martedì 26 luglio 2011

LA TEOFANIA DELLO SPIRITO SANTO



PARTE PRIMA



L’evangelista Giovanni inizia il racconto del suo Vangelo con un inno al Verbo, al Logos: l’onnipotente parola di Dio, unione di pensiero e parola, che genera energia e materia, ossia l’universo e la vita (mito cosmogonico della creazione in salsa cristiana), adoperando gli strumenti concettuali delle scuole filosofiche greche. Il Verbo (Logos) è nientemeno che un uomo, individuato nell’ebreo Gesù, glorificato come il Messia atteso da Israele, l’Unto, il Cristo, il Figlio di Dio, luce per il mondo avvolto nelle tenebre. Dio si palesa all’uomo (immanenza del Logos) mediante l’incarnazione nell’uomo Gesù, il Salvatore (simile al divino avatar della religione induista, a “colui che discende per redimere il mondo dal male”). L’Essere trascendente appare nella scena del mondo simile a un figlio dell’uomo. Egli è, contemporaneamente, uomo e Dio (enunciato contraddittorio, dunque illogico). L’innodia giovannea esalta un’ipotetica divinità, increata, che ha creato dal nulla il caos (creatio ex nihilo, dogma teologico cristiano), riordinandolo a un esclusivo fine: l’esistenza dell’uomo sulla terra, supposto centro dell’universo, in vista della sua salvezza eterna. La parola di Dio è comandamento categorico, assoluto, necessario. Esso esclude ogni possibilità di scelta, dunque, anche la casualità nella formazione dell’universo, la cui configurazione, invece, secondo la scienza, deriverebbe da casualità combinatorie di materia ed energia (Einstein) e da adattamenti di elementi alle condizioni ambientali (selezione naturale), variabili nel tempo e nello spazio, che hanno portato alla formazione della vita su un pianeta sperduto nell’immensità del cosmo (creatio ex materia). L’apparente irrazionalità del caos primordiale non implica necessariamente l’opera di un artefice (teoria del progetto intelligente) per evolvere verso la razionalità (qualità che si addice all’uomo, non alla natura). Né si confà il modello della “creatio ex Deo”, cioè dell’origine “ab aeterno” delle cose in Dio, da cui esse fuoriescono per divenire entità nel mondo. Quanto alla dottrina del creazionismo fissista, essa è smentita dalla moderna teoria dell’evoluzione delle specie viventi (Darwin), che trova numerosi riscontri.

L’inno giovanneo consiste in una serie di enunciati dogmatici, non dimostrabili. L’evangelista identifica il Verbo con Gesù (Gv 1, 1-18), un ispirato profeta ebreo, predicatore itinerante, che proclama l'ìnclita parola normativa di Dio, supposto essere soprannaturale, incommensurabile, che trascende il conoscibile. Gesù stesso è, parola di Giovanni, un Dio presso Dio (cioè una cosa sola con il Padre), sempiterno (egli era prima che Abramo fosse), principio razionale ordinatore del caos primigenio (ancorché nato umilmente in un caravanserraglio). L’universo e la vita sono opera sua. Il suo pensiero si manifesta attraverso la potente parola creatrice. Gesù, Verbo del Padre, principio di vita transeunte ed eterna, è ipostasi distinta da quella del Padre, pur avendo con lui una comune essenza divina. L’affabulazione cristiana aggiungerà in seguito anche una terza ipostasi divina: lo Spirito Santo, che procede e dal Padre e dal Figlio (filioque). Diverso dal guazzabuglio speculativo giovanneo è la concezione del demiurgo descritta nel libro sacro “Genesi”, attribuito (falsamente) a Mosè, in cui si afferma che artefice dell’universo è Elohim, una divinità (El) espressa nella forma plurale (che potrebbe essere intesa come un insieme unitario di potenze divine o come una divinità di multiformi epifanie, che si esprime tramite il “pluralis maiestatis”). La potenza creativa della sua parola, secondo la Bibbia (Gn 1, 1 seg.), si manifesta tramite la pronuncia del nome dell’elemento che viene a esistenza. L’Onnipotente si rivela a Mosè con il nome di Jahvè, dio dei patriarchi. Il profeta Isaia, presunto autore dell’omonimo libro biblico, afferma che Jahvè è l’unico Dio, creatore dei cieli e della terra. Israele, che Lui ha eletto come suo popolo, lo serve testimoniando la sua presenza e la sua potenza sulla terra (Is 37, 14-16; 43, 10; 44, 6.21). Anche il profeta Osea, nell’omonimo libro biblico, afferma il monoteismo, proclamando che fuori di Jahvè non c’è altra divinità, non c’è salvatore (Os 13, 4). Il libro biblico “Deuteronomio” riporta altre vigorose proclamazioni dell’unicità di Dio (Dt 4, 35.39 e 6, 4-5 e 32, 39). Nel Decalogo mosaico, Jahvè s’impone come il dio di Mosè, escludendo il culto d’altre divinità, senza però negarne l’esistenza (Es 20, 1 seg.). Egli è un dio tremendo, collerico (Dt 9, 7), geloso, perciò non tollera il culto verso altre concorrenti divinità. Non sopporta che il suo eletto popolo dimentichi di onorarlo, sancendo la morte per i trasgressori (Dt 8,11.14.18-19). Per quanto è dato rilevare sulla questione concernente l’unicità o pluralità delle divinità giudaico-cristiane, neanche lo Spirito Santo, ispiratore di sacri testi, antichi e nuovi, e di sedicenti vicari terrestri, sembra che abbia le idee chiare.

