venerdì 1 aprile 2011


IPAZIA GIUSTIZIA NEGATA


PARTE PRIMA


L’AMBIENTE SOCIALE E CULTURALE.


Alessandria d’Egitto, fondata da Alessandro Magno nel 331 a.e.v., dopo la sua morte divenne la capitale della dinastia tolemaica. I Tolomei governarono l’Egitto dal 305 al 30 ante era volgare (a.e.v.), cioè fino alla conquistata romana. Tolomeo I Sotere (che significa salvatore), generale di Alessandro, fu il primo re d’Egitto e capostipite della dinastia.

Alessandria divenne una delle città più importanti del periodo ellenistico e prestigioso centro multiculturale (alessandrinismo) in virtù della famosa Biblioteca, la più grande e ricca del mondo antico, che conteneva oltre 500.000 rotoli di papiro (fu distrutta, in parte, dalla flotta di Giulio Cesare nel 48 a. e. v.; per altra parte, da fanatici cristiani sobillati dal patriarca d’Alessandria Teofilo nel 391 e. v.; e totalmente distrutta durante l'invasione araba nel 641 e.v.). Annessa alla Biblioteca stava il Museo, dedicato alle Muse, divinità protettrici delle arti e delle scienze (era luogo d’incontro e d’insegnamento, frequentato da dotti ed eruditi di ogni scienza, provenienti da ogni luogo). La popolazione alessandrina era divisa etnicamente tra egiziani, greci ed ebrei, i cui diversi costumi spesso davano motivo di tumulti e disordini. In seguito all'affermazione e diffusione del cristianesimo, Alessandria divenne centro di Patriarcato, istituito da Atanasio il Grande, padre e dottore della Chiesa, che lottò tenacemente contro l’arianesimo (dottrina cristiana eretica). Con il regno di Teodosio il Grande, il cristianesimo divenne religione di Stato. L’editto di Tessalonica del 380 e.v. legittimò il credo niceno, cioè la confessione di fede deliberata nel Concilio di Nicea, e proibì sia l’arianesimo sia i culti pagani. I successivi decreti teodosiani del 391-392 (emanati per porre rimedio alla scomunica del vescovo Ambrogio per l’eccidio di Tessalonica del 390) misero al bando i sacrifici e i culti pagani nei templi. Le decisioni imperiali causarono sommosse che si risolsero con l’intervento dell’esercito imperiale. Ad Alessandria, lo scontro tra pagani e cristiani ebbe una fine tragica. I pagani si asserragliarono nel Serapeo, il tempio dedicato al dio Serapide, meta di pellegrinaggi dall’intera ecumene. Annesso al Serapeo c’era una piccola biblioteca di oltre 50.000 rotoli di papiro, meno famosa dell’altra annessa al Museo. Assediato dall’esercito imperiale e da bande di fanatici guidati dal patriarca Teofilo, il Serapeo e la biblioteca furono espugnati e distrutti, i pagani tutti massacrati (correva l’anno 391). Con i resti del Serapeo fu edificata una chiesa e un edificio per ospitare una comunità di monaci provenienti dal deserto, che (come specifica il filosofo e storico Eunapio nella vita di Edesio, VI,11) erano uomini nell’aspetto, ma porci nel mangiare e nel vestire, e in pubblico commettevano innumerevoli e indicibili sconcezze.

Il racconto della distruzione del Serapeo e della biblioteca è riportato nella “Storia ecclesiastica” dei seguenti autori cristiani:

- Sozomeno (400-450), storico palestinese;

- Rufino di Aquileia (345-410), monaco, storico e teologo;

- Socrate Scolastico (380-440), teologo, avvocato e storico.

Una versione alternativa è riportata nella “Vita di Sofisti” del filosofo neoplatonico e storico pagano Eunapio di Sardi (347-414), ostile al cristianesimo.

