sabato 16 aprile 2011


CRISTO ESORCISTA



L’eroico Cristo Gesù sostenne una lotta senza quartiere con le potenze demoniache. Satana, spirito del male, assieme ai suoi indiavolati accoliti, sono considerati nemici acerrimi di Dio. Appare incredibile che una supposta onnipotenza divina sopporti un concorrente tanto pernicioso quanto pericoloso per l’umana gente. La credenza negli spiriti malvagi pare che sia un fenomeno religioso universale, risalente a tempi atavici.

Il demonismo giustifica la presenza del male nel mondo, senza implicare direttamente Dio. Secondo una complicata teoria della tradizione ebraico-cristiana, i demoni sono angeli decaduti, espulsi dal Paradiso a causa della loro superbia e della loro pretesa di voler essere pari a Dio; perciò Dio li ha castigati, precipitandoli nel profondo Inferno (come fece Giove a danno dei Titani e dei Giganti, ruzzolati nel profondo Tartaro, avendo osato ascendere verso l’Olimpo per spodestarlo). Anche i nostri primi parenti furono scacciati dalle vette paradisiache e sprofondati sulla terra a patire la dura, mortale esistenza, avendo disobbedito a Dio su istigazione del Maligno tentatore. Dio, inoltre, non pago della punizione, ha consentito al Principe delle tenebre di lasciare gli Inferi per venire sulla terra, assieme alla ridda dei suoi manutengoli compagni, a fomentare il genere umano, inducendolo a peccare. A contrastare il malefico influsso di Satana, Dio, bontà sua, ha inviato a soccorrerci una schiera di spiriti benevoli. Sono gli angeli custodi, deputati a consigliare l’uomo nel perseguire i sani precetti morali, custoditi in sacri libri, impartiti da sedicenti vicari, che hanno la presunzione di parlare per ispirazione divina. Con l’aiuto dell’usbergo del celeste impero, l’uomo può evitare l’eterna perdizione e riguadagnarsi, dopo la morte, l’accesso al paradiso perduto. La potenza malefica degli spiriti infernali, che si oppone a quella benefica di Dio, riflette in realtà il contrasto tra la natura ferina dell’uomo e il suo impegno civile, volto ad emanciparsi dallo stato di natura. La mitica battaglia cosmica, tra le forze del bene e quelle del male, è piuttosto un riflesso della perpetua lotta dell’uomo con se stesso e con l’indole della sua natura.

In quei tempi, secondo la testimonianza degli evangelisti, si credeva che fossero gli spiriti malvagi la causa dei malesseri fisici e psichici, vuoi per effetto della possessione satanica, vuoi come conseguenza del peccato indotto dalla tentazione demoniaca. Satana, nei Vangeli sinottici, si rappresenta come strumento di Dio per punire i peccatori, dopo averli indotti a peccare. Le relative guarigioni, secondo gli evangelisti, sono la manifestazione dei poteri soprannaturali di Gesù, tramite i quali si accresce la sua fama. Il dono del miracolo richiama alla fede attraverso la meraviglia e l’ammirazione. La possessione demoniaca (fenomeno privo di fondamento nell’ambito della scienza medica) era allora confusa con le malattie, quali le convulsioni epilettiche o le patologie psichiche (stati di angoscia, nevrosi isterica, agitazioni psicomotorie, linguaggi privi di senso, forza straordinaria, vaneggiamenti blasfemi ed osceni, presunta avversione al sacro, ecc.). Nei primordi del cristianesimo, gli esorcisti erano chierici che, su conferimento del vescovo, svolgevano la funzione di scacciare i demoni dai nuovi convertiti e dai malati ritenuti posseduti. Durante il ministero salvifico, Gesù praticò l’attività di esorcista, scacciando i demoni con lo spirito (potenza) di Dio (Mt 12, 28; Lc 11, 20). I presunti indemoniati, verosimilmente, erano affetti da epilessia o isterismo o altre psicopatie. Queste pretese guarigioni dalle potenze malefiche non convinsero i dotti ebrei riguardo alla divinità del Cristo Gesù. I suoi poteri di esorcista guaritore non apparivano così straordinari per essere considerati veri e propri miracoli di natura divina.

