mercoledì 25 gennaio 2012


  ILLUSIONI CRISTIANE




Gli autori delle Sacre Scritture cristiane affermano che l’ebreo Gesù operò secondo le profezie dell’Antico Testamento. Queste annunciavano la venuta di un messia: il cristo, l’unto del Signore, il re consacrato d’Israele, che avrebbe riscattato il popolo ebraico dai mali del mondo. Questo messia, parola del Nuovo Testamento, sarebbe Gesù, elevato dai suoi epigoni a “Figlio di Dio”, l’essere divino che si è fatto uomo per salvare dal peccato originale l’umana gente. Gli ebrei, invece, che avevano adottato un dio tutto per loro, e che in forza di questa supposta potenza si consideravano privilegiati rispetto agli altri popoli della terra, non crederono al “verbo” predicato dall'apostata Gesù e ai presunti miracoli da lui compiuti. Negavano che egli fosse l’atteso messia e, tanto meno, che fosse figlio divino di Dio. Figuriamoci poi se potevano accettare che fosse consustanziale al Padre celeste, da cui, secondo la dottrina dogmatica cristiana, “procederebbe” (cioè, generato e non creato) assieme allo Spirito Santo. Al più potevano considerare Gesù come uno dei tanti profeti del tempo. Sospettarono che fosse un seguace del partito degli zeloti, i patrioti che in Israele fomentavano rivolte contro il dominio romano, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell’intera nazione.

Che cosa ha fatto di rilevante durante la sua vita terrena il sedicente Cristo, Figlio di Dio, per farsi accreditare presso il suo popolo? Quali mirabili imprese egli ha realizzato per il benessere e la felicità dell’umana specie? Pur essendo in suo potere convertire il prossimo con l’aiuto dello Spirito Santo, pare che non godesse stima tra la sua gente e persino tra i propri famigliari. I suoi paesani, che lo conoscevano bene, poco mancarono che lo linciassero, tanto che dovette emigrare da Nazareth a Cafarnao, che pure maledisse per la pochezza di fede dei suoi abitanti. I dotti ebrei non credevano in lui, né che fosse l’atteso messia né un uomo saggio; figuriamoci poi se potevano credere che fosse un dio incarnato, figlio di un dio padre: roba da stracciarsi le vesti per la bestemmia pronunciata. La sua condotta non poté essere più tollerata dall’autorità giudaica. Abbandonato dai suoi discepoli, denunciato alle autorità religiose e politiche come empio sovversivo, Gesù fu condannato a una pena infamante: la crocifissione. I suoi compagni di sventura, dopo qualche tempo, fantasticarono su di lui, asserendo che egli in vita aveva predetto la sua resurrezione, della quale, peraltro, sono gli unici che ne danno testimonianza. Solo con la fede si può credere a ciò che la ragione dubita, in mancanza di prove concrete. In verità, in fede degli evangelisti, neanche i discepoli di Gesù crederono alla sua resurrezione, almeno fino a quando, in fede loro, ne ebbero la prova vedendolo apparire in carne e ossa. Tommaso si convinse solo quando toccò le sue piaghe. In realtà, ciò che appare verosimile della storia del Galileo, è l’ingloriosa fine della sua vita, la sua “passione”, del resto prevedibile dalla sua alterigia nei confronti dell’autorità costituita. Contestazioni, arroganze, dottrine eterodosse, imprecazioni (poco cristiane) lo resero inviso alle autorità religiose giudaiche. Morendo appeso sulla croce, da maledetto (Dt 21, 22-23), Gesù contaminò il suolo benedetto, che Jahvè aveva donato in eredità al popolo prediletto. Egli, condannato a morire sulla croce, non ha liberato il genere umano da un’atavica, biblica, leggendaria maledizione, annullandola (Ga 3, 12-14). Al contrario, s’è macchiato d’ignominia e di saccenteria, predicando dottrine velleitarie, contrastando le prescrizioni della Legge, apostatando dall’ebraismo. Di lui, persino gli apostoli dubitarono. Uno di loro lo ha persino tradito; un altro, il principe degli apostoli, pietra angolare dell’edificante chiesa cristiana, lo ha rinnegato. Tutti i fedelissimi fuggirono a gambe levate nell’ora più triste. In molti lo videro morire, ma solo pochi, in fede loro, lo videro risorto e di lui favoleggiarono, lasciando ai posteri contraddittorie testimonianze. Il mito del Cristo-Dio risorto, propagandato dall’incipiente cristianesimo in tempi in cui germogliavano credenze superstiziose, ha dato gloria immortale alle sue eroiche, tragiche gesta, a tutto vantaggio di un clero gerarchizzato, costituitosi in monarchia di diritto divino, il cui sovrano si reputa responsabile solo verso la divinità. I cristiani, in realtà, adorano un uomo divinizzato, che hanno proclamato re del cielo e della terra e triplicato in un dio uni-trino, ligio a condannare nel tribunale del suo regno celeste, con tremendo e inappellabile giudizio sommario, chi rifiuterà di credere e di sottomettersi ai diktat del suo terrestre vicario. Il papa, pontefice massimo della cristianità, giacché presume di rappresentare Dio sulla terra, si arroga il potere di sciogliere e legare “ad libitum” con validità in questo e nell’altro mondo (Lc 19, 27-28). Se Jahvè gioiva nel comminare maledizioni agli ebrei infedeli durante la loro esistenza terrena (Dt 28, 15 seg.), non da meno gioirono secoli addietro i cristiani, degni figli di un dio indegno, perseguitando e gettando alle fiamme i rami secchi (Gv 15, 6), cioè infedeli, eretici, streghe. La santa alleanza del clero con le autorità civili, l’intolleranza e il fanatismo degli inquisitori appartenenti agli ordini servili dei frati domenicani e francescani, la milizia gesuitica papalina: tutti si prodigarono a smorzare le ribellioni contro l’egemonia del potere ecclesiastico, mediante il terrore, le torture, la violenza morale e fisica.

