domenica 15 gennaio 2012


I PRECETTI DI PAOLO



Paolo, nelle sue epistole, si lamenta di certi intrusi presenti nella comunità cristiana dei Galati (Ga 2, 4), che volevano imporre le prescrizioni e le rigide formalità della legge mosaica anche ai convertiti di cultura non ebraica. Questi falsi fratelli, spie di zelanti giudei della setta farisaica (At 15,5), indefessi osservanti della Legge (At 21,20), arrivarono persino a sollevare la folla contro Paolo nel tempio di Gerusalemme (At 21, 27 seg). Gli apostoli, per non rompere l’unità dei cristiani, la nuova setta dei figli d’Israele, furono necessitati ad accettare dei compromessi di convivenza religiosa, giacché all’inizio le conversioni avvenivano anche tra i non giudei. Spesso, però, nel tentativo di conciliare le opposte esigenze, assumevano atteggiamenti di doppiezza. Così fu il comportamento di Pietro, stigmatizzato da Paolo (Ga 2, 11-21), che a sua volta non fu esente da analoghi comportamenti (At 16, 3; 21, 15, 26). Paolo dovette a malincuore assoggettarsi alle osservanze giudaiche, lui che insegnava ai gentili a non osservarle, perché ritenute non necessarie per la salvezza. Non solo nelle comunità cristiane, secondo Paolo, s’intrufolavano falsi fratelli giudei, ma anche pseudo - apostoli, operatori d’inganni, maestri nel sovvertire la parola di Dio, che si mascheravano da angeli di luce al pari di Satana (2 Co 11, 13-16). Molti anticristi erano ormai sopraggiunti, forieri dell’ultima ora, quella dell’imminente apocalisse, dell’aspra lotta tra le forze del bene e quelle del male (1Gv 2, 18 seg.). I maestri dell’errore, anche se fossero stati angeli discesi dal cielo, poiché stravolgevano il vangelo predicato da Paolo, erano da lui votati alla maledizione divina (Ga 1, 6 seg.). I cristiani dovevano evitare questi operatori d’iniquità, che impudentemente osavano sedersi nel tempio di Dio, dove, innalzandosi d’autorità e parlando “ex cathedra”, si proclamavano suoi vicari sulla terra. Le vecchie formalità e consuetudini cultuali giudaiche, condannate sia da Paolo sia da Gesù (Mt 15, 1 seg.), additato come “Via, Verità e Vita” (Gv 14, 6), non potevano trovare posto nel vangelo. Il giudaismo, insomma, era incompatibile con il cristianesimo (Mc 2, 21, Mt 9, 16, Lc 5, 36). Il rappezzamento (l’accomodamento del Nuovo Testamento a quello Antico), infatti, era ritenuto peggio dello sdrucio (cioè dello strappo sul piano religioso). Paolo, quindi, votava alla maledizione divina tutti quelli che annunciavano dottrine diverse dal suo vangelo (Ga 1, 9), che considerava l’unica buona novella che il cristiano doveva accogliere (Gv 8, 47). Il corpo di Cristo non era rappresentato dalla comunità farisaica e mondana, ma dall’insieme dei credenti che vivevano in comunione di spirito con Dio, mantenendosi fedeli alla sua parola. L’uomo, a suo dire, era giustificato (redento) unicamente per la fede in Cristo (Ga 4, 10-11 e 5, 2; At 10, 42-43), nel nome del quale erano rimesse le sue colpe (1 Co 6, 11), essendo solo in lui la sapienza, la santificazione, la giustizia e le redenzione (1 Co 1, 30). Eletto di Dio, non era più il giudeo ma il cristiano (beato lui!). Ancor prima della creazione del mondo, il cristiano è stato predestinato a essere suo figlio adottivo (Ef 1, 47; 1 Pt 1, 2). Non con cerimonie né con riti né con altri mezzi diversi dalla grazia apportata da Cristo l’uomo poteva essere giustificato (Rm 3, 23-25). La chiesa cattolica, invece, ha una diversa opinione riguardo all’utilità delle cerimonie liturgiche e alla pratica sacramentale per conseguire la giustificazione e la salvezza.

