sabato 21 gennaio 2012


LA REDENZIONE CRISTIANA

              


            La redenzione è stata acquisita dai cristiani mediante il sacrificio del loro dio, il Cristo Gesù. Con la redenzione è stata stipulata una nuova alleanza tra Dio e un nuovo popolo (Eb 9, 12.24-28; 10, 10-14). Il sacrificio di Cristo si commemora con il rito della cena eucaristica (1 Co 11, 23- 27), formalizzata dalla Chiesa nella Santa Messa. Chi crede nel Vangelo, non solo trova ristoro per la sua anima (Mt 11, 28-30), ma riceve anche la remissione dei peccati (At 10, 43). Cristo, assumendo su di sé tutte le colpe degli uomini, li ha conciliati con Dio, ottenendo con il suo sacrificio la loro giustificazione al cospetto dell’Altissimo (2 Co 5, 14-15.18-21). Tale giustificazione, però, secondo la dottrina della Chiesa, bisogna meritarsela, aderendo incondizionatamente al cristianesimo nella versione del cattolicesimo. Nell’era della pace tra l’uomo e Dio, conseguente al sacrificio del Figlio, la giustificazione si attua per mezzo della fede in Cristo (Rm 5, 1; Col 1, 20). Chi ascolta la sua parola, espressa nei Vangeli redatti dalla Chiesa, e crede in essa, passa dalla morte alla vita eterna senza incorrere nel tremendo giudizio divino (Gv 5, 24). Nessuna spada di Damocle pende sul capo di chi è unito a Cristo (Rm 8, 1). Il sangue sgorgato dal suo sacrificio ha purificato dal peccato originale l’intero genere umano: egli solamente può intercedere presso Dio Padre a favore dei peccatori (1 Gv 1, 7; 2, 1-2). Paolo, però, accenna a una temporanea espiazione dei peccati attraverso il fuoco per conseguire l’agognata salvezza (1 Co 3, 15). Comunque sia, l’invenzione del fuoco purificatore (Purgatorio), cioè della pena transitoria da scontare prima di poter beneficiare del Paradiso, è servita alla Chiesa per soggiogare le coscienze dei credenti al dominio clericale e rimpinguare con prezzati suffragi i forzieri della banca vaticana. Ricamar fole è un’arte che accomuna tutte le religioni.

Tra le proficue invenzioni della Chiesa, dunque, spicca quella delle indulgenze, che consentirebbe di ottenere lo sconto, totale o parziale, della pena dell’ignis purgatorius. La vendita delle indulgenze e la simonia sono macchie indelebili che hanno diviso l’unità della Chiesa, diffamandola. I suffragi per le anime dei cristiani, ancorché morti in grazia di Dio, ritenuti necessari per abbreviare la pena temporanea del fuoco purificatore, sono stati legittimati con il dogma del Purgatorio, decretato nel XVI sec. dal Concilio di Trento. Non si comprende tuttavia perché il cristiano, cui sono rimessi i peccati, deve essere ulteriormente perseguitato col fuoco purificatore. Né tantomeno si comprende un dio contabile, che elargisce sconti di pena alle anime dei defunti in base alla quantità dei suffragi ricevuti. Gesù non ha prescritto indulgenze per i vivi né suffragi per le anime dei morti. Chi non si salverà, sarà punito nell’abisso dell’inferno, in eterno. Questa idea fissa della sofferenza: in terra, in cielo o chi sa dove, è una mania propria del cristianesimo. I beati, invece, dopo esser stati purificati nel Purgatorio, luogo di temporaneo supplizio, potranno godere le amenità paradisiache. Se la fede per ottenere la salvezza è un dono che Dio elargisce agli eletti, predestinandoli alla vita eterna (Rm 11, 2; 2 Co, 3, 5-6), può la fede provenire dalla volontà dell’uomo? Se la fede dipende da un’iniziativa divina (Rm 8, 28-30), l’arbitrio dell’uomo non è libero ma servo, come sosteneva Lutero. L’assoluta necessità della grazia, riguardo alla salvezza, è un principio elaborato dalla Chiesa. Del resto, le concezioni che prevedono un giudizio post mortem e una differenziazione delle pene in base alle colpe commesse, sono comuni anche ai pagani. Greci e Romani favoleggiavano di luoghi deputati alla felicità delle anime beate (Campi Elisi, Isole dei Beati), che immaginavano posti ai confini del mondo o sottoterra o sulla luna o nell’alto dei cieli. Per i rei, invece, c’era solo la via dell’oscuro e marcescente Tartaro. Non mancano concezioni che vedono nella morte il ripristino dell’originario stato dell’uomo, antecedente la nascita, e l’annullamento della memoria di sé. Forse, il vero e unico inferno, da cui l’uomo dovrebbe liberarsi, è l’angoscia di vivere una precaria esistenza, accettando invece l’opportunità d’essere e agire nel mondo, cosciente di vivere una singolare per quanto fuggente realtà.