Nella “Storia ecclesiastica” di Socrate Scolastico si legge che, morto Teofilo, patriarca di Alessandria, successe nella cattedra episcopale il nipote Cirillo (correva l’anno 412 e.v.). Egli continuò la politica di suo zio, ostile alle altre fedi religiose e alle altre sette cristiane non ortodosse. Tra i suoi primi atti, fece chiudere le chiese del partito cristiano concorrente, quello dei novaziani (seguaci dell’antipapa Novaziano), confiscando le loro sacre suppellettili e spogliando il loro vescovo Teopompo di tutto ciò che possedeva. Cirillo, avendo acquistato potere oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali, perseguitò gli ebrei, espellendoli dalla città, confiscando le sinagoghe, derubandoli. Ciò avvenne, secondo Socrate, a causa dei tumulti scoppiati tra la plebe ebraica e quella cristiana. Racconta ancora Socrate che i monaci, che vivevano nel deserto della Nitria, fautori del partito di Cirillo, ormai in conflitto anche con il potere politico, rappresentato dal prefetto imperiale Oreste, che non voleva cedere al potere ecclesiastico, abbandonarono i loro monasteri e in cinquecento scesero in città per aggredire il prefetto. Erano esseri abominevoli, che si comportavano come bestie (cfr. Suida IV). Lo attaccarono mentre usciva con il suo mezzo di trasporto, accusandolo di paganesimo e oltraggiandolo in molti altri modi. Egli, intuendo che fosse una macchinazione di Cirillo contro di lui, si difendeva dichiarandosi cristiano. I monaci però non tennero in alcun conto le sue parole. Un certo Ammonio lo colpì sul capo con una pietra, ferendolo. Molti tra i soldati della sua scorta, temendo il lancio delle pietre, lo abbandonarono, sanguinante. Venne in suo soccorso il popolo di Alessandria, desideroso di vendicarsi di quei fanatici, costringendoli alla fuga. Presero Ammonio e lo condussero da Oreste, che, dopo averlo interrogato, lo fece torturare fino a provocargli la morte. L’imperatore fu informato sia da Oreste sia da Cirillo, che raccontarono i fatti ciascuno dal suo punto di vista. Ammonio ricevette solenni esequie da Cirillo, che ordinò persino di venerarlo come un martire, lodando il suo gesto ai danni di Oreste. La rivalità tra il patriarca prevaricatore e il prefetto imperiale continuò e diede motivo a un altro tragico avvenimento: il vile linciaggio d’Ipazia, la famosa e stimata filosofa e scienziata, insigne membro del Museo.

Cassiodoro (485-580), politico, letterato e storico romano, nella sua “storia ecclesiastica tripartita”, conferma le notizie riportate da Socrate Scolastico.

Niceforo Callisto, storico bizantino del XIII-XIV sec., nella sua “Storia ecclesiastica”, sulla falsariga della “Storia” di Socrate, racconta come Cirillo ottenne la sede episcopale e come sedò la rivolta degli ebrei. Spiega, inoltre, il dissidio implacabile tra il patriarca e il prefetto e come questo fu colpito con un sasso dai monaci della Nitria, venuti in città a combattere con zelo in favore di Cirillo.



PARTE SECONDA


IL LINCIAGGIO DELLA FILOSOFA E SCIENZIATA IPAZIA, MARTIRE DEL LIBERO PENSIERO, VITTIMA SACRIFICALE OFFERTA AL DIO DI MONACI FANATICI E INTOLLERANTI.


Nell’Enciclopedia storica del bizantino Suida (X sec.) si riporta la triste vicenda dell’assassinio di Ipazia, tratta dalla “Vita di Isidoro”, ultimo sacerdote del tempio di Serapide, scritta dal pagano Damascio (480-550), filosofo neoplatonico bizantino, ultimo scolarca dell’Accademia di Atene. Ipazia nasce ad Alessandria intorno all’anno 370 dell’era corrente (corrispondente, come si contava allora, al 1123 ab urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma). Imperatore per l’Oriente era Arcadio (cui successe nel 408 Teodosio II), per l’Occidente era Onorio. Teone, padre di Ipazia, era eminente filosofo, scienziato e geometra di Alessandria, al tempo dell’imperatore Teodosio I, padre di Arcadio, che regnò fino al 395. Teone dirigeva il Museo, l’importante accademia dell’antichità. Scrisse di matematica e aritmetica, di presagi e di astronomia. Sua figlia Ipazia (370-415) era stata da lui istruita in matematica, astronomia e scienza. Ipazia era anche espertissima di filosofia neoplatonica, che spiegava pubblicamente a chi voleva ascoltarla, sia cristiani sia pagani. Ai discepoli insegnava a far uso della ragione in piena libertà di pensiero e di parola. Colta e raffinata, era la dimostrazione vivente che la donna non è inferiore per natura all’uomo e ha i suoi medesimi diritti (contrariamente all’opinione di Platone, Aristotele e di altri filosofi), e che essa non porta su di sé né la maledizione di Eva né il marchio dell’irrazionalità genetica (contrariamente all’opinione di scrittori cristiani, come Tertulliano, Agostino e Giovanni Crisostomo, che consideravano la donna portatrice di ogni male, porta dell’inferno, non immagine di Dio come l’uomo). Il partito cristiano capeggiato dal vescovo Cirillo, massima autorità religiosa in Alessandria, la ritenne responsabile di impedire la riconciliazione tra il vescovo e il prefetto imperiale Oreste. Una masnada di fanatici cristiani, sostenitori di Cirillo, aggredì e uccise malvagiamente la filosofa, a causa delle invidie altrui per le sue eccezionali conoscenze, specialmente nell’astronomia. Fecero scempio del suo corpo, disperdendo le sue martoriate membra per tutta la città. All’invidia di Cirillo si aggiunsero le disposizioni sediziose congenite negli Alessandrini.


