IPAZIA
GIUSTIZIA NEGATA
PARTE PRIMA
L’AMBIENTE SOCIALE E CULTURALE.
Alessandria
d’Egitto, fondata da Alessandro Magno nel 331 a.e.v., dopo la sua morte divenne
la capitale della dinastia tolemaica. I Tolomei governarono l’Egitto dal 305 al
30 ante era volgare (a.e.v.), cioè fino alla conquistata romana. Tolomeo I
Sotere (che significa salvatore), generale di Alessandro, fu il primo re
d’Egitto e capostipite della dinastia.
Alessandria
divenne una delle città più importanti del periodo ellenistico e prestigioso
centro multiculturale (alessandrinismo) in virtù della famosa Biblioteca, la
più grande e ricca del mondo antico, che conteneva oltre 500.000 rotoli di
papiro (fu distrutta, in parte, dalla flotta di Giulio Cesare nel 48 a. e. v.;
per altra parte, da fanatici cristiani sobillati dal patriarca d’Alessandria
Teofilo nel 391 e. v.; e totalmente distrutta durante l'invasione araba nel 641
e.v.). Annessa alla Biblioteca stava il Museo, dedicato alle Muse, divinità
protettrici delle arti e delle scienze (era luogo d’incontro e d’insegnamento,
frequentato da dotti ed eruditi di ogni scienza, provenienti da ogni luogo). La
popolazione alessandrina era divisa etnicamente tra egiziani, greci ed ebrei, i
cui diversi costumi spesso davano motivo di tumulti e disordini. In seguito
all'affermazione e diffusione del cristianesimo, Alessandria divenne centro di
Patriarcato, istituito da Atanasio il Grande, padre e dottore della Chiesa, che
lottò tenacemente contro l’arianesimo (dottrina cristiana eretica). Con il
regno di Teodosio il Grande, il cristianesimo divenne religione di Stato.
L’editto di Tessalonica del 380 e.v. legittimò il credo niceno, cioè la
confessione di fede deliberata nel Concilio di Nicea, e proibì sia l’arianesimo
sia i culti pagani. I successivi decreti teodosiani del 391-392 (emanati per
porre rimedio alla scomunica del vescovo Ambrogio per l’eccidio di Tessalonica
del 390) misero al bando i sacrifici e i culti pagani nei templi. Le decisioni
imperiali causarono sommosse che si risolsero con l’intervento dell’esercito
imperiale. Ad Alessandria, lo scontro tra pagani e cristiani ebbe una fine
tragica. I pagani si asserragliarono nel Serapeo, il tempio dedicato al dio
Serapide, meta di pellegrinaggi dall’intera ecumene. Annesso al Serapeo c’era
una piccola biblioteca di oltre 50.000 rotoli di papiro, meno famosa dell’altra
annessa al Museo. Assediato dall’esercito imperiale e da bande di fanatici
guidati dal patriarca Teofilo, il Serapeo e la biblioteca furono espugnati e
distrutti, i pagani tutti massacrati (correva l’anno 391). Con i resti del
Serapeo fu edificata una chiesa e un edificio per ospitare una comunità di
monaci provenienti dal deserto, che (come specifica il filosofo e storico
Eunapio nella vita di Edesio, VI,11) erano uomini nell’aspetto, ma porci nel
mangiare e nel vestire, e in pubblico commettevano innumerevoli e indicibili
sconcezze.
Il racconto
della distruzione del Serapeo e della biblioteca è riportato nella “Storia
ecclesiastica” dei seguenti autori cristiani:
- Sozomeno
(400-450), storico palestinese;
- Rufino di
Aquileia (345-410), monaco, storico e teologo;
- Socrate
Scolastico (380-440), teologo,
avvocato e
storico.
Una versione
alternativa è riportata nella “Vita di Sofisti” del filosofo neoplatonico e
storico pagano Eunapio di Sardi (347-414), ostile al cristianesimo.
