sabato 6 agosto 2011


LA CREAZIONE
SECONDO GLI AUTORI DELLA BIBBIA



I libri dell’Antico Testamento (Bibbia), scritti in ebraico antico, una lingua conosciuta dalla casta sacerdotale, ma non dal popolo, che parlava la lingua aramaica, sono stati redatti e rimaneggiati nel corso di periodi storici diversi. Essi, al pari d’altri testi sacri, esprimono il dialogo religioso tra l’uomo e una supposta divinità. Il Pentateuco (Torah) è l’insieme dei cinque libri della Legge, riferibili ad antiche tradizioni tramandate oralmente, che riflettono apporti di altre culture (babilonese, egizia, caldea). Il primo libro “Genesi”, prima d’iniziare il racconto d’Abramo, mitico capostipite del popolo d’Israele, scelto dal dio Jaweh quale sua particolare eredità (Sl 33,12), descrive gli avvenimenti leggendari sulla creazione del mondo e dell’uomo (cosmogonia e miti dell’origine), mescolando differenti tradizioni.

Il primo episodio (Gn 1, 1 seg.; 5,1-2), di tradizione eloista-sacerdotale, più recente, contrappone il caos primordiale al mondo delle forme. Elohim (plurale di Eloah, o, in forma abbreviata, El = nome del dio ebraico) crea l’universo in sei giorni, riposando il settimo. Poi crea l’umanità, fatta a sua immagine e somiglianza, quale scopo ultimo della creazione. Questa singolare divinità, concepita come una pluralità androgina e dualistica, giacché racchiude in sé coppie d'opposti (luce e tenebre, creazione e distruzione, bene e male, ecc.), predomina su tutte le altre divinità. La sua pluralità rappresenta il riflesso degli eventi reali, che l’uomo ha voluto attribuire alla sfera del divino. Gli Elohim, si racconta, fecero l’umanità simultaneamente maschia e femmina (uomo androgino?), stabilendo, quando distinse l'uno dall'altra, che il primo fosse dominante sull’altra e su tutte le creature viventi sulla terra. Il maschilismo biblico si coniuga con l’antropocentrismo, cioè con la visione del maschio, immagine di Dio, signore del creato, al quale sono funzionali tutte le creature inferiori. In un primo tempo permise all'umanità di raccogliere erbe per nutrirsi (Gn 1, 29-30). Solo dopo il diluvio consentirà a Noè e famiglia di nutrirsi anche con la carne (Gn 9,1-4). Prima di fare l'umanità, Elohim crea l'ambiente adatto per la loro sopravvivenza. L’universo e la vita hanno origine nella potenza della parola divina, che plasma e organizza la massa informe del caos primordiale (Dio, dunque, non crea dal nulla, ma utilizza e modella una materia informe esistente). Tutto il creato (eccettuata la specie umana) è qualificato come buono. Elohim, cioè, giudica il suo lavoro creativo e l’approva, ma con qualche riserva riguardo alla creazione dell’umanità. Questa è una delle due mitiche versioni della creazione raccontate nella Bibbia, puntualmente contraddetta dalle moderne teorie scientifiche.

La dottrina della creazione assoluta di tutte le cose dal nulla (productio ex nihilo) ha trovato sostegno in un passo del Secondo libro dei Maccabei (7, 28). Si tratta di un testo c.d. “deuterocanonico” (cioè di secondo canone), di autore ignoto, databile alla fine del II secolo ante era volgare, non accolto nella Bibbia ebraica e considerato apocrifo dai protestanti. Il passo in questione afferma che tutte le cose che stanno in cielo e in terra sono state fatte da Dio non da cose esistenti. Il medesimo libro (cfr. 12, 43-45) supporta anche la credenza nell’esistenza del Purgatorio, inteso come stato intermedio (tra quello dell’Inferno e quello del Paradiso), in cui alle anime dei defunti è consentito di purificarsi dai peccati in virtù delle opere buone compiute dai superstiti, cioè preghiere di suffragio, messe, elemosine, indulgenze (mercato remunerativo per la Chiesa cattolica e causa della scissione dei protestanti).

Il secondo episodio (Gn 2, 4 seg.), di tradizione jahvista, più antica, contrappone l’aridità del mondo deserto alla ricchezza della vita nel mezzo di una lussureggiante vegetazione, senza spiegare la formazione dell’universo. A Elohim, dio degli dei (Dt 10, 17; Sal 136, 2; Dn 2, 47), si contrappone Jahvè, dio supremo (Sal 50, 1; 86, 8; 135, 5; 138, 1; 2Cr 2, 4), che non tollera altre dei (Es 20). Si passa da una forma di enoteismo a una monolatria. Alla concezione monoteistica della divinità si arriverà in seguito, durante l’esilio babilonese del popolo ebraico. Jahvè dunque crea prima il cielo e la terra, poi l’uomo, Adamo, modellato con l’argilla (“Adam” è l’uomo fatto di terra), cui soffia l’alito di vita. Subito dopo aver reso fertile un deserto, piantando un giardino e vivificandolo con animali per gli usi dell’uomo, egli genera anche la donna, traendola da una costola dell’uomo e a lui appropriata (mito della differenziazione sessuale da un essere androgino primigenio). La donna è creata in funzione dell’uomo (maschilismo giudeo-cristiano), allo scopo di perpetuare la specie umana. E’ parte dei possessi di un uomo (cfr. il libro “Esodo”), e sta riguardo all’uomo come l’uomo sta riguardo a Dio (1Co 11,3). Nulla è detto, nel secondo episodio, circa la somiglianza dell’umanità con Jahvè. A differenza di Elohim, Jahvè non giudica il suo lavoro creativo, apprezzandolo o ripudiandolo; tuttavia, con l’andar del tempo, imporrà a Mosè le norme concernenti ciò che è puro e ciò che è impuro (cfr. Lv 11, 11). Jahvè è un dio guerrafondaio, che combatte alla testa degli eserciti d'Israele, suo popolo eletto, alla conquista della "terra promessa".

