era una poca di buono, forse una prostituta (Maria Maddalena?). Scoppiò in un prolungato pianto, rannicchiata ai suoi piedi, bagnandoli con le lacrime e poi tergendoli con i suoi lunghi capelli. Li baciò, prima di cospargere olio profumato. L’ospite fariseo ne fu scandalizzato. Dubitò persino che Gesù fosse un profeta, giacché ignorava la pessima fama della donna. Gesù intuì i pensieri di Simone e cercò di spiegarsi con una parabola. Raccontò di due debitori insolventi, ai quali il creditore condonò i debiti. Quello che ebbe il debito maggiore, gli fu senz’altro più riconoscente. Allo stesso modo si dimostrava riconoscente verso di lui quella gran peccatrice, essendosi pentita e avendo implorato il suo perdono. Gesù, infatti, le assolse i suoi molti peccati, perché molto (eufemisticamente parlando) aveva amato (e perciò intascato denaro sufficiente per acquistare il costoso balsamo).

L’evangelista Luca (Lc 10, 38-42) riporta anche una diversa versione dell’episodio descritto nel Vangelo secondo Giovanni, inerente all’ospitalità di Gesù presso le sorelle di Lazzaro. Racconta che, durante il suo peregrinare di città in città, Gesù fu accolto da una donna di nome Marta, che si adoperò per servirlo a puntino. Sua sorella Maria, intanto, se ne stava seduta ai suoi piedi, affascinata dal divino eloquio di Gesù. A Marta, che stava in altra faccenda affaccendata, proprio non gli andava giù il rospo (ovvero, l’ozio della sorella). Si rivolse perciò a Gesù, affinché esortasse Maria a venirle a dare una mano. Gesù le rispose che non era il caso di affaticarsi, affannandosi a sfaccendare. Queste preoccupazioni a Dio (e a suo figlio, che è lo stesso) non interessavano. Bene, quindi, faceva la sorella ad ascoltare la divina parola, viatico per la vita eterna nell’aldilà. Chi ha orecchi per intendere, intenda!

Secondo Marco (14, 3 seg.) e Matteo (26, 6 seg.), l’episodio dell’unzione del Messia si sarebbe svolto nella casa di Simone il lebbroso, a Betania (poiché tale infermità rendeva la persona immonda, la dimora di Simone doveva trovarsi verosimilmente in un luogo isolato). Gesù sedeva alla mensa dell’ospite, quando gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro ricolmo d’unguento di nardo, costosissimo balsamo. Infranto il vaso, la donna ne versò il contenuto sulla testa di Gesù, suscitando l’indignazione degli spettatori, che disapprovarono quello spreco. Gesù, invece, si mostrò di parere diverso, apprezzando la generosità della donna. Giudicava il suo comportamento come un’anticipazione del rituale funebre prossimo venturo. Bisognava quindi lusingarla, non biasimarla. Il suo gesto doveva essere commemorato in perpetuo, menzionandolo durante le prediche evangeliche (fiato sprecato). Quanto ai poveri - parola di Dio (Dt 15, 11; Mt 26, 11) – questi non mancheranno mai per la gloria della cristiana carità (almeno fino al giorno in cui saranno finalmente rimosse le cause che ne determinano l’impoverimento).

Riguardo agli episodi sopra descritti, se ipotizziamo che Maria Maddalena e Maria di Betania siano la stessa persona e che tale Maria sia la compagna amata dell’aspirante Messia al trono d’Israele, ne consegue che l’unzione di Cristo con il preziosissimo olio di nardo rappresenterebbe il riconoscimento della dignità regale dello sposo messianico. Il Vangelo apocrifo di Filippo, peraltro, attesta che Maria Maddalena (o di Magda, cittadina di provenienza della stessa) era la compagna amata da Gesù, e che questi la baciava spesso sulla bocca davanti a tutti. Ogni altro commento, al riguardo, appare superfluo.

Una mattina, uscendo da Betania e incamminatosi verso Gerusalemme con i suoi discepoli, Gesù ebbe fame (Mt 21, 18-22). Senz’altro, quel giorno era di malumore; forse perché aveva trascorso la notte in bianco, giacché il giorno precedente si era agitato nel vedere i mercanti nel Tempio e la casa di suo Padre ridotta a bottega colma di mercanzie (Mt 21). Bastò quella piccola contrarietà a inalberarlo. Infatti, dopo aver messo a soqquadro banchi e mercanzie, fece assaggiare la frusta ai mercanti. Sin dal giorno in cui la folla a Gerusalemme lo accolse trionfalmente, inebriandolo di gloria, si era un po’ esaltato. Forse per questo si riteneva autorizzato a fare e disfare a suo piacimento, ignorando le disposizioni delle autorità religiose, che permettevano a mercanti e cambiavalute di esercitare nell’atrio esterno del Tempio il commercio necessario per le esigenze del culto. Ad ogni modo, quel giorno, lungo il cammino verso la città santa, vide un albero di fico. Avvicinatosi, non trovò frutta, ma soltanto foglie (forse qualcun altro, prima di lui, aveva già fatto il repulisti?). Essendo fuori dei gangheri, vuoi per la bile ricolma di malumore a causa delle contrarietà della sua vita grama, vuoi per il vuoto dello stomaco che lo tormentava, sbottò, maledicendo l’albero, che si seccò all’istante con gran meraviglia dei discepoli. Ventre digiuno non ascolta ragioni! Se l’albero avesse potuto parlare, ne avrebbe avute ragioni da vendere! In quel periodo dell’anno, in prossimità della Pasqua, non era stagione di fichi. Il Figlio di Dio, però, creatore del cielo e della terra, faceva lo gnorri. Quel giorno era indisposto e non tollerava il digiuno (nonostante si fosse allenato per quaranta giorni nel deserto). In realtà, l’universo è retto da leggi fisiche necessarie e necessitanti, che nemmeno domineddio può cambiarle.