Le milizie angeliche, spiriti servitori di Dio (Eb 1, 14), e le schiere dei santi, altolocati e venerati sugli altari delle chiese, non sono tutte invenzioni della casta clericale? Non sono già santi tutti i cristiani, lavati e giustificati con il battesimo? (1 Co 6, 11). Non ha Dio comandato di adorare e servire solo lui e il suo unico Mediatore, il Cristo Gesù, in virtù della sua oblazione come riscatto per tutti? (Mt 4, 10; Ap 22, 8-9; Col 2, 18-19; Ef 1, 20-21; 1 Tm 2, 5; Eb 9, 14-15). Non si arriva a Dio solo per mezzo del Figlio? (Gv 14, 6). Per essere da lui esauditi, non si deve pregarlo nel solo nome di Cristo (e non anche dei santi), essendo l’unico intercessore presso il Padre delle pecore a lui affidate? (Gv 14, 13 e 17, 9; 1Gv 2, 1-2). Perché si continua a favoleggiare sull’angelologia e sull’angelolatria, oltre che sulla demonologia? Se gli angeli nei cieli contemplano continuamente il volto di Dio, come possono custodire gli uomini? (Mt 18, 10). Essi non sono mica come Dio, che sta in cielo, in terra e in ogni luogo.

Gesù ha valorizzato, per chi intende farsi suo discepolo, la scelta radicale di rinuncia totale ai beni materiali e agli affetti familiari, promettendo loro una ricompensa centuplicata (Mt 19, 27-29 e paralleli). Il linguaggio di Luca (Lc 14, 26), al riguardo, è più incisivo. Egli usa il termine “odiare” riguardo ai parenti e persino alla vita medesima del “chiamato” da Cristo. La chiesa non è da meno, allorché acconsente ai “vocati” di ritirarsi nei vari conventi, abbandonando alla provvidenza divina genitori, coniuge e figli. Gesù, in verità, non ha preteso che i suoi discepoli andassero a seppellirsi vivi in conventi di clausura. L’unica condizione, che ha richiesto per la salvezza, è l’amore verso Dio e verso il prossimo, che richiede la rinuncia dei propri egoismi e l’abnegazione della propria vita per servire la causa di Dio (Lc 9, 23 seg.). La “rottura” da lui richiesta (Mt 10, 34-39) non implica l’abbandono o il disonore o il nocumento della propria famiglia (Mt 19, 9. 18; 22, 39), né vuole creare una “élite” tra i cristiani: tutti siamo chiamati e per tutti valgono le sue regole. Non è cristiano migliore degli altri chi mortifica la propria natura, votandosi ad un celibato ardente nel rifugio di un monastero. La verginità è una costumanza abominevole, contro natura, escogitata da frigidi e impotenti. Questa pratica repressiva del sesso, castrante e ossessiva, può causare patologie psichiche (ossessioni demoniache e mistiche visioni). Chi, se non la Chiesa, ha inventato il sacramento dell’Ordinazione ed ha elevato a dono di Dio il celibato e il nubilato con voto di castità? Non è più conforme alla natura umana il matrimonio, anch’esso elevato a sacramento dalla Chiesa e benedetto dalla parola di Dio? Egli ha ordinato all’uomo di lasciare i genitori per unirsi con una compagna e formare una nuova famiglia (Mt 19, 4-6; Gn 2, 23-24). Cosi sia, perdio, con o senza pretesca benedizione!

