LA
REDENZIONE CRISTIANA
La redenzione è stata acquisita dai
cristiani mediante il sacrificio del loro dio, il Cristo Gesù. Con la
redenzione è stata stipulata una nuova alleanza tra Dio e un nuovo popolo (Eb
9, 12.24-28; 10, 10-14). Il sacrificio di Cristo si commemora con il rito della
cena eucaristica (1 Co 11, 23- 27), formalizzata dalla Chiesa nella Santa
Messa. Chi crede nel Vangelo, non solo trova ristoro per la sua anima (Mt 11,
28-30), ma riceve anche la remissione dei peccati (At 10, 43). Cristo,
assumendo su di sé tutte le colpe degli uomini, li ha conciliati con Dio,
ottenendo con il suo sacrificio la loro giustificazione al cospetto
dell’Altissimo (2 Co 5, 14-15.18-21). Tale giustificazione, però, secondo la
dottrina della Chiesa, bisogna meritarsela, aderendo incondizionatamente al
cristianesimo nella versione del cattolicesimo. Nell’era della pace tra l’uomo
e Dio, conseguente al sacrificio del Figlio, la giustificazione si attua per
mezzo della fede in Cristo (Rm 5, 1; Col 1, 20). Chi ascolta la sua parola,
espressa nei Vangeli redatti dalla Chiesa, e crede in essa, passa dalla morte
alla vita eterna senza incorrere nel tremendo giudizio divino (Gv 5, 24).
Nessuna spada di Damocle pende sul capo di chi è unito a Cristo (Rm 8, 1). Il
sangue sgorgato dal suo sacrificio ha purificato dal peccato originale l’intero
genere umano: egli solamente può intercedere presso Dio Padre a favore dei
peccatori (1 Gv 1, 7; 2, 1-2). Paolo, però, accenna a una temporanea espiazione
dei peccati attraverso il fuoco per conseguire l’agognata salvezza (1 Co 3,
15). Comunque sia, l’invenzione del fuoco purificatore (Purgatorio), cioè della
pena transitoria da scontare prima di poter beneficiare del Paradiso, è servita
alla Chiesa per soggiogare le coscienze dei credenti al dominio clericale e
rimpinguare con prezzati suffragi i forzieri della banca vaticana. Ricamar fole
è un’arte che accomuna tutte le religioni.
Tra le
proficue invenzioni della Chiesa, dunque, spicca quella delle indulgenze, che
consentirebbe di ottenere lo sconto, totale o parziale, della pena dell’ignis
purgatorius. La vendita delle indulgenze e la simonia sono macchie
indelebili che hanno diviso l’unità della Chiesa, diffamandola. I suffragi per
le anime dei cristiani, ancorché morti in grazia di Dio, ritenuti necessari per
abbreviare la pena temporanea del fuoco purificatore, sono stati legittimati
con il dogma del Purgatorio, decretato nel XVI sec. dal Concilio di Trento. Non
si comprende tuttavia perché il cristiano, cui sono rimessi i peccati, deve
essere ulteriormente perseguitato col fuoco purificatore. Né tantomeno si
comprende un dio contabile, che elargisce sconti di pena alle anime dei defunti
in base alla quantità dei suffragi ricevuti. Gesù non ha prescritto indulgenze
per i vivi né suffragi per le anime dei morti. Chi non si salverà, sarà punito
nell’abisso dell’inferno, in eterno. Questa idea fissa della sofferenza: in
terra, in cielo o chi sa dove, è una mania propria del cristianesimo. I beati,
invece, dopo esser stati purificati nel Purgatorio, luogo di temporaneo
supplizio, potranno godere le amenità paradisiache. Se la fede per ottenere la
salvezza è un dono che Dio elargisce agli eletti, predestinandoli alla vita
eterna (Rm 11, 2; 2 Co, 3, 5-6), può la fede provenire dalla volontà dell’uomo?
