VANGELO
SECONDO PAOLO
"Rari
e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò
che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
Cristo Gesù,
l’ebreo eletto dalla Chiesa quale Figlio di Dio, l’Onnisciente concepito in
triplice versione, che tutto può e da cui ogni cosa dipende, avrebbe dovuto
presagire che l’amato popolo del padre, Jahvè, non l’avrebbe riconosciuto né
come messia né tanto meno come Figlio di Dio. Avrebbe dovuto prevedere che il
prediletto popolo di Jahvè non avrebbe tradito le tradizioni dei loro padri (il
Figlio, però, spesso le trasgrediva). Del resto, non aveva suo padre Jahvè (Dt
4, 2) ordinato agli Ebrei di non togliere o aggiungere nulla ai suoi precetti?
Non aveva minacciato loro maledizioni, se non avessero rispettato tutte le
parole della Legge? I suoi comandamenti non erano perentori e perennemente
validi? Suo Figlio, secondo gli evangelisti, non asseriva di essere venuto non
ad abrogare la Legge, bensì a perfezionarla? Di fatto, però, non sempre
l’osservava.
Molti di
coloro che seguivano Gesù, pur ascoltando le sue prediche o assistendo ai
prodigi da lui compiuti, non si convertivano al suo vangelo. Perché dovremmo
convertirci noi, che di lui conosciamo ciò che altri raccontano, senza addurre
prove convincenti? Le testimonianze raccolte su di lui in tempi successivi alla
sua vicenda umana, interpretate e manomesse a fini apologetici dai suoi
seguaci, prive d’adeguati riscontri storici, nonché la perdita (distruzione)
dei manoscritti critici, le colpe e i crimini commessi dalla (poca) Santa
Chiesa cristiana cattolica, non concorrono tutti a rendere più ardua
l’accettazione della fede cristiana? Se Dio tutto ha preordinato a un fine, che
trascende l’umana comprensione, perché si dovrebbe credere a ciò che non si
comprende? Se tutto è predeterminato, a che vale la supposta libertà dell’uomo?
Se la conoscenza di Dio non ha limiti, egli avrebbe dovuto conosce in anticipo
la natura e il comportamento delle creature, che ha plasmato con le sue mani. A
cosa giovano le sue (o a lui attribuite) apocalittiche elucubrazioni, se non a
spaventare spiriti imbelli? E la nostra condizione di “felice colpa”
(tanto cara al vescovo d’Ippona), a cosa giova, se non a glorificare la
misericordia di un dio padrone e a perpetuare lo strapotere dei suoi epigoni?
Questo dio cristiano farebbe meglio a trastullarsi con diversi divini
passatempi, piuttosto che arrecare altri tormenti a quelli che la natura già
infligge al genere umano.
Dio ripudiò
il suo popolo? Non sia mai detto! Dio, parola di Paolo, nella sua prescienza
elesse i Giudei sopra tutti gli altri popoli (Rm 11, 1 seg.). Può, quindi,
escluderli dalla salvezza? Giammai! Eppure, essi inciamparono nella pietra di
scandalo: il Figlio di Dio che venne tra loro a tracciare la via maestra per la
redenzione (Rm 9, 30-33). Il rifiuto d’Israele a credere in Cristo Gesù, però,
non è definitivo, poiché un giorno (a Dio piacendo) il popolo eletto si
convertirà al cristianesimo (per buona pace dell’integralismo religioso
giudaico). Nell'attesa del miracolo, Paolo si vota alla conversione dei
“gentili”. Nei fertili cuori dei pagani, egli semina la buona novella e miete
ricca messe per l’impero celeste. Il cristiano, sentenzia Paolo, deve
sacrificare a Dio la sua esistenza, vivendo con distacco dal mondo (Rm 12, 1
seg.). Il culto a Dio deve manifestarsi nell’intimo della coscienza, non
uniformandosi alle prescrizioni rituali giudaiche (salvo aderire all’incipiente
liturgia della Chiesa). Paolo, se qualche volta giudaizza o si comporta da
ipocrita e adulatore, fa questo per amore di Cristo (1 Co 9, 19-23). Allo scopo
di convertire un gran numero di pagani, si fa servo di tutti: si fa giudeo con
i giudei, sottomettendosi alla Legge; invece la rinnega, quando vive con i gentili,
pur di guadagnare gli uni e gli altri alla fede. Pur di salvare qualcuno, si fa
debole con i deboli e dona tutto se stesso a tutti. S’industria per piacere a
tutti in tutto, senza cercare l’utile suo, ma quello dei molti (1 Co 10, 33).