Nei Vangeli secondo Luca (Lc 4, 31 seg.) e Marco (Mc 1, 23 seg.) si narrano gli esorcismi praticati da Gesù in Cafarnao, cittadina posta sulla riva del lago di Galilea. Qui egli aveva trovato ospitalità, dopo aver lasciato il suo villaggio natio per scampare al linciaggio dei suoi concittadini. Un sabato, mentre stava predicando nella locale sinagoga, improvvisamente un uomo succubo del demonio inveì contro di lui come un forsennato. Nel racconto dei due suddetti evangelisti lo spirito malvagio, che possedeva quel disgraziato, era ossessionato dall’idea che Gesù, il Santo di Dio, volesse scacciarlo. Fatto sta che Gesù, per nulla intimorito, lo rimproverò aspramente e gli comandò di liberare l’uomo che possedeva. Con la coda tra le gambe, mogio mogio, il demonio ubbidì e abbandonò la preda, non senza far sentire la sua rabbia, emettendo un diabolico urlo, tanto da spaventare gli astanti. Passata che fu la paura, tutti si chiesero chi fosse Gesù e con quale autorità e potenza comandasse ai demoni, costringendoli a liberare i malcapitati per non buscarle di santa ragione.

Un giorno Gesù, uscito dalla sinagoga di Cafarnao, si diresse in casa di Simon Pietro per guarire la suocera dell’apostolo afflitta da un febbrone (Mt 8, 14 seg., Mc 1, 29 seg., Lc 4, 38 seg.). Avvicinatosi al giaciglio dell’inferma, si chinò su di lei, minacciando la febbre. Virus e batteri, intimoriti al pari dei demoni, se la diedero a gambe, ligi alle divine minacce. Sfebbrata la donna, Gesù l'afferrò per mano e l’aiutò ad alzarsi. Ritornata subito in florida salute, la suocera di Pietro si mise a servire gli astanti, arzilla più che mai, ancorché fosse debilitata a causa della malattia, che avrebbe richiesto un periodo di convalescenza. Miracolo o no, quel sabato di segni n'aveva già fatti due, ma (poiché non c’è due senza tre) al tramonto si sbizzarrì in miracoli ed esorcismi vari. Guariva e sanava ogni sorta di malanni (era più efficiente di un moderno nosocomio) e liberava tutti gli assatanati che gli portavano. I demoni però (che probabilmente si divertivano a tormentare i malcapitati) non gradivano di essere scacciati. Protestarono, gridando improperi contro il Figlio di Dio. Vano sarebbe stato per loro lottare contro un raccomandato figlio d’un altolocato padre, che li sfidava slealmente con armi impari. A quegli esseri immondi Gesù comandò di non svelare la sua divina identità. Gli evangelisti Marco e Luca (Matteo non si pronuncia) riferiscono che i demoni sapevano chi egli fosse. Paolo, però, apostolo delle genti, in un’epistola indirizzata ai Corinzi (1 Co 2), afferma che le potenze sataniche, ostili a Cristo, ignoravano il suo mistero, che fu invece rivelato agli apostoli e per ultimo a lui. Ad avviso dell’evangelista Matteo, la liberazione degli ossessi rappresenta l’adempimento della profezia d’Isaia (Is 53, 3 seg.). Questa, in vero, fa riferimento al Servo di Jahvè, che assume su di sé i malanni che affliggono il genere umano (una specie di capro espiatorio) ed è trafitto a causa dei nostri peccati. Isaia, in verità, intendeva riferirsi al popolo d’Israele in esilio, quando parla del Servo di Jahvè. Da escludere è che abbia voluto estenderne il significato anche alla figura di Gesù. L’asserzione dell’evangelista, dunque, è priva di fondamento. Credere inoltre che la causa dei malanni, di cui soffre l’umana gente, sia da ricercare nei peccati commessi, e che vi sia correlazione tra la gravità della malattia e la gravità del peccato, è certamente inammissibile. Se ciò fosse vero, una vita non peccaminosa, conforme al vangelo di Cristo, non apporterebbe malanni. Le cose, però, stanno diversamente da come vorrebbero farci credere gli autori dei sacri testi. La causa delle infermità non è imputabile alle nostre colpe. Né l’assoluzione sacramentale dei peccatori potrà liberarci dagli acciacchi. I presunti miracoli attribuiti a Gesù, verosimilmente, richiedevano la partecipazione emotiva dell’infermo, la sua fede nella potenza taumaturgica del guaritore, perciò essi sarebbero una conseguenza della concomitante capacità d’autosuggestione ed esaltazione della psiche del malato, piuttosto che dei poteri occulti di una discutibile divinità. E’ comunque umiliante per chi soffre dover barattare la libertà di pensiero e l’autorità della ragione in cambio della liberazione dal dolore indotta da un’irrazionale credenza religiosa.