Gesù, in verità, non ha istituito il culto delle anime dei cristiani morti in odore di santità, cosa che ha fatto la Chiesa, edificando maestosi templi in loro onore, riempiendoli d’altari, sculture e immagini dipinte che li rappresentano. La Chiesa ha permesso che si venerassero cadaveri mummificati e santificati e si adorassero feticci di Cristi, Madonne e santi, consentendo culti idolatrici, favorendo redditizi pellegrinaggi, inducendo all’ignobile commercio di false reliquie. Dio, in vero, ha riservato il culto solo a se stesso, da praticare nel segreto della propria intimità (Mt 6, 5-8; At 14, 8-18), non in santuari o templi o chiese (Gv 4, 21-24). Dio non riceve servizi dalla mano di un uomo, perché non ha bisogno di nessuno (At 17, 24-25). Non ha bisogno d’essere onorato e pregato in un tempio (Mt 6, 5 seg.; 18, 19-20). Ogni cristiano è tempio di Dio e vive in simbiosi con lui (1 Co 3, 16-17; 6, 15.17.19-20). Il nuovo popolo di Dio è santuario del Dio vivente, è organismo sacerdotale regale (1 Pt 2, 9-10). Il cristiano, per conseguire la vita eterna, deve venerare il divino Maestro, fidarsi incondizionatamente di lui, se non vuole incorrere nella sua ira (Gv 3, 36). Deve, se necessario, seguire l’esempio di Stefano e d'altri martiri, che ci rimisero la pelle per non venir meno all’insegnamento di Cristo (At 7, 1 seg.). Nel Vangelo non sono prescritti riti e cerimonie da officiare nei templi. Non sono richieste edificazioni di chiese sontuose per pregare. La grandiosità e la magnificenza dei templi materiali, eretti in tutta l’ecumene dalla vanità degli uomini in onore di Dio e dei suoi santi, offendono lo spirito umile del cristiano, l’ideale di povertà decorosa, la rinuncia ai beni materiali superflui. Gli unici templi graditi a Dio sono quelli spirituali, edificati nell’animo d’ogni cristiano. Dio non vuole essere idolatrato con profumi d’incenso. Egli vuole essere imitato sull’esempio di Cristo, il cui sacrificio è soave odore gradito a Dio (Ef 5,1-2). La Chiesa, invece, per rendere la fede dei credenti più solida, soprattutto tra i pagani convertiti, avvezzi alle raffigurazioni antropomorfiche della divinità, si è adeguata alle usanze idolatriche, ai sacri riti cultuali e agli allettamenti festivi della superstizione popolare. Le sacre feste interrompono la quotidianità per immergere in una diversa esperienza il pio credente, coinvolgendo la psiche in un trasporto di devozione con la divinità. Durante il sacro rito, il fedele è messo in relazione con il trascendente, sublimando il proprio spirito.

