MISTERIOSOFIA
CRISTIANA
La religione
cristiana, come quella greca e romana, è religione misterica. La
conoscenza iniziatica ai misteri cristiani inizia con la professione della fede
in un Dio trinitario espressa nel “credo” (Simbolo Apostolico - Niceno -
Costantinopolitano), la cui formula risolutiva si ebbe intorno alla fine del IV
secolo (Concilio di Costantinopoli del 381). Si tratta di un mix teologico -
verbalistico, che per gli ebrei e per gli islamici (assertori del “puro
monoteismo”) risulta blasfemo, in quanto afferma la credenza nella divina
Trinità di Dio, costituita da tre persone (ipostasi), aventi una sola natura
divina. Dal Padre procede il Figlio unigenito (Concilio di Nicea del 325): il
Cristo evergete, il Verbo che ha due nature, umana e divina (Concili di Efeso del
431 e di Calcedonia del 451). Il Padre lo ha generato “ab aeterno”. Il
Figlio, consustanziale al Padre, si fa “carne” nell’ebreo Gesù per redimere
l’umanità da una presunta colpa originaria al fine di ricondurla alla perduta
aurea età felice (nell’altro mondo). Egli è stato concepito in modo asessuale
nel ventre di una donna immacolata (dogma del 1854), sempre vergine, prima
durante e dopo il parto (Concilio di Costantinopoli del 553), in virtù dello
Spirito Santo, terza ipostasi, che procede e dal Padre e dal Figlio (filioque).
Questo rompicapo teologico di un dio triforme, umanizzato nella persona del
Figlio, è funzionale al mistero messianico di un uomo di nome Gesù, creduto
figlio del dio di un popolo tribale, che però non crede in Gesù e lo fa condannare
a morte come impostore. Il patetico Figlio dell’uomo, crocefisso, morto,
risorto, deificato dai suoi seguaci, annunciato a tutte le genti di uno
sperduto pianeta nell’immensità del cosmo, lo si vuole assunto in cielo dove,
assiso alla destra del Padre, giudicherà alla fine dei tempi i vivi e i morti,
dopo averli fatti risuscitare. Un’aleggiante colomba, simbolo dello Spirito
Santo dimorante nell’alto dei cieli, sorveglia l’impero della Chiesa,
istituzione legittimata, riverita e onorata dai potenti della Terra, sublimata
dalla fede d’ispirati credenti, abbacinati dal “mysterium” di una pseudo
verità rivelata. Il fedele gregge della santa istituzione cattolica romana,
ligio a credere, obbedire, combattere “in laude domini” per
l’affermazione della teocrazia cristiana, è governato da un candido pastore
carismatico, “longa manus” del celeste “pastor aeternus”. Il
Santo Padre, vescovo di Roma, presunto erede della cattedra dell’apostolo
Pietro, rappresenta l’autorità monocratica, suprema della Chiesa, dopo aver
esautorato il potere collegiale degli apostoli e quello dei vescovi, espresso
nei concili. Costruttore della cristianità, affermazione del “pontifex
maximus”, il papa è la manifestazione del teismo glorioso di Cristo,
elaborato dall’ecclesiocrazia medievale. L’affermazione del cristocentrismo si
riflette nel potere del sommo pontefice, assoluto e universale (“dominium
mundi”), in cielo e in terra, su tutte le creature, visibili e invisibili
(Mt 28, 18), e in quello della chiesa materiale, visibile, istituzionale,
egemonica all’interno della società civile. La fede in una grossolana mitologia
religiosa arcaica, sacralizzata dalla tradizione clericale della “Sancta
Ecclesia” in funzione della propria conservazione, non implica certezza,
bensì credenza superstiziosa nelle parole di un supposto Spirito di verità,
trascritte da uomini ispirati in una Scrittura sacralizzata, perenne
ammonimento ed espressione della monumentale menzogna istituzionalizzata della
cristianità. Argomentare che la Sacra Scrittura attesta la Verità, in quanto
esprime la parola di Dio, della cui esistenza essa costituisce l’unica presunta
prova, è un modo circolare di ragionare, una tautologia che non prova nulla di
concreto. Il sovrano di ciò che la storia documenta come regno bi-millenario
indecoroso della Chiesa, istituzione economicamente e politicamente potente,
superiorità immanente, sacra e inviolabile, vicario di un supposto Ente
soprannaturale, auto-proclamatosi infallibile (dogma del 1870), pontifica
verità di fede, che presume derivanti da divina ispirazione (Gv 14, 26).
