LA TEOFANIA
DELLO SPIRITO SANTO
PARTE PRIMA
L’evangelista
Giovanni inizia il racconto del suo Vangelo con un inno al Verbo, al Logos:
l’onnipotente parola di Dio, unione di pensiero e parola, che genera energia e
materia, ossia l’universo e la vita (mito cosmogonico della creazione in salsa
cristiana), adoperando gli strumenti concettuali delle scuole filosofiche
greche. Il Verbo (Logos) è nientemeno che un uomo, individuato nell’ebreo Gesù,
glorificato come il Messia atteso da Israele, l’Unto, il Cristo, il Figlio di
Dio, luce per il mondo avvolto nelle tenebre. Dio si palesa all’uomo (immanenza
del Logos) mediante l’incarnazione nell’uomo Gesù, il Salvatore (simile al
divino avatar della religione induista, a “colui che discende per redimere il mondo
dal male”). L’Essere trascendente appare nella scena del mondo simile a un
figlio dell’uomo. Egli è, contemporaneamente, uomo e Dio (enunciato
contraddittorio, dunque illogico). L’innodia giovannea esalta un’ipotetica
divinità, increata, che ha creato dal nulla il caos (creatio ex nihilo,
dogma teologico cristiano), riordinandolo a un esclusivo fine: l’esistenza
dell’uomo sulla terra, supposto centro dell’universo, in vista della sua
salvezza eterna. La parola di Dio è comandamento categorico, assoluto, necessario.
Esso esclude ogni possibilità di scelta, dunque, anche la casualità nella
formazione dell’universo, la cui configurazione, invece, secondo la scienza,
deriverebbe da casualità combinatorie di materia ed energia (Einstein) e da
adattamenti di elementi alle condizioni ambientali (selezione naturale),
variabili nel tempo e nello spazio, che hanno portato alla formazione della
vita su un pianeta sperduto nell’immensità del cosmo (creatio ex materia).
L’apparente irrazionalità del caos primordiale non implica necessariamente
l’opera di un artefice (teoria del progetto intelligente) per evolvere verso la
razionalità (qualità che si addice all’uomo, non alla natura). Né si confà il
modello della “creatio ex Deo”, cioè dell’origine “ab aeterno”
delle cose in Dio, da cui esse fuoriescono per divenire entità nel mondo.
Quanto alla dottrina del creazionismo fissista, essa è smentita dalla moderna
teoria dell’evoluzione delle specie viventi (Darwin), che trova numerosi
riscontri.
L’inno
giovanneo consiste in una serie di enunciati dogmatici, non dimostrabili.
L’evangelista identifica il Verbo con Gesù (Gv 1, 1-18), un ispirato profeta
ebreo, predicatore itinerante, che proclama l'ìnclita parola normativa di Dio,
supposto essere soprannaturale, incommensurabile, che trascende il conoscibile.
Gesù stesso è, parola di Giovanni, un Dio presso Dio (cioè una cosa sola con il
Padre), sempiterno (egli era prima che Abramo fosse), principio razionale
ordinatore del caos primigenio (ancorché nato umilmente in un caravanserraglio).