In cosa consisteva l’utile dei molti, se non nel guadagnarli alla sua causa? E
il suo fervore nel far valere le proprie idee con la doppiezza a cosa mirava,
se non al proprio tornaconto? L’atleta dell’opportunismo era abile nello
sfoggiare, “pro domo sua”, l’arte oratoria. Il camaleontismo paolino, velato di
cristiana carità e di retorica cristianità, farà scuola nella comunità dei
nazareni, prima tra i discepoli paolini, poi tra i rampanti rampolli della
fiorente Chiesa gesuana. Il papato, infine, non tarderà ad usare il potere
religioso per asservire il prossimo al suo dominio, piuttosto che farsi servo
di tutti, secondo l’insegnamento del Maestro (Mt 20, 26-28).
I fedeli
cristiani, parola apostolica, non si comportavano come gli eretici, che
partecipavano ai riti dei pagani, fornicando e mangiando le carni immolate agli
idoli (Ap 2, 12 seg.). Anatema agli eretici? In verità, anche il convivio
cristiano, durante il quale si commemorava l’ultima cena di Gesù, non era
immune da pecche (1 Co 11, 17 seg.). C’era chi scambiava la cena eucaristica
per una taverna, chi s’ingozzava, chi si ubriacava, mentre i più poveri si
tormentavano per l’altrui goduria. L’adunanza blasfema profanava il corpo e il
sangue di Cristo martire. Quanto al mangiare le carni immolate agli idoli, Paolo
era dell’avviso che queste non erano impure (1 Co 8, 1 seg.). Tutto ciò che il
mercato offriva si poteva mangiare (1 Co 10, 25-26). Le prescrizioni dietetiche
di Jahvè (Dt 14, 3 seg.; Lv 11, 1 seg.) non si applicavano ai gentili
convertiti. Tuttavia, a causa dell’altrui coscienza, di chi cioè giudicava
impuro un cibo, era opportuno seguirle per carità cristiana e per non arrecare
scandalo. Lo scriba Eleazaro, invece, preferì morire piuttosto che
contravvenire al divieto di Jahvè di mangiare carne di porco, allorquando i
dominatori Seleucidi imposero una forzata ellenizzazione degli ebrei. Persino
l’apostolo Pietro si rifiutò di mangiare cibo profano e immondo offertogli da
Dio durante il sogno. Ubbidì solo quando Dio lo assicurò che il cibo era stato
purificato (At 10,9-16). Perché Paolo ignorava le prescrizioni che l’apostolo
Giacomo propose nel Concilio di Gerusalemme? Non solo ai giudei
convertiti, ma anche ai gentili si ordinò, tra l’altro, di astenersi dal
mangiare carne degli animali immolati nei sacrifici pagani (At 15, 19-21 e
28-29, Lv 3, 17 e 5, 2 e 17, 1 seg.; Gn 9, 4).
Paolo è
certo dell’esistenza di Dio-Padre, anche se altri conclamano pretese divinità,
sia in cielo sia sulla terra. “A latere” del Padre, secondo Paolo, esiste un
solo Signore, Gesù Cristo, assiso alla sua destra (sede consacrata della “religio”
e garanzia di fiducia anche presso i pagani). Egli è mediatore tra il Padre e
gli uomini (1 Co 8, 4-6, Col 1, 3 seg.; Ef 1, 3 seg.). Entrambi, Padre e
Figlio, sono altresì pregni di Spirito Santo (terzo dio). L’uni-trino dio,
unico nella sostanza, è trino in quanto a persone, fermo restando che il Padre
è “primus inter pares”, altrimenti, se tutti e tre sono pari tra loro,
chi assumerebbe il comando, s’è vero che “par in parem non habet imperium”?
Cristo, nei lumi di Paolo (Col 1, 15 seg.), è l’immagine del Dio invisibile e
primogenito di tutta la creazione, nonché capo della Chiesa (i libri
dell'Antico Testamento, invero, ignorano Gesù). Paolo non si pronuncia riguardo
alla terza persona divina. Tuttavia, lo Spirito Santo ha una propria “testa”,
come l’hanno il Padre e il Figlio. Pare, tuttavia, che le tre persone che
compongono il triteismo cristiano, pur fornite di “teste” proprie, abbiano in
comune la mente, per cui pensano all’unisono: arduo mistero cristiano! Che poi
lo Spirito Santo sia immensa sapienza, non pare certo vero, come può
riscontrarsi in quelli che, si racconta, ne sarebbero stati da lui illuminati.