L’assurda credenza nel mistero dell’onnipotente trittico ultraterreno, in nome
del quale la Chiesa maschera la vacuità delle sue false verità apodittiche, è
una violenza fatta alla ragione. La credenza religiosa, non avendo solidezza
basata su prove incontrovertibili, si avventura in congetture fideistiche
indimostrabili. La speculazione teologica, infatti, si fonda sul presupposto
della fede, cioè della fiducia nella rivelazione di verità assolute, confermate
da inattendibili testimonianze, trascritte in testi sacralizzati, senza la
certezza di prove inconfutabili né di garanzie d’autenticità. La Verità
ostentata dall’appariscente organizzazione clericale, legittimata all’esercizio
del sacro, di ciò che non può essere criticato, è una mistificante e alienante
verità, finalizzata all’inganno di masse inebriate di fede, rassicurate con
fole illusorie. Attraverso la ponderosa drammaturgia scenica e simbolica e
l’abilità oratoria-ieratica d’ispirati mitrati mistagoghi imbonitori,
capillarmente onnipresenti nella vita quotidiana, l’istituzione cristiana
maschera il suo dominio politico economico culturale. Sotto l’apparenza di
un’autonomia di natura spirituale e religiosa, la Chiesa mimetizza le sue mire
espansionistiche: la sottomissione dell’ecumene al cristianesimo missionario e
l’asservimento dei governi civili all’ideologia clericale. Gli odierni
feudatari cristiani, adoratori di un dio trino, coadiuvati dallo stuolo degli
intellettuali organici dell’ecclesia militante, infeudano le coscienze dei
fedeli, devoti vassalli di una pervicace e nociva superstizione. Gli
spettacolari, scenografici raduni di folle inebriate dai rituali liturgici e
dalla presenza di un istrione, vicario di sacre vacuità, garante dell’oltre vita,
non sono altro che inganni perpetrati in funzione del dominio di una casta
privilegiata, detentrice di un sapere occulto, ieratico. La Chiesa, giacché
induce a credere di governare con l’ausilio dello Spirito Santo, ha la
presunzione di non sbagliare mai, possedendo la conoscenza e la comprensione
dell’unica, assoluta Verità, da cui desume pseudo-certezze. Vero è che gli
esseri umani, giacché suggestionabili, sono potenzialmente vulnerabili alle
emozioni suscitate ad arte. L’onnipresente cultura cristiana, infatti, pervade
la collettività, imponendo i propri simboli e la propria concezione di vita,
restringendo gli spazi pubblici di laicità. Essa fa propaganda di sé e dei suoi
venerabili santi con l’uso della stampa, della radio, dei siti internet e soprattutto
della televisione, il nuovo organo di trasmissione dell’oralità invasiva della
parola e dell’immagine, che trasfonde ogni singolarità in un pubblico
spettacolo e nel divismo dei suoi personaggi. Persino certa programmazione
della televisione pubblica è in sintonia con i dettami del Vaticano,
finalizzati alla “propaganda fidei” e alla manipolazione del consenso.