L’universo e la vita sono opera sua. Il suo pensiero si manifesta attraverso la
potente parola creatrice. Gesù, Verbo del Padre, principio di vita transeunte
ed eterna, è ipostasi distinta da quella del Padre, pur avendo con lui una
comune essenza divina. L’affabulazione cristiana aggiungerà in seguito anche
una terza ipostasi divina: lo Spirito Santo, che procede e dal Padre e dal
Figlio (filioque). Diverso dal guazzabuglio speculativo giovanneo è la
concezione del demiurgo descritta nel libro sacro “Genesi”, attribuito
(falsamente) a Mosè, in cui si afferma che artefice dell’universo è Elohim, una
divinità (El) espressa nella forma plurale (che potrebbe essere intesa come un
insieme unitario di potenze divine o come una divinità di multiformi epifanie,
che si esprime tramite il “pluralis maiestatis”). La potenza creativa
della sua parola, secondo la Bibbia (Gn 1, 1 seg.), si manifesta tramite la
pronuncia del nome dell’elemento che viene a esistenza. L’Onnipotente si rivela
a Mosè con il nome di Jahvè, dio dei patriarchi. Il profeta Isaia, presunto
autore dell’omonimo libro biblico, afferma che Jahvè è l’unico Dio, creatore
dei cieli e della terra. Israele, che Lui ha eletto come suo popolo, lo serve
testimoniando la sua presenza e la sua potenza sulla terra (Is 37, 14-16; 43,
10; 44, 6.21). Anche il profeta Osea, nell’omonimo libro biblico, afferma il
monoteismo, proclamando che fuori di Jahvè non c’è altra divinità, non c’è
salvatore (Os 13, 4). Il libro biblico “Deuteronomio” riporta altre vigorose
proclamazioni dell’unicità di Dio (Dt 4, 35.39 e 6, 4-5 e 32, 39). Nel Decalogo
mosaico, Jahvè s’impone come il dio di Mosè, escludendo il culto d’altre
divinità, senza però negarne l’esistenza (Es 20, 1 seg.). Egli è un dio
tremendo, collerico (Dt 9, 7), geloso, perciò non tollera il culto verso altre
concorrenti divinità. Non sopporta che il suo eletto popolo dimentichi di
onorarlo, sancendo la morte per i trasgressori (Dt 8,11.14.18-19). Per quanto è
dato rilevare sulla questione concernente l’unicità o pluralità delle divinità
giudaico-cristiane, neanche lo Spirito Santo, ispiratore di sacri testi,
antichi e nuovi, e di sedicenti vicari terrestri, sembra che abbia le idee
chiare.
L’inno
giovanneo si dilunga nell’elogio del Verbo: il Cristo Gesù, datore di vita
eterna, raggiante di luce salvifica per gli uomini oppressi dalle tenebre (il
male) del mondo (dualismo cristiano). Giovanni lamenta che il mondo non
comprese né riconobbe né accolse la divina parola fattasi uomo. Egli, invece,
testimonia che Gesù ha rivelato all’uomo la Verità (una verità di fede),
illuminando la Via da seguire per conseguire la vita eterna. L’uomo, secondo
l’eloquio teologico giovanneo, non ha compreso il principio di salvazione, la
parola di Dio che mostrava la via per tornare alla condizione originaria di
purezza. Dio, per rendere testimonianza a Gesù, ha inviato il profeta Giovanni,
il Battezzatore, affinché per mezzo di lui ognuno credesse, sia ebrei sia
“gentili”. Dopo Giovanni Battista è venuto Gesù, luce vera, lume delle genti,
parola creatrice, ma non è stato riconosciuto (nonostante i suoi poteri di
operare miracoli e di perdonare i peccati), perciò non ha trovato accoglienza
tra gli uomini. Coloro che invece hanno accolto il suo messaggio, sono stati
rigenerati nello spirito. Questi, riverberando di luce, sono i figli adottivi
di Dio. Gesù, Verbo dell’Onnipotente, è disceso dai cieli per dimorare tra gli
uomini, assumendone forma e condizione, senza per questo rinunciare alla natura
divina (i suoi discepoli, infatti, si prostravano ai suoi piedi).
L’incarnazione del Verbo nell’ebreo Gesù è un dogma fondamentale della fede
cristiana. La madre Maria, vergine e immacolata, lo ha concepito nel suo seno
in forza della potenza dello Spirito Santo (la Parola si fa Mito!). Chi non
crede “sic et simpliciter” a questa (indimostrabile) verità di fede, non
può essere annoverato nella comunità dei cristiani. Da notare, peraltro, che le
profezie veterotestamentarie, alle quali fanno costante riferimento gli
evangelisti per evidenziare la continuità tra la fede cristiana e l’Antico
Testamento, tacciono riguardo all’incarnazione del Verbo e, tantomeno, a un
figlio di Dio che si è fatto uomo in Gesù per redimere l’umanità intera.