Nella
“Storia ecclesiastica” di Socrate Scolastico si legge che, morto Teofilo,
patriarca di Alessandria, successe nella cattedra episcopale il nipote Cirillo
(correva l’anno 412 e.v.). Egli continuò la politica di suo zio, ostile alle
altre fedi religiose e alle altre sette cristiane non ortodosse. Tra i suoi
primi atti, fece chiudere le chiese del partito cristiano concorrente, quello
dei novaziani (seguaci dell’antipapa Novaziano), confiscando le loro sacre
suppellettili e spogliando il loro vescovo Teopompo di tutto ciò che possedeva.
Cirillo, avendo acquistato potere oltre i limiti delle sue funzioni
sacerdotali, perseguitò gli ebrei, espellendoli dalla città, confiscando le
sinagoghe, derubandoli. Ciò avvenne, secondo Socrate, a causa dei tumulti scoppiati
tra la plebe ebraica e quella cristiana. Racconta ancora Socrate che i monaci,
che vivevano nel deserto della Nitria, fautori del partito di Cirillo, ormai in
conflitto anche con il potere politico, rappresentato dal prefetto imperiale
Oreste, che non voleva cedere al potere ecclesiastico, abbandonarono i loro
monasteri e in cinquecento scesero in città per aggredire il prefetto. Erano
esseri abominevoli, che si comportavano come bestie (cfr. Suida IV). Lo
attaccarono mentre usciva con il suo mezzo di trasporto, accusandolo di
paganesimo e oltraggiandolo in molti altri modi. Egli, intuendo che fosse una
macchinazione di Cirillo contro di lui, si difendeva dichiarandosi cristiano. I
monaci però non tennero in alcun conto le sue parole. Un certo Ammonio lo colpì
sul capo con una pietra, ferendolo. Molti tra i soldati della sua scorta,
temendo il lancio delle pietre, lo abbandonarono, sanguinante. Venne in suo
soccorso il popolo di Alessandria, desideroso di vendicarsi di quei fanatici,
costringendoli alla fuga. Presero Ammonio e lo condussero da Oreste, che, dopo
averlo interrogato, lo fece torturare fino a provocargli la morte. L’imperatore
fu informato sia da Oreste sia da Cirillo, che raccontarono i fatti ciascuno
dal suo punto di vista. Ammonio ricevette solenni esequie da Cirillo, che
ordinò persino di venerarlo come un martire, lodando il suo gesto ai danni di
Oreste. La rivalità tra il patriarca prevaricatore e il prefetto imperiale
continuò e diede motivo a un altro tragico avvenimento: il vile linciaggio
d’Ipazia, la famosa e stimata filosofa e scienziata, insigne membro del Museo.
Cassiodoro
(485-580), politico, letterato e storico romano, nella sua “storia
ecclesiastica tripartita”, conferma le notizie riportate da Socrate Scolastico.
Niceforo Callisto,
storico bizantino del XIII-XIV sec., nella sua “Storia ecclesiastica”, sulla
falsariga della “Storia” di Socrate, racconta come Cirillo ottenne la sede
episcopale e come sedò la rivolta degli ebrei. Spiega, inoltre, il dissidio
implacabile tra il patriarca e il prefetto e come questo fu colpito con un
sasso dai monaci della Nitria, venuti in città a combattere con zelo in favore
di Cirillo.
PARTE SECONDA
IL LINCIAGGIO DELLA FILOSOFA E
SCIENZIATA IPAZIA, MARTIRE DEL LIBERO PENSIERO, VITTIMA SACRIFICALE OFFERTA AL
DIO DI MONACI FANATICI E INTOLLERANTI.
Nell’Enciclopedia
storica del bizantino Suida (X sec.) si riporta la triste vicenda
dell’assassinio di Ipazia, tratta dalla “Vita di Isidoro”, ultimo sacerdote del
tempio di Serapide, scritta dal pagano Damascio (480-550), filosofo
neoplatonico bizantino, ultimo scolarca dell’Accademia di Atene. Ipazia nasce
ad Alessandria intorno all’anno 370 dell’era corrente (corrispondente, come si
contava allora, al 1123 ab urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma).