Pia illusione è voler credere che possa esistere un dio giusto e benevolo, un padre che tutto può, tutto vede e a tutto provvede. Lo smentiscono i devastanti cataclismi, che diffondono sgomento e sofferenze nel mondo, senza distinguere i buoni dai cattivi. Se il mondo appare fatto per i furbi senza scrupoli, agli onesti non resta che scegliere: o rassegnarsi ai mali del mondo, illudendosi in una fede religiosa che predica la speranza di una futura ricompensa nell’aldilà; oppure attivarsi nell’aldiquà per migliorare la vita di tutti nel mondo reale, rispettando la natura che ci ospita. Non in Dio, bensì nella concretezza del nostro essere e agire nel mondo che va trovata la spiegazione alla nostra breve esistenza. Non esiste la “Verità”, ma una verità controllabile, verificabile, falsificabile. Il senso della vita è vivere un’esistenza singolare, senza eccessivo egoismo, immedesimandosi nei bisogni del prossimo. Cercare verità evanescenti nel trascendente, credere alle favole teistiche, è la conseguenza di un atavico bisogno di protezione, che accompagna l’umanità dalla notte dei tempi, spaventata dai terrificanti eventi della natura e da tutto ciò che ignora. L’alienazione prodotta dal cristianesimo genera il mito dell’eterna felicità in un fantomatico regno celeste, lontano dalla concretezza della vita reale. Le ultramondane beatitudini sono riservate a esclusivo beneficio degli eletti. Per la massa dei dannati, invece, si prospetta una penosa eternità. Il ricorso alla religione è un mezzo irrazionale per trovare conforto alle difficoltà del vivere. L’irrazionalità, peraltro, pervade anche la cultura laica, laddove sconfina dai valori razionali dell’agire umano, ed esalta quelli istintivi, emotivi, immaginifici, che portano a credere in realtà inesistenti.

L’umanità non ha bisogno di virtù soprannaturali, infuse da un dio misterioso e invisibile, correlate a un premio in un mondo irreale. Virtù umane sono quelle proprie di un’etica laica, trasfuse in un sistema di regole giuridiche, che educano alla responsabilità.  Guida utile per l’umana gente non è la virtù teologale della fede nella verità rivelata in tempi remoti da un dio trascendente agli eletti suoi fedeli, bensì la fiducia nel progresso della ricerca scientifica, da cui acquisire conoscenze e relative certezze immanenti a beneficio dell’umanità. Ciò che l’umanità deve perseguire, consapevole dei propri limiti, non è la virtù teologale della speranza nell’eterna visione beatifica di un dio ignoto, bensì la concretezza di una singolare, responsabile esperienza di vita. Utile non è la virtù teologale della carità verso il prossimo per amore di Dio, bensì l’impegno politico a rimuovere le cause che determinano la sperequazione della ricchezza e l’ingiustizia sociale. Il reciproco rispetto, la tolleranza nei riguardi delle altrui idee, l’interrelazione con le altre interiorità umane in un reciproco accrescimento di valori comuni, denota il carattere di formazione laica e civile delle persone e l’indelebile impronta di civiltà raggiunta da un popolo.