L’evangelista
Giovanni sostiene che i testimoni (non identificati, perciò inattendibili)
hanno potuto vedere la sua gloria, quella del Figlio Unigenito di Dio Padre,
generato a-sessualmente da una donna sempre-vergine (insondabile mistero
cristiano). Certo è che, con gli occhi ottenebrati dalla fede e con la mente
che sproloquia argomentazioni teologiche assertive e indimostrabili, anche ciò
che è assurdo appare credibile. In forza della fede, le speculazioni sulle
divine entità extragalattiche diventano fatti venerabili. Persino il fitto velo
che attornia il mistero della Trinità, la divina entità che si manifesta in tre
distinte e separate persone, diviene trasparente agli occhi della fede. L’acume
della speculazione metafisico-teologica si avventura laddove la scienza non
osa.
L’evangelista
prosegue affermando che, sia la Grazia (dono di salvezza e di vita eterna per i
credenti) sia la Verità (rivelata con il Vangelo del divo Gesù, cui aveva reso
testimonianza il Battista), divennero entrambe realtà (della cui evidenza si
dubita). A Mosè, invece, Jahvè non concesse le suddette gratificazioni, ma solo
la dura Legge. Paolo, vaso d’elezione (anima eletta per grazia ricevuta senza
meriti), inventore del cristianesimo, è più esplicito. Egli sostiene che, dopo
la venuta di Cristo, il cristiano non è più sotto l’influsso della Legge, ma
della Grazia. Vivendo e agendo in conformità alla nuova legge di Cristo, l’uomo
è liberato, in virtù della Grazia, dal peccato e dall’obbligo dell’osservanza
della Legge mosaica (Rm 6, 14-15 e 7, 4-6). Vero, secondo Paolo, è che la Legge,
per quanto santa, giusta e buona, tuttavia non giova ai fini della
giustificazione, perché la salvezza può attuarsi solo mediante la fede in
Cristo (Rm 7, 12, 1, 16-17, Ga 3, 11). Solo in forza del nuovo patto con Gesù,
ottemperando alle norme del codice morale, immutabile e perfetto, da lui
sancito, l’uomo può sperare di liberarsi dall’incubo dell’eterna condanna. Solo
ricevendo il dono della Grazia, indipendentemente dai meriti personali, si
avvera la salvezza. L’uomo può essere giustificato (Rm 10, 4) solo se crede
incondizionatamente in Gesù, il Cristo, adeguandosi (ubbidendo) alle sue
prescrizioni (ossia al diritto sacramentale ed ecclesiale, elaborato dal clero
secondo i dettami del vicario di Cristo). La nuova legge morale sancita da Gesù
ha abrogato quella precedente, che Jahvè aveva scritto con il suo dito (Es 31,
18). In verità, il dio di pietà e misericordia degli ebrei, lento all’ira e
ricco di grazia e verità (Es 34, 6), che dispose prescrizioni legali perenni
(Es 12, 14) e minacciò maledizioni per i trasgressori (Dt 27, 26), aveva
ordinato al suo diletto popolo (Dt 4, 2) di osservare scrupolosamente i
precetti, senza nulla aggiungere o togliere. Dobbiamo ritenere che, nel periodo
tra Mosè e Gesù, il dio cristianizzato da Paolo abbia cambiato idea? Forse che
il dio dei cristiani, affratellati dall’amore in Cristo, prediletto Figlio del
Padre divino, entrambi illuminati di Spirito Santo, dio pure lui, sia diverso
da quello giudaico? Sia diverso dal dio d’Israele (1 Sm 17, 46)? Sia diverso da
Elohim, da Jahvè, da Sabaoth (dio degli eserciti israeliti), da Adonay (Signore
e Padrone), da El Shaddai (dio dei patriarchi)? Sia diverso dal tribale dio di
Abramo (Gn 24) e da quello territoriale delle tribù nomadi ebraiche stanziate
in Palestina, terra dei Filistei (2 Re 17, 24 seg.)? Jahvè, che ama la
giustizia e odia la rapina e il crimine (Is 61, 8), per preservare il suo amato
popolo, era disposto a pagare qualunque prezzo (Is 43, 3-4). Tutte le nazioni
ostili a Jahvè erano condannate al massacro (Is 34, 2-3) e tutti i nemici
d’Israele erano da annientare (Is 63, 3-6). Egli garantiva al suo popolo pace e
nutrimento dalle spoglie dei vinti (Is 60, 16 e 61, 6). Proibiva i matrimoni
misti per salvaguardare la loro purezza (Es 34, 13.16, Dt 7, 3). Israele, unico
popolo santo sulla faccia della terra (Dt 7, 6), aveva l’obbligo di rimanere
separato dalle genti, ad esclusione del matrimonio con le donne prigioniere,
rese schiave (Dt 21, 10-14). Il dio ebraico non ebbe scrupoli nel comandare
all’angelo sterminatore la strage dei primogeniti d’Egitto (Es 12, 13.23), la
decimazione dell’armata assira (2 Re 19, 35 Is 37, 36) e persino l’uccisione di
settantamila persone del suo eletto popolo per riscattare il peccato di Davide
(2 Sm 24). Quante sono le maschere di questo dio proteiforme e quelle dei suoi
mistificanti seguaci? A ragione l’eretico Marcione qualificherà Jahvè come un
malvagio demiurgo, principio del Male, opponendolo al Cristo, principio del
Bene (pia illusione!). La tradizione cristiana, del resto, ha tramandato di
Paolo solo alcune epistole (non tutte autentiche), in cui è palese la sua
ignoranza riguardo alle testimonianze (quantunque discordanti) riportate nei
vangeli canonici. Le origini del credo cristiano sono avvolte da un fitto
mistero!