L’inno giovanneo si dilunga nell’elogio del Verbo: il Cristo Gesù, datore di vita eterna, raggiante di luce salvifica per gli uomini oppressi dalle tenebre (il male) del mondo (dualismo cristiano). Giovanni lamenta che il mondo non comprese né riconobbe né accolse la divina parola fattasi uomo. Egli, invece, testimonia che Gesù ha rivelato all’uomo la Verità (una verità di fede), illuminando la Via da seguire per conseguire la vita eterna. L’uomo, secondo l’eloquio teologico giovanneo, non ha compreso il principio di salvazione, la parola di Dio che mostrava la via per tornare alla condizione originaria di purezza. Dio, per rendere testimonianza a Gesù, ha inviato il profeta Giovanni, il Battezzatore, affinché per mezzo di lui ognuno credesse, sia ebrei sia “gentili”. Dopo Giovanni Battista è venuto Gesù, luce vera, lume delle genti, parola creatrice, ma non è stato riconosciuto (nonostante i suoi poteri di operare miracoli e di perdonare i peccati), perciò non ha trovato accoglienza tra gli uomini. Coloro che invece hanno accolto il suo messaggio, sono stati rigenerati nello spirito. Questi, riverberando di luce, sono i figli adottivi di Dio. Gesù, Verbo dell’Onnipotente, è disceso dai cieli per dimorare tra gli uomini, assumendone forma e condizione, senza per questo rinunciare alla natura divina (i suoi discepoli, infatti, si prostravano ai suoi piedi). L’incarnazione del Verbo nell’ebreo Gesù è un dogma fondamentale della fede cristiana. La madre Maria, vergine e immacolata, lo ha concepito nel suo seno in forza della potenza dello Spirito Santo (la Parola si fa Mito!). Chi non crede “sic et simpliciter” a questa (indimostrabile) verità di fede, non può essere annoverato nella comunità dei cristiani. Da notare, peraltro, che le profezie veterotestamentarie, alle quali fanno costante riferimento gli evangelisti per evidenziare la continuità tra la fede cristiana e l’Antico Testamento, tacciono riguardo all’incarnazione del Verbo e, tantomeno, a un figlio di Dio che si è fatto uomo in Gesù per redimere l’umanità intera.