Penso, dunque posso dubitare delle mie certezze, dei miei parametri di giudizio. Sono un essere razionale, dunque indago la realtà con l’uso della ragione, affidandomi al metodo scientifico, avvalendomi del senso critico, controllando l’attendibilità delle conoscenze acquisite. Pensare è anche riflettere, ragionare, dimostrare, mettendo in discussione i valori in cui si crede, raffrontandoli con quelli cui non si aderisce. Questo processo dialettico, di confronto fra una pluralità di valori, caratterizza la libertà di un popolo in un determinato periodo storico. L’assolutizzazione, invece, genera l’intolleranza e il pensiero unico. Solo il reciproco, critico confronto con le altrui scelte, nei limiti di una civile tolleranza, e la ricerca di valori condivisibili potrà consentire la convivenza tra popoli che hanno diverse culture, favorendone la convivenza. Il progresso civile deve fondarsi sulla ragione e sulla conoscenza scientifica. Regresso è l’irrazionale spreco di risorse per innalzare templi in onore di divinità immaginarie, come anche il finanziamento della casta sacerdotale, che perpetua il proprio dominio propagando superstiziose credenze metafisiche alienanti le coscienze con illusorie speranze nell’aldilà. Non templi ma edifici idonei ai bisogni di vita dell’uomo servono a migliorare la qualità della vita. A che pro onorare la santità di una vita spesa per un’illusione, trascurando chi reca effettivi benefici all’umanità? Il bene supremo non va cercato nella cristiana illusione del regno dei cieli, né tanto meno nella speranza di una ricompensa da parte di un dio ignoto, ma nel coraggio di affrontare un mondo reale, costruendo la propria vita assieme a quelle altrui.

Allorquando la scienza dimostrò che la Terra è rotonda (anche se in paesi arretrati potrebbe esserci chi ancora crede che la terra sia piatta), fu definitivamente revocata in dubbio la validità delle verità propagate dalla fede giudaico-cristiana, i cui errori madornali, imposti con la violenza fisica e morale, hanno denotato l’atteggiamento settario dei seguaci del Nazareno. Lo stesso Agostino, il retore santificato e addottorato dalla Chiesa, ammise che, se fosse stata dimostrata la sfericità della Terra, le asserite verità del cristianesimo sarebbero falsità. Il cattolicesimo pseudo ecumenico del Vaticano, in preda a deliri di grandezza, si crede depositario dell’unica verità, ossia dell’unica falsità tutelata dalla legge per un comune sentire di un popolo educato religiosamente. Lo Stato ha legalizzato una superstizione che la Chiesa continua impunemente a propagandare con ingenti mezzi al mondo intero, abusando della credulità popolare. La complicità dello Stato, al riguardo, è riprovevole, perché, anziché salvaguardare i cittadini dagli altrui inganni, tutela giuridicamente gli ingannatori dagli attacchi demolitori dei liberi pensatori. La Chiesa dei cristiani, ancorché si copra sotto il vello del mite agnello, deve rispondere al tribunale dell’umanità d’efferati crimini e violenze. La cristianità si è macchiata di colpe scellerate: guerre di religione, genocidi, omicidi politici, violenza psicologica, aggressioni processuali, persecuzioni (pogrom), fanatismi (come l’uccisione della neoplatonica Ipazia per mano di esaltati e ignoranti monaci cristiani), processi inquisitori, torture, autodafé, condanne al rogo, divieti al controllo delle nascite, impedimenti al progresso culturale e scientifico, interdizioni all’esplicazione del libero pensiero (indice dei libri proibiti), discriminazioni, castrazioni, perversioni sessuali (pedofilia), distruzioni, incendi di biblioteche (come quella famosa d’Alessandria d’Egitto), tratta degli schiavi, sradicamenti d’antiche culture, simonie, vendita d’indulgenze, commercio di false reliquie, truffe, falsificazioni di documenti (come la falsa Donazione di Costantino per giustificare la scalata al potere secolare; o come le Decretali dello pseudo Isidoro per avvalorare la tesi della sottomissione del potere temporale a quello ecclesiastico), e altre simili nefandezze. Le scuse del papa, per i misfatti compiuti dai cristiani nel nome del loro dio, non potranno giammai zittire le coscienze né essere obliate dalla memoria storica dell’umanità.     

Si diffuse nell’antichità la voce che il grande Pan, il dio che rideva e danzava, simbolo della forza vitale, era morto. Assieme a lui scomparvero anche gli antropomorfici dei dell’Olimpo. Deserto divenne il Pantheon, giacché l’Ellade era morta. Non scomparvero però altre imposture. Esse ancora pervadono le contrade del mondo, contaminando le coscienze con meste superstizioni. Tristi figure corvine gracchiano lodi a un uomo deificato. Oppressa è la libertà dell’uomo dal tirannico dominio delle religioni.

La gioia divamperà quando ogni illusoria divinità sarà rimossa dai sogni degli uomini.                                                                                                                                                                                                                                                                            
  Lucio Apulo Daunio
                                                                                                            

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