L’evangelista
Giovanni prosegue il suo inno al Verbo, asserendo che Dio non è stato mai visto
da un mortale (verità sacrosanta!). Egli conferma questo suo assunto anche
nell’epistola che gli è stata attribuita (1 Gv 4, 12.20). Sostiene, inoltre,
che Dio si è rivelato per il tramite del suo Unigenito Figlio, l’ebreo Gesù,
che non ha cessato, divenendo uomo, d’essere in intima unione con il Padre.
Tramite la testimonianza del Figlio, unico essere in grado di vedere Dio (cioè
se stesso), gli uomini possono conoscere l’Altissimo (Gv 6, 46). L’evangelista
asserisce altresì che il profeta Isaia vide la gloria di Gesù e parlò di lui
(Gv 12, 41). In verità, il testo d’Isaia (Is 6, 1.5), citato da Giovanni, si
riferisce al dio d’Israele, il re degli eserciti assiso sul trono celeste, di
cui il profeta (in fede sua) vide la gloria. Egli, quindi, intravide con i suoi
occhi la gloria del dio del suo popolo, non quella del messia Gesù, l’ebreo
deificato dai cristiani. Non Isaia ma Stefano avrebbe visto, prima di essere
lapidato, la gloria di Gesù risorto, che stava in piedi alla destra del Padre
(At 7, 55-57). La visione di Stefano, da un punto di vista razionale, può
essere stata un’allucinazione indotta dall’esaltazione fideistica. In ogni
modo, secondo le Sacre Scritture, sembra che Dio sia stato presumibilmente
visto da qualche visionario santone, oltre che dai nostri primi avi. Giacobbe,
ad esempio, vide Elohim a faccia a faccia, al punto di morire di paura (Gn 32,
31). Lo vide apparire anche durante il suo viaggio di ritorno dalla Mesopotamia
e fu da lui benedetto e chiamato Israele (Gn 35, 9-15). Questo nome (Is-Ra-El)
incorporerebbe in sé tre divinità: la dea egizia Iside, il dio solare Ra e il
dio babilonese El. Mosè pure conversava con Jahvè a faccia a faccia, anche se
non poteva vedere il suo volto (Es 33, 11.20). Zoroastro (Zarathustra), poeta
sacro iraniano, ebbe la visione di un angelo, che lo trasportò al cospetto del
trono divino, dove gli fu rivelata l’esistenza di un unico Dio, onnipotente ed
eterno, coadiuvato da spiriti celesti, ma anche l’esistenza del suo
antagonista, Satana, responsabile del male nel mondo (dualismo manicheo).
Zoroastro per primo annunciò al mondo la lotta cosmica tra queste due forze
primordiali, esortando a scegliere quella del Bene, nella speranza di ottenere
la grazia divina, mediante un retto vivere secondo i principi della giustizia,
della laboriosità e dell’onestà. Per primo predicò la resurrezione dei morti
nel giorno del giudizio universale e l’esistenza del paradiso e dell’inferno.