L’evangelista Giovanni sostiene che i testimoni (non identificati, perciò inattendibili) hanno potuto vedere la sua gloria, quella del Figlio Unigenito di Dio Padre, generato a-sessualmente da una donna sempre-vergine (insondabile mistero cristiano). Certo è che, con gli occhi ottenebrati dalla fede e con la mente che sproloquia argomentazioni teologiche assertive e indimostrabili, anche ciò che è assurdo appare credibile. In forza della fede, le speculazioni sulle divine entità extragalattiche diventano fatti venerabili. Persino il fitto velo che attornia il mistero della Trinità, la divina entità che si manifesta in tre distinte e separate persone, diviene trasparente agli occhi della fede. L’acume della speculazione metafisico-teologica si avventura laddove la scienza non osa.

L’evangelista prosegue affermando che, sia la Grazia (dono di salvezza e di vita eterna per i credenti) sia la Verità (rivelata con il Vangelo del divo Gesù, cui aveva reso testimonianza il Battista), divennero entrambe realtà (della cui evidenza si dubita). A Mosè, invece, Jahvè non concesse le suddette gratificazioni, ma solo la dura Legge. Paolo, vaso d’elezione (anima eletta per grazia ricevuta senza meriti), inventore del cristianesimo, è più esplicito. Egli sostiene che, dopo la venuta di Cristo, il cristiano non è più sotto l’influsso della Legge, ma della Grazia. Vivendo e agendo in conformità alla nuova legge di Cristo, l’uomo è liberato, in virtù della Grazia, dal peccato e dall’obbligo dell’osservanza della Legge mosaica (Rm 6, 14-15 e 7, 4-6). Vero, secondo Paolo, è che la Legge, per quanto santa, giusta e buona, tuttavia non giova ai fini della giustificazione, perché la salvezza può attuarsi solo mediante la fede in Cristo (Rm 7, 12, 1, 16-17, Ga 3, 11). Solo in forza del nuovo patto con Gesù, ottemperando alle norme del codice morale, immutabile e perfetto, da lui sancito, l’uomo può sperare di liberarsi dall’incubo dell’eterna condanna. Solo ricevendo il dono della Grazia, indipendentemente dai meriti personali, si avvera la salvezza. L’uomo può essere giustificato (Rm 10, 4) solo se crede incondizionatamente in Gesù, il Cristo, adeguandosi (ubbidendo) alle sue prescrizioni (ossia al diritto sacramentale ed ecclesiale, elaborato dal clero secondo i dettami del vicario di Cristo). La nuova legge morale sancita da Gesù ha abrogato quella precedente, che Jahvè aveva scritto con il suo dito (Es 31, 18). In verità, il dio di pietà e misericordia degli ebrei, lento all’ira e ricco di grazia e verità (Es 34, 6), che dispose prescrizioni legali perenni (Es 12, 14) e minacciò maledizioni per i trasgressori (Dt 27, 26), aveva ordinato al suo diletto popolo (Dt 4, 2) di osservare scrupolosamente i precetti, senza nulla aggiungere o togliere. Dobbiamo ritenere che, nel periodo tra Mosè e Gesù, il dio cristianizzato da Paolo abbia cambiato idea? Forse che il dio dei cristiani, affratellati dall’amore in Cristo, prediletto Figlio del Padre divino, entrambi illuminati di Spirito Santo, dio pure lui, sia diverso da quello giudaico? Sia diverso dal dio d’Israele (1 Sm 17, 46)? Sia diverso da Elohim, da Jahvè, da Sabaoth (dio degli eserciti israeliti), da Adonay (Signore e Padrone), da El Shaddai (dio dei patriarchi)? Sia diverso dal tribale dio di Abramo (Gn 24) e da quello territoriale delle tribù nomadi ebraiche stanziate in Palestina, terra dei Filistei (2 Re 17, 24 seg.)? Jahvè, che ama la giustizia e odia la rapina e il crimine (Is 61, 8), per preservare il suo amato popolo, era disposto a pagare qualunque prezzo (Is 43, 3-4). Tutte le nazioni ostili a Jahvè erano condannate al massacro (Is 34, 2-3) e tutti i nemici d’Israele erano da annientare (Is 63, 3-6). Egli garantiva al suo popolo pace e nutrimento dalle spoglie dei vinti (Is 60, 16 e 61, 6). Proibiva i matrimoni misti per salvaguardare la loro purezza (Es 34, 13.16, Dt 7, 3). Israele, unico popolo santo sulla faccia della terra (Dt 7, 6), aveva l’obbligo di rimanere separato dalle genti, ad esclusione del matrimonio con le donne prigioniere, rese schiave (Dt 21, 10-14). Il dio ebraico non ebbe scrupoli nel comandare all’angelo sterminatore la strage dei primogeniti d’Egitto (Es 12, 13.23), la decimazione dell’armata assira (2 Re 19, 35 Is 37, 36) e persino l’uccisione di settantamila persone del suo eletto popolo per riscattare il peccato di Davide (2 Sm 24). Quante sono le maschere di questo dio proteiforme e quelle dei suoi mistificanti seguaci? A ragione l’eretico Marcione qualificherà Jahvè come un malvagio demiurgo, principio del Male, opponendolo al Cristo, principio del Bene (pia illusione!). La tradizione cristiana, del resto, ha tramandato di Paolo solo alcune epistole (non tutte autentiche), in cui è palese la sua ignoranza riguardo alle testimonianze (quantunque discordanti) riportate nei vangeli canonici. Le origini del credo cristiano sono avvolte da un fitto mistero!