Il rituale liturgico cattolico (musica, canti, cerimonie cultuali) ha
sostituito quello dell’antica religiosità pagana. Il sacro rito suggestiona
l’emotività dei fedeli, aumentandone la coesione interna anche fuori
l’atmosfera emozionale nella quale sono immersi, convalidando il senso
d’appartenenza ad una famiglia allargata, ad una comunità di cui ognuno ne
condivide i valori, persino i c.d. “atei devoti” o “atei fedeli”. Una
formazione culturale di stampo religioso determina l’acquisizione di
comportamenti condizionati dalla soggezione verso il sacro, una sorta di “imprinting”
psicologico, che si radica nella mente sin dalla prima infanzia. I nostri
comportamenti etici, solo in minima parte sono condizionati dal patrimonio
genetico, ereditato dal lungo processo d’evoluzione della specie umana
(innatismo), per il resto risentono della trasmissione culturale dell’ambiente
in cui si vive e dell’acquisizione di conoscenze incise nella “tabula rasa”
della mente nel corso della vita. L’educazione ai principi laici trova un
ostacolo nell’integralismo religioso, fossilizzato in ataviche verità
metafisiche, che funeste pseudo-divinità hanno codificato in epoche remote.
Rilevante è il peso della tradizione culturale religiosa, che ottunde lo
spirito critico. La storia è una costruzione umana, non l’ineluttabile fatalità
cui l’umanità deve uniformarsi, soggiogata da un’autorità religiosa profetica,
costituitasi sull’arbitrio, da cui promanano prescrizioni di valore “erga
omnes” in virtù di un potere sovrano di fittizia investitura divina. L’uomo
è l’unico vero artefice del significato e della finalità della sua vita e di
quella altrui. L’eticità dei comportamenti umani non può dipendere dalla
volontà di chi presume di essere ispirato da Dio, di cui si dichiara vicario.
Né può essere condizionata da chi, lancia in resta, ostacola il progresso e si
pone agli antipodi della concezione liberale, proponendo teologie e schemi
mentali metafisici medievali, infettando il mondo con il conformismo dell’unica
vera religione, pretesa superiore in assoluto. L’etica è una costruzione della
conoscenza umana, fondata sull’esperienza storica e sulla discussione
democratica su valori condivisibili, consoni alla dignità umana. La ragione,
fondata sull’esperienza, non su principi confessionali, deve valutare la
moralità degli atti, suggerendo i limiti alle reciproche libertà. La ricerca
del massimo utile di ciascuno deve essere compatibile con l’equilibrio
dell’ecosistema nel quale ognuno trova ospitalità. Solo uniformando
progressivamente i principi normativi di una moralità comune sarà possibile
pervenire ad un’etica universale, non più dipendente da supposte deità, ma
dalla volontà autonoma degli uomini, espressa mediante una legislazione
aconfessionale, scevra da compromissori patti con la religione. L’esigenza
religiosa non deve travalicare la coscienza individuale, invadendo la
neutralità dello spazio pubblico. L’ostensione di simboli religiosi in luoghi
pubblici (ad eccezione degli edifici religiosi finalizzati al culto dei
fedeli), come le sale dei tribunali e le aule scolastiche, frequentate sia dai
credenti delle varie confessioni religiose sia dai credenti in valori e principi
non religiosi, appare come imposizione di una cultura dominante, che non aiuta
la convivenza tra le reciproche diversità culturali e la ricerca di valori
comuni accettabili. Sottomettere l’essere umano alla provvidenza di un dio
padrone, di cui la Chiesa sovrana pretende di esserne unica autentica
interprete, significa privarlo della volontà d’autodeterminazione, rendendolo
oggetto e non soggetto della propria storia. Il diritto all’autonomo sviluppo
della persona, svincolato da condizionamenti religiosi, educato
all’acquisizione di una coscienza critica mediante il libero pensiero, è una
grande conquista dell’umanità. L’esigenza spirituale dell’uomo, implicante o no
una fede religiosa, deve riguardare la coscienza, senza occupare,
egemonizzandola, la dimensione sociale, politica, giuridica di una comunità.
Lucio Apulo Daunio
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