Ipazia era una donna di carattere, anticonvenzionale, libera, giusta, saggia, ascetica, vergine, pur essendo molto bella e avvenente. Di lei s’innamorò un suo allievo, che ella cercò di guarire tramite la musica melodica. Fallito questo suo espediente, tagliò corto gettandogli un panno impregnato di mestruo, simbolo dell’impura generazione, affinché intendesse di cosa fosse innamorato. L’indecente e l'ignominiosa ostentazione dispose l’allievo a maggior giudizio. La cittadinanza la ossequiava per la sua schiettezza, per la sua saggezza, per l’abilità dialettica. Le personalità di governo la stimavano e la frequentavano per discutere con lei sulle questioni politiche. Davanti alla sua abitazione c’era sempre un gran folla di uomini e cavalli, tanto da suscitare l’invidia di Cirillo, ferendo il suo animo, spingendolo fino a macchinare contro di lei uno scellerato assassinio. Infatti – racconta Damascio - una massa di uomini brutali e violenti, che non temevano la giustizia divina e la riprensione umana, assalì la filosofa dopo che era uscita dalla sua casa, massacrandola, cavandole gli occhi mentre ancora respirava. L’atto abominevole perpetrato dai cristiani recò alla città grandissima empietà e ignominia (correva l’anno 415). Gli assassini rimasero impuniti, perché Edesio – rileva Damascio - incaricato dall’imperatore per l’accertamento dei fatti, si lasciò corrompere da Cirillo, insabbiando l’inchiesta. La fine di Ipazia e del modo di vivere ellenico pose un freno definitivo alla libera ricerca scientifica e sperimentale nella prestigiosa scuola di Alessandria. Gli scritti d’Ipazia furono bruciati, il suo pensiero oscurato, condannandola alla “damnatio memoriae”. Il suo spirito però vivrà perenne nei secoli, invocando ai posteri giustizia per l’atto abominevole compiuto da una masnada di fanatici cristiani.

Socrate scolastico (380-440), contemporaneo di Ipazia, cristiano moderato costantinopolitano, dice di lei che era esponente di spicco della scuola neoplatonica alessandrina (erede diretta di Plotino) e che superava di molto tutti i filosofi del suo tempo, tanto che da ogni luogo venivano studiosi per udirla. Per l’autorità che le derivava dalle sue conoscenze, non si vergognava di apparire nel mezzo delle riunioni di uomini di governo e magistrati, da loro venerata e rispettata a causa della sua superiore cultura e saggezza. Frequenti colloqui aveva con il prefetto imperiale Oreste, rappresentante del potere di Costantinopoli, mal visto dagli Alessandrini. I cristiani sostenitori di Cirillo, massima autorità ecclesiastica di Alessandria, sospettarono che la filosofa tramasse per impedire la riconciliazione del Patriarca con il prefetto Oreste. La plebe, capeggiata da Pietro il Lettore (titolo del chierico che riceve il secondo degli ordini ecclesiastici minori), assalirono la filosofa mentre rincasava, trascinandola verso il Cesareo, trasformato in chiesa, dove sacrificarono la vergine pagana al dio dei cristiani. La morte di Ipazia, per mano di esseri abominevoli, vere bestie, fu atroce: denudata, fu dilaniata con cocci aguzzi. Fatto il suo corpo a pezzi, bruciarono le sue membra nel Cinaron. Questa infamia compiuta al tempo di Cirillo dalla chiesa di Alessandria è -scrive Socrate - del tutto estranea allo spirito di Cristo.