Allah si manifestò persino al battagliero Maometto, Sigillo dei Profeti,
durante il suo mistico viaggio notturno (isra) dalla Mecca a Gerusalemme
(sura XVII), seguito dall’ascensione in cielo (miraj). Tradizioni
islamiche (Libro della Scala) narrano che il Profeta, scortato dall’angelo
Gabriele, ascese in Paradiso in groppa al “buraq” (bagliore del lampo),
visitò il giardino delle delizie (dimora di candide vergini: giovinette dai
grandi occhi neri, ambito premio post mortem per i maschi
ossequianti le norme coraniche), incontrò vari personaggi e ricevette
rivelazioni sull’aldilà. Una scala angelica, che dal santuario di Dio sulla
terra (terribilis locus) saliva alla porta (felix) del cielo,
vide anche Giacobbe durante il rito dell’incubazione sacra (Gn 28, 10-22).
PARTE SECONDA
L’evangelista
Giovanni, dopo aver inneggiato il Verbo, si sofferma a descrivere l’episodio
della teofania, la potenza di Dio che si manifesta sulla terra. Lo
Spirito di Dio, assumendo la forma di una colomba (uccello sacro alla dea
Afrodite), discende su Gesù, rivestendolo di prerogative regali, messianiche.
Testimone dell’epifania sarebbe l’ascetico Giovanni Battista, il profeta ebreo
precursore del Cristo (Gv 1, 19-34). Egli appare sulla scena evangelica in
compagnia di alcuni sacerdoti leviti, che indagano su di lui per conto dei loro
superiori. Gli chiedono se sia l’atteso messia, colui che dovrà ripristinare la
potenza d’Israele. Questa fede nella venuta di un re potente e pacifico, che
regnerà su tutta la terra, ricevendo tributi da tutti gli altri re, è un ideale
sorto in Israele da tempi immemorabili. Giovanni nega recisamente di essere il
messia. I leviti insistono, chiedendogli se sia Elia, il salvatore escatologico
profetizzato da Malachia (3, 23), o il profeta che doveva venire nel mondo,
come annunciavano le Scritture (Dt 18, 15-19). Giovanni nega con fermezza di
essere l’uno o l’altro. Gesù, invece, conversando un giorno con i suoi
discepoli (Mt 17, 10-13; Mc 9, 13), asserirà che Elia è già venuto nella
persona di Giovanni Battista (credenza nella dottrina della metempsicosi?).
Infatti, l’angelo che Dio inviò a Zaccaria per annunciargli la nascita del
figlio Giovanni dalla moglie Elisabetta (Lc uno, 17), proclamò che questi
avrebbe compiuto la sua missione con lo spirito e la forza d’Elia (credenza
nella trasmigrazione dello spirito?). Negli Atti degli Apostoli (3, 18-25; 7,
37), l’autore riporta la profezia messianica del libro biblico “Deuteronomio”
(Dt 18, 15-22), riferendola a Gesù, il messia preannunciato da Mosè. In verità,
il profeta che gli ebrei attendevano sarebbe dovuto somigliare a Mosè, cioè a
una persona umana, non a un essere divino, Figlio Unigenito dell’Onnipotente.
Il messia avrebbe dovuto essere il liberatore d’Israele, riscattando la nazione
dal giogo della potenza straniera, sottomettendo con la forza delle armi tutte
le nazioni del mondo al suo dominio nella città santa. Il messia, inoltre,
sarebbe stato l’ultimo dei profeti. In verità, dopo Gesù, arrivò il glorificato
beduino Maometto, sigillo dei profeti, strumento dell’immutabile Parola di
Allah, Verbo incartato nel Corano, che l’angelo Gabriele recitò in più tempi a
Maometto. Giovanni Battista, dunque, dopo aver respinto le insinuazioni dei
leviti, spiega loro lo scopo che si prefigge nel compimento della sua missione.
Egli, parafrasando un verso d’Isaia (40, 3), dichiara di essere la voce di uno
che grida nel deserto per preparare la via al suo Signore (cioè al portentoso
parente Gesù, l’uomo-dio padrone dell’universo). I leviti, però, gli obbiettano
che, se lui non è il messia né Elia né il profeta atteso, con quale autorità
battezza i peccatori penitenti? Soltanto il salvatore escatologico poteva
essere deputato a somministrare il rito salvifico del battesimo. Giovanni
ribatte che lui battezza con acqua, limitandosi a raffreddare i bollenti
spiriti dei peccatori penitenti, nell'attesa che giunga il messia salvatore.