L’evangelista Matteo (Mt 9, 27-34) descrive l’episodio di due ciechi che seguivano Gesù invocando pietà (in sostanza, lo imploravano affinché li miracolasse). Arrivato che fu alla sua casa, Gesù domandò ai due disgraziati se credevano veramente nella sua potenza taumaturgica. I due protestarono la fede in lui, e Gesù, toccando i loro occhi, li guarì dalla cecità, ma proibì di divulgare l’accaduto. Figuriamoci se quei due, dopo che i loro occhi si aprirono, tennero la bocca chiusa. La notizia dell’avvenuto miracolo, manco a dirlo, si diffuse in tutta la regione. Grazia ottenuta, santo gabbato! Guariti i due ciechi, gli presentarono tosto un altro indemoniato, reso muto dal satanasso. La folla degli infelici non gli dava requie, neanche in casa sua. Gesù liberò il posseduto, che riacquistò immediatamente la favella. Le folle, stupite, esultavano nel constatare tali fenomeni: non si era mai visto nella storia del popolo eletto nulla di simile (di Mosè, che manifestò la potenza divina, e delle altre meraviglie descritte nelle antiche Sacre Scritture, dimenticarono in quella circostanza). I farisei, che avevano la puzza al naso, sospettarono Gesù di stregoneria e lo accusarono di scacciare i demoni con il favore del loro caporione, l’infero Lucifero. La pratica della stregoneria era un crimine punibile con la morte. Dalle accuse dei farisei, Gesù si difese durante un esorcismo (Mt 12, 22 seg; Lc 11, 14 seg), quando fece riacquistare la parola e la vista (o solo la parola, nella versione lucana) ad un indemoniato. I farisei, infatti, l'avevano incolpato d’intendersela con Belzebù (Mc 3, 20 seg), ma Gesù obiettò che, se così fosse, Satana si darebbe la zappa sui piedi, scacciando se stesso. Il suo infernale regno, inoltre, in quanto risulterebbe diviso al suo interno, sarebbe caduto in rovina. Peraltro, da che mondo è mondo, cane non mangia cane. Dunque, parola di Gesù, non in virtù del Principe dei demoni, ma in forza dello Spirito Santo egli guariva gli indemoniati. Assurda era quindi l’accusa dei farisei e, per giunta, una vera e propria bestemmia contro il terzo Dio: un peccato imperdonabile. Pazienza Gesù n’aveva da vendere, se si sparlava di lui (come uomo), ma inveiva contro chi osasse calunniare lo Spirito Santo (cioè se stesso, nella terza persona divina), imprecando peste e corna a danno dell’empio dileggiatore. Preso da furore divino, si scagliò con astio contro i farisei, vituperandoli e minacciandoli. Li avrebbe attesi “a Filippi”, cioè nel giorno del giudizio universale, per regolare i conti. Essendosi in quel frangente infervorato più del solito, farisei e scribi cercarono di rabbonirlo, solleticando la sua vanagloria. Gli chiesero di compiere un vero e proprio miracolo, non esorcismi, in modo da rendere credibile il suo preteso potere divino. La pratica dell’esorcismo non era una prerogativa esclusiva di Gesù. In Israele era abitualmente praticata, data la credenza di considerare quale causa dei malanni la presenza possessoria del maligno, ma le eventuali guarigioni non erano esaltate come miracolose. Guaritori erano anche gli esseni terapeuti. Gesù pare che fosse vicino alla setta degli esseni. Nel santuario di Epidauro e in quello di Pergamo, Asclepio, divinità salutare, guariva folle di pellegrini dai mali del corpo e dell’anima mediante prescrizioni trasmesse durante il sonno (cfr. Elio Aristide, “Discorsi sacri”). Guarigioni miracolose sono attribuite a contemporanei di Gesù, come l’imperatore Vespasiano (cfr. Tacito e Svetonio) e Apollonio di Tiana, taumaturgo e predicatore itinerante (cfr. Filostrato). Persino al profeta Maometto sono attribuiti prodigi dalla tradizione islamica, come il miracolo della divisione della luna, riportato dall’erudito Saheeh Al-Bukhari. Dunque, non comuni guarigioni chiedevano i farisei, né tantomeno magie, bensì un saggio della sua pretesa potenza divina. Gesù, però, non volle dare loro soddisfazione; continuò invece a lanciare improperi e a farneticare storielle ebraiche. I giudei lo lasciarono parlare, credendolo posseduto da uno spirito immondo. Affermava che sarebbe rimasto nel cuore della terra per tre giorni e tre notti e che, a condannare quella generazione cattiva, spergiura e incredula, sarebbero risorti gli uomini di Ninive (si narra che costoro non esitarono a convertirsi, ascoltando la predicazione del profeta Giona) e la regina di Saba (che venne, in tempi remoti, dall’estremità della terra, di quella allora conosciuta, per ascoltare la sapienza di Salomone, cui concesse le sue grazie). Mentre ancora pontificava, arrivarono sua madre e i suoi fratelli. Gesù, avvertito del loro arrivo, si volse verso i discepoli, dichiarando che i suoi parenti erano coloro i quali compivano la volontà del Padre. I suoi famigliari, come in altre occasioni, cercavano di scusarlo, dicendo che era fuori di testa (Mc 3, 21).   