Il fanatismo, in qualsiasi forma si presenta, esalta e deforma la psiche umana ... e spaventa. Quella folla furente di chierici e monaci esaltati, fuori da ogni grazia di Dio, che correva a massacrare l’innocua Ipazia, a distruggere templi pagani, a reprimere ogni manifestazione del libero pensiero, a sopprimere il modo di vivere ellenico, non ha cancellato nella memoria dei posteri la nobile figura d’Ipazia, vittima innocente della gelosa malevolenza dei cristiani per il modo di vivere ellenico, simbolo perenne della libertà di pensiero.

Filostorgio (368-439), seguace dell’arianesimo, contemporaneo di Ipazia, scrittore erudito, nella sua “Storia ecclesiastica” (pervenuta nell’epitome di Fozio, patriarca di Costantinopoli del IX sec.), scrive che Ipazia, la figlia di Teone, in campo astronomico era diventata più brava del padre (Filostorgio, forse, ha ascoltato le lezioni dell’uno e dell’altra). Egli conferma che la filosofa fu fatta a pezzi, attribuendone la colpa ai fautori della homousia (dottrina cristologica della consustanzialità, secondo cui il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza, opposta all'arianesimo, che subordina il Figlio al Padre, negando la consustanzialità). Per Filostorgio, responsabile dell’omicidio fu il vescovo Cirillo, tutore della dottrina ortodossa atanasiana dell'omousia, ormai vittoriosa sulle altre dottrine cristologiche. Alla responsabilità di Cirillo, Filostorgio accomuna quella dei suoi complici, i chierici c.d. parabolani, che erano monaci infermieri-becchini, provenienti dal deserto di Nitria, votati all’ascetismo sovversivo (anche Cirillo, da giovane, si era ritirato in quei luoghi per fare vita ascetica). Questi individui fanatici e intolleranti erano alle dirette dipendenze del vescovo di Alessandria e sua "guardia del corpo". Anni prima si erano macchiati del pogrom contro gli ebrei di Alessandria, derubandoli e scacciandoli dalla città. Ultimo ostacolo al loro delirio, dopo la soppressione degli ebrei e la distruzione del Serapeo e dell’annessa Biblioteca, restava la filosofa pagana Ipazia.

Sinesio di Cirene, discepolo e coetaneo di Ipazia, divenuto vescovo di Tolemaide, le scrive chiamandola “madre, sorella, maestra e benefattrice”. La stima al punto di ritenerla la maggiore mente filosofica del suo tempo, molto influente nella politica alessandrina, veneratissima filosofa prediletta da Dio, unico bene che nessuno può togliergli. In un’altra lettera afferma di aver costruito un astrolabio con l’aiuto della “riverita maestra”, che gli avrebbe insegnato che la filosofia è «uno stile di vita e disciplinata ricerca della verità». Secondo il vescovo filosofo, non è più Atene la sede della sapienza, bensì Alessandria d’Egitto, dove il seme della scienza, sparso da Ipazia, tiene deste le menti degli studiosi. Il premuroso allievo ci informa che Ipazia mise in discussione la cosmologia tolemaica che poneva la Terra al centro dell’universo. Pare anche che Ipazia abbia intuito la relatività dei moti, poi descritta da Galileo, e l’ellitticità delle orbite dei pianeti, annunciata nel 1609 da Keplero. Si tramanda che assieme a suo padre abbia curato le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto, e che abbia inventato l’idroscopio, l’aerometro, l’astrolabio e il planetario. Le opere di Sinesio, morto due anni prima del barbaro assassinio della sua venerata maestra, riflettono, per quanto velate siano di cristianesimo, i fondamenti dell’insegnamento di Ipazia sui misteri della filosofia.

Il poeta Pallada d’Alessandria, vissuto tra il IV-V sec., legato all’antica cultura pagana, ricorda Ipazia con questi versi conservati nell’Antologia Palatina (Libro IX, epigramma 400):

«Quando ti vedo, mi prostro davanti a te e alle tue parole, / vedendo la casa astrale della Vergine, / infatti, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto / Ipazia sacra, bellezza delle parole, / astro incontaminato della sapiente cultura».