Se la fede dipende da un’iniziativa divina (Rm 8, 28-30), l’arbitrio dell’uomo
non è libero ma servo, come sosteneva Lutero. L’assoluta necessità della
grazia, riguardo alla salvezza, è un principio elaborato dalla Chiesa. Del
resto, le concezioni che prevedono un giudizio post mortem e
una differenziazione delle pene in base alle colpe commesse, sono comuni anche
ai pagani. Greci e Romani favoleggiavano di luoghi deputati alla felicità delle
anime beate (Campi Elisi, Isole dei Beati), che immaginavano posti ai confini
del mondo o sottoterra o sulla luna o nell’alto dei cieli. Per i rei, invece,
c’era solo la via dell’oscuro e marcescente Tartaro. Non mancano concezioni che
vedono nella morte il ripristino dell’originario stato dell’uomo, antecedente
la nascita, e l’annullamento della memoria di sé. Forse, il vero e unico
inferno, da cui l’uomo dovrebbe liberarsi, è l’angoscia di vivere una precaria
esistenza, accettando invece l’opportunità d’essere e agire nel mondo,
cosciente di vivere una singolare per quanto fuggente realtà.
Le milizie
angeliche, spiriti servitori di Dio (Eb 1, 14), e le schiere dei santi,
altolocati e venerati sugli altari delle chiese, non sono tutte invenzioni
della casta clericale? Non sono già santi tutti i cristiani, lavati e
giustificati con il battesimo? (1 Co 6, 11). Non ha Dio comandato di adorare e
servire solo lui e il suo unico Mediatore, il Cristo Gesù, in virtù della sua
oblazione come riscatto per tutti? (Mt 4, 10; Ap 22, 8-9; Col 2, 18-19; Ef 1,
20-21; 1 Tm 2, 5; Eb 9, 14-15). Non si arriva a Dio solo per mezzo del Figlio?
(Gv 14, 6). Per essere da lui esauditi, non si deve pregarlo nel solo nome di
Cristo (e non anche dei santi), essendo l’unico intercessore presso il Padre
delle pecore a lui affidate? (Gv 14, 13 e 17, 9; 1Gv 2, 1-2). Perché si
continua a favoleggiare sull’angelologia e sull’angelolatria, oltre che sulla
demonologia? Se gli angeli nei cieli contemplano continuamente il volto di Dio,
come possono custodire gli uomini? (Mt 18, 10). Essi non sono mica come Dio,
che sta in cielo, in terra e in ogni luogo.
Gesù ha
valorizzato, per chi intende farsi suo discepolo, la scelta radicale di
rinuncia totale ai beni materiali e agli affetti familiari, promettendo loro
una ricompensa centuplicata (Mt 19, 27-29 e paralleli). Il linguaggio di Luca
(Lc 14, 26), al riguardo, è più incisivo. Egli usa il termine “odiare” riguardo
ai parenti e persino alla vita medesima del “chiamato” da Cristo. La chiesa non
è da meno, allorché acconsente ai “vocati” di ritirarsi nei vari conventi,
abbandonando alla provvidenza divina genitori, coniuge e figli. Gesù, in
verità, non ha preteso che i suoi discepoli andassero a seppellirsi vivi in
conventi di clausura. L’unica condizione, che ha richiesto per la salvezza, è
l’amore verso Dio e verso il prossimo, che richiede la rinuncia dei propri
egoismi e l’abnegazione della propria vita per servire la causa di Dio (Lc 9,
23 seg.). La “rottura” da lui richiesta (Mt 10, 34-39) non implica l’abbandono
o il disonore o il nocumento della propria famiglia (Mt 19, 9. 18; 22, 39), né
vuole creare una “élite” tra i cristiani: tutti siamo chiamati e per tutti
valgono le sue regole. Non è cristiano migliore degli altri chi mortifica la
propria natura, votandosi ad un celibato ardente nel rifugio di un monastero. La
verginità è una costumanza abominevole, contro natura, escogitata da frigidi e
impotenti. Questa pratica repressiva del sesso, castrante e ossessiva, può
causare patologie psichiche (ossessioni demoniache e mistiche visioni). Chi, se
non la Chiesa, ha inventato il sacramento dell’Ordinazione ed ha elevato a dono
di Dio il celibato e il nubilato con voto di castità? Non è più conforme alla
natura umana il matrimonio, anch’esso elevato a sacramento dalla Chiesa e
benedetto dalla parola di Dio? Egli ha ordinato all’uomo di lasciare i genitori
per unirsi con una compagna e formare una nuova famiglia (Mt 19, 4-6; Gn 2,
23-24). Cosi sia, perdio, con o senza pretesca benedizione!