Riguardo alla verginità, Paolo dice di non aver ricevuto disposizioni dal Signore (1 Co 7, 25); tuttavia, consiglia di farsi eunuchi come lui. A chi è ancora celibe o nubile, suggerisce che resti tale, salvo che non sappia contenersi; in tal caso è preferibile che scelga gli sponsali (1 Co 7, 8-9), santo rimedio contro le impudicizie (1 Co 7, 2). Chi si sposa, però, deve sapere che avrà tribolazioni nella carne (!), perciò, se ha una moglie (o un marito), deve far conto di non averla (o averlo), cioè di non far sesso (1 Co 7, 27-29). La castità, ancorché lodata da Paolo, non è un merito e neanche è strumento di salvezza. Quanti sono le nubili e i celibi, che appaiono casti e candidi, ma sono simili a sepolcri imbiancati, belli a vedersi, ma all’interno pieni di putredine? (Mt 23, 27). All’uomo, che decide di ammogliarsi, non gli è più consentito ripudiare la moglie, se non per impudicizia: il matrimonio, dunque, è (quasi) indissolubile (Mt 19, 3 seg.). La donna, invece, non ha voce in capitolo, essendo sottomessa all’uomo. L’uomo, che ripudia la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio. Vero è che la legge mosaica consente all’uomo il divorzio, ma ciò si giustifica con la durezza di cuore del popolo giudaico. Persino i discepoli di Gesù non si capacitavano riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Il Cristo, in vero, può essere compreso, anche quando si esprime “apertis verbis”, solo da chi ha ricevuto dal Padre il dono dello Spirito Santo. Ogni dono, infatti, anche quello di comprendere il Figlio, proviene dal Padre (Gv 3, 27). Non c’è gran che da capire su quelli che si rendevano eunuchi, persino evirandosi, pur di conseguire l’agognato (e fantomatico) Regno dei cieli. Per le donne, che avessero voluto imitare gli eunuchi, non restava che l'infibulazione. Sarebbe opportuno, per amor del vero, che qualche divinità venisse a farci visita di tanto in tanto e mettesse per iscritto, di suo pugno, a chiare lettere, cosa pretende che si faccia di suo gradimento. Nell'attesa di una nuova epifania, ognuno si regoli come può. Intanto, ci si consoli con la ricorrenza festaiola che commemora l’epifania della divinità del Bambinello ai Re Magi in visita a Betlemme. L’insegnamento di Paolo, peraltro, fu contestato dalla setta giudeo-cristiana dei Nazareni, che possedevano il Vangelo integrale secondo Matteo, scritto in lingua ebraica, e onoravano il Cristo come uomo giusto, ma non lo adoravano come divinità.

L’apostolo che è stato arruolato nella milizia di Cristo non deve più impicciarsi degli affari della vita (2 Tm 2, 4). Ma chi più della casta dei preti, seguaci degli apostoli, se n’è impicciato? Quanti di loro hanno ambito più al regno temporale che a quello dei cieli? Essi sono colpevoli d’orribili tirannie e di sanguinose guerre. Hanno eccitato i popoli cristiani a combattere in nome di Dio, mettendosi persino alla testa degli eserciti. Hanno ucciso i loro nemici, mandato sul patibolo gli oppositori e bruciato sul rogo gli eretici e i loro scritti. Hanno detronizzato o intronizzato sovrani e ambìto i primi posti nel clero. Hanno praticato la compravendita di cariche ecclesiali (simonia) a scopo di lucro, vivendo nel fasto delle corti rinascimentali, ornati d’abiti lussuosi e monili preziosi. Hanno gozzovigliato, fornicato, praticato il nepotismo e altre nequizie. Si sono ingozzati con lauti pranzi e sollazzati con i buffoni e le cortigiane durante i banchetti, mentre dei mendicanti sostavano davanti ai loro sontuosi e ben agguerriti palazzi, implorando la carità. Questi falsi dottori non hanno insegnato né tantomeno applicato le sane parole di Cristo (1 Tm 6, 3-19). Hanno, all’opposto, messo in atto le opere della carne (Ga 5, 19-23) e, perciò, non possono piacere a Dio (Rm 8, 8-9). Per dirla con Machiavelli, per mantenere regno e privilegi hanno operato contro la fede, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione.