Imperatore per l’Oriente era Arcadio (cui successe nel 408 Teodosio II), per
l’Occidente era Onorio. Teone, padre di Ipazia, era eminente filosofo,
scienziato e geometra di Alessandria, al tempo dell’imperatore Teodosio I,
padre di Arcadio, che regnò fino al 395. Teone dirigeva il Museo, l’importante
accademia dell’antichità. Scrisse di matematica e aritmetica, di presagi e di
astronomia. Sua figlia Ipazia (370-415) era stata da lui istruita in
matematica, astronomia e scienza. Ipazia era anche espertissima di filosofia
neoplatonica, che spiegava pubblicamente a chi voleva ascoltarla, sia cristiani
sia pagani. Ai discepoli insegnava a far uso della ragione in piena libertà di
pensiero e di parola. Colta e raffinata, era la dimostrazione vivente che la
donna non è inferiore per natura all’uomo e ha i suoi medesimi diritti
(contrariamente all’opinione di Platone, Aristotele e di altri filosofi), e che
essa non porta su di sé né la maledizione di Eva né il marchio
dell’irrazionalità genetica (contrariamente all’opinione di scrittori
cristiani, come Tertulliano, Agostino e Giovanni Crisostomo, che consideravano
la donna portatrice di ogni male, porta dell’inferno, non immagine di Dio come
l’uomo). Il partito cristiano capeggiato dal vescovo Cirillo, massima autorità
religiosa in Alessandria, la ritenne responsabile di impedire la
riconciliazione tra il vescovo e il prefetto imperiale Oreste. Una masnada
di fanatici cristiani, sostenitori di Cirillo, aggredì e uccise malvagiamente
la filosofa, a causa delle invidie altrui per le sue eccezionali conoscenze,
specialmente nell’astronomia. Fecero scempio del suo corpo, disperdendo le sue
martoriate membra per tutta la città. All’invidia di Cirillo si aggiunsero le
disposizioni sediziose congenite negli Alessandrini.
Ipazia era
una donna di carattere, anticonvenzionale, libera, giusta, saggia, ascetica,
vergine, pur essendo molto bella e avvenente. Di lei s’innamorò un suo allievo,
che ella cercò di guarire tramite la musica melodica. Fallito questo suo
espediente, tagliò corto gettandogli un panno impregnato di mestruo, simbolo
dell’impura generazione, affinché intendesse di cosa fosse innamorato.
L’indecente e l'ignominiosa ostentazione dispose l’allievo a maggior giudizio.
La cittadinanza la ossequiava per la sua schiettezza, per la sua saggezza, per
l’abilità dialettica. Le personalità di governo la stimavano e la frequentavano
per discutere con lei sulle questioni politiche. Davanti alla sua abitazione
c’era sempre un gran folla di uomini e cavalli, tanto da suscitare l’invidia di
Cirillo, ferendo il suo animo, spingendolo fino a macchinare contro di lei uno
scellerato assassinio. Infatti – racconta Damascio - una massa di uomini
brutali e violenti, che non temevano la giustizia divina e la riprensione
umana, assalì la filosofa dopo che era uscita dalla sua casa, massacrandola,
cavandole gli occhi mentre ancora respirava. L’atto abominevole perpetrato dai
cristiani recò alla città grandissima empietà e ignominia (correva l’anno 415).
Gli assassini rimasero impuniti, perché Edesio – rileva Damascio - incaricato
dall’imperatore per l’accertamento dei fatti, si lasciò corrompere da Cirillo,
insabbiando l’inchiesta. La fine di Ipazia e del modo di vivere ellenico pose
un freno definitivo alla libera ricerca scientifica e sperimentale nella
prestigiosa scuola di Alessandria. Gli scritti d’Ipazia furono bruciati, il suo
pensiero oscurato, condannandola alla “damnatio memoriae”. Il suo spirito però
vivrà perenne nei secoli, invocando ai posteri giustizia per l’atto abominevole
compiuto da una masnada di fanatici cristiani.
