IL RITUALE MAGICO DEL CRISTIANESIMO
Durante
l’esistenza terrena, l’uomo confida nella possibilità di mettersi in relazione
con le misteriose forze soprannaturali, mediante arti magiche volte a
predisporre la divinità a suo favore. La invoca con pratiche cultuali e la
placa con preghiere, offerte, sacrifici. Egli cerca di stabilire un rapporto
con l’ente assoluto e ne interpreta i segni al fine di realizzare nell’aldiquà
ciò che vuole la divinità (aspetto religioso). L’esercizio della ritualità è una
prerogativa sacerdotale. Compito del sacerdote è onorare la divinità per
ingraziarsela e volgerla a favore dell’uomo. Il ministro del culto ha la
funzione di mediare il rapporto tra l’uomo e il divino: è il trionfo del
“pensiero magico-religioso” sul “pensiero razionale”, della verità di fede
sulla verità oggettiva.
La religione
cristiana commemora con sacrifici simbolici e sacri pasti una drammatica
vicenda terrena di un dio fattosi uomo, concepito in tre distinte entità aventi
un'unica sostanza divina. Le sue grazie, però, le concede arbitrariamente a chi
vuole, purché sia sottomesso all’autorità della sua Chiesa, dispensatrice di
(pseudo) verità. La drammatizzazione cerimoniale cristiana, ricca di pathos, si
focalizza nel banchetto sacrificale, durante il rito della messa officiata dal
sacerdote. Questi, dopo la consacrazione del pane (l’ostia, simbolo del corpo
del dio) e del vino (simbolo del sangue del dio), divora ciò che, per magia, si
converte nel corpo e nel sangue del dio (nella persona del Cristo Gesù, il
Figlio di Dio risorto dalla morte). Il mistero dell’eucarestia (“mysterium”
per la Chiesa, in quanto accade fuori dall’esperienza sensibile), consistente
nel miracolo della transustanziazione, fa rivivere perennemente nel presente un
evento mitico (concezione cristiana del tempo ciclico). Il sacro rito è
regolato da scrupolose e minute prescrizioni e va eseguito correttamente. In
verità, non Dio ha bisogno di culti esteriori e riti spettacolari, ma una
Chiesa teatrale, finalizzata alla messa in scena di faraoniche cerimonie per
tenere in soggezione il suo fedele gregge, devoto e obbediente ai diktat
dell’autorità ecclesiastica, sempre vigile nella difesa dei propri privilegi di
casta. Profezie, vaticini, sogni, visioni, segni, ierofanie, oracoli, sortilegi
sono mezzi per ascoltare la divinità. Sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento
s'invocano maledizioni per chi non ottempera ai precetti divini. Gesù maledice
(a torto) persino l’albero di fico per non aver fruttificato, appagando un suo
desiderio (Mt 21,19). Paolo anatematizza chi non ama il Signore (1Co 16,22) ed
esecra persino gli angeli, qualora questi annunciassero un vangelo diverso da
quello da lui predicato nel nome di Cristo (Ga 1,8). L’inflessibile Pietro, con
la magica forza delle sue impietose parole, provoca la morte improvvisa di due
fedeli, che gli hanno mentito (At 5,1 s). Nemmeno alcuni santi cristiani
disdegneranno le maledizioni contro i nemici della fede.
L’esercizio
pubblico della religione cristiana cattolica romana si attua per mezzo della
Chiesa e dei suoi ministri (sacerdoti gerarchizzati), in conformità:
-ai
comandamenti divini, desunti dalle Sacre Scritture;
-alle norme
del diritto canonico;
-alle
prescrizioni dottrinarie decretate dal Vaticano.
I riti
cultuali della liturgia cattolica sono finalizzati a propiziarsi la benevolenza
della potenza divina. La dignità sacerdotale si fonda sulla “vocatio”
(chiamata di Dio) e sull’acquisizione di uno specifico sapere. Il miracolo,
evento eccezionale e inspiegabile, è assunto a testimonianza della benevolenza
di Dio verso la comunità dei fedeli, all’interno della quale rafforza la fede,
mentre all’esterno è strumento di propaganda. Il cristianesimo condivide con il
paganesimo l’usanza di credere ai prodigi, alle apparizioni, ai sogni
profetici, alle visioni, alle voci misteriose (cfr. “Liber prodigiorum”
di Giulio Ossequente). L’iniziazione ai misteri sacramentali rende il cristiano
partecipe della natura divina, che si manifesta attraverso i carismi. L’etica
cristiana è desunta dalla dottrina elaborata sul modello comportamentale del
Cristo, descritto nei Vangeli. Gesù si oppose al fariseismo, contrastandone la
pratica sacrificale e accentuando gli aspetti della misericordia e della
carità. La morale cristiana è obbedienza alla volontà di Dio, trasfusa in un
codice di comportamento, la cui trasgressione fa cadere nel peccato. Agire
secondo la propria volontà, anziché fare la volontà di Dio, è peccato. La
riconciliazione con Dio richiede l’ammissione di responsabilità della colpa e
il proponimento a non più commetterla. A perorare il perdono presso Dio Padre
provvede il figlio Gesù. Non è chiaro però se Gesù intercede presso il Padre a
favore di tutti i peccatori (1 Gv 2, 1-2) o solamente per chi ha ricevuto il
dono della grazia (Gv 17,9). Il perdono divino si ottiene tramite
l’intermediazione del sacerdote nel sacramento della confessione (una sorta di
psicoterapia).