L’evangelista Giovanni prosegue il suo inno al Verbo, asserendo che Dio non è stato mai visto da un mortale (verità sacrosanta!). Egli conferma questo suo assunto anche nell’epistola che gli è stata attribuita (1 Gv 4, 12.20). Sostiene, inoltre, che Dio si è rivelato per il tramite del suo Unigenito Figlio, l’ebreo Gesù, che non ha cessato, divenendo uomo, d’essere in intima unione con il Padre. Tramite la testimonianza del Figlio, unico essere in grado di vedere Dio (cioè se stesso), gli uomini possono conoscere l’Altissimo (Gv 6, 46). L’evangelista asserisce altresì che il profeta Isaia vide la gloria di Gesù e parlò di lui (Gv 12, 41). In verità, il testo d’Isaia (Is 6, 1.5), citato da Giovanni, si riferisce al dio d’Israele, il re degli eserciti assiso sul trono celeste, di cui il profeta (in fede sua) vide la gloria. Egli, quindi, intravide con i suoi occhi la gloria del dio del suo popolo, non quella del messia Gesù, l’ebreo deificato dai cristiani. Non Isaia ma Stefano avrebbe visto, prima di essere lapidato, la gloria di Gesù risorto, che stava in piedi alla destra del Padre (At 7, 55-57). La visione di Stefano, da un punto di vista razionale, può essere stata un’allucinazione indotta dall’esaltazione fideistica. In ogni modo, secondo le Sacre Scritture, sembra che Dio sia stato presumibilmente visto da qualche visionario santone, oltre che dai nostri primi avi. Giacobbe, ad esempio, vide Elohim a faccia a faccia, al punto di morire di paura (Gn 32, 31). Lo vide apparire anche durante il suo viaggio di ritorno dalla Mesopotamia e fu da lui benedetto e chiamato Israele (Gn 35, 9-15). Questo nome (Is-Ra-El) incorporerebbe in sé tre divinità: la dea egizia Iside, il dio solare Ra e il dio babilonese El. Mosè pure conversava con Jahvè a faccia a faccia, anche se non poteva vedere il suo volto (Es 33, 11.20). Zoroastro (Zarathustra), poeta sacro iraniano, ebbe la visione di un angelo, che lo trasportò al cospetto del trono divino, dove gli fu rivelata l’esistenza di un unico Dio, onnipotente ed eterno, coadiuvato da spiriti celesti, ma anche l’esistenza del suo antagonista, Satana, responsabile del male nel mondo (dualismo manicheo). Zoroastro per primo annunciò al mondo la lotta cosmica tra queste due forze primordiali, esortando a scegliere quella del Bene, nella speranza di ottenere la grazia divina, mediante un retto vivere secondo i principi della giustizia, della laboriosità e dell’onestà. Per primo predicò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale e l’esistenza del paradiso e dell’inferno. Allah si manifestò persino al battagliero Maometto, Sigillo dei Profeti, durante il suo mistico viaggio notturno (isra) dalla Mecca a Gerusalemme (sura XVII), seguito dall’ascensione in cielo (miraj). Tradizioni islamiche (Libro della Scala) narrano che il Profeta, scortato dall’angelo Gabriele, ascese in Paradiso in groppa al “buraq” (bagliore del lampo), visitò il giardino delle delizie (dimora di candide vergini: giovinette dai grandi occhi neri, ambito premio post mortem per i maschi ossequianti le norme coraniche), incontrò vari personaggi e ricevette rivelazioni sull’aldilà. Una scala angelica, che dal santuario di Dio sulla terra (terribilis locus) saliva alla porta (felix) del cielo, vide anche Giacobbe durante il rito dell’incubazione sacra (Gn 28, 10-22).





