sabato 30 luglio 2011



IL RITUALE MAGICO DEL CRISTIANESIMO



Durante l’esistenza terrena, l’uomo confida nella possibilità di mettersi in relazione con le misteriose forze soprannaturali, mediante arti magiche volte a predisporre la divinità a suo favore. La invoca con pratiche cultuali e la placa con preghiere, offerte, sacrifici. Egli cerca di stabilire un rapporto con l’ente assoluto e ne interpreta i segni al fine di realizzare nell’aldiquà ciò che vuole la divinità (aspetto religioso). L’esercizio della ritualità è una prerogativa sacerdotale. Compito del sacerdote è onorare la divinità per ingraziarsela e volgerla a favore dell’uomo. Il ministro del culto ha la funzione di mediare il rapporto tra l’uomo e il divino: è il trionfo del “pensiero magico-religioso” sul “pensiero razionale”, della verità di fede sulla verità oggettiva.

La religione cristiana commemora con sacrifici simbolici e sacri pasti una drammatica vicenda terrena di un dio fattosi uomo, concepito in tre distinte entità aventi un'unica sostanza divina. Le sue grazie, però, le concede arbitrariamente a chi vuole, purché sia sottomesso all’autorità della sua Chiesa, dispensatrice di (pseudo) verità. La drammatizzazione cerimoniale cristiana, ricca di pathos, si focalizza nel banchetto sacrificale, durante il rito della messa officiata dal sacerdote. Questi, dopo la consacrazione del pane (l’ostia, simbolo del corpo del dio) e del vino (simbolo del sangue del dio), divora ciò che, per magia, si converte nel corpo e nel sangue del dio (nella persona del Cristo Gesù, il Figlio di Dio risorto dalla morte). Il mistero dell’eucarestia (“mysterium” per la Chiesa, in quanto accade fuori dall’esperienza sensibile), consistente nel miracolo della transustanziazione, fa rivivere perennemente nel presente un evento mitico (concezione cristiana del tempo ciclico). Il sacro rito è regolato da scrupolose e minute prescrizioni e va eseguito correttamente. In verità, non Dio ha bisogno di culti esteriori e riti spettacolari, ma una Chiesa teatrale, finalizzata alla messa in scena di faraoniche cerimonie per tenere in soggezione il suo fedele gregge, devoto e obbediente ai diktat dell’autorità ecclesiastica, sempre vigile nella difesa dei propri privilegi di casta. Profezie, vaticini, sogni, visioni, segni, ierofanie, oracoli, sortilegi sono mezzi per ascoltare la divinità. Sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento s'invocano maledizioni per chi non ottempera ai precetti divini. Gesù maledice (a torto) persino l’albero di fico per non aver fruttificato, appagando un suo desiderio (Mt 21,19). Paolo anatematizza chi non ama il Signore (1Co 16,22) ed esecra persino gli angeli, qualora questi annunciassero un vangelo diverso da quello da lui predicato nel nome di Cristo (Ga 1,8). L’inflessibile Pietro, con la magica forza delle sue impietose parole, provoca la morte improvvisa di due fedeli, che gli hanno mentito (At 5,1 s). Nemmeno alcuni santi cristiani disdegneranno le maledizioni contro i nemici della fede.

L’esercizio pubblico della religione cristiana cattolica romana si attua per mezzo della Chiesa e dei suoi ministri (sacerdoti gerarchizzati), in conformità:

-ai comandamenti divini, desunti dalle Sacre Scritture; 

-alle norme del diritto canonico;

-alle prescrizioni dottrinarie decretate dal Vaticano.

I riti cultuali della liturgia cattolica sono finalizzati a propiziarsi la benevolenza della potenza divina. La dignità sacerdotale si fonda sulla “vocatio” (chiamata di Dio) e sull’acquisizione di uno specifico sapere. Il miracolo, evento eccezionale e inspiegabile, è assunto a testimonianza della benevolenza di Dio verso la comunità dei fedeli, all’interno della quale rafforza la fede, mentre all’esterno è strumento di propaganda. Il cristianesimo condivide con il paganesimo l’usanza di credere ai prodigi, alle apparizioni, ai sogni profetici, alle visioni, alle voci misteriose (cfr. “Liber prodigiorum” di Giulio Ossequente). L’iniziazione ai misteri sacramentali rende il cristiano partecipe della natura divina, che si manifesta attraverso i carismi. L’etica cristiana è desunta dalla dottrina elaborata sul modello comportamentale del Cristo, descritto nei Vangeli. Gesù si oppose al fariseismo, contrastandone la pratica sacrificale e accentuando gli aspetti della misericordia e della carità. La morale cristiana è obbedienza alla volontà di Dio, trasfusa in un codice di comportamento, la cui trasgressione fa cadere nel peccato. Agire secondo la propria volontà, anziché fare la volontà di Dio, è peccato. La riconciliazione con Dio richiede l’ammissione di responsabilità della colpa e il proponimento a non più commetterla. A perorare il perdono presso Dio Padre provvede il figlio Gesù. Non è chiaro però se Gesù intercede presso il Padre a favore di tutti i peccatori (1 Gv 2, 1-2) o solamente per chi ha ricevuto il dono della grazia (Gv 17,9). Il perdono divino si ottiene tramite l’intermediazione del sacerdote nel sacramento della confessione (una sorta di psicoterapia).