Le virtù
teologali cristiane sono regole di condotta che riguardano Dio (cfr. 1 Ts 5,
8). Esse sono: la fede incondizionata (in opposizione alla miscredenza), la
speranza di assurgere alla visione beatifica (come alternativa alla
disperazione) e la carità (in opposizione all’odio). Carità è amore verso Dio
sopra ogni cosa e verso il prossimo per amore di Lui (in vero, una carità
pelosa, finalizzata al proprio tornaconto nell’altro mondo). Le virtù
cardinali, inferiori a quelle teologali, desunte dalle quattro virtù
platoniche, sono regole di condotta che si confanno ai precetti della fede.
Esse consistono nel rispettare i diritti di ognuno (giustizia contro
stoltezza); nel resistere alle avversità della vita (fortezza contro codardia);
nel perseguire il giusto e il bene (prudenza contro avidità); nel temperare gli
istinti naturali (temperanza contro lussuria). Le une e le altre virtù, parola
della Chiesa, sono infuse da Dio nell’animo umano. Un’etica universale, però,
implica che vi sia una Verità universalmente riconosciuta, in base alla quale
si possa garantire e legittimare la validità dei valori per tutti, in ogni
tempo e luogo. La realtà del mondo, invece, si presenta con molteplici verità e
valori etici, dipendenti dalle diverse culture e dai periodi storici. Nella
pratica delle virtù cristiane non difettano forme esasperate di perfezionismo,
quali l’esperienza di vita monacale, le pratiche ascetiche, la clausura. Tutte
queste pratiche, però, potrebbero sfociare nella nevrastenia religiosa. Esse
tendono a mortificare il corpo, ritenuto fonte di peccato (Rm 7, 13-25), e
aprono l’accesso mistico al divino (2 Pt 1, 4). Le realtà mondane sono
svalutate e, di contro, sono esaltate quelle ultraterrene. Obbedienza, umiltà,
compostezza, mortificazione: sono atti che qualificano la vita del santo agli
occhi di Dio. Non più i giudei, bensì i cristiani costituiscono il nuovo popolo
eletto, preordinato alla salvezza sin dall’origine del mondo. Solo i figli
adottivi di Dio (Ef 1,4-5) sono stati designati al possesso dell’agognato regno
celeste (Mt 25,34 seg) e alla vita sempiterna, in virtù e della grazia e della
fede. I figliastri, invece, saranno gettati tra le fiamme dell’inferno. In
verità, i condannati per eresia o per stregoneria dal tribunale della Santa (!)
Inquisizione, quando non furono reclusi a marcire in tetre e gelide segrete o
gettati in perpetua schiavitù, dopo aver patito scomuniche, crudeli torture,
confische di beni, esposizione alla gogna, furono arsi vivi nel fuoco dei
roghi, complice degli esecrabili misfatti il braccio secolare.
