LA CREAZIONE
SECONDO GLI
AUTORI DELLA BIBBIA
I libri
dell’Antico Testamento (Bibbia), scritti in ebraico antico, una lingua
conosciuta dalla casta sacerdotale, ma non dal popolo, che parlava la lingua
aramaica, sono stati redatti e rimaneggiati nel corso di periodi storici
diversi. Essi, al pari d’altri testi sacri, esprimono il dialogo religioso tra
l’uomo e una supposta divinità. Il Pentateuco (Torah) è l’insieme dei cinque
libri della Legge, riferibili ad antiche tradizioni tramandate oralmente, che
riflettono apporti di altre culture (babilonese, egizia, caldea). Il primo
libro “Genesi”, prima d’iniziare il racconto d’Abramo, mitico capostipite del
popolo d’Israele, scelto dal dio Jaweh quale sua particolare eredità (Sl
33,12), descrive gli avvenimenti leggendari sulla creazione del mondo e
dell’uomo (cosmogonia e miti dell’origine), mescolando differenti tradizioni.
Il primo
episodio (Gn 1, 1 seg.; 5,1-2), di tradizione eloista-sacerdotale, più recente,
contrappone il caos primordiale al mondo delle forme. Elohim (plurale di Eloah,
o, in forma abbreviata, El = nome del dio ebraico) crea l’universo in sei
giorni, riposando il settimo. Poi crea l’umanità, fatta a sua immagine e
somiglianza, quale scopo ultimo della creazione. Questa singolare divinità,
concepita come una pluralità androgina e dualistica, giacché racchiude in sé
coppie d'opposti (luce e tenebre, creazione e distruzione, bene e male, ecc.),
predomina su tutte le altre divinità. La sua pluralità rappresenta il riflesso
degli eventi reali, che l’uomo ha voluto attribuire alla sfera del divino. Gli
Elohim, si racconta, fecero l’umanità simultaneamente maschia e femmina (uomo
androgino?), stabilendo, quando distinse l'uno dall'altra, che il primo fosse
dominante sull’altra e su tutte le creature viventi sulla terra. Il maschilismo
biblico si coniuga con l’antropocentrismo, cioè con la visione del maschio,
immagine di Dio, signore del creato, al quale sono funzionali tutte le creature
inferiori. In un primo tempo permise all'umanità di raccogliere erbe per
nutrirsi (Gn 1, 29-30). Solo dopo il diluvio consentirà a Noè e famiglia di
nutrirsi anche con la carne (Gn 9,1-4). Prima di fare l'umanità, Elohim crea
l'ambiente adatto per la loro sopravvivenza. L’universo e la vita hanno origine
nella potenza della parola divina, che plasma e organizza la massa informe del
caos primordiale (Dio, dunque, non crea dal nulla, ma utilizza e modella una
materia informe esistente). Tutto il creato (eccettuata la specie umana) è
qualificato come buono. Elohim, cioè, giudica il suo lavoro creativo e
l’approva, ma con qualche riserva riguardo alla creazione dell’umanità. Questa
è una delle due mitiche versioni della creazione raccontate nella Bibbia,
puntualmente contraddetta dalle moderne teorie scientifiche.
La dottrina
della creazione assoluta di tutte le cose dal nulla (productio ex nihilo)
ha trovato sostegno in un passo del Secondo libro dei Maccabei (7, 28). Si
tratta di un testo c.d. “deuterocanonico” (cioè di secondo canone), di autore
ignoto, databile alla fine del II secolo ante era volgare, non accolto nella
Bibbia ebraica e considerato apocrifo dai protestanti. Il passo in questione
afferma che tutte le cose che stanno in cielo e in terra sono state fatte da
Dio non da cose esistenti. Il medesimo libro (cfr. 12, 43-45) supporta anche la
credenza nell’esistenza del Purgatorio, inteso come stato intermedio (tra
quello dell’Inferno e quello del Paradiso), in cui alle anime dei defunti è
consentito di purificarsi dai peccati in virtù delle opere buone compiute dai
superstiti, cioè preghiere di suffragio, messe, elemosine, indulgenze (mercato
remunerativo per la Chiesa cattolica e causa della scissione dei protestanti).
