lunedì 26 dicembre 2011


PAOLO  
INVENTORE DEL CRISTIANESIMO



Paolo, l’inventore del cristianesimo, fulminato dalla fede in Cristo sulla via per Damasco, apostatizzò dal giudaismo, sottraendosi al dominio della Legge mosaica. La Legge, infatti, a suo dire, non giustificava l’uomo, perché, se l’avesse giustificato, Cristo sarebbe morto invano (Ga 2, 18-21). Paolo, pur avendo abbandonato il giudaismo per aderire a Cristo, non mancò di ritornare al giudaismo, nonostante i suoi ammonimenti (Ga 5, 1), sottomettendosi al giogo della schiavitù, indotta dall’osservanza scrupolosa della Legge. Che era impossibile, anche per un giudeo rigoroso, osservare le innumerevoli prescrizioni della Legge, se ne rese conto lo steso apostolo Pietro. Egli, infatti, considerò l’inopportunità d’imporre ai pagani convertiti l’osservanza della Legge, ritenendola un giogo duro da sopportare persino dai Giudei (At 15, 10-11). Soave e leggero, invece, era il giogo del vangelo di Cristo (Mt 11, 28-30). Della mitezza e umiltà di cuore proclamate dal vangelo, l’irruente Paolo (ma anche il burbero Pietro) non sempre ne fece tesoro (Ga 5, 12). Del resto, anche l’apocalittico Gesù minacciò e imprecò a destra e a manca.

La Legge - dice Paolo - ha avuto una funzione provvisoria durante il tempo d’attesa del Messia, il Cristo Gesù, il Salvatore. Ora, dopo la comparsa di Gesù, essa non è più utile per la salvezza (Rm 10, 4; Ga 3, 19 seg.).  In verità, essa fu scritta con il pugno di Jahvè e da lui ordinata a perenne vigenza (Es 12, 14-20). Se, dunque, come sostiene Paolo, solo per mezzo di Cristo l’umanità può trovare la salvezza, non essendo più sufficiente essere un buon giudeo, osservante della Legge, perché Dio ha tardato nell’inviarci la panacea della grazia tramite il Figlio? L’illuminato Paolo, il sognatore di Dio, nel suo vaniloquio ai Galati (Ga 4, 1 seg.), afferma che la Legge ha tutelato l’immaturità del popolo giudaico, fino a quando l’insindacabile giudizio di Dio lo ha riconosciuto (bontà sua) maturo. Il ritardo di Dio nel concedere la salvezza all’umanità, Paolo lo giustifica addossando la colpa all’immaturità degli ebrei. Se la speranza (spes ultima dea) di poter vivere dopo la morte nell’estasi eterna della visione di Dio, se questa speranza cristiana diverrà certezza, la vita ultraterrena appare all’umana ragione insopportabile e noiosa. Se, invece, tale speranza è l’illusione d’orditi inganni clericali, dopo la morte tutto finirà (mors ultima ratio). Un eterno sonno, privo di sogni, ci sommergerà nel Lete, il fiume dell’oblio. Dio lo voglia!