Riguardo
alla verginità, Paolo dice di non aver ricevuto disposizioni dal Signore (1 Co
7, 25); tuttavia, consiglia di farsi eunuchi come lui. A chi è ancora celibe o
nubile, suggerisce che resti tale, salvo che non sappia contenersi; in tal caso
è preferibile che scelga gli sponsali (1 Co 7, 8-9), santo rimedio contro le
impudicizie (1 Co 7, 2). Chi si sposa, però, deve sapere che avrà tribolazioni
nella carne (!), perciò, se ha una moglie (o un marito), deve far conto di non
averla (o averlo), cioè di non far sesso (1 Co 7, 27-29). La castità, ancorché
lodata da Paolo, non è un merito e neanche è strumento di salvezza. Quanti sono
le nubili e i celibi, che appaiono casti e candidi, ma sono simili a sepolcri
imbiancati, belli a vedersi, ma all’interno pieni di putredine? (Mt 23, 27).
All’uomo, che decide di ammogliarsi, non gli è più consentito ripudiare la
moglie, se non per impudicizia: il matrimonio, dunque, è (quasi) indissolubile
(Mt 19, 3 seg.). La donna, invece, non ha voce in capitolo, essendo sottomessa
all’uomo. L’uomo, che ripudia la moglie e ne sposa un’altra, commette
adulterio. Vero è che la legge mosaica consente all’uomo il divorzio, ma ciò si
giustifica con la durezza di cuore del popolo giudaico. Persino i discepoli di
Gesù non si capacitavano riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Il
Cristo, in vero, può essere compreso, anche quando si esprime “apertis
verbis”, solo da chi ha ricevuto dal Padre il dono dello Spirito Santo.
Ogni dono, infatti, anche quello di comprendere il Figlio, proviene dal Padre
(Gv 3, 27). Non c’è gran che da capire su quelli che si rendevano eunuchi,
persino evirandosi, pur di conseguire l’agognato (e fantomatico) Regno dei
cieli. Per le donne, che avessero voluto imitare gli eunuchi, non restava che
l'infibulazione. Sarebbe opportuno, per amor del vero, che qualche divinità
venisse a farci visita di tanto in tanto e mettesse per iscritto, di suo pugno,
a chiare lettere, cosa pretende che si faccia di suo gradimento. Nell'attesa di
una nuova epifania, ognuno si regoli come può. Intanto, ci si consoli con la
ricorrenza festaiola che commemora l’epifania della divinità del Bambinello ai
Re Magi in visita a Betlemme. L’insegnamento di Paolo, peraltro, fu contestato
dalla setta giudeo-cristiana dei Nazareni, che possedevano il Vangelo integrale
secondo Matteo, scritto in lingua ebraica, e onoravano il Cristo come uomo
giusto, ma non lo adoravano come divinità.
L’apostolo che
è stato arruolato nella milizia di Cristo non deve più impicciarsi degli affari
della vita (2 Tm 2, 4). Ma chi più della casta dei preti, seguaci degli
apostoli, se n’è impicciato? Quanti di loro hanno ambito più al regno temporale
che a quello dei cieli? Essi sono colpevoli d’orribili tirannie e di sanguinose
guerre. Hanno eccitato i popoli cristiani a combattere in nome di Dio,
mettendosi persino alla testa degli eserciti. Hanno ucciso i loro nemici,
mandato sul patibolo gli oppositori e bruciato sul rogo gli eretici e i loro
scritti. Hanno detronizzato o intronizzato sovrani e ambìto i primi posti nel
clero. Hanno praticato la compravendita di cariche ecclesiali (simonia) a scopo
di lucro, vivendo nel fasto delle corti rinascimentali, ornati d’abiti lussuosi
e monili preziosi. Hanno gozzovigliato, fornicato, praticato il nepotismo e
altre nequizie. Si sono ingozzati con lauti pranzi e sollazzati con i buffoni e
le cortigiane durante i banchetti, mentre dei mendicanti sostavano davanti ai
loro sontuosi e ben agguerriti palazzi, implorando la carità. Questi falsi
dottori non hanno insegnato né tantomeno applicato le sane parole di Cristo (1
Tm 6, 3-19). Hanno, all’opposto, messo in atto le opere della carne (Ga 5,
19-23) e, perciò, non possono piacere a Dio (Rm 8, 8-9). Per dirla con
Machiavelli, per mantenere regno e privilegi hanno operato contro la fede,
contro la carità, contro l’umanità, contro la religione.