L'episodio appena descritto è raccontato in una diversa variante dall’evangelista Marco (11, 12 seg.). L’ingresso trionfale del Cristo Gesù in Gerusalemme a dorso di un’asina (simbolo dionisiaco) terminò con la sua visita al Tempio, dove osservò ogni cosa (chi sa quale). Fattosi tardi, se ne ritornò verso Betania. Il giorno seguente, uscendo da Betania, ebbe fame. Cammin facendo vide un albero di fico in foglie. Si avvicinò, sperando di trovare qualche frutto. Non colse un bel niente. Così, tormentato dai morsi della fame come un comune mortale, sfogò il suo malumore maledicendo il fico. A pancia vuota, colmo di livore, entrò nel Tempio di Gerusalemme e mise tutto sottosopra, sbraitando, cacciando e frustando venditori e compratori. Arrivata la sera, se ne ritornò a Betania. Il giorno seguente la compagnia gesuana ripassò vicino all’albero di fico, che apparve seccato fin dalle radici. La maledizione di Gesù del giorno precedente non ebbe effetti immediati. L'incolpevole pianta, se avesse avuto il dono della parola, avrebbe protestato il suo risentimento per l’astioso atteggiamento del Cristo, rinfacciandogli l’assurda, irragionevole pretesa. Il figlio dell’Onnisciente non sapeva che, fuori stagione, essa non poteva fruttificare? Se avesse voluto, lui che aveva il potere di comandare alle montagne di gettarsi nel mare, avrebbe potuto compiere un miracolo, sconvolgendo le leggi della natura, ossia consentendo alla pianta di germogliare e fruttificare ancor prima del tempo, piuttosto che maledirla, dissecandola. Gesù, invece, degno figlio di un Padre vendicatore e castigatore (distruttore di Sodoma e Gomorra, artefice del diluvio universale, responsabile delle atroci pestilenze in Egitto e d’altri misfatti), non ebbe alcuna compassione per l’innocua pianta. Essa, nell’espletamento delle sue naturali funzioni, non poteva in nessun modo offendere la maestà di un dio; anzi, essa fu vittima innocente dell’offesa di chi pretendeva ciò che essa non poteva dare contro natura. In verità, il comportamento di Gesù è, “ante litteram”, gesuitesco. Infatti, ammesso e non concesso che l’albero l’abbia offeso, non avrebbe dovuto Gesù risparmiarlo? Le offese ricevute dal prossimo (vegetali e animali compresi), secondo il suo insegnamento, dovevano essere condonate, prima di indirizzare giaculatorie a suo Padre e chiedere perdono per i propri peccati. Probabilmente, anche questo strano episodio potrebbe attribuirsi al travisamento del senso allegorico di una parabola analoga a quella narrata nel vangelo lucano (cfr. Lc 13, 6-9), in cui un albero di fico sterile si lascia in cura ancora per un anno prima di tagliarlo. Il racconto allegorico lucano è sotteso alla conversione dei peccatori, ai quali è concessa indulgenza e misericordia prima di soccombere, irrimediabilmente, alla maledizione divina.

