lunedì 5 dicembre 2011



SE IL CRISTIANESIMO POSSA
ESSERE
DEGNO DI FEDE



Non possono esservi presso Dio - afferma il Vangelo predicato da Paolo - favoritismi di persone, come invece ci sono nel mondo, dove tra gli uomini si discrimina tra il povero e il ricco (Pr 22, 2). Paolo dichiara che Dio è tale (quindi imparziale) per tutti gli uomini, che siano giudei o pagani (Rm 3, 29). Nell’Antico Testamento, invece, si legge che Jahvè, Dio degli Ebrei, concesse i suoi favori esclusivamente al popolo giudaico. Egli è l’unico vero Dio e Israele è il figlio suo primogenito (Es 3, 15 e 4, 22 e 5, 3 e 7, 16). Dunque, per l’Antico Testamento, né Gesù è il figlio primogenito di Dio né gli altri popoli sono da lui prediletti. Mosè, infatti, conosce un solo Dio, non anche Figlio e Spirito Santo. Paolo, nella sinagoga d'Antiochia, predicava che il Dio d’Israele esaltò il suo popolo per liberarlo dalla (presunta) schiavitù in terra d’Egitto (At 13, 17-19). Non solo concesse loro il suo aiuto ai danni del faraone e del popolo egiziano (che si buscò il triste flagello delle dieci piaghe), ma distrusse persino sette altri popoli per dare loro la terra, che aveva promesso al patriarca Abramo per la cieca fede da lui professata (Gn 15, 6). Abramo, infatti, trovò gradimento presso Jahvè per non aver disobbedito all’insensato ordine di sacrificargli il figlio Isacco (Gn 22, 1 seg.). A ricompensa della sua incondizionata sottomissione, Jahvè lo giustificò, cioè lo santificò (Rm 4, 3; Ga 3, 6). Ed è proprio in base alla fede che, parola di Paolo, Dio riconoscerà e giustificherà i “figli” d’Abramo, ancorché di stirpe diversa (Ga 3, 7-9). Le tribù della terra, che benediranno Abramo, godranno la benedizione dell’Altissimo ed otterranno in eredità eterna l’ingresso nel santuario celeste. I popoli che invece lo malediranno, saranno maledetti in eterno, parola di Dio (Gn 12, 3). Genti della terra, siete avvertite!

Paolo mente quando dichiara che il Dio di cui predica non concede favoritismi (Rm 2, 11). In realtà, egli consente ai ricchi di opprimere i poveri (Pr 29, 13); ciò nonostante, ha la sfacciataggine di dire che non ha preferenze per gli uni o per gli altri (Gb 34, 19), prendendosi persino cura e degli uni e degli altri (Sp 6, 7). Perché anche dei ricchi oppressori? Perché a questi non preferisce, invece, i poveri oppressi? E’ già tanto se egli non gode per la rovina dei viventi (Sp 1, 13). Si dà per certo che da lui proviene ogni cosa (Sir 11, 14), anche l’esistenza del male (Is 45, 7).  Se la morte è entrata nel mondo, la colpa è del diavolo (Sp 2, 24). Sarà pure colpa di costui; tuttavia, questo funesto spirito manigoldo, insidiatore dell’uomo, è pur sempre una malefica creatura di Dio. Ingannato dal satanasso, l’uomo è stato privato della sua originaria incorruttibilità. Dio, pur sapendo che la sua innocente creatura in Eden era priva della conoscenza del bene e del male, ha consentito che fosse tentata e corrotta da una sua diabolica creatura, ma anziché punire il tentatore, ha castigato l’uomo e tutta la sua discendenza. Tuttavia, in virtù della divina Sapienza, l’uomo potrà riacquistare la sua santità originaria (Sp 2, 23; 6, 17-21). Paolo, intanto, ci avverte che Dio, divino ragioniere, compenserà ogni uomo secondo le opere da lui compiute (Rm 2, 6 seg.). Dio concederà la vita eterna ai giusti (ligi al Vangelo e alla dogmatica del “verbo” clericale), mentre ai non giusti, considerati malvagi, infliggerà opprimenti tribolazioni e angustie in eterno tra le fiamme dell’Inferno. Mah!