Che lo Spirito Santo abbia loro sfolgorato il cuore, non la testa? Parrebbe
vero. Paolo testimonia che Cristo è risorto e assunto in gloria nel regno del
Padre, dove siede alla sua destra (sarebbe più consone che sedesse alla sua
sinistra, stante il professo “giacobinismo” di Gesù). Testimonia che il Risorto
si è a lui rivelato nello spirito, come ha fatto con gli apostoli e i profeti
(Ef 3, 1 seg.). Durante l’estasi avuta sulla via per Damasco (At 9,
1 seg.; 22, 6 seg.), Paolo volò fino al terzo cielo (rara avis in terris),
verso la dimora di Dio e dei santi, per incontrare il Cristo Gesù, da cui udì
parole ineffabili, che all'uomo è impossibile proferire (2 Co 12, 1 seg.). E a
tanti di noi credere. Della felice visione di Dio non vuole farsene un vanto.
Egli si considera un niente, ma non per questo si deve stimarlo inferiore agli
arci-apostoli, diretti testimoni di Gesù. Vero è che il vangelo da lui
predicato non gli è stato trasmesso da nessuno dei dodici apostoli, però non
per questo è diverso, avendolo appreso direttamente da Gesù, mediante
rivelazioni e visioni (una specie di corso accelerato, con l’aiuto dello
Spirito Santo). Se qualcun altro (peste lo colga!) se ne va in giro ad
annunciare un vangelo diverso da quello ispiratogli da Cristo, anàtema a lui!
Il Vangelo, in verità, dovrebbe essere unico e immutabile. La Chiesa, invece,
ne riconosce, fra i tanti apocrifi, solo quattro canonici. Questi, peraltro,
sono tra loro discordanti. Paolo insiste nel sostenere che esiste un solo
vangelo: il suo (Ga 1, 1 seg.). Egli, però, ammette l’opportunità di
modificarlo secondo i diversi uditori, in modo che si abbia un vangelo per i
giudei, di competenza degli apostoli Giacomo, Pietro e Giovanni, notabili della
Chiesa di Gerusalemme, e un vangelo per i gentili, di sua competenza (Ga 2, 1
seg.). Il suo vangelo lo difende a spada tratta, senza guardare in faccia a
nessuno, anche contro i notabili di Gerusalemme. Professionista della doppia
verità, rimprovera Pietro di doppiezza e di assumere falsi atteggiamenti, non
conformi alle prescrizioni di Cristo (il bue che dà del cornuto all’asino!). In
verità, molte sono le diversità, le incoerenze e le contraddizioni che si
riscontrano nei racconti degli evangelisti e nelle altre Sacre Scritture.
Occorre stare in guardia dal circuimento di chi va predicando verità
incontrollabili, prospettandoci salvezze ultramondane! Costoro, in vero, si
prefiggono un unico scopo: perpetrare il proprio dominio nell’aldiquà. Facciamo
tesoro del detto secondo cui chi l’altrui sapere apprende acriticamente, la sua
libertà sottomette irrimediabilmente.
Gli apostoli
di Gesù, operai del Vangelo, oratori della buona novella, rivendicavano il
diritto ad una ricompensa: non elemosine, ma la carità dei cristiani, la loro
ospitalità (vitto, alloggio, lavatura e stiratura). L’onere di nutrirli era a
carico di chi beneficiava delle loro prediche (1Co 9, 1 seg., Ga 6, 6, 1Tm 5,
17-18). Paolo, bontà sua, preferiva non approfittare di questo diritto (2 Co
11, 9), perché, quando poteva, provvedeva lui stesso al suo mantenimento (At
18, 1-4; 20, 33-35), anche se non rifiutava gli altrui doni (Fl 4, 10-20) e le
caritatevoli ospitalità (At 16, 11-15). Del resto, la Legge prevedeva per i
sacerdoti alcuni diritti sulle vittime offerte in sacrificio (Lv 6, 7-9 e 7,
7-10, Nm 18, 8-32, Dt 18, 1-8, Ez 44, 28-31). Le prime comunità cristiane
mettevano in comune i loro beni per far fronte alle necessità ed ai bisogni di
ciascuno (At 2, 44-47; 4, 32-37). Rinunciando a possedere i propri beni, il
cristiano si conformava allo stato di povertà, requisito allora indispensabile
per l’appartenenza al popolo di Dio. Non per altro, il cristianesimo attecchì
soprattutto presso i poveri e gli emarginati. La ricchezza aveva principalmente
valore strumentale ed era distribuita in funzione dell’utilità comune. Si
ricorreva, all’occorrenza, anche al mutuo soccorso tra le varie comunità
mediante collette (At 11, 27-30, Rm 15, 26, 2Co 8, 1 seg. e 9, 1 seg.). Paolo
si attivò al massimo per la colletta a favore della Chiesa di Gerusalemme (1 Co
16, 1 seg.; Ga 2,10). Diede disposizioni ai Corinzi circa il modo della
raccolta del denaro da devolvere in beneficenza ai poveri della città santa.