Ai Galati (Ga 3, 26-28), Paolo dichiara che dopo il battesimo, patrimonio di tutti i credenti (contrariamente alla circoncisione, eredità esclusiva dei maschi giudei), non esistono più differenze per i seguaci di Cristo: né di popolo né di condizione sociale né di genere. Un principio, questo, non ancora del tutto realizzato né dai cristiani né dalla Chiesa, che è divenuta potenza temporale, istituzionalizzata e legittimata a spacciare per verità il mito cristiano. Ai tempi di Cristo la donna aveva certamente più dignità di quanto non ebbe qualche secolo dopo. Poteva essere dotata di particolari carismi (doni spirituali, cfr. 1 Co 12, 1 seg.; 14, 26; Rm 12, 6-8; Ef 4, 11), avere incombenze religiose ed essere altresì annoverata tra gli apostoli, cioè tra i discepoli impegnati nell’evangelizzazione (Rm 16, 1-24; Fl 4, 2-3). Gesù, del resto, si mescolava con le donne, rispettabili e non, meravigliando persino i discepoli (Gv 4, 27). Le donne facevano parte del suo seguito e lo servivano (finanziando la sua missione). Ai Corinzi (1 Co 11, 3 seg.), invece, Paolo predica la disuguaglianza gerarchica tra Dio e Cristo, tra Cristo e uomo, tra uomo e donna (Eva è una propaggine d'Adamo). Nella scala gerarchica, Paolo colloca Dio come superiorità assoluta, cui subordina prima Cristo, poi l'uomo e infine la donna (meno perfetta rispetto all’uomo). Il luminare Agostino puntualizzerà che la donna non è stata creata come l’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Paolo, pur divenendo un seguace di Cristo, restava pur sempre culturalmente un giudeo. Il giudaismo, infatti, proibiva alla donna, ritenendola impura, di occuparsi di cose sacre. La puerpera era soggetta alle norme di purificazione (Lv 12, 1-8). Nelle sinagoghe la donna non aveva il diritto di parlare e quando si presentava in pubblico doveva avere il capo coperto. Paolo, attenendosi ai costumi giudaici, per le donne dispose che nelle assemblee liturgiche avessero il capo coperto con un velo per riguardo agli uomini (non a Dio). Se non volevano indossare il cristiano “chador”, dovevano tagliarsi i capelli (similmente ai fanatici seguaci di culti orientali); se si vergognavano di farsi vedere con la testa rasata, dovevano coprirsi il capo. L’uomo, invece, aveva il dovere di scoprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio, diversamente dalla donna, che fu creata per la gloria dell’uomo da una sua costola. Per questo la donna doveva portare un segno (marchio) di dipendenza (d’inferiorità) sul capo, anche per rispetto verso gli angeli (mah! Non si sa mai. Potrebbero nuovamente incaponirsi della bellezza delle donne, osservandole con le fluenti chiome scoperte). Non si comprende la ragione per cui queste supposte entità asessuate dovrebbero trovare sconveniente la testa chiomata delle donne, e non anche la folta capigliatura degli uomini. In verità, i “gentili”, uditori delle prediche paoline, non avevano l’abitudine giudaica di coprirsi il capo con un mantello durante la preghiera. Varie furono le giustificazioni (pregiudizi) addotte dalla Chiesa cattolica per negare il sacerdozio femminile. La donna, considerata biologicamente inferiore all’uomo, creato ad immagine di Dio, è vissuta per molti secoli nei paesi cristianizzati in stato di sudditanza del maschio, nel quale si presumeva che predominasse la ragione. Paolo proibì alle donne, durante il raduno agapico della comunità, di prendere la parola, salvo che non fosse dotata di carismi. In tal caso poteva predicare e profetizzare su ispirazione divina, osservando comportamenti decorosi. Se non aveva ispirazione, doveva tacere (1 Co 14, 34-40). Parlare nelle sante assemblee degli uomini era disdicevole per lei. Se voleva apprendere, poteva interrogare in casa il marito, cui era assoggettata, essendo l’uomo capo della donna (Ef 5, 21 seg.; Col 3, 18). La Bibbia, infatti, impone alla donna di sottomettersi all’uomo (Gn 3, 16). Ad avviare le giovani ai loro doveri familiari e domestici, a essere persone sagge, prudenti, buone, caste e docilmente sottomesse ai propri mariti, erano deputate le sante matriarche (Tt 2, 1 seg.). Quanto all’abbigliamento, Paolo (1 Tm 2, 9-15) raccomandava la decenza, proibendo loro di apparire imbellettate, con vesti sontuose e ornamenti preziosi. Ciò che si addiceva alle pie donne era l’ornamento interiore, soprattutto la taciturnità. Paolo non permetteva loro d’insegnare, ma solo d’imparare in silenzio, con perfetta sottomissione all’uomo. Questa sudditanza della donna la giustificava ricorrendo ai primordi della creazione, al mito della nascita primigenia d’Adamo e di quella successiva di Eva da una costola dell’uomo (Gn 2,7. 18. 22). In verità, anche la Bibbia è incerta a chi dei due spetta il primato della nascita. Se Adamo riceve l'aureola da Jahvè, gli Elohim (il Dio concepito dagli ebrei come un insieme di manifestazioni di potenza) la consegnano prima agli animali e poi all’umanità, senza distinzione di sesso (Gn 1, 20-31). Paolo, che si atteggia a maschilista, affetto dalla psicosi del peccato, addebita il primato della colpa originaria a Eva (mito di Pandora), pur di giustificare l’inferiore natura femminile. Il mito del peccato originale, commesso da supposti primi avi in violazione di tabù divini, da cui consegue la colpa da espiare di tutta la loro discendenza, è una pretestuosa corbelleria biblica (Rm 5, 12). I dotti teologi della Chiesa trionfante affibbiarono alla donna il marchio di tentatrice, sostenendo che doveva vergognarsi persino del fatto di essere, in quanto donna, discendente di Eva. La misoginia chiesastica, avvalendosi dei pregiudizi dell’antichità pagana, considerò la donna poco intelligente e inferiore all’uomo, quindi indegna al conferimento del sacramento dell’ordine (sacerdozio). Agostino, santificato e addottorato dalla Chiesa, le voleva ignoranti e segregate tra le pareti domestiche al fine di evitare che la loro peccaminosa bellezza tentasse la purezza dei santi cristiani. Lui le conosceva bene, avendo amoreggiato a lungo con loro. Maometto, addirittura, paragonerà la donna a un campo da arare tutte le volte che l’uomo la desidera. La donna, secondo Maometto, deve essere sempre disponibile a soddisfare l’uomo (al pari di una prostituta). La missione, che Paolo assegna alla donna, strumento dell’uomo, è la generazione di figli, per mezzo della quale anche lei potrà salvarsi, perseguendo le prescritte virtù cristiane. Sulla medesima linea di Paolo si schierò l’apostolo Pietro, che assegnò alla donna il compito di conquistare il marito alla fede in Cristo, osservando un modello di vita esemplare, consono al vangelo di Cristo (1Pt 3, 1 seg.). Il cattolicesimo, nella sua bi-millenaria storia, ha negato pari opportunità alle donne e ha mostrato di non essere immune da comportamenti discriminatori verso persone differentemente credenti.