Socrate
scolastico (380-440), contemporaneo di Ipazia, cristiano moderato
costantinopolitano, dice di lei che era esponente di spicco della scuola
neoplatonica alessandrina (erede diretta di Plotino) e che superava di molto
tutti i filosofi del suo tempo, tanto che da ogni luogo venivano studiosi per
udirla. Per l’autorità che le derivava dalle sue conoscenze, non si vergognava
di apparire nel mezzo delle riunioni di uomini di governo e magistrati, da loro
venerata e rispettata a causa della sua superiore cultura e saggezza. Frequenti
colloqui aveva con il prefetto imperiale Oreste, rappresentante del potere di
Costantinopoli, mal visto dagli Alessandrini. I cristiani sostenitori di
Cirillo, massima autorità ecclesiastica di Alessandria, sospettarono che la
filosofa tramasse per impedire la riconciliazione del Patriarca con il prefetto
Oreste. La plebe, capeggiata da Pietro il Lettore (titolo del chierico che
riceve il secondo degli ordini ecclesiastici minori), assalirono la filosofa
mentre rincasava, trascinandola verso il Cesareo, trasformato in chiesa, dove
sacrificarono la vergine pagana al dio dei cristiani. La morte di Ipazia, per
mano di esseri abominevoli, vere bestie, fu atroce: denudata, fu dilaniata con cocci
aguzzi. Fatto il suo corpo a pezzi, bruciarono le sue membra nel Cinaron.
Questa infamia compiuta al tempo di Cirillo dalla chiesa di Alessandria è
-scrive Socrate - del tutto estranea allo spirito di Cristo.
Il
fanatismo, in qualsiasi forma si presenta, esalta e deforma la psiche umana ...
e spaventa. Quella folla furente di chierici e monaci esaltati, fuori da ogni
grazia di Dio, che correva a massacrare l’innocua Ipazia, a distruggere templi
pagani, a reprimere ogni manifestazione del libero pensiero, a sopprimere il
modo di vivere ellenico, non ha cancellato nella memoria dei posteri la nobile
figura d’Ipazia, vittima innocente della gelosa malevolenza dei cristiani per
il modo di vivere ellenico, simbolo perenne della libertà di pensiero.
Filostorgio
(368-439), seguace dell’arianesimo, contemporaneo di Ipazia, scrittore erudito,
nella sua “Storia ecclesiastica” (pervenuta nell’epitome di Fozio, patriarca di
Costantinopoli del IX sec.), scrive che Ipazia, la figlia di Teone, in campo
astronomico era diventata più brava del padre (Filostorgio, forse, ha ascoltato
le lezioni dell’uno e dell’altra). Egli conferma che la filosofa fu fatta a
pezzi, attribuendone la colpa ai fautori della homousia (dottrina cristologica
della consustanzialità, secondo cui il Padre e il Figlio sono della stessa
sostanza, opposta all'arianesimo, che subordina il Figlio al Padre, negando la
consustanzialità). Per Filostorgio, responsabile dell’omicidio fu il vescovo
Cirillo, tutore della dottrina ortodossa atanasiana dell'omousia, ormai
vittoriosa sulle altre dottrine cristologiche. Alla responsabilità di Cirillo,
Filostorgio accomuna quella dei suoi complici, i chierici c.d. parabolani, che
erano monaci infermieri-becchini, provenienti dal deserto di Nitria, votati
all’ascetismo sovversivo (anche Cirillo, da giovane, si era ritirato in quei
luoghi per fare vita ascetica). Questi individui fanatici e intolleranti erano
alle dirette dipendenze del vescovo di Alessandria e sua "guardia del
corpo". Anni prima si erano macchiati del pogrom contro gli ebrei di
Alessandria, derubandoli e scacciandoli dalla città. Ultimo ostacolo al loro
delirio, dopo la soppressione degli ebrei e la distruzione del Serapeo e
dell’annessa Biblioteca, restava la filosofa pagana Ipazia.