Se uno solo è il Vangelo di Cristo, chi ci garantisce che i testi a noi pervenuti riportino l’autentico annuncio di lui, il quale nulla ha lasciato per iscritto? Possono essere fonti dell’unica Verità quelle abborracciate testimonianze, raccolte nel canone del Nuovo Testamento, pervenute non in testi originali, che costituiscono un insieme dottrinario incoerente e contraddittorio? Basti pensare ai tanti sinodi e concili tumultuosi, e ai numerosi e veementi commenti e interpretazioni della Chiesa inerenti alle Sacre Scritture. Con quale autorità il pontefice massimo dei cattolici presume di essere l’infallibile vicario di Cristo sulla terra, arrogandosi diritti e poteri? Con quale autorità la Chiesa ha istituito cerimonie e riti e redatto pontificali, breviari, messali e simili in contrasto con il parco insegnamento di Cristo, che ripugnava rituali e formalità cultuali giudaiche? Sono i cattolici o le altre confessioni e sette cristiane che garantiscono la tutela delle autentiche tradizioni di Cristo? Stefano, pieno di grazia e di potenza, che faceva grandi prodigi e miracoli in mezzo al popolo, fu lapidato per la sua costante e coerente testimonianza alla fede di Cristo (la sua morte fu approvata da Paolo, il persecutore dei primi cristiani, non ancora convertito dalla visione di Cristo). Stefano testimoniava, ai testardi e incirconcisi di cuore e d'orecchi, che l’Altissimo non abitava in edifici eretti dalla mano dell’uomo (At 6, 8-15 e 7, 1 seg.). Durante l’eloquente discorso agli ateniesi nell’Areopago, anche Paolo espresse analoga testimonianza. Egli cercò anche d’accattivarsi la simpatia dell’uditorio, mediante il tentativo di concordare la sua ispirata teologia (idealizzazione del Cristo Gesù) con la filosofia pagana (At 17, 22 seg.). La sua sapiente abilità di parola, ispirata dallo Spirito Santo, non sortì che pochissimi consensi. Tanto che, dopo quell’esperienza, rinunciò a testimoniare Dio con sublimità di parola e di sapienza umana (1Co 1, 17-25 e 2, 1 seg.). Forse avrebbe ottenuto maggiori consensi se avesse richiamato la dottrina orfica sull’immortalità dell’anima, meritevole di castighi e premi secondo le colpe commesse o i meriti conseguiti durante la vita terrena. O, in alternativa, se avesse rammentato la dottrina pitagorica della metempsicosi, secondo la quale la purificazione dal ciclo delle reincarnazioni avviene in una dimensione soprannaturale, piuttosto che in altre vite terrene. Ad ogni modo, tempio di Dio sulla terra, per Paolo, era il cristiano (1Co 3, 16-17 e 6, 20 e 7, 23, Mt 6, 5-7). Egli rimproverava ai Galati (Ga 4, 10) di osservare le pratiche religiose legate a un calendario rituale (ripristinato in seguito dal pontefice romano e fatto osservare dalla casta sacerdotale). Egli si lamentava con chi gli faceva sciupare l’olio e la fatica, perché voleva di nuovo sottomettersi al giogo della schiavitù alla Legge (Ga 5, 1 seg.). Chi metteva scompiglio nella comunità cristiana, stravolgendo l’unico e immutabile vangelo da lui predicato, era votato alla maledizione. Il Figlio di Dio, venuto all’esistenza da una donna, sottomesso alla Legge, l’unica conosciuta dagli uomini fino a Giovanni Battista, ha iniziato il suo ministero, liberandoci dal gravame degli innumerevoli precetti della Legge, sacrificando per questo la sua vita (Ga 4, 4-5, At 15, 10-11, Rm 4, 1 seg.; Mt 5, 17 e 23, 4; Lc 16, 16-17). Gesù, pietra d’inciampo, diede scandalo ai suoi fratelli ebrei, non attenendosi alle scrupolose osservanze della Legge, fermamente condannandole. Il pontefice e la sua Chiesa, invece, hanno oberato i propri seguaci di nuovi gravami, obbligandoli alla stretta osservanza sotto pena della condanna all’eterna dannazione. Nuovi comandamenti causano altre trasgressioni e conseguenti scandali. La libertà di Cristo è stata soffocata dalla schiavitù ai nuovi oneri imposti dall’autorità dei suoi seguaci, che non hanno avuto scrupoli nel compiere delitti in nome di Dio. Hanno innalzato roghi per bruciare gli eretici e le streghe. Hanno istituito i tribunali inquisitori per sbattere in prigione e scomunicare chi non la pensava come loro, accusandoli d’essere posseduti dal Maligno. Hanno tramato a danno di chi svelava le loro iniquità. Hanno avversato i loro fratelli giudei per un verso, e i pagani per un altro, distruggendo e depredando templi e biblioteche. Hanno indetto turpi crociate contro gli infedeli ed imposto il loro vangelo con la violenza, l’angheria, la turpitudine e l’ignoranza dei missionari. Hanno avversato il progresso della scienza e della civiltà laica. Si sono menati di santa ragione persino fra loro, provocando scismi e divisioni, pur di far trionfare le proprie fallibili opinioni. Hanno seminato zizzania, anziché sradicare tutto ciò che Dio non ha piantato (Mt 15,13). La tardiva richiesta di perdono alle vittime dei loro misfatti non li assolve né davanti al tribunale della coscienza umana né davanti a quello, ben più temibile, del loro dio. La Chiesa non è una propaggine divina, ma un’istituzione umana; come tale è nel suo insieme corresponsabile al pari di ciascun membro di essa. L’umanità non ha dovuto attendere gli ultimi tempi, quelli escatologici ed apocalittici, paventati dal visionario Paolo (1 Tm 4, 1-2). Sono bastati i soprusi e le intolleranze della Chiesa a rendere catastrofica l’umana esistenza.

Il Vangelo non comanda di santificare un determinato giorno della settimana né in un altro di astenersi dal mangiare certi cibi. Gesù, al contrario, ha posto il giorno del sabato (la domenica dei cristiani) sul medesimo piano degli altri giorni e non ha remore su cosa mangiare (Mt 12, 8 e 15,1, Mc 2, 27-28, Lc 10, 8, At 10, 9 seg., 1Tm 4, 3-5, Col 2, 16-23). Egli non ha istituito il clero, né quello secolare né quello regolare. Non ha stabilito un ordine gerarchico, né sotto l’aspetto amministrativo né sotto quello spirituale. Non ha dato il primato della cattedra né a Pietro né alla sede di Roma. Non ha autorizzato né gli apostoli né i suoi seguaci a parlare “ex cathedra”. Non ha imposto obblighi di castità ai suoi discepoli né ha preordinato i sacramenti come strumenti per ottenere la grazia. Se Paolo stesso raccomanda di tenere in onore il matrimonio (Eb 13, 4), se ogni cosa (Tt 1, 15) è pura ai puri (omnia munda mundis), se il male non sta nelle cose che Dio vuole, perché dunque la Chiesa impedisce il matrimonio al cristiano che è ordinato prete? Paolo, l’eletto degno di fede, perché in lui parla il Cristo, da cui è stato comandato all’apostolato, vuole che i ministri della fede siano, tra l’altro, mariti di una sola moglie e buoni amministratori della propria famiglia, posto che è preferibile ammogliarsi piuttosto che ardere (1 Tm 1, 1 e 3, 1 seg; 1 Co 7, 9. 12).


Lucio Apulo Daunio

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