PARTE SECONDA



L’evangelista Giovanni, dopo aver inneggiato il Verbo, si sofferma a descrivere l’episodio della teofania, la potenza di Dio che si manifesta sulla terra.  Lo Spirito di Dio, assumendo la forma di una colomba (uccello sacro alla dea Afrodite), discende su Gesù, rivestendolo di prerogative regali, messianiche. Testimone dell’epifania sarebbe l’ascetico Giovanni Battista, il profeta ebreo precursore del Cristo (Gv 1, 19-34). Egli appare sulla scena evangelica in compagnia di alcuni sacerdoti leviti, che indagano su di lui per conto dei loro superiori. Gli chiedono se sia l’atteso messia, colui che dovrà ripristinare la potenza d’Israele. Questa fede nella venuta di un re potente e pacifico, che regnerà su tutta la terra, ricevendo tributi da tutti gli altri re, è un ideale sorto in Israele da tempi immemorabili. Giovanni nega recisamente di essere il messia. I leviti insistono, chiedendogli se sia Elia, il salvatore escatologico profetizzato da Malachia (3, 23), o il profeta che doveva venire nel mondo, come annunciavano le Scritture (Dt 18, 15-19). Giovanni nega con fermezza di essere l’uno o l’altro. Gesù, invece, conversando un giorno con i suoi discepoli (Mt 17, 10-13; Mc 9, 13), asserirà che Elia è già venuto nella persona di Giovanni Battista (credenza nella dottrina della metempsicosi?). Infatti, l’angelo che Dio inviò a Zaccaria per annunciargli la nascita del figlio Giovanni dalla moglie Elisabetta (Lc uno, 17), proclamò che questi avrebbe compiuto la sua missione con lo spirito e la forza d’Elia (credenza nella trasmigrazione dello spirito?). Negli Atti degli Apostoli (3, 18-25; 7, 37), l’autore riporta la profezia messianica del libro biblico “Deuteronomio” (Dt 18, 15-22), riferendola a Gesù, il messia preannunciato da Mosè. In verità, il profeta che gli ebrei attendevano sarebbe dovuto somigliare a Mosè, cioè a una persona umana, non a un essere divino, Figlio Unigenito dell’Onnipotente. Il messia avrebbe dovuto essere il liberatore d’Israele, riscattando la nazione dal giogo della potenza straniera, sottomettendo con la forza delle armi tutte le nazioni del mondo al suo dominio nella città santa. Il messia, inoltre, sarebbe stato l’ultimo dei profeti. In verità, dopo Gesù, arrivò il glorificato beduino Maometto, sigillo dei profeti, strumento dell’immutabile Parola di Allah, Verbo incartato nel Corano, che l’angelo Gabriele recitò in più tempi a Maometto. Giovanni Battista, dunque, dopo aver respinto le insinuazioni dei leviti, spiega loro lo scopo che si prefigge nel compimento della sua missione. Egli, parafrasando un verso d’Isaia (40, 3), dichiara di essere la voce di uno che grida nel deserto per preparare la via al suo Signore (cioè al portentoso parente Gesù, l’uomo-dio padrone dell’universo). I leviti, però, gli obbiettano che, se lui non è il messia né Elia né il profeta atteso, con quale autorità battezza i peccatori penitenti? Soltanto il salvatore escatologico poteva essere deputato a somministrare il rito salvifico del battesimo. Giovanni ribatte che lui battezza con acqua, limitandosi a raffreddare i bollenti spiriti dei peccatori penitenti, nell'attesa che giunga il messia salvatore. Anzi, ammette, in fede sua, che il messia è già arrivato ed è presente in mezzo a loro, anche se sconosciuto ai più (non dice però che egli è Gesù). Conclude, con umiltà, dichiarando di non essere degno nemmeno di sciogliere al messia i legacci dei suoi sandali (tuttavia, non diverrà discepolo di Gesù).