Con amara ironia il poeta Pallada commenta la distruzione di statue e templi pagani, a causa dall’intolleranza cristiana (Antologia Palatina, IX 441):

Vidi a un trivio un bronzo del figlio di Zeus,

Prima menzionato nelle preghiere, adesso gettato via.

Sdegnato, dissi: “Dio di tre lune, che liberi dai mali,

Mai sconfitto, oggi invece stai steso per terra?”

Di notte il dio mi venne accanto e mi disse ridendo:

“Anche se sono un dio, ho imparato ad adeguarmi ai tempi”

Esichio di Mileto, storico e letterato pagano del V-VI sec. (scrisse una raccolta di biografie d’illustri letterati pagani), ci informa che l’uccisione e lo smembramento del corpo martoriato d’Ipazia furono causa dell’invidia altrui per le sue eccezionali conoscenze, specialmente nell’astronomia. Maestra del modo di vivere ellenico, portavoce dell’aristocrazia alessandrina, dialettica nel parlare, accorta nell’agire politico, era venerata e onorata dalla cittadinanza. I capi politici si recavano da lei per ascoltarla. Il nome della filosofa era ancora grande e venerabile al suo tempo, anche se il paganesimo era finito. I cristiani, che si resero responsabili del vile assassinio, fecero del suo corpo deturpato brandelli che sparsero per la città. All’omicidio, seguirono le sevizie e il vilipendio del cadavere (la narrazione di Esichio è riportata da Suida assieme a quella di Damascio). 

Cassiodoro (V-VI sec.), storico romano, scrive che l’assassinio di Ipazia attirò molto livore nei confronti di Cirillo e della chiesa di Alessandria.

Giovanni Malala storico di Antiochia (la chiesa di Antiochia era ostile a quella di Alessandria, dove il vescovo Cirillo aveva sviluppato una cristologia contraria alla loro), vissuto durante l’età di Giustiniano (VI sec.), nella sua “Cronografia”, incline al monofisismo, c’informa che i cristiani di Alessandria, autorizzati dal loro vescovo Cirillo, tutore dell’ortodossia, aggredirono e bruciarono su una pira di fascine la celebre filosofa, che era anziana (per quei tempi, avendo circa quarantacinque anni). Di lei, vittima dei pregiudizi sociali e dell’intolleranza religiosa, si tramandano grandi cose.

Teofane il Confessore (storico bizantino del VIII-IX sec.) menziona l’assassinio di Ipazia nella sua “Cronografia”.

Niceforo Gregorio, storico bizantino del XIII-XIV sec., autore di una “Storia Romana”, scrive che Ipazia era sapiente maestra, edotta nei più svariati argomenti, appresi da sé o imparati da altri che li esponevano.

Niceforo Callisto Xantopulo, storico bizantino del XIII-XIV sec., autore di una “Storia ecclesiastica”, dà una versione dei fatti favorevole a Ipazia, biasimando gli atti nefasti di Cirillo e della Chiesa alle sue dipendenze.

Giovanni di Nikiu (città alle foci del Nilo, a occidente di Alessandria), vescovo cristiano della chiesa d’Egitto, scrisse in copto una cronaca universale dalla creazione fino ai suoi tempi (VII- VIII sec) allo scopo di sostenere le sue idee monofisite (dottrina dell’unica natura divina in Gesù Cristo). Contrariamente alle altre fonti, Giovanni giustifica la lotta di Cirillo contro il paganesimo e considera un titolo di gloria la sua decisione di uccidere Ipazia, ritenuta maga e strega. Nelle sue “Cronache”, infatti, racconta che Ipazia era una maga che ingannava molte persone con la sua arte malefica, allontanandole dalla fede cristiana. Persino il prefetto Oreste, che la onorava eccessivamente, era stato ammaliato dalla sua arte satanica. A cagione di ciò una moltitudine di cristiani, milizia privata del vescovo Cirillo, guidati da Pietro il Lettore, perfetto cristiano, cospirò contro di lei per ucciderla. La trovarono seduta sulla cattedra. La strapparono dal suo posto e la condussero alla chiesa detta Cesareo, dove le strapparono le vesti e legata a un carro la trascinarono lungo le strade della città, provocandone la morte. Il corpo lo bruciarono nel Cinaron. Poi accorsero dal patriarca Cirillo, acclamandolo come “nuovo Teofilo”, perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria in Alessandria.