Anzi, ammette, in fede sua, che il messia è già arrivato ed è presente in mezzo
a loro, anche se sconosciuto ai più (non dice però che egli è Gesù). Conclude,
con umiltà, dichiarando di non essere degno nemmeno di sciogliere al messia i
legacci dei suoi sandali (tuttavia, non diverrà discepolo di Gesù).
Nella
successiva scena, che l’evangelista Giovanni rappresenta nel suo mistico Vangelo,
si contempla il mitico incontro tra Gesù e Giovanni Battista. Gesù gli va
incontro e l’altro, appena lo vede, riconosce in lui l’atteso messia, l’agnello
di Dio che ha il potere di togliere i peccati del mondo. Questo privilegio,
però, non fu concesso a Mosè. L’immagine dell’agnello diverrà per i cristiani
il simbolo della passione di Cristo, che mediante il suo sacrificio, prende su
di sé i peccati degli uomini per liberarli dalla colpa originaria. E’ il mito
del capro espiatorio, che si fa carico delle altrui colpe. Gli uomini sono
liberati dal male mediante il sacrificio di un dio (Lv 16, 5-10). Gesù,
infatti, si lascerà immolare sulla croce per la salvezza degli uomini. Al pari
di un eroe delle antiche tragedie, il suo destino è governato dall'ineludibile
volontà del Padre. Giovanni Battista, pur riconoscendo in Gesù il messia atteso
da Israele, nega di averlo incontrato prima di allora (sembra, dunque, che non
sia suo parente). In verità, il Battista conosceva Gesù, il suo parente in
odore di santità. Già tempo prima ne ebbe sentore sua madre Elisabetta, quando
venne a farle visita la parente Maria, incinta del nascituro Gesù. Quel giorno
lo stesso Giovanni, sobbalzò nel seno della madre Elisabetta, mentre questa
ascoltava il saluto di Maria (Lc 1, 39-56). Il Battista, dunque, conosceva Gesù
e sapeva della sua missione; tuttavia, faceva lo gnorri. Nella scena improntata
dall'evangelista, egli asseriva che il suo ministero di battezzatore aveva lo
scopo di rivelare a Israele l’imminente arrivo del messia, che avrebbe
riconosciuto mediante un segno divino.
L’evangelista
Giovanni ravviva la scena con la solenne attestazione di fede professata dal
Battista. Chi lo mandò a battezzare con acqua gli assicurò che avrebbe
riconosciuto il Cristo, perché questi avrebbe battezzato con lo Spirito e con
il fuoco (acqua e fuoco erano considerati agenti purificatori, atti a recepire
la potenza dello Spirito mediante il rito della consacrazione). Il segno per
riconoscerlo? Avrebbe visto scendere dal cielo una colomba e posarsi su di lui.
L’immagine del mite volatile, simbolo della terza persona dell’Altissimo,
oracolo divino, sostituirà nella mitologia cristiana l’aquila dei miti
greco-romani, emblema della potenza di Zeus (Giove). Il dio pagano, si
racconta, discese dall’Olimpo sotto forma di una maestosa aquila per rapire il
bel Ganimede, che fece coppiere degli dei, in sostituzione della splendida
ancella Ebe. Il dio cristiano, invece, discese dal cielo per rapire l’umano
raziocinio e asservirlo al credo dei suoi epigoni. L’evangelista non chiarisce
in quale occasione accadde la teofania dello Spirito di Dio. Gli altri tre
evangelisti, invece, testimoniano che il segno divino si manifestò durante il
rito battesimale di Gesù. Fatto sta, secondo un copione fantasioso, che Gesù,
l’ebreo divinizzato dai fedeli di scuola paolina, prima di compiere la sua
missione in età matura, ricevette il dono dello Spirito Santo (terza persona
della divinità cristiana), che gli conferì il potere di battezzare con potenza
di fuoco redimente. Il suo sacrificio finale fu voluto dal Padre celeste. Dio
immolò se stesso nella persona di un altro da sé per riscattare l’umanità da un
presunta offesa, ricevuta in tempi primordiali da un certo Adamo e dalla sua
compagna Eva, mentre vivevano in Eden, sua creazione. Costoro, infatti, furono
istigati alla disobbedienza da un satanasso tentatore, che nelle sembianze di
una serpe al servizio dell'Onnipotente, convinse Eva a mangiare un frutto
proibito. Quest’atavica concezione della colpa è davvero “originale”, dato che
si trasmetterebbe di generazione in generazione per i secoli dei secoli. Quanto
al concetto cristiano della triplice divinità, esso è presente in molte antiche
religioni. Un’eresia cristiana medievale, il triteismo, sosteneva la triplicità
non soltanto delle persone ma anche delle nature divine.