Un giorno, appena calò la notte, fece visita a Gesù un fariseo di nome Nicodemo, un capo dei giudei (Gv 3, 1 seg). Si rivolse al Maestro con il “pluralis maiestatis”, ritenendolo un profeta inviato da Jahvè, perciò in grado di compiere segni straordinari. Gesù rispondeva alle sue domande con il “pluralis modestiae” e con le solite espressioni tra il sibillino e il crittografico. Lo istruiva rendendolo edotto della “buona novella”. Soggiungeva che per vedere il regno di Dio bisognava rinascere dall’alto (lui, infatti, proveniva da lassù). Alquanto perplesso, Nicodemo chiese come poteva un uomo rinascere una seconda volta, essendo impossibile ritornare nel seno della propria madre. Gesù, pazientemente, cercò d’essere più chiaro, spiegandogli che intendeva parlare di rinascita spirituale, senza la quale non si poteva entrare nel regno celeste (l’iniziazione ai misteri cristiani comporta la morte rituale dell’uomo vecchio e la rinascita spirituale dell’uomo nuovo).  Proseguì, sempre più velando di mistero il suo dotto eloquio. Il rinnovamento interiore lo paragonava al vento, di cui si sente il sibilo, ma se ne ignora la provenienza e la destinazione. Nicodemo, però, si mostrava ancora perplesso: non comprendeva il mistero di Cristo (e nemmeno noi, che di lui dubitiamo). Gesù si meravigliò (o finse) che un cotanto maestro in Israele non era all’altezza di comprendere i suoi eccelsi concetti. Cambiò tono, calunniando chi non predisponeva il suo animo ad accoglierlo. Egli, in fede sua, proveniva da lassù per testimoniare quaggiù cose divine ai miserabili peccatori. La sua missione nel mondo era salvifica. Prima di ritornare nel suo regno extragalattico, sarebbe stato innalzato (e lo sarà, ma sulla croce, come un malfattore). Avrebbe inoltre vinto (vano proposito) il potere malefico (quello di Satana, che, strisciando come una serpe nel lussureggiante giardino Eden, iniettò il suo veleno all’umanità, mentre Dio dormiva). Solo a chi aveva fede in lui, egli concedeva la vita eterna (mera illusione). I miscredenti, invece, non avevano speranza alcuna di salvarsi. Costoro - a detta di Gesù - amavano le tenebre, dove potevano compiere opere malvagie; perciò rifuggivano la luce che era venuta nel mondo (vale a dire lui), affinché le loro nefandezze non fossero smascherate. Siamo alle solite! La miscredenza non implica necessariamente la malvagità. Non sappiamo se Nicodemo continuasse a restare perplesso, oppure riuscisse a districarsi nelle aggrovigliate argomentazioni del Nazareno, dipanando la sua dubbiosità. Le pretese verità testimoniate da Gesù, promosso per decreto conciliare Figlio Unigenito di Dio Padre, scatenarono la reazione dei farisei “sanfedisti”, poco inclini a tollerare il “giacobinismo” religioso di Gesù, le sue stravaganze, i contorti sproloqui, i misteriosi cianciamenti sul fantomatico regno dell’aldilà. Figuriamoci poi se potevano accettare che Jahvè, l’innominabile unico loro Dio, avesse un figlio e l’avesse inviato nel mondo a riscattare l’umanità da una colpa originaria, e questo figlio era nientemeno che Gesù, l’eretico blasfematore. Come non sarebbero inorriditi e stracciatisi le vesti se, oltre al figlio, avessero saputo dell’esistenza dello Spirito Santo, di un Dio uno e trino? Come avrebbero potuto credere al buonismo di Gesù, che biasimava il prossimo, perché rifiutava di aggregarsi alla congrega nazarena, e li condannava all’eterno dolore nella città dolente tra la perduta gente? I dotti ebrei, insomma, consideravano gravissima empietà gli sproloqui blasfemi di Gesù. Noi scettici, conoscendo il divo Gesù, come è descritto nei fantasiosi racconti degli evangelisti, possiamo conoscere anche tutti gli altri divi della medesima stirpe, vale a dire i suoi altolocati parenti e la sua terrestre combriccola in odore di santità.

Altri innumerevoli segni Gesù fece, ma non basterebbe il mondo intero a contenere i libri necessari a descriverli (cfr. Gv 21, 25). Molti altri segni di Gesù sono stati raccontati nei libri apocrifi, cioè non veritieri a giudizio della Chiesa (Deo gratias!). I presunti segni messianici di Gesù, però, sono sconosciuti agli scrittori suoi contemporanei. Li ignorano gli storici romani, come i contemporanei Columella (tribuno di una legione stanziata in Siria nel 34 dell’era volgare), Valerio Massimo (autore di “Fatti e detti memorabili”, che fu al seguito del proconsole Sesto Pompeo in Asia nel 27 e.v.) e Velleio Patercolo (n. 19 a.e.v.; m. 31 e.v.). Li ignorano altri storici ed eruditi, come lo storico greco Appiano Alessandrino e il romano Quinto Curzio Rufo (che scrisse le “Storie di Alessandro Magno”), come l’eloquente oratore e storico greco Dione Crisostomo (n. 40; m. 120 e.v.), come il filosofo e scrittore greco Plutarco (n. 46; m. 127 e.v.), come i poeti romani contemporanei, Lucano (nipote di Seneca) e Persio, e tanti altri.

Una cosa è dire che con la fede si possono spostare montagne, un’altra cosa è provare a spostarle. Meglio diffidare di uomini deificati, in assenza di prove incontrovertibili e di comprovanti documenti storici attendibili. Diffidare di chi indossa la maschera della bontà, nascondendo la sua indole vendicativa. Diffidare di chi promette doni per attirarci nel vischio di un’illusione religiosa. Quei doni non sono immuni da frode.

Amara fu l’esperienza dei Troiani, accettando il dono dei Greci!


 Lucio Apulo Daunio



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