La nuova Alleanza (Testamento), sigillata nel Vangelo, non si manifesta, secondo Paolo, nella dimensione pubblica né si basa su segni esteriori, come quello della circoncisione. Essa appartiene al regno spirituale ed invisibile. Consiste, infatti, in una trasfigurazione interiore, mediante la predisposizione ad accogliere nel proprio animo lo Spirito di Dio (Rm 2, 25 seg.). Di fatto, la nuova Alleanza ha abrogato l’antica, che Dio volle perenne e marcata con un segno nella carne, sancendo per il trasgressore la pena della recisione dal suo popolo (Gn 17, 9-14). Questo era il patto che Abramo aveva stilato con Dio e che impose come norma per la sua discendenza. Abramo pendeva dalle labbra di Dio e operava (senza discutere) conformandosi alla sua volontà (Eb 11, 8. 17). Quando arrivò nel mondo Gesù, proclamato “Figlio di Dio”, predicò ai “figli” d’Abramo che le regole erano modificate; che il patto, che suo Padre aveva imposto a Mosè, non aveva funzionato e che perciò era necessaria una nuova e più perfetta legge. Gli si doveva credere sulla parola (sic et simpliciter). Chi gli prestava fede, avrebbe potuto conoscere la sua verità liberatoria, svincolandosi dall’osservanza delle prescrizioni della Legge (Gv 8, 31-59). In verità, alla schiavitù della Legge mosaica è subentrata quella della dottrina cristiana, conformata ai diktat del pontefice massimo, capo indiscusso della Chiesa gerarchizzata.  Non più la manna (che per merito di Mosè scese dal cielo per sfamare il popolo d’Israele), ma la parola annunciata da Cristo, (pretesa) verità assoluta, era il nuovo pane di vita disceso dal cielo, che si doveva ingurgitare per vivere in eterno (Gv 6, 26-59).

La fede è la forza che vincola i fedeli alla parola salvifica di Gesù. Gli si presta fede, e ci si lascia da lui persuadere, perché ritenuto degno di fede. E’ un rapporto reciproco di fedeltà quello che s’instaura tra il fedele, che giura fedeltà, e Gesù, essere divino, che promette fedeltà. E’ una fede nell’altrui fede. In verità, Gesù non professò mai apertamente d’essere la seconda ipostasi della Divina Trinità. Questo guazzabuglio teologico, come altre impareggiabili idiozie pretesche, disquisite in esagitati sinodi e consessi clericali, fu partorito durante dogliose e rissose dispute conciliari su questioni di lana caprina. La fede in una supposta divinità, dispensatrice di supreme verità salvifiche, può mascherare un inganno.

Paolo, nato ebreo, ancorché cittadino romano, non ha dubbi sulla grandezza e superiorità del popolo d’Israele, testimone e custode delle promesse di Dio (Rm 3, 1 seg.). L’attesa liberazione del popolo eletto per opera di un Redentore fa parte dell’eredità dei suoi compatrioti. La malvagità e l’infedeltà di alcuni non intaccano la benefica giustizia divina. Dio è sempre disponibile a perdonare il peccatore penitente. Paolo (2 Tm 2, 8-13), che non mentisce perché dice sempre il vero (in sua fede), testimonia che il Cristo Gesù è Dio, anche se, per quanto riguarda la sua natura umana, discende dalla stirpe di Davide (Rm 9, 1.5). Gesù rimane fedele, anche se l’uomo non lo è, perché non può rinnegare la sua essenza divina, la parola data, immutabile come l’amore che dona a chi è disposto a morire insieme con lui. Essere giudeo e seguire la fede d’Abramo, però, non è un vantaggio rispetto alle altre genti (Rm 3, 9 seg.). Tutti gli uomini, infatti, parola di Paolo, sono sotto il dominio del peccato. La Legge di Mosè, da una parte, e la coscienza degli uomini, dall’altra, non sono una garanzia per la salvezza. L’uomo è debole, ma può riscattarsi dal male, che alligna nella sua natura, mediante la fede in Cristo, l’unico vero Dio che può giustificarlo (santificarlo), consentendogli di operare il bene e vincere il male. La colpa originaria del primo uomo (da cui è scaturita la faida di Dio per tutte le successive generazioni) è stata riscattata con il sacrificio di Cristo (il sangue del quale ha placato l’offesa subita dal Padre). La redenzione dell’uomo per merito di Cristo ha consentito a Dio di scendere nuovamente a patti con la sua inaffidabile creatura. Per la nostra salvezza, non ci resta che abbracciare il “Figlio dell’uomo”, di stirpe giudaica, ipostasi di un trinitario dio, che ha accolto nel suo grembo anche i “gentili”, affinché risplenda in perpetuo un nuovo arcobaleno, simbolo di pace tra Dio e gli uomini d’ogni stirpe. A chi ha fede in lui, sottomettendosi incondizionatamente e operando in conformità del suo Vangelo, di cui è sommo interprete l’infallibile papa della Chiesa cattolica romana, egli elargisce il suo benevolo favore, il dono della giustificazione (l’intervento divino necessario a redimere l’uomo, condannato dalla propria natura al peccato). La fede, piuttosto che le opere prescritte dalla Legge, è ciò che conta per la salvezza dell’anima. Abramo stesso, ancorché incirconciso, ottenne la giustificazione in forza della fede, non della Legge mosaica (che non c’era ancora). Solo in seguito suggellò la giustificazione con il segno della circoncisione. Per essere giustificati, dunque, occorre la fede, incondizionata, non il segno della circoncisione (Rm 4, 1 seg.). In vero, il patto che Dio concesse ad Abramo, convalidandolo con la circoncisione, era eterno e inviolabile, pena la caduta nel peccato (Gn 17, 14). Lo stesso Abramo, del resto, non ebbe sempre una fiducia incondizionata verso Dio. Quando gli fu chiesto l’olocausto del figlio Isacco, egli ubbidì senza battere ciglio (Gn 22, 1 seg.); ma quando Dio gli promise il possesso della terra dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate, pretese un segno per potergli credere (Gn 15, 7-8. 17).  Inoltre, quando superò il secolo di vita e Dio promise che sua moglie Sara, ormai novantenne, avrebbe partorito un figlio, Abramo, incredulo, sorrise (Gn 17, 17). Noi, invece, che non siamo padri eletti, che non abbiamo ricevuto il dono della fede, prima di batterci il petto e invocare nell’atto di contrizione il “miserere nostri, Domine!”, dovremmo perlomeno dubitare che l’Eccelso s’è fatto uomo, sacrificando se stesso nella persona del Figlio, per redimerci da un’atavica presunta offesa dei nostri avi. Noi, gente di poca fede, “figli” dell’incredulo apostolo Tommaso, senza uno straccio di prova incontrovertibile, dubitiamo. In assenza di un valido riscontro storico dell’emblematica figura del santone ebreo Gesù, verosimilmente divinizzato “post mortem” dai suoi fanatici epigoni, non possiamo ritenere come vero ciò che appare inverosimile, contraddittorio, assurdo, irrazionale, velato di mistero. La fede paradossale nell’inattendibile sacra storia cristiana rende l’uomo ingannevolmente pago, alienato da sé, sottomesso incondizionatamente all’altrui volontà.