Nella successiva scena, che l’evangelista Giovanni rappresenta nel suo mistico Vangelo, si contempla il mitico incontro tra Gesù e Giovanni Battista. Gesù gli va incontro e l’altro, appena lo vede, riconosce in lui l’atteso messia, l’agnello di Dio che ha il potere di togliere i peccati del mondo. Questo privilegio, però, non fu concesso a Mosè. L’immagine dell’agnello diverrà per i cristiani il simbolo della passione di Cristo, che mediante il suo sacrificio, prende su di sé i peccati degli uomini per liberarli dalla colpa originaria. E’ il mito del capro espiatorio, che si fa carico delle altrui colpe. Gli uomini sono liberati dal male mediante il sacrificio di un dio (Lv 16, 5-10). Gesù, infatti, si lascerà immolare sulla croce per la salvezza degli uomini. Al pari di un eroe delle antiche tragedie, il suo destino è governato dall'ineludibile volontà del Padre. Giovanni Battista, pur riconoscendo in Gesù il messia atteso da Israele, nega di averlo incontrato prima di allora (sembra, dunque, che non sia suo parente). In verità, il Battista conosceva Gesù, il suo parente in odore di santità. Già tempo prima ne ebbe sentore sua madre Elisabetta, quando venne a farle visita la parente Maria, incinta del nascituro Gesù. Quel giorno lo stesso Giovanni, sobbalzò nel seno della madre Elisabetta, mentre questa ascoltava il saluto di Maria (Lc 1, 39-56). Il Battista, dunque, conosceva Gesù e sapeva della sua missione; tuttavia, faceva lo gnorri. Nella scena improntata dall'evangelista, egli asseriva che il suo ministero di battezzatore aveva lo scopo di rivelare a Israele l’imminente arrivo del messia, che avrebbe riconosciuto mediante un segno divino.

L’evangelista Giovanni ravviva la scena con la solenne attestazione di fede professata dal Battista. Chi lo mandò a battezzare con acqua gli assicurò che avrebbe riconosciuto il Cristo, perché questi avrebbe battezzato con lo Spirito e con il fuoco (acqua e fuoco erano considerati agenti purificatori, atti a recepire la potenza dello Spirito mediante il rito della consacrazione). Il segno per riconoscerlo? Avrebbe visto scendere dal cielo una colomba e posarsi su di lui. L’immagine del mite volatile, simbolo della terza persona dell’Altissimo, oracolo divino, sostituirà nella mitologia cristiana l’aquila dei miti greco-romani, emblema della potenza di Zeus (Giove). Il dio pagano, si racconta, discese dall’Olimpo sotto forma di una maestosa aquila per rapire il bel Ganimede, che fece coppiere degli dei, in sostituzione della splendida ancella Ebe. Il dio cristiano, invece, discese dal cielo per rapire l’umano raziocinio e asservirlo al credo dei suoi epigoni. L’evangelista non chiarisce in quale occasione accadde la teofania dello Spirito di Dio. Gli altri tre evangelisti, invece, testimoniano che il segno divino si manifestò durante il rito battesimale di Gesù. Fatto sta, secondo un copione fantasioso, che Gesù, l’ebreo divinizzato dai fedeli di scuola paolina, prima di compiere la sua missione in età matura, ricevette il dono dello Spirito Santo (terza persona della divinità cristiana), che gli conferì il potere di battezzare con potenza di fuoco redimente. Il suo sacrificio finale fu voluto dal Padre celeste. Dio immolò se stesso nella persona di un altro da sé per riscattare l’umanità da un presunta offesa, ricevuta in tempi primordiali da un certo Adamo e dalla sua compagna Eva, mentre vivevano in Eden, sua creazione. Costoro, infatti, furono istigati alla disobbedienza da un satanasso tentatore, che nelle sembianze di una serpe al servizio dell'Onnipotente, convinse Eva a mangiare un frutto proibito. Quest’atavica concezione della colpa è davvero “originale”, dato che si trasmetterebbe di generazione in generazione per i secoli dei secoli. Quanto al concetto cristiano della triplice divinità, esso è presente in molte antiche religioni. Un’eresia cristiana medievale, il triteismo, sosteneva la triplicità non soltanto delle persone ma anche delle nature divine.