Nel Vangelo
secondo Matteo (3, 13-17), si racconta che Gesù andò a trovare Giovanni per
essere battezzato. L’altro rifiutò, non ritenendosi degno di cotanto onore.
Egli dunque sapeva chi era Gesù e la missione che si accingeva a compiere.
Qualche tempo dopo, secondo gli evangelisti Matteo (11, 2 seg.) e Luca (7, 18
seg.), mentre Giovanni marciva in prigione, fu informato da alcuni suoi
discepoli sui prodigi compiuti da Gesù. Inviò alcuni suoi seguaci per indagare
sul conto di Gesù. Dovevano accertare se fosse lui l’atteso messia o, invece,
si dovesse ancora attenderlo. Presumibilmente, la durezza del carcere e
l’asprezza della vita ascetica, cui si era votato, lo aveva reso smemorato. Non
gli era bastato vedere il segno della colomba, che Dio aveva inviato su Gesù
mentre lui lo battezzava. Perché rimaneva ancora perplesso sull’identità di
Gesù? Questi, ai messi inviati da Giovanni per indagare su di lui, rispose di
andare a riferirgli ciò che avevano udito e visto, testimoniando i prodigi che
egli aveva compiuto. Beati erano coloro che non si scandalizzavano di lui! In
verità, non sapremo mai cosa abbia veramente pensato Gesù sul conto di quel suo
parente, inselvatichitosi nella solitudine dei deserti, nutrendosi di locuste e
miele, dato che mostrava ancora dubbi sulla missione del Cristo. Contrastanti
sono, al riguardo, le testimonianze degli evangelisti. Quanto a Gesù, non pare
che egli abbia serbato rancore per lo scetticismo del settario parente; anzi,
si prodigherà a elogiarlo (Mt 11, 7 seg.). Gli Ebrei, in verità, non si
convertirono all’eresia del sedicente messia cristiano. Essi stanno ancora
attendendo la venuta dell’Unto, il re discendente dalla gloriosa casa davidica,
che li riscatterà dalle ingiustizie di questo mondo, ripristinando il regno
terreno di Gerusalemme, dopo aver sottomesso tutte le altre nazioni. Anche gli
islamici sciiti attendono l’arrivo del dodicesimo imam, che si trova in stato
d’occultamento da quattordici secoli, fino a quando, per ordine divino,
riapparirà per guidare gli islamici, temibili antagonisti dei cristiani, sulla
retta via di Allah, indicata nel sacro Corano, Verbo incartato.
In
conclusione, a riguardo dei due protagonisti suddetti, l’uno precursore e
l’altro redentore, non possiamo appurare con certezza se furono o no parenti o
se almeno si fossero già conosciuti prima dell’episodio del battesimo. Incerto
è anche appurare quando avvenne il segno divino attestante il riconoscimento
del Cristo, cioè la discesa su Gesù dello Spirito con le sembianze di una
colomba. Infatti, nel Vangelo secondo Giovanni, il Battista riconosce in Gesù,
appena lo incontra, l’agnello sacrificale, la vittima (hostia) da
immolare. Sembrerebbe, dunque, che avesse già visto il segno rivelatogli da
Dio, ossia lo Spirito che discende su Cristo in forma di colomba. In tal caso,
quello non fu il loro primo incontro. Forse, come sostengono gli altri
evangelisti, la discesa dello Spirito sotto le spoglie della colomba era
avvenuta tempo prima, durante il rito del battesimo di Gesù. Questo
pasticciaccio evangelico sulla via della fede cristiana rimane inesplicato.