Paolo contrappone Adamo a Gesù, l’uno in funzione inversa dell’altro (Rm 5, 12 seg.). Il primo, commettendo il peccato di disobbedienza, generò la morte fisica e spirituale del genere umano; il secondo, invece, donò la grazia con la quale poter riacquistare la vita eterna. Sulle orme di Paolo, i cristiani contrapposero Eva a Maria, la prima, generatrice di morte come Adamo, l’altra, liberatrice dalla morte per aver ubbidito alla volontà di Dio, offrendo il proprio ventre per generare il Figlio. Maria perciò, qualche tempo dopo la sua morte, fu santificata come donna sempre vergine (ante partum, in partu, post partum: mistero glorioso!), assunta direttamente in cielo (miracolo glorioso!) e venerata come immacolata Madre di Dio (il Cristo Gesù divinizzato). Le feste comandate in onore della Madonna, “turris eburnea”, e “refugium peccatorum”, dal cristiano vanno senza indugio onorate.

Per far parte della schiera di Cristo occorre sottomettersi al rito purificatorio del battesimo, per mezzo del quale si attua la palingenesi: l’uomo vecchio muore per rigenerare l’uomo spirituale. Rivestito dell’usbergo della grazia, il cristiano potrà liberarsi dal peccato (pia illusione). Divenuto servo di Cristo, potrà aspirare alla vita eterna (Rm 6, 1 seg.). La Legge mosaica, per quanto santa, ha suscitato nell’uomo la consapevolezza del peccato (Rm, 7, 1 seg.). Essa consiste in comandi e divieti che obbligano l’uomo a prendere una decisione: osservare o trasgredire i precetti. Se non vi fosse la Legge, non vi sarebbe nemmeno la consapevolezza del peccato. La Legge, inoltre, non dà né la forza necessaria per non trasgredire i suoi precetti, giacché questa forza proviene solamente da Dio, né la giustificazione, che si ottiene in virtù della fede. Per giunta, quelli che si basano sulle opere della Legge, quantunque santa, rischiano una maledizione, se non perseverano nell’adempimento delle varie prescrizioni (Dt 27, 26; Ga 3, 10-11).

Adamo ebbe coscienza del peccato? Dio gli donò la vita nel giardino dell’Eden, proibendogli di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, pena la sua morte. Ogni altro frutto, anche quello dell’albero della vita, poteva mangiarne. L’uomo, dunque, viveva in Eden senza la consapevolezza del male e senza conoscere la morte. Il divieto imposto da Dio ad Adamo era inefficace, non essendo sufficiente a impedire la sua caduta nel peccato. Adamo, infatti, non aveva la consapevolezza della colpa come conseguenza della trasgressione, essendo incapace d’intendere il bene e il male. Ne consegue che la punizione inflitta da Dio a lui e alla sua discendenza è stata ingiusta (Gn 2, 8 seg.; 3, 1 seg.). L’uomo, dopo aver mangiato il frutto dell’albero proibito, disubbidendo a Dio ma senza malizia (e quindi senza che gli si possa addebitare la colpa), scacciato dall’Eden, ha acquisito una coscienza, ancor prima di avere la Legge. L’acquisizione di una coscienza, però, non lo rende immune dal compiere azioni malvagie, essendo indotto a ciò dalla sua fragile natura, del condizionamento della quale è responsabile il Creatore. Non poteva Dio, uno o trino che sia, creare l’umanità senza prendersi, e farci prendere, tanti mal di pancia, evitando anche i mal di testa a tanti dotti teologi, che spremono le loro meningi nel vano tentativo di far quadrare il cerchio delle divine contraddizioni?


Lucio Apulo Daunio


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