Nel Vangelo secondo Matteo (3, 13-17), si racconta che Gesù andò a trovare Giovanni per essere battezzato. L’altro rifiutò, non ritenendosi degno di cotanto onore. Egli dunque sapeva chi era Gesù e la missione che si accingeva a compiere. Qualche tempo dopo, secondo gli evangelisti Matteo (11, 2 seg.) e Luca (7, 18 seg.), mentre Giovanni marciva in prigione, fu informato da alcuni suoi discepoli sui prodigi compiuti da Gesù. Inviò alcuni suoi seguaci per indagare sul conto di Gesù. Dovevano accertare se fosse lui l’atteso messia o, invece, si dovesse ancora attenderlo. Presumibilmente, la durezza del carcere e l’asprezza della vita ascetica, cui si era votato, lo aveva reso smemorato. Non gli era bastato vedere il segno della colomba, che Dio aveva inviato su Gesù mentre lui lo battezzava. Perché rimaneva ancora perplesso sull’identità di Gesù? Questi, ai messi inviati da Giovanni per indagare su di lui, rispose di andare a riferirgli ciò che avevano udito e visto, testimoniando i prodigi che egli aveva compiuto. Beati erano coloro che non si scandalizzavano di lui! In verità, non sapremo mai cosa abbia veramente pensato Gesù sul conto di quel suo parente, inselvatichitosi nella solitudine dei deserti, nutrendosi di locuste e miele, dato che mostrava ancora dubbi sulla missione del Cristo. Contrastanti sono, al riguardo, le testimonianze degli evangelisti. Quanto a Gesù, non pare che egli abbia serbato rancore per lo scetticismo del settario parente; anzi, si prodigherà a elogiarlo (Mt 11, 7 seg.). Gli Ebrei, in verità, non si convertirono all’eresia del sedicente messia cristiano. Essi stanno ancora attendendo la venuta dell’Unto, il re discendente dalla gloriosa casa davidica, che li riscatterà dalle ingiustizie di questo mondo, ripristinando il regno terreno di Gerusalemme, dopo aver sottomesso tutte le altre nazioni. Anche gli islamici sciiti attendono l’arrivo del dodicesimo imam, che si trova in stato d’occultamento da quattordici secoli, fino a quando, per ordine divino, riapparirà per guidare gli islamici, temibili antagonisti dei cristiani, sulla retta via di Allah, indicata nel sacro Corano, Verbo incartato.

In conclusione, a riguardo dei due protagonisti suddetti, l’uno precursore e l’altro redentore, non possiamo appurare con certezza se furono o no parenti o se almeno si fossero già conosciuti prima dell’episodio del battesimo. Incerto è anche appurare quando avvenne il segno divino attestante il riconoscimento del Cristo, cioè la discesa su Gesù dello Spirito con le sembianze di una colomba. Infatti, nel Vangelo secondo Giovanni, il Battista riconosce in Gesù, appena lo incontra, l’agnello sacrificale, la vittima (hostia) da immolare. Sembrerebbe, dunque, che avesse già visto il segno rivelatogli da Dio, ossia lo Spirito che discende su Cristo in forma di colomba. In tal caso, quello non fu il loro primo incontro. Forse, come sostengono gli altri evangelisti, la discesa dello Spirito sotto le spoglie della colomba era avvenuta tempo prima, durante il rito del battesimo di Gesù. Questo pasticciaccio evangelico sulla via della fede cristiana rimane inesplicato. Forse un giorno il Padre celeste si deciderà a sbrogliare l’intricata matassa, rinviando sulla terra lo Spirito Santo per districare con i suoi lumi l’arcano del Figlio. Diodoro Siculo, nella sua “Storia Universale”, racconta che la regina degli Assiri, Semiramide, famosa per la sua sfrenata lussuria, ascese fra gli dei dopo aver affidato il regno al figlio Ninias. Tornò da lassù sotto forma di una colomba, svolazzando intorno alla sua abitazione. Gli Assiri deificarono Semiramide e venerarono il colombo come un dio.