Se Ipazia agli occhi (dell’invidia) di Cirillo è una maga e una strega, come testimonia unicamente il vescovo di Nikiu, contro di lei si sarebbero dovute applicare le sanzioni imperiali, finalizzate alla soppressione del paganesimo popolare e rituale. Ipazia, però, secondo la maggior parte delle fonti, cristiane e pagane, non era né maga né strega né una sacerdotessa che sacrificava agli idoli, bensì una stimata filosofa non cristiana, educata alla vita ellenica, aperta al confronto, alla libertà di parola e di azione, casta e di costumi morigerati, perciò non era punibile per la sua libertà di pensiero, né tantomeno meritava di essere massacrata da fanatici monaci cristiani, a causa dell’invidia di chi la Chiesa ha voluto promuovere dottore e santificare quale “defensor fidei”, elevandolo agli onori dell’altare (nel 1882 da papa Leone XIII), negando giustizia a Ipazia, martire del libero pensiero, condannandola alla “damnatio memoriae”. La morte di Ipazia segnò la fine della cultura ellenica e della prestigiosa accademica di Alessandria.

Alcuni studiosi ritengono che la figura di Ipazia sia stata trasformata dall’agiografia cristiana nella leggendaria vita di santa Caterina d’Alessandria, studiosa e martire, elevata a patrona delle arti liberali e della filosofia. Sotto tale pseudonimo, dunque, potrebbe celarsi Ipazia, icona del femminismo e dell’emancipazione della donna, prima matematica e scienziata della storia.

Un centro dell’’Unesco con sede a Torino ha dedicato a lei il suo programma volto al riscatto delle donne nel mondo scientifico.

La contessa Diodata Saluzzo Roero, scrittrice cattolica, nel suo poema epico del 1827 canta la stravagante ipotesi della conversione di Ipazia al cristianesimo operata da Cirillo e il suo martirio da parte di un sacerdote pagano. Si riportano taluni suoi versi:

“Languida rosa sul reciso stelo

nel sangue immersa la vergin giacea

Avvolta a mezzo nel suo bianco velo,

Soavissimamente sorridea

Condonatrice de l'altrui delitto,

Mentre il gran segno redentor stringea”.

Nell’affresco “La Scuola di Atene” di Raffaello, secondo talune interpretazioni, la figura biancovestita sulla sinistra con le sembianze del giovanissimo Francesco Maria della Rovere, nipote del papa Giulio II, rappresenterebbe Ipazia, simbolo del sapere proveniente dai dotti dell’antichità, trasmesso alla posterità. E’ l’unica figura che guarda lo spettatore e pare volerlo invitare a comunicare con lei.

Nell’età dei Lumi, Ipazia assurse a simbolo della libertà di pensiero nelle opere di John Tolland, di Voltaire, di Diderot e d’Alambert, che, facendo uso del pensiero critico, osteggiarono il cretinismo intellettuale derivante dalla tradizione e dall’Ancien Règime. Lo storico Edward Gibbon ricordò Ipazia nella sua opera “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano” e definì il suo assassinio “una macchia indelebile” per il cristianesimo. Vincenzo Monti la citò in alcuni versi della poesia “Il fanatismo” (1797):

«La voce alzate, o secoli caduti, / Gridi l’Africa all’Asia e l’innocente / Ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti».

Altri scrittori parlarono di lei e molti ancora continuano a parlarne. Ella vivrà per sempre, oltre la vita, nella memoria vigile dei posteri.


Lucio Apulo Daunio



Per approfondimenti, si rimanda al recente libro di:

Silvia Ronchey, “Ipazia: la vera storia”


BIBLIOGRAFIA

AGABITI A., Ipazia:la prima martire della libertà di pensiero

ALIC M., L’eredità di Ipazia

BERETTA G., Ipazia d'Alessandria

CANFORA L., Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci; La biblioteca scomparsa

FLOWER D. A., I lidi della conoscenza

FORSTER E. M., Alessandria d'Egitto

FOZIO, Biblioteca

GAJERI E., Ipazia, un mito letterario

LUZI M., Libro di Ipazia

MOMIGLIANO A., Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel sec. IV

PETTA A. - COLAVITO A., Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo (prefazione di Margherita Hack)

SESTI S. - MORO L., Scienziate nel tempo. 70 biografie

TOLAND J., Ipazia, donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero (a cura di Federica Turriziani Colonna)


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