Forse un giorno il Padre celeste si deciderà a sbrogliare l’intricata matassa,
rinviando sulla terra lo Spirito Santo per districare con i suoi lumi l’arcano
del Figlio. Diodoro Siculo, nella sua “Storia Universale”, racconta che la
regina degli Assiri, Semiramide, famosa per la sua sfrenata lussuria, ascese
fra gli dei dopo aver affidato il regno al figlio Ninias. Tornò da lassù sotto
forma di una colomba, svolazzando intorno alla sua abitazione. Gli Assiri
deificarono Semiramide e venerarono il colombo come un dio.
La
conoscenza che si ha del dio dei cristiani è desunta da documenti che sono
traduzioni di traduzioni risalenti a presunte originarie Scritture. Le varie
versioni delle copie tramandate sono spesso tra loro discordanti. Ciò mina la
certezza che sia esistita un’unica fonte originaria, autentica parola di Dio
rivelata al genere umano. Quanto ai libri dell’Antico Testamento, essi appaiono
come un districato puzzle, ordito in tempi diversi da autori ignoti, ancorché
attribuiti a determinati personaggi, in cui abbondano fatti leggendari. I
Vangeli canonici, secondo accreditati studiosi, sono una tarda ricostruzione a
carattere teologico (una pia frode?) di precedenti mitici racconti e
tradizioni, tramandati dalle comunità giudeo-cristiane sparse per l’ecumene. Il
presunto riformatore Gesù, l’ebreo cristianizzato e divinizzato, mirabolante
taumaturgo, è del tutto sconosciuto ai coevi scrittori di storia, sia ebrei sia
pagani. La sua data di nascita al 25 dicembre, fissata da papa Liberio
nell’anno 354, ha solo valore simbolico (un espediente per sovrapporre la festa
cristiana ai culti pagani preesistenti). Altri espedienti furono aggiunti per
dar lustro a Gesù, com’era d’uso attribuire a personaggi leggendari o di
rilevanza storica e a fondatori di religioni. L’artificio più rilevante è la
leggenda della Natività, che include la nascita miracolosa in una grotta di
Betlemme, riscaldata da un bue e un asinello. Seguono poi altre leggende, come
il parto da una madre sempre vergine, fecondata dallo Spirito Santo e concepita
immacolata (dogma sancito dal papa Pio IX nel 1854); come l’apparizione di una
stella cometa, annunciatrice dell’evento e guida dei Re Magi; come l’adorazione
del Bambinello da parte di umili pastori, avvertiti da schiere di angeli
cantori. Sta di fatto che la “favola di Cristo”, parola di papa Leone X (da una
lettera al cardinal Bembo), ha dato (e continua a dare) profitto alla Chiesa,
premiata fabbrica di falsi in vendita a poveri di spirito. Il sistema
ideologico del cristianesimo aziendale, gestito da un apparato ecclesiastico
gerarchizzato, sorretto da immensi patrimoni immobiliari e mobiliari, da
esenzioni fiscali, da finanziamenti statali a vario titolo e dall’obolo
generoso dei fedeli per la cura delle loro anime e di quelle dei parenti
defunti (le anime sante del Purgatorio, altra proficua invenzione medievale
della santa Chiesa cattolica), continua a mietere abbondante messe per il regno
dei cieli e notevoli profitti a chi sulla terra s’arroga il potere di concedere
o negarne l’accesso.
In realtà,
le verità di fede propalate dal cristianesimo si supportano mediante la
supposta credenza nell’Incarnazione del Verbo, testimoniata da ispirati
profeti, legittimati da una sacra istituzione. Le religioni monoteistiche,
giacché si accreditano mediante l'esclusività di una presunta divina
Rivelazione, hanno carattere dogmatico, perciò faticano a dialogare tra loro e
con le altre religioni, stante il vincolo che ciascuna di esse pone: quello
dell’unicità della propria verità di fede. La supponenza di chi si ostina a
perseguire la difesa di verità dogmatiche, indimostrabili, riflesso di un
atavico “fatum” (immodificabile “dictat” divino), rappresenta un
serio ostacolo alla divulgazione della cultura scientifica e del libero
pensiero.
Lucio Apulo Daunio
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