Ciò che appare assurdo nel primo episodio della Genesi è la creazione della luce e della vegetazione anteposta a quella degli astri del firmamento (sole e stelle), da cui hanno origine sia luce sia la vita. Quanto alle assurdità rilevabili nel secondo episodio, emerge quella della creazione di Adamo antecedente a quella degli organismi viventi, non solo animali ma anche vegetali. La mitologia creazionista e fissistica giudaico-cristiana, fondata sulla metafisica, sulla teologia e sul geocentrismo, è sempre più smentita dalla moderna teoria evoluzionistica, dall’astronomia (a-geocentrica), dalla fisica, dalla geologia, dalla biologia, dalla paleontologia e da altre discipline similari, che si fondano sulla ricerca e sul metodo scientifico. Eppure la Chiesa si ostina a ritenere sacri e canonici tutti i libri della Bibbia (antica e nuova) sul presupposto che hanno Dio come autore, cioè scritti su ispirazione dello Spirito Santo, ipostasi divina a-scientifica.

Il male è una realtà, ma che esso debba farsi risalire a una presunta colpa originale dei primi avi, alla loro disobbedienza a Dio, questo è un’ennesima assurdità della religione cristiana. Dio, al pari di Zeus, che elargiva all’umana gente doni buoni o cattivi, attingendoli da due vasi piantati sulla soglia dell’Olimpo, è l’artefice d’ogni cosa e d’ogni evento, anche del bene e del male (Is 45, 7, Mi 1, 9.12, Lm 3, 38, Am 3, 6, Gb 1, 21). Non tutti i mali, però, vengono per nuocere. Così, secondo santa madre Chiesa, le disgrazie della vita, che ci affliggono in conseguenza di una colpa originale, possono diventare strumento per ricavarne meriti per l’aldilà (felix culpa!). Il desiderio di conoscere, di somigliare a Dio, insinuato da una serpe satanica all’ingenua Eva, la spinse a infrangere un tabù, a mangiare il frutto dell’albero proibito e a indurre anche Adamo ad assaggiarlo. Dopo che entrambi l’ebbero assaporato, furono provvisti di conoscenza (coscienza) del bene e del male e compresero la malizia suscitata dalla loro nudità. Solamente dopo aver ingenuamente disubbidito all’ordine di Dio, furono consapevoli di aver peccato. Infatti, ancorché sul piano intellettivo fossero liberi di scegliere e quindi di trasgredire l’ordine di un dio onnipotente e geloso delle sue prerogative, non avevano però consapevolezza delle conseguenze delle loro azioni (ossia, la capacità di valutazione morale del fatto compiuto).  In conseguenza di quella loro trasgressione, tutta l’umanità ha ereditato la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, la responsabilità dei propri atti, il senso di colpa. Dunque, se non c’è consapevolezza della conseguenza dei propri atti, neanche può esserci il peccato. Vero è che Dio impose ai nostri primi avi un modello di comportamento, ma li lasciò vivere in stato d'innocenza, cioè senza alcuna cognizione del bene e del male. I nostri primi avi, perciò, pur comprendendo sul piano intellettivo di trasgredire l’ordine di Dio, non furono coscienti sul piano morale delle conseguenze negative delle loro azioni, vale a dire di compiere il male, perché non potevano conoscerlo. Solo dopo aver commesso il peccato originale furono coscienti dell’esistenza di una legge morale. Non furono dunque colpevoli. L’ignoranza invincibile, infatti, giustifica dal peccato. La loro curiosità li spinse a varcare i confini dell’ingenuità, attratti dal desiderio di una conoscenza superiore. Non può invece escludersi la responsabilità di Dio. Egli, che è onnisciente e cosciente dei suoi atti e delle conseguenze che ne derivano, era consapevole dell’offesa che l’umanità gli avrebbe arrecato, del conseguente castigo che avrebbe inflitto agli uomini a causa della loro caduta nel peccato e infine del sacrificio cui si sarebbe dovuto sottoporre, nella persona dell’Unigenito Figlio, per redimerli. Egli è dunque colpevole, non gli uomini, giacché la sua prescienza gli consentiva di intravedere i guai che le sue creature avrebbero prodotto. Dio ha deliberatamente voluto che i nostri primi avi fossero indotti nell’errore: la sua malvagità ottenebra la sua bontà. Un giorno non lontano, forse, l’umana razionalità potrà liberarsi da assurde divinità extragalattiche, una, trina o molteplice che siano, non lasciandosi offuscare dalle tesi immaginifiche dei loro dotti epigoni, da cristi e spiriti che infondono inconsistenti lumi. Il dio triste, minaccioso, malauguroso, che giammai sorrise, patendo l’ignominia della croce per placare l’offesa fatta al Padre da due sue ingenue creature nella notte dei tempi, è l’emblema di una religione fondata sull’etica della sofferenza (come quella esemplare perseguita da Madre Teresa di Calcutta, nonostante gli ingenti fondi ricevuti), che ha glorificato il dolore come mezzo necessario per aspirare al regno celeste. Cristo, il leggendario ebreo deificato, è divenuto il simbolo con cui la Chiesa propaga illusorie dottrine infallibili, per nulla imbarazzata dalle nefandezze di un triste passato. La religione dei cristiani si mostra pregna di assurde credenze e fitta di misteri, che l’umana ragione non può districare, se non sottomettendosi, senza comprenderli, all’obbedienza cieca della fede, dono che Dio elargisce a suo arbitrio.



Lucio Apulo Daunio


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