Le virtù teologali cristiane sono regole di condotta che riguardano Dio (cfr. 1 Ts 5, 8). Esse sono: la fede incondizionata (in opposizione alla miscredenza), la speranza di assurgere alla visione beatifica (come alternativa alla disperazione) e la carità (in opposizione all’odio). Carità è amore verso Dio sopra ogni cosa e verso il prossimo per amore di Lui (in vero, una carità pelosa, finalizzata al proprio tornaconto nell’altro mondo). Le virtù cardinali, inferiori a quelle teologali, desunte dalle quattro virtù platoniche, sono regole di condotta che si confanno ai precetti della fede. Esse consistono nel rispettare i diritti di ognuno (giustizia contro stoltezza); nel resistere alle avversità della vita (fortezza contro codardia); nel perseguire il giusto e il bene (prudenza contro avidità); nel temperare gli istinti naturali (temperanza contro lussuria). Le une e le altre virtù, parola della Chiesa, sono infuse da Dio nell’animo umano. Un’etica universale, però, implica che vi sia una Verità universalmente riconosciuta, in base alla quale si possa garantire e legittimare la validità dei valori per tutti, in ogni tempo e luogo. La realtà del mondo, invece, si presenta con molteplici verità e valori etici, dipendenti dalle diverse culture e dai periodi storici. Nella pratica delle virtù cristiane non difettano forme esasperate di perfezionismo, quali l’esperienza di vita monacale, le pratiche ascetiche, la clausura. Tutte queste pratiche, però, potrebbero sfociare nella nevrastenia religiosa. Esse tendono a mortificare il corpo, ritenuto fonte di peccato (Rm 7, 13-25), e aprono l’accesso mistico al divino (2 Pt 1, 4). Le realtà mondane sono svalutate e, di contro, sono esaltate quelle ultraterrene. Obbedienza, umiltà, compostezza, mortificazione: sono atti che qualificano la vita del santo agli occhi di Dio. Non più i giudei, bensì i cristiani costituiscono il nuovo popolo eletto, preordinato alla salvezza sin dall’origine del mondo. Solo i figli adottivi di Dio (Ef 1,4-5) sono stati designati al possesso dell’agognato regno celeste (Mt 25,34 seg) e alla vita sempiterna, in virtù e della grazia e della fede. I figliastri, invece, saranno gettati tra le fiamme dell’inferno. In verità, i condannati per eresia o per stregoneria dal tribunale della Santa (!) Inquisizione, quando non furono reclusi a marcire in tetre e gelide segrete o gettati in perpetua schiavitù, dopo aver patito scomuniche, crudeli torture, confische di beni, esposizione alla gogna, furono arsi vivi nel fuoco dei roghi, complice degli esecrabili misfatti il braccio secolare.