La nuova legge, decretata da Gesù, libera dal peccato e dalla morte chi con fede la osservi (Rm 8, 2 seg.). Vivere secondo la carne, conduce l’uomo al peccato ed alla morte; vivere secondo la legge dello Spirito, soffocando le debolezze della carne, conduce l’uomo a Dio. Delle cose dello Spirito non si occupa la legge giudaica (Ga 5, 16-26). Essa, secondo Paolo, non si occupa di gioia, pace, amore, bontà, benevolenza, mitezza, fiducia, grandezza d’animo e padronanza di sé. Perché dunque Jahvè non ha infuso tale ricchezza morale nell’animo del suo prediletto popolo? Mistero! Che poi l’uomo, in forza dello Spirito, possa liberarsi totalmente dagli istinti della sua natura e non sottostare alle bramosie della carne (fornicazioni, impurità, dissolutezze, idolatrie, magie, litigi, gelosie, ambizioni, invidie, orge e altre consimili umane debolezze), appare del tutto inattendibile. “Sursum corda”, cristiani! Voi credenti, che patite immani sofferenze a imitazione di Cristo, sarete degni di vita eterna nell’agognato regno dei cieli! Gli altri, diversamente credenti, colpiti dagli inevitabili mali del loro essere nel mondo, sperano nell’eterno riposo nel regno dell’oscura morte, ma non perché colpevoli di essersi abbandonati agli istinti perversi, bensì per aver terminato con dignità un’esperienza singolare di vita, non asservita al credo di un misterioso dio e ai diktat della sua Chiesa. L’unico conforto per i non cristiani è la speranza di aver arricchito l’umanità con valori ispirati a ideali umani, convinti della razionalità propria dell’uomo di decidere insieme le norme di vita con i propri simili. Se credere in Cristo è un dono che l’uomo riceve da Dio (Gv 6, 44. 65), allora occorre fortuna, come vincere un terno al lotto. Chi non è predestinato, non potrà essere giustificato e glorificato. Gli eletti, pieni di grazie, di cui “ab aeterno” è stabilito il destino, che meriti hanno per godersi il regno delle voluttà paradisiache? Pur ammettendo che l’uomo sia libero di scegliere, senza subire condizionamenti, non è assurdo credere in “verità” impossibili da verificare? Ignorare il veto della ragione per abbracciare l’irrazionalità di una fede, è un’offesa alla nostra intelligenza. Se esiste nell’aldilà Lucifero, il ribelle di Dio, abbia almeno lui pietà per tutti i disgraziati morituri, indegni del dono divino! Iniqua appare la somma giustizia (summum ius, summa iniura) del giusto immisericordioso dio cristiano (Rm 8, 28-30), nei confronti di chi, pur non incappando nell’accusa di “asèbeia” (disprezzo degli dei), è colpevole non d’ostilità verso Dio, bensì di “atheos” (negazione degli dei), per sfiducia in ogni fede religiosa trascendente, perciò non probante.