Sinesio di
Cirene, discepolo e coetaneo di Ipazia, divenuto vescovo di Tolemaide, le
scrive chiamandola “madre, sorella, maestra e benefattrice”. La stima al punto
di ritenerla la maggiore mente filosofica del suo tempo, molto influente nella
politica alessandrina, veneratissima filosofa prediletta da Dio, unico bene che
nessuno può togliergli. In un’altra lettera afferma di aver costruito un
astrolabio con l’aiuto della “riverita maestra”, che gli avrebbe insegnato che
la filosofia è «uno stile di vita e disciplinata ricerca della verità». Secondo
il vescovo filosofo, non è più Atene la sede della sapienza, bensì Alessandria
d’Egitto, dove il seme della scienza, sparso da Ipazia, tiene deste le menti
degli studiosi. Il premuroso allievo ci informa che Ipazia mise in discussione
la cosmologia tolemaica che poneva la Terra al centro dell’universo. Pare anche
che Ipazia abbia intuito la relatività dei moti, poi descritta da Galileo, e
l’ellitticità delle orbite dei pianeti, annunciata nel 1609 da Keplero. Si
tramanda che assieme a suo padre abbia curato le edizioni delle opere di
Euclide, Archimede e Diofanto, e che abbia inventato l’idroscopio, l’aerometro,
l’astrolabio e il planetario. Le opere di Sinesio, morto due anni prima del
barbaro assassinio della sua venerata maestra, riflettono, per quanto velate
siano di cristianesimo, i fondamenti dell’insegnamento di Ipazia sui misteri
della filosofia.
Il poeta
Pallada d’Alessandria, vissuto tra il IV-V sec., legato all’antica cultura
pagana, ricorda Ipazia con questi versi conservati nell’Antologia Palatina
(Libro IX, epigramma 400):
«Quando ti
vedo, mi prostro davanti a te e alle tue parole, / vedendo la casa astrale
della Vergine, / infatti, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto / Ipazia
sacra, bellezza delle parole, / astro incontaminato della sapiente cultura».
Con amara
ironia il poeta Pallada commenta la distruzione di statue e templi pagani, a
causa dall’intolleranza cristiana (Antologia Palatina, IX 441):
Vidi a un
trivio un bronzo del figlio di Zeus,
Prima
menzionato nelle preghiere, adesso gettato via.
Sdegnato,
dissi: “Dio di tre lune, che liberi dai mali,
Mai
sconfitto, oggi invece stai steso per terra?”
Di notte il
dio mi venne accanto e mi disse ridendo:
“Anche se
sono un dio, ho imparato ad adeguarmi ai tempi”
Esichio di
Mileto, storico e letterato pagano del V-VI sec. (scrisse una raccolta di
biografie d’illustri letterati pagani), ci informa che l’uccisione e lo
smembramento del corpo martoriato d’Ipazia furono causa dell’invidia altrui per
le sue eccezionali conoscenze, specialmente nell’astronomia. Maestra del modo
di vivere ellenico, portavoce dell’aristocrazia alessandrina, dialettica nel
parlare, accorta nell’agire politico, era venerata e onorata dalla
cittadinanza. I capi politici si recavano da lei per ascoltarla. Il nome della
filosofa era ancora grande e venerabile al suo tempo, anche se il paganesimo
era finito. I cristiani, che si resero responsabili del vile assassinio, fecero
del suo corpo deturpato brandelli che sparsero per la città. All’omicidio,
seguirono le sevizie e il vilipendio del cadavere (la narrazione di Esichio è
riportata da Suida assieme a quella di Damascio).