L’ambito religioso, giacché appartenente alla sfera divina, è caratterizzato dalla sacralità ed è isolato dal profano, vale a dire dal mondo naturale e dal vivere comune, aconfessionale. Siccome il sacro è associato all’idea di Dio, bene supremo, implica superiorità rispetto al profano. Sul luogo deputato al sacro (fanum), si edifica il tempio, dimora del dio, dove i sacerdoti, rivestiti con paramenti “old-faschioned” (del tutto “démodé”), circonfusi di carisma e d’arcani poteri, che fanno derivare dall’onnipotenza divina, celebrano culti rituali, propiziatori, finalizzati a mettere in contatto i fedeli con la divinità. La cura del sacro consiste nel compiere sacrifici, libazioni, lustrazioni, oblazioni, nell’officiare liturgie, nel predicare gli insondabili misteri divini, nel somministrare sacramenti, nell’impartire benedizioni, nell’intercedere la divina benevolenza mediante preghiere. Il tempio cristiano è anche un santuario (luogo santo), in cui si custodiscono (nel “tabernaculum”) suppellettili e immagini sacre, ostie consacrate, reliquie dei santi e dei martiri (cristiani perseguiti a causa della loro empietà verso le divinità pagane). Il tempio è considerato luogo di rifugio e d'asilo. Tutto ciò che si trova fuori dallo spazio sacro, è considerato profano. Il passaggio dal luogo circostante profano a quello sacro richiede l’espletamento di un rito purificatorio: l’abluzione con acqua benedetta, il segno della croce. Icone, statue e famedi in onore di santi, madonne e cristi adornano l’interno delle chiese cattoliche, istoriate con simboli, per essere comprensibili alle masse incolte dei fedeli. Icone di Madonne con il bambinello, avente sul capo la corona solare, ricalcano le antiche raffigurazioni egizie del dio Horus in braccio alla dea Iside e quelle babilonesi del dio aureolato Tammuz (che muore e risorge dopo tre giorni) in braccio alla dea Ishtar. Nel Medioevo, la maggior parte degli edifici religiosi possedeva pozzi sacri contenenti acque miracolose (mitiche fontane di vita e di giovinezza). Nel Tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone, figlio di Davide, il sacerdote levita sacrificava un animale per la remissione temporanea delle colpe del popolo. L’ebreo Gesù, tempio vivente, agnello di Dio, sacrificò se stesso per redimere la colpa originaria del genere umano. Il suo sacrificio si perpetua quotidianamente nei templi cristiani durante la celebrazione della messa. Il ritualismo cultuale, messo in opera dal cattolicesimo durante un lungo processo d’inventiva elaborazione di simboli, riti e miti, è una forma di magia bianca, sacralizzata, ritenuta non malefica (come invece si qualifica quella nera, illegale) in base ad una gerarchia di valori convenzionali, legittimati. In verità, il culto feticistico delle reliquie e delle salme dei santi, eccelsi paladini della fede, innalzati e venerati sugli altari delle chiese cattoliche, destinatari delle intercessioni di fedeli imploranti grazie, è vera e propria superstizione. Una “superstitio nova” fu invece il giudizio della cultura pagana del tempo nei confronti del cristianesimo, perché non confacente (immodicus) con l’antica tradizione romana del “mos maiorum” (l’uso e il costume dei padri). 

Gli antichi Romani suddividevano i giorni in fasti (“dies profani” o “negotiosi”, per i quali non sussisteva alcun impedimento religioso alla trattazione degli affari) e nefasti (“dies sacri”, che cadevano sotto la proibizione divina). “Fas” era il diritto divino, distinto dallo “ius”, il diritto umano. L’esercizio delle attività era consentito solo durante i giorni fasti (leciti), non invece nei giorni nefasti, nei quali era considerato sacrilego. “Feriae” erano i giorni sacri agli dei, quindi nefasti. La norma regolatrice dei rapporti con la divinità era immutabile, inviolabile, superiore a quella regolatrice dei rapporti interpersonali, che doveva conformarsi all’altra. I “dies religiosi” erano giorni pieni di divieti, durante i quali bisognava sospendere ogni azione, privata e pubblica, laica e religiosa. Questi giorni, reputati di malaugurio, predisponevano l’uomo pio a prestare attenzione solo a ciò che era divino. Il riposo nel giorno di sabato, dopo una settimana lavorativa, è una tipica istituzione israelitica. Qualsiasi attività lavorativa è interdetta durante il sabato, giorno sacro a Dio. L’osservanza è praticata con rigore dalle sette ebraiche. I cristiani sostituiranno il sabato con la domenica (giorno della risurrezione del “Christus Dominus”). La ricorrenza festiva del “dies dominica” fu introdotta nell’anno 383 da Costantino in sostituzione del “dies solis” (giorno del “Deus Sol Invictus”, appellativo del dio Mitra). I musulmani hanno il loro “venerdì” santo per la preghiera collettiva e rituale ad Allah.

Il giorno festivo è contrassegnato da un’esperienza spirituale: i vari riti, che celebrano il culto alla divinità, commemorano, mediante forme simboliche, sacri episodi mitizzati. La religione cristiana (cattolicesimo) ha carattere formale e collettivo come l’antica religione romana, correlata alla meticolosità rituale del diritto. La generale accettazione dell’atmosfera festiva, drammatizzata dalla tradizione cristiana, induce al conformismo del “gioco” religioso. Durante le festività cristiane comandate dalla Chiesa, debitamente caricate di significato con sacre rappresentazioni, l’agire umano si svolge in modo diverso da quello quotidiano, non solo per quanto concerne la cura del sacro, ma anche per quanto concerne il profano. L’ambito profano della festività religiosa tende a prevalere parallelamente alla dissacrazione della festività e alla scristianizzazione della gente.

Non attraverso le illusioni della religione e della magia l’umanità potrà prosperare, bensì mediante la faticosa ricerca della verità oggettiva, conseguibile con metodiche scientifiche.



Lucio Apulo Daunio

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