L’ambito
religioso, giacché appartenente alla sfera divina, è caratterizzato dalla
sacralità ed è isolato dal profano, vale a dire dal mondo naturale e dal vivere
comune, aconfessionale. Siccome il sacro è associato all’idea di Dio, bene
supremo, implica superiorità rispetto al profano. Sul luogo deputato al sacro (fanum), si edifica il tempio, dimora del
dio, dove i sacerdoti, rivestiti con paramenti “old-faschioned” (del
tutto “démodé”), circonfusi di carisma e d’arcani poteri, che fanno derivare
dall’onnipotenza divina, celebrano culti rituali, propiziatori, finalizzati a
mettere in contatto i fedeli con la divinità. La cura del sacro consiste nel
compiere sacrifici, libazioni, lustrazioni, oblazioni, nell’officiare liturgie,
nel predicare gli insondabili misteri divini, nel somministrare sacramenti,
nell’impartire benedizioni, nell’intercedere la divina benevolenza mediante
preghiere. Il tempio cristiano è anche un santuario (luogo santo), in cui si
custodiscono (nel “tabernaculum”)
suppellettili e immagini sacre, ostie consacrate, reliquie dei santi e dei
martiri (cristiani perseguiti a causa della loro empietà verso le divinità
pagane). Il tempio è considerato luogo di rifugio e d'asilo. Tutto ciò che si
trova fuori dallo spazio sacro, è considerato profano. Il passaggio dal luogo
circostante profano a quello sacro richiede l’espletamento di un rito
purificatorio: l’abluzione con acqua benedetta, il segno della croce. Icone,
statue e famedi in onore di santi, madonne e cristi adornano l’interno delle
chiese cattoliche, istoriate con simboli, per essere comprensibili alle masse incolte
dei fedeli. Icone di Madonne con il bambinello, avente sul capo la corona
solare, ricalcano le antiche raffigurazioni egizie del dio Horus in braccio
alla dea Iside e quelle babilonesi del dio aureolato Tammuz (che muore e
risorge dopo tre giorni) in braccio alla dea Ishtar. Nel Medioevo, la maggior
parte degli edifici religiosi possedeva pozzi sacri contenenti acque miracolose
(mitiche fontane di vita e di giovinezza). Nel Tempio di Gerusalemme, costruito
da Salomone, figlio di Davide, il sacerdote levita sacrificava un animale per
la remissione temporanea delle colpe del popolo. L’ebreo Gesù, tempio vivente,
agnello di Dio, sacrificò se stesso per redimere la colpa originaria del genere
umano. Il suo sacrificio si perpetua quotidianamente nei templi cristiani
durante la celebrazione della messa. Il ritualismo cultuale, messo in opera dal
cattolicesimo durante un lungo processo d’inventiva elaborazione di simboli,
riti e miti, è una forma di magia bianca, sacralizzata, ritenuta non malefica
(come invece si qualifica quella nera, illegale) in base ad una gerarchia di
valori convenzionali, legittimati. In verità, il culto feticistico delle
reliquie e delle salme dei santi, eccelsi paladini della fede, innalzati e
venerati sugli altari delle chiese cattoliche, destinatari delle intercessioni
di fedeli imploranti grazie, è vera e propria superstizione. Una “superstitio
nova” fu invece il giudizio della cultura pagana del tempo nei confronti
del cristianesimo, perché non confacente (immodicus) con l’antica tradizione
romana del “mos maiorum” (l’uso e il costume dei padri).
Gli antichi
Romani suddividevano i giorni in fasti (“dies profani” o “negotiosi”,
per i quali non sussisteva alcun impedimento religioso alla trattazione degli
affari) e nefasti (“dies sacri”, che cadevano sotto la proibizione
divina). “Fas” era il diritto divino, distinto dallo “ius”, il
diritto umano. L’esercizio delle attività era consentito solo durante i giorni
fasti (leciti), non invece nei giorni nefasti, nei quali era considerato
sacrilego. “Feriae” erano i giorni sacri agli dei, quindi nefasti. La
norma regolatrice dei rapporti con la divinità era immutabile, inviolabile,
superiore a quella regolatrice dei rapporti interpersonali, che doveva
conformarsi all’altra. I “dies religiosi” erano giorni pieni di divieti,
durante i quali bisognava sospendere ogni azione, privata e pubblica, laica e
religiosa. Questi giorni, reputati di malaugurio, predisponevano l’uomo pio a
prestare attenzione solo a ciò che era divino. Il riposo nel giorno di sabato,
dopo una settimana lavorativa, è una tipica istituzione israelitica. Qualsiasi
attività lavorativa è interdetta durante il sabato, giorno sacro a Dio.
L’osservanza è praticata con rigore dalle sette ebraiche. I cristiani
sostituiranno il sabato con la domenica (giorno della risurrezione del “Christus
Dominus”). La ricorrenza festiva del “dies dominica” fu introdotta
nell’anno 383 da Costantino in sostituzione del “dies solis” (giorno del
“Deus Sol Invictus”, appellativo del dio Mitra). I musulmani hanno il
loro “venerdì” santo per la preghiera collettiva e rituale ad Allah.
Il giorno
festivo è contrassegnato da un’esperienza spirituale: i vari riti, che
celebrano il culto alla divinità, commemorano, mediante forme simboliche, sacri
episodi mitizzati. La religione cristiana (cattolicesimo) ha carattere formale
e collettivo come l’antica religione romana, correlata alla meticolosità
rituale del diritto. La generale accettazione dell’atmosfera festiva,
drammatizzata dalla tradizione cristiana, induce al conformismo del “gioco”
religioso. Durante le festività cristiane comandate dalla Chiesa, debitamente
caricate di significato con sacre rappresentazioni, l’agire umano si svolge in
modo diverso da quello quotidiano, non solo per quanto concerne la cura del
sacro, ma anche per quanto concerne il profano. L’ambito profano della
festività religiosa tende a prevalere parallelamente alla dissacrazione della
festività e alla scristianizzazione della gente.
Non
attraverso le illusioni della religione e della magia l’umanità potrà
prosperare, bensì mediante la faticosa ricerca della verità oggettiva,
conseguibile con metodiche scientifiche.
Lucio Apulo Daunio
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