Cassiodoro
(V-VI sec.), storico romano, scrive che l’assassinio di Ipazia attirò molto livore
nei confronti di Cirillo e della chiesa di Alessandria.
Giovanni
Malala storico di Antiochia (la chiesa di Antiochia era ostile a quella di
Alessandria, dove il vescovo Cirillo aveva sviluppato una cristologia contraria
alla loro), vissuto durante l’età di Giustiniano (VI sec.), nella sua
“Cronografia”, incline al monofisismo, c’informa che i cristiani di
Alessandria, autorizzati dal loro vescovo Cirillo, tutore dell’ortodossia,
aggredirono e bruciarono su una pira di fascine la celebre filosofa, che era
anziana (per quei tempi, avendo circa quarantacinque anni). Di lei, vittima dei
pregiudizi sociali e dell’intolleranza religiosa, si tramandano grandi cose.
Teofane il
Confessore (storico bizantino del VIII-IX sec.) menziona l’assassinio di Ipazia
nella sua “Cronografia”.
Niceforo
Gregorio, storico bizantino del XIII-XIV sec., autore di una “Storia Romana”,
scrive che Ipazia era sapiente maestra, edotta nei più svariati argomenti,
appresi da sé o imparati da altri che li esponevano.
Niceforo
Callisto Xantopulo, storico bizantino del XIII-XIV sec., autore di una “Storia
ecclesiastica”, dà una versione dei fatti favorevole a Ipazia, biasimando gli
atti nefasti di Cirillo e della Chiesa alle sue dipendenze.
Giovanni di
Nikiu (città alle foci del Nilo, a occidente di Alessandria), vescovo cristiano
della chiesa d’Egitto, scrisse in copto una cronaca universale dalla creazione
fino ai suoi tempi (VII- VIII sec) allo scopo di sostenere le sue idee
monofisite (dottrina dell’unica natura divina in Gesù Cristo). Contrariamente
alle altre fonti, Giovanni giustifica la lotta di Cirillo contro il paganesimo
e considera un titolo di gloria la sua decisione di uccidere Ipazia, ritenuta
maga e strega. Nelle sue “Cronache”, infatti, racconta che Ipazia era una maga
che ingannava molte persone con la sua arte malefica, allontanandole dalla fede
cristiana. Persino il prefetto Oreste, che la onorava eccessivamente, era stato
ammaliato dalla sua arte satanica. A cagione di ciò una moltitudine di
cristiani, milizia privata del vescovo Cirillo, guidati da Pietro il Lettore,
perfetto cristiano, cospirò contro di lei per ucciderla. La trovarono seduta
sulla cattedra. La strapparono dal suo posto e la condussero alla chiesa detta
Cesareo, dove le strapparono le vesti e legata a un carro la trascinarono lungo
le strade della città, provocandone la morte. Il corpo lo bruciarono nel
Cinaron. Poi accorsero dal patriarca Cirillo, acclamandolo come “nuovo
Teofilo”, perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria in
Alessandria.
Se Ipazia
agli occhi (dell’invidia) di Cirillo è una maga e una strega, come testimonia
unicamente il vescovo di Nikiu, contro di lei si sarebbero dovute applicare le
sanzioni imperiali, finalizzate alla soppressione del paganesimo popolare e
rituale. Ipazia, però, secondo la maggior parte delle fonti, cristiane e
pagane, non era né maga né strega né una sacerdotessa che sacrificava agli
idoli, bensì una stimata filosofa non cristiana, educata alla vita ellenica,
aperta al confronto, alla libertà di parola e di azione, casta e di costumi
morigerati, perciò non era punibile per la sua libertà di pensiero, né
tantomeno meritava di essere massacrata da fanatici monaci cristiani, a causa
dell’invidia di chi la Chiesa ha voluto promuovere dottore e santificare quale
“defensor fidei”, elevandolo agli onori dell’altare (nel 1882 da papa Leone
XIII), negando giustizia a Ipazia, martire del libero pensiero, condannandola
alla “damnatio memoriae”. La morte di Ipazia segnò la fine della cultura
ellenica e della prestigiosa accademica di Alessandria.