Nel primo giorno d’ogni settimana ciascun fedele poteva offrire il proprio
obolo (argent de poche). Chiaramente nessuno era obbligato, però era
consigliabile provvedere all’offerta, largheggiando in generosità e col sorriso
sulle labbra. Del resto, il Vangelo insegnava che Dio avrebbe moltiplicato la
ricompensa in cielo a chi alleggeriva la sua saccoccia in terra a favore del
prossimo. Dio non solo avrebbe restituito in beni spirituali l’equivalente del
capitale speso, ma avrebbe altresì aggiunto un sovrappiù centuplicato (2 Co 8,
8. 10; 9, 6 seg.). L'apostolo Giacomo mostrava indignazione contro i cristiani
che avevano riguardo al cospetto di persone ricche (Gc 2, 1-13 e 4, 13-17 e 5,
1-16). Condannava la vanità delle ricchezze e l’ingiustizia dei ricchi a danno
dei lavoratori. L’unico conforto per i poveri e per i lavoratori sfruttati era
il premio nell’aldilà. La loro vendetta consisteva nella certezza che il ricco,
privo di misericordia, stava ingrassandosi per il suo macello. I profeti
dell’Antico Testamento (cfr. Is 5, 8-10; 10, 1-4) ritenevano scandaloso lo
stato di povertà, deplorando l’ingiustizia e l’oppressione perpetrate dai
ricchi. La Legge prevedeva in proposito misure idonee in favore dei poveri,
come l’obbligatorietà della decima triennale. Altre misure erano idonee a
contrastare l’accumulo di grossi capitali, come l’anno sabbatico (Es 23, 10
seg., Dt 15, 1 seg.), ricorrente ogni sette anni, e l’anno giubilare (Lv 25,
8-16 e 29, 31), ricorrente ogni mezzo secolo. Durante queste ricorrenze, i
servitori erano liberati ed esonerati dall’obbligo di soddisfare i debiti. I
fondi campestri, abbandonati dai debitori nelle mani dei creditori o venduti,
erano restituiti al proprietario, che era esentato dall’obbligo di pagarne il
riscatto. Fondamento di queste norme era l’idea di giustizia ispirata
all’uguaglianza, sul presupposto che la proprietà originaria dei beni della
terra appartenesse al Creatore, che ne disponeva l’uso in funzione distributiva
(cfr. Nm 33, 50-54). Anche Gesù si lamentava contro i ricchi (Lc 6, 24; Mt 6,
24), mettendoli in guardia dai pericoli ìnsiti nel possesso delle ricchezze (Mc
10, 23-27). Il suo intento, tuttavia, non era rivolto al rovesciamento dell’ordine
economico e politico costituito, bensì a riformare i comportamenti delle
persone, inducendole all’amore di Dio e del prossimo e alla fratellanza di
vita, avvertendole altresì dell’inutilità dell’attaccamento alle ricchezze
materiali, che recavano grave detrimento allo spirito (Lc 12, 15-21). Gesù,
infatti, non disdegnava l’invito dei ricchi. A Zaccheo, un ricco “pubblicano”,
che donava delle sue ricchezze ai poveri più del dovuto, Gesù gli concesse la
salvezza (Lc 19, 1 seg.). Molte donne ricche, da lui guarite, avevano messo i
loro beni a disposizione di Gesù e della sua comunità (Lc 8, 1-3).
Lucio Apulo Daunio
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