La conoscenza che si ha del dio dei cristiani è desunta da documenti che sono traduzioni di traduzioni risalenti a presunte originarie Scritture. Le varie versioni delle copie tramandate sono spesso tra loro discordanti. Ciò mina la certezza che sia esistita un’unica fonte originaria, autentica parola di Dio rivelata al genere umano. Quanto ai libri dell’Antico Testamento, essi appaiono come un districato puzzle, ordito in tempi diversi da autori ignoti, ancorché attribuiti a determinati personaggi, in cui abbondano fatti leggendari. I Vangeli canonici, secondo accreditati studiosi, sono una tarda ricostruzione a carattere teologico (una pia frode?) di precedenti mitici racconti e tradizioni, tramandati dalle comunità giudeo-cristiane sparse per l’ecumene. Il presunto riformatore Gesù, l’ebreo cristianizzato e divinizzato, mirabolante taumaturgo, è del tutto sconosciuto ai coevi scrittori di storia, sia ebrei sia pagani. La sua data di nascita al 25 dicembre, fissata da papa Liberio nell’anno 354, ha solo valore simbolico (un espediente per sovrapporre la festa cristiana ai culti pagani preesistenti). Altri espedienti furono aggiunti per dar lustro a Gesù, com’era d’uso attribuire a personaggi leggendari o di rilevanza storica e a fondatori di religioni. L’artificio più rilevante è la leggenda della Natività, che include la nascita miracolosa in una grotta di Betlemme, riscaldata da un bue e un asinello. Seguono poi altre leggende, come il parto da una madre sempre vergine, fecondata dallo Spirito Santo e concepita immacolata (dogma sancito dal papa Pio IX nel 1854); come l’apparizione di una stella cometa, annunciatrice dell’evento e guida dei Re Magi; come l’adorazione del Bambinello da parte di umili pastori, avvertiti da schiere di angeli cantori. Sta di fatto che la “favola di Cristo”, parola di papa Leone X (da una lettera al cardinal Bembo), ha dato (e continua a dare) profitto alla Chiesa, premiata fabbrica di falsi in vendita a poveri di spirito. Il sistema ideologico del cristianesimo aziendale, gestito da un apparato ecclesiastico gerarchizzato, sorretto da immensi patrimoni immobiliari e mobiliari, da esenzioni fiscali, da finanziamenti statali a vario titolo e dall’obolo generoso dei fedeli per la cura delle loro anime e di quelle dei parenti defunti (le anime sante del Purgatorio, altra proficua invenzione medievale della santa Chiesa cattolica), continua a mietere abbondante messe per il regno dei cieli e notevoli profitti a chi sulla terra s’arroga il potere di concedere o negarne l’accesso.

In realtà, le verità di fede propalate dal cristianesimo si supportano mediante la supposta credenza nell’Incarnazione del Verbo, testimoniata da ispirati profeti, legittimati da una sacra istituzione. Le religioni monoteistiche, giacché si accreditano mediante l'esclusività di una presunta divina Rivelazione, hanno carattere dogmatico, perciò faticano a dialogare tra loro e con le altre religioni, stante il vincolo che ciascuna di esse pone: quello dell’unicità della propria verità di fede. La supponenza di chi si ostina a perseguire la difesa di verità dogmatiche, indimostrabili, riflesso di un atavico “fatum” (immodificabile “dictat” divino), rappresenta un serio ostacolo alla divulgazione della cultura scientifica e del libero pensiero.


 Lucio Apulo Daunio



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