Nelle prime comunità cristiane non vi era distinzione tra clero e laici, né vi era una parte eletta, ma tutti i cristiani appartenevano all’organismo sacerdotale regale (1 Pt 2, 4-10). Il clero ha assunto una posizione sociale dominante durante il corso del tempo, in forza di una presunta autorità derivante da Dio. Ha così signoreggiato sulla società politica e civile, divenendone eletta parte integrante. S’è persino arrogato il privilegio di esercitare il potere temporale, possedendo ingenti ricchezze e beni materiali con cui magnificarsi. Ha dominato il prossimo, anziché amarlo. Si è dato alle più sfrenate ambizioni e alla ricerca del proprio benessere, anziché perseguire la povertà di vita. Ha difeso i suoi privilegi con le armi, rifuggendo la pace. Ha rimpinzato i loro stomaci con cibi deliziosi, in barba ai miseri affamati, supplicanti briciole di carità cristiana presso gli usci dei loro palazzi. Il clero non ha amato Cristo, perché non ha seguito i suoi insegnamenti (Gv 14, 21-24), ma quelli di mammona. Si è inventato nuovi precetti ed ha imposto ai cristiani un giogo più duro di quello dell’antica Legge mosaica, che né gli apostoli né i loro “padri” avevano potuto sopportare né osservare (At 15, 10-11; 7, 53). Dei cattivi maestri hanno introdotto divisioni perniciose tra i cristiani, operando contro lo spirito di Dio. Pontefici mitrati si sono posti sopra e financo contro il diritto, assurgendo a dignità divina ed attribuendosi l’infallibilità “ex cathedra”. Pietro, invece, rimproverò Cornelio, che si era prostrato ai suoi piedi, invitandolo ad alzarsi e a non riverirlo come se fosse una divinità (At 10, 25-26). Egli non pretese riverenze né il bacio del sacro piede, ritenendosi un uomo al pari di Cornelio. A maggior ragione, chi si ritiene vicario di Cristo sulla terra, deve imitarne il modo umile di vivere. Il Figlio di Dio non possedeva un tetto dove reclinare il capo (Mt 8, 20). Egli insegnò ai discepoli di rifuggire la vanità, attribuendosi titoli onorifici, e di non cercare di primeggiare, bensì di farsi ognuno servitore di tutti (Mt 23, 8- 12).  Il passo di Matteo (Mt 16, 18-19), da cui la Chiesa fa risalire l’autorità vicaria del pontefice, è certamente spurio: una contraffazione di un’età posteriore a quella degli apostoli. A nessun apostolo in particolare Gesù attribuì la supremazia di rappresentarlo sulla terra, dopo la sua dipartita, primeggiando sugli altri cristiani, che sono tutti suoi degni successori. Egli non ordinò agli apostoli di possedere un regno sulla terra, difendendolo a spada tratta, come ha fatto la Chiesa, quando ha potuto alzare la cresta sul decadente impero romano, ricorrendo persino a falsificazioni (come la falsa donazione di Costantino per avallare il possesso di beni terreni). Il regno di Cristo, invece, non è di questo mondo. La sua eredità è stata travisata dai suoi epigoni, i maneggioni clericali fautori della teocrazia papalina e del primato della Chiesa sull’autorità civile.

I prosastici manipolatori del Verbo di Dio, costituitisi in casta sacralizzata, offrono sul mercato della fede la presunta verità di un Essere misterioso. La pretesa parola divina, resa inoppugnabile dalla dogmatica pontificale e dall’autorevolezza delle “auctoritates”, ha lo scopo di asservire l’intelligenza dei fedeli, sedotti dalla dotta speculazione metafisico-teologica, la non-scienza dell’Assoluto.


Lucio Apulo Daunio




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