Il secondo
episodio (Gn 2, 4 seg.), di tradizione jahvista, più antica, contrappone l’aridità
del mondo deserto alla ricchezza della vita nel mezzo di una lussureggiante
vegetazione, senza spiegare la formazione dell’universo. A Elohim, dio degli
dei (Dt 10, 17; Sal 136, 2; Dn 2, 47), si contrappone Jahvè, dio supremo (Sal
50, 1; 86, 8; 135, 5; 138, 1; 2Cr 2, 4), che non tollera altre dei (Es 20). Si
passa da una forma di enoteismo a una monolatria. Alla concezione monoteistica
della divinità si arriverà in seguito, durante l’esilio babilonese del popolo
ebraico. Jahvè dunque crea prima il cielo e la terra, poi l’uomo, Adamo,
modellato con l’argilla (“Adam” è l’uomo fatto di terra), cui soffia l’alito di
vita. Subito dopo aver reso fertile un deserto, piantando un giardino e
vivificandolo con animali per gli usi dell’uomo, egli genera anche la donna,
traendola da una costola dell’uomo e a lui appropriata (mito della
differenziazione sessuale da un essere androgino primigenio). La donna è creata
in funzione dell’uomo (maschilismo giudeo-cristiano), allo scopo di perpetuare
la specie umana. E’ parte dei possessi di un uomo (cfr. il libro “Esodo”), e
sta riguardo all’uomo come l’uomo sta riguardo a Dio (1Co 11,3). Nulla è detto,
nel secondo episodio, circa la somiglianza dell’umanità con Jahvè. A differenza
di Elohim, Jahvè non giudica il suo lavoro creativo, apprezzandolo o
ripudiandolo; tuttavia, con l’andar del tempo, imporrà a Mosè le norme
concernenti ciò che è puro e ciò che è impuro (cfr. Lv 11, 11). Jahvè è un dio
guerrafondaio, che combatte alla testa degli eserciti d'Israele, suo popolo eletto,
alla conquista della "terra promessa".
Ciò che
appare assurdo nel primo episodio della Genesi è la creazione della luce e
della vegetazione anteposta a quella degli astri del firmamento (sole e
stelle), da cui hanno origine sia luce sia la vita. Quanto alle assurdità
rilevabili nel secondo episodio, emerge quella della creazione di Adamo
antecedente a quella degli organismi viventi, non solo animali ma anche
vegetali. La mitologia creazionista e fissistica giudaico-cristiana, fondata
sulla metafisica, sulla teologia e sul geocentrismo, è sempre più smentita
dalla moderna teoria evoluzionistica, dall’astronomia (a-geocentrica), dalla
fisica, dalla geologia, dalla biologia, dalla paleontologia e da altre
discipline similari, che si fondano sulla ricerca e sul metodo scientifico.
Eppure la Chiesa si ostina a ritenere sacri e canonici tutti i libri della
Bibbia (antica e nuova) sul presupposto che hanno Dio come autore, cioè scritti
su ispirazione dello Spirito Santo, ipostasi divina a-scientifica.