Alcuni
studiosi ritengono che la figura di Ipazia sia stata trasformata
dall’agiografia cristiana nella leggendaria vita di santa Caterina
d’Alessandria, studiosa e martire, elevata a patrona delle arti liberali e
della filosofia. Sotto tale pseudonimo, dunque, potrebbe celarsi Ipazia, icona
del femminismo e dell’emancipazione della donna, prima matematica e scienziata
della storia.
Un centro
dell’’Unesco con sede a Torino ha dedicato a lei il suo programma volto al
riscatto delle donne nel mondo scientifico.
La contessa
Diodata Saluzzo Roero, scrittrice cattolica, nel suo poema epico del 1827 canta
la stravagante ipotesi della conversione di Ipazia al cristianesimo operata da
Cirillo e il suo martirio da parte di un sacerdote pagano. Si riportano taluni
suoi versi:
“Languida
rosa sul reciso stelo
nel sangue immersa
la vergin giacea
Avvolta a
mezzo nel suo bianco velo,
Soavissimamente
sorridea
Condonatrice
de l'altrui delitto,
Mentre il
gran segno redentor stringea”.
Nell’affresco
“La Scuola di Atene” di Raffaello, secondo talune interpretazioni, la figura
biancovestita sulla sinistra con le sembianze del giovanissimo Francesco Maria
della Rovere, nipote del papa Giulio II, rappresenterebbe Ipazia, simbolo del
sapere proveniente dai dotti dell’antichità, trasmesso alla posterità. E’
l’unica figura che guarda lo spettatore e pare volerlo invitare a comunicare
con lei.
Nell’età dei
Lumi, Ipazia assurse a simbolo della libertà di pensiero nelle opere di John
Tolland, di Voltaire, di Diderot e d’Alambert, che, facendo uso del pensiero
critico, osteggiarono il cretinismo intellettuale derivante dalla tradizione e
dall’Ancien Règime. Lo storico Edward Gibbon ricordò Ipazia nella sua opera
“Storia della decadenza e caduta dell’impero romano” e definì il suo assassinio
“una macchia indelebile” per il cristianesimo. Vincenzo Monti la citò in alcuni
versi della poesia “Il fanatismo” (1797):
«La voce
alzate, o secoli caduti, / Gridi l’Africa all’Asia e l’innocente / Ombra
d’Ipazia il grido orrendo aiuti».
Altri
scrittori parlarono di lei e molti ancora continuano a parlarne. Ella vivrà per
sempre, oltre la vita, nella memoria vigile dei posteri.
Lucio Apulo Daunio
Per approfondimenti, si rimanda al
recente libro di:
Silvia Ronchey, “Ipazia: la vera storia”
BIBLIOGRAFIA
AGABITI A., Ipazia:la prima martire della
libertà di pensiero
ALIC M., L’eredità di Ipazia
BERETTA G., Ipazia d'Alessandria
CANFORA L., Un mestiere pericoloso. La vita
quotidiana dei filosofi greci; La biblioteca scomparsa
FLOWER D. A., I lidi della conoscenza
FORSTER E. M., Alessandria d'Egitto
FOZIO, Biblioteca
GAJERI E., Ipazia, un mito letterario
LUZI M., Libro di Ipazia
MOMIGLIANO A., Il conflitto tra
paganesimo e cristianesimo nel sec. IV
PETTA A. - COLAVITO A., Ipazia.
Vita e sogni di una scienziata del IV secolo (prefazione di Margherita Hack)
SESTI S. - MORO L., Scienziate
nel tempo. 70 biografie
TOLAND J., Ipazia, donna colta e
bellissima fatta a pezzi dal clero (a cura di Federica Turriziani Colonna)
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