L’amato fratello Paolo, che non era immune da intemperanze e opportunismi, neanche l’apostolo Pietro lo capiva, quando il suo modo d'esprimersi era poco chiaro o incomprensibile (2 Pt 3, 15-16). Beati siano gli illuminati interpreti dei divini misteri! Paolo, ebbro di Cristo, ebreo di stirpe della tribù di Beniamino, circonciso, fariseo quanto alla Legge, zelante persecutore della setta cristiana, irreprensibile quanto a giustizia legale, esempio raro di fenomeno umano, rinuncia al suo brillante stato e ai conseguenti vantaggi per seguire gli invisi accattoni della combriccola nazarena: le vie della fede sono inspiegabilmente misteriose!  Che cosa sarà veramente accaduto a Paolo per compiere questa svolta della sua vita? Che sia stato convertito dalla visione del risorto Gesù, secondo il racconto delle Sacre Scritture, non pare verosimile. Com'è noto, i guai della pentola li conosce il coperchio. Fatto sta che l’apostata Paolo si mise ad abbaiare contro i suoi ex confratelli ebrei, vituperandoli come cani, cattivi operai, falsi circoncisi. Veri circoncisi, non nella carne, ma secondo lo spirito, erano solamente i rampolli cristiani (Fl 3, 1 seg.). Paolo, ricolmo di zelo per Dio, si vantò di essere un giudeo, istruito ai piedi di Gamaliele nella rigorosa osservanza della Legge. Egli, prima di convertirsi a Cristo, perseguitò a morte i cristiani (At 22, 3-4); ma, dopo la conversione, predicò l’inutilità salvifica della circoncisione, simbolo perenne dell’alleanza e servitù a Dio (Ga 5, 1 seg.). Non solo era inutile, ma anche pericolosa, perché i fresconi che non volevano rinunciare a farsi circoncidere il prepuzio erano poi obbligati a mettere in pratica la totale osservanza della Legge (Ga 5, 2-4; Rm 2, 25). Ottemperando a essa, secondo Paolo, non solo rischiavano le maledizioni del burbero Jahvè, ma altresì perdevano la protezione del suo magnanimo Figlio. Paolo malignava contro certi ostinati ebrei, che volevano offrire il loro prepuzio a Dio, provocando scompiglio nella comunità cristiana. Costoro, a suo giudizio, potevano anche farsi mutilare interamente il membro! Che in lui vivesse lo spirito di Cristo (Ga 2, 20), non si dubita, dato che neanche il Messia, Dio professo, era immune da intemperanze verbali. Che poi Paolo portasse nel suo corpo i contrassegni di Cristo (Ga 6, 17), è senz’altro vero, dato che le buscò più volte a causa del suo intemperante caratterino e dell’intransigenza del suo attivismo fideistico. Non sempre esemplari furono i comportamenti di Paolo, e non solo con riferimento alla questione della circoncisione. Egli, infatti, si adattava alle circostanze che di volta in volta si presentavano. Quando aveva paura, mutava opinione, come l’astuto polipo muta il colore. Circoncise Timoteo per timore dei giudei (At 16, 1-3), rendendosi così colpevole di trasgressione (Ga 2, 18). Rinnegò pubblicamente la fede in Cristo per giudaizzare con i giudei in osservanza della legge del nazireato (At 21, 15-26).  La sua presenza nel Tempio fu causa di una sommossa, e poco mancò che lo linciassero. Fu salvato e tratto in arresto dal tribuno della coorte romana (At 21, 27 seg.). Accusato di aver profanato il Tempio e di predicare contro la Legge, dichiarò “coram populo” d'essere giudeo di stretta osservanza. Tuttavia, ammise di aver apostatato dalla fede ebraica a causa della fulminante visione del Nazareno, che lo rapì in estasi e lo convinse a farsi apostolo delle genti (At 22, 1 seg.). Il discorso tenuto in sua difesa (At 23, 1 seg.) non convinse gli accusatori giudei, che andarono in bestia, mentre farneticava di visioni e rapimenti. La sua arringa fu interrotta bruscamente dalle grida del popolo (vox populi, vox Dei), che lo voleva morto. Ormai alle strette, Paolo decise di salvare la pelle con un’astuzia. Chiese protezione alle autorità romane, che presenziavano nel Tempio, dichiarando d’essere cittadino romano (civis romanus sum). In quel frangente ritenne opportuno romanizzare con i Romani. Il giorno seguente, condotto per ordine del tribuno al giudizio del Sinedrio (in cui la maggioranza dei membri erano farisei e sadducei) per l’accertamento delle accuse addebitategli, Paolo, nato cittadino romano, ma di stirpe giudaica, che aveva doppie e triple verità secondo le circostanze, adeguandosi più a Proteo che a Cristo, si dichiarò fariseo puro sangue al fine di attirare su di sé la loro benevolenza (captatio benevolentiae). Poi, allo scopo di aizzare i farisei contro i sadducei (l’aristocrazia giudaica rigidamente conservatrice, che negava la resurrezione dei morti e l’esistenza di angeli e spiriti), aggiunse che l’accusa contro di lui concerneva la sua speranza nella resurrezione di Cristo (la necessità aguzza l’ingegno). Il Sinedrio si divise per una disputa pro o contro la resurrezione dei corpi. La disputa si tramutò in baruffa, che tosto degenerò in tafferugli e ci fu tumulto. Il tribuno, temendo un probabile linciaggio del prigioniero, cittadino romano, per evitare grane, decise di sottrarlo al pandemonio che si era scatenato tra i giudei, riconducendolo in caserma sotto folta scorta di militi. Eppure, in favore dei suoi meritevoli e gloriosi fratelli giudei, Paolo era disposto a votarsi alla maledizione divina e persino ad essere separato da Cristo (Rm 9, 3 seg.). Mah!


Lucio Apulo Daunio



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