Il male è
una realtà, ma che esso debba farsi risalire a una presunta colpa originale dei
primi avi, alla loro disobbedienza a Dio, questo è un’ennesima assurdità della
religione cristiana. Dio, al pari di Zeus, che elargiva all’umana gente doni
buoni o cattivi, attingendoli da due vasi piantati sulla soglia dell’Olimpo, è
l’artefice d’ogni cosa e d’ogni evento, anche del bene e del male (Is 45, 7, Mi
1, 9.12, Lm 3, 38, Am 3, 6, Gb 1, 21). Non tutti i mali, però, vengono per
nuocere. Così, secondo santa madre Chiesa, le disgrazie della vita, che ci
affliggono in conseguenza di una colpa originale, possono diventare strumento
per ricavarne meriti per l’aldilà (felix culpa!). Il desiderio di conoscere, di
somigliare a Dio, insinuato da una serpe satanica all’ingenua Eva, la spinse a
infrangere un tabù, a mangiare il frutto dell’albero proibito e a indurre anche
Adamo ad assaggiarlo. Dopo che entrambi l’ebbero assaporato, furono provvisti
di conoscenza (coscienza) del bene e del male e compresero la malizia suscitata
dalla loro nudità. Solamente dopo aver ingenuamente disubbidito all’ordine di
Dio, furono consapevoli di aver peccato. Infatti, ancorché sul piano
intellettivo fossero liberi di scegliere e quindi di trasgredire l’ordine di un
dio onnipotente e geloso delle sue prerogative, non avevano però consapevolezza
delle conseguenze delle loro azioni (ossia, la capacità di valutazione morale
del fatto compiuto). In conseguenza di quella loro trasgressione,
tutta l’umanità ha ereditato la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è
male, la responsabilità dei propri atti, il senso di colpa. Dunque, se non c’è
consapevolezza della conseguenza dei propri atti, neanche può esserci il
peccato. Vero è che Dio impose ai nostri primi avi un modello di comportamento,
ma li lasciò vivere in stato d'innocenza, cioè senza alcuna cognizione del bene
e del male. I nostri primi avi, perciò, pur comprendendo sul piano intellettivo
di trasgredire l’ordine di Dio, non furono coscienti sul piano morale delle
conseguenze negative delle loro azioni, vale a dire di compiere il male, perché
non potevano conoscerlo. Solo dopo aver commesso il peccato originale furono
coscienti dell’esistenza di una legge morale. Non furono dunque colpevoli.
L’ignoranza invincibile, infatti, giustifica dal peccato. La loro curiosità li
spinse a varcare i confini dell’ingenuità, attratti dal desiderio di una
conoscenza superiore. Non può invece escludersi la responsabilità di Dio. Egli,
che è onnisciente e cosciente dei suoi atti e delle conseguenze che ne derivano,
era consapevole dell’offesa che l’umanità gli avrebbe arrecato, del conseguente
castigo che avrebbe inflitto agli uomini a causa della loro caduta nel peccato
e infine del sacrificio cui si sarebbe dovuto sottoporre, nella persona
dell’Unigenito Figlio, per redimerli. Egli è dunque colpevole, non gli uomini,
giacché la sua prescienza gli consentiva di intravedere i guai che le sue
creature avrebbero prodotto. Dio ha deliberatamente voluto che i nostri primi
avi fossero indotti nell’errore: la sua malvagità ottenebra la sua bontà. Un
giorno non lontano, forse, l’umana razionalità potrà liberarsi da assurde
divinità extragalattiche, una, trina o molteplice che siano, non lasciandosi
offuscare dalle tesi immaginifiche dei loro dotti epigoni, da cristi e spiriti
che infondono inconsistenti lumi. Il dio triste, minaccioso, malauguroso, che
giammai sorrise, patendo l’ignominia della croce per placare l’offesa fatta al
Padre da due sue ingenue creature nella notte dei tempi, è l’emblema di una
religione fondata sull’etica della sofferenza (come quella esemplare perseguita
da Madre Teresa di Calcutta, nonostante gli ingenti fondi ricevuti), che ha
glorificato il dolore come mezzo necessario per aspirare al regno celeste.
Cristo, il leggendario ebreo deificato, è divenuto il simbolo con cui la Chiesa
propaga illusorie dottrine infallibili, per nulla imbarazzata dalle nefandezze
di un triste passato. La religione dei cristiani si mostra pregna di assurde
credenze e fitta di misteri, che l’umana ragione non può districare, se non
sottomettendosi, senza comprenderli, all’obbedienza cieca della fede, dono che
Dio elargisce a suo arbitrio.
Lucio Apulo Daunio
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