Nelle prime
comunità cristiane non vi era distinzione tra clero e laici, né vi era una
parte eletta, ma tutti i cristiani appartenevano all’organismo sacerdotale
regale (1 Pt 2, 4-10). Il clero ha assunto una posizione sociale dominante
durante il corso del tempo, in forza di una presunta autorità derivante da Dio.
Ha così signoreggiato sulla società politica e civile, divenendone eletta parte
integrante. S’è persino arrogato il privilegio di esercitare il potere
temporale, possedendo ingenti ricchezze e beni materiali con cui magnificarsi.
Ha dominato il prossimo, anziché amarlo. Si è dato alle più sfrenate ambizioni
e alla ricerca del proprio benessere, anziché perseguire la povertà di vita. Ha
difeso i suoi privilegi con le armi, rifuggendo la pace. Ha rimpinzato i loro
stomaci con cibi deliziosi, in barba ai miseri affamati, supplicanti briciole
di carità cristiana presso gli usci dei loro palazzi. Il clero non ha amato
Cristo, perché non ha seguito i suoi insegnamenti (Gv 14, 21-24), ma quelli di
mammona. Si è inventato nuovi precetti ed ha imposto ai cristiani un giogo più
duro di quello dell’antica Legge mosaica, che né gli apostoli né i loro “padri”
avevano potuto sopportare né osservare (At 15, 10-11; 7, 53). Dei cattivi
maestri hanno introdotto divisioni perniciose tra i cristiani, operando contro
lo spirito di Dio. Pontefici mitrati si sono posti sopra e financo contro il
diritto, assurgendo a dignità divina ed attribuendosi l’infallibilità “ex
cathedra”. Pietro, invece, rimproverò Cornelio, che si era prostrato ai
suoi piedi, invitandolo ad alzarsi e a non riverirlo come se fosse una divinità
(At 10, 25-26). Egli non pretese riverenze né il bacio del sacro piede,
ritenendosi un uomo al pari di Cornelio. A maggior ragione, chi si ritiene
vicario di Cristo sulla terra, deve imitarne il modo umile di vivere. Il Figlio
di Dio non possedeva un tetto dove reclinare il capo (Mt 8, 20). Egli insegnò
ai discepoli di rifuggire la vanità, attribuendosi titoli onorifici, e di non
cercare di primeggiare, bensì di farsi ognuno servitore di tutti (Mt 23, 8-
12). Il passo di Matteo (Mt 16, 18-19), da cui la Chiesa fa risalire
l’autorità vicaria del pontefice, è certamente spurio: una contraffazione di
un’età posteriore a quella degli apostoli. A nessun apostolo in particolare
Gesù attribuì la supremazia di rappresentarlo sulla terra, dopo la sua
dipartita, primeggiando sugli altri cristiani, che sono tutti suoi degni
successori. Egli non ordinò agli apostoli di possedere un regno sulla terra,
difendendolo a spada tratta, come ha fatto la Chiesa, quando ha potuto alzare
la cresta sul decadente impero romano, ricorrendo persino a falsificazioni
(come la falsa donazione di Costantino per avallare il possesso di beni
terreni). Il regno di Cristo, invece, non è di questo mondo. La sua eredità è
stata travisata dai suoi epigoni, i maneggioni clericali fautori della
teocrazia papalina e del primato della Chiesa sull’autorità civile.
I prosastici
manipolatori del Verbo di Dio, costituitisi in casta sacralizzata, offrono sul
mercato della fede la presunta verità di un Essere misterioso. La pretesa
parola divina, resa inoppugnabile dalla dogmatica pontificale e dall’autorevolezza
delle “auctoritates”, ha lo scopo di asservire l’intelligenza dei
fedeli, sedotti dalla dotta speculazione metafisico-teologica, la non-scienza
dell’Assoluto.
Lucio Apulo Daunio
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