Un giorno, mentre Gesù prediceva la sua imminente passione, l’apostolo Giovanni gli riferì che un tale andava in giro ad esorcizzare in nome suo e che loro glielo avevano proibito (Mc 9, 38-41; Lc 9, 49-50). Gesù rispose che non avrebbero dovuto farlo, perché chi esorcizzava nel nome di Cristo non poteva che essere a favore di lui. Chi non era contro di lui, quindi, era favorevole a lui. In verità, avercela o no contro di lui, non implica essergli contro o a suo favore. Tra i due estremi, a favore o contro, esistono altre posizioni intermedie: di terzietà, d’indifferenza, di disinteresse, di tolleranza.

Un altro episodio d’isterismo, spacciato per possessione demoniaca, è descritto fino all’inverosimile nei tre vangeli sinottici (Mt 8, 28-34, Mc 5, 1-20, Lc 8, 26-39). La scena si svolge nei pressi del lago di Galilea, nella regione, secondo Matteo, intorno a Gadara (che dista circa 12 Km dalla costa del lago di Galilea) o, secondo gli altri due evangelisti, intorno a Gerasa (che dista dal lago circa 60 Km). La regione, presumibilmente, era abitata da gente di religione non ebraica (allevavano maiali, carni considerate impure dagli ebrei; cfr. Lv 11, 1-8). Improvvisamente, uscendo dagli anfratti tombali, appaiono (secondo Matteo, che raddoppia sovente il numero dei miracolati) due ossessi. Questi vanno incontro a Gesù, urlando come forsennati. Erano considerati pericolosi, tanto che nessuno si avventurava per quei paraggi. Gesù non si fece intimorire dai demoni, che continuavano a tormentare i due infelici invasati. Gli spiriti immondi, avendo riconosciuto in lui il potente Figlio di Dio, gli chiesero perché veniva a tormentarli prima del tempo. Se fosse o non fosse il tempo giusto, poco premeva a Gesù, che non intendeva scendere a patti con i suoi acerrimi nemici, tanto più che non aveva assunto obblighi verso di loro. I demoni, vistisi perduti, belarono come pecore, supplicandolo di essere mandati (chissà perché) in una mandria di porci, che pascolava sulle alture nei dintorni. Gesù, bontà sua, li accontentò. I demoni, impossessatisi dell’intera mandria, in preda a furore satanico, la precipitarono nei flutti del sottostante lago. La vicenda appare poco credibile, stante peraltro la non breve distanza del lago dal luogo in cui si trovava Gesù. A farne le spese del risentimento luciferino fu il proprietario dei porci annegati nel lago. Intanto, i guardiani della mandria, terrorizzati, fuggirono in città, dove riferirono l’accaduto. In tanti, indignati, accorsero da Gesù, dannoso scacciadiavoli, scongiurandolo di allontanarsi al più presto dal loro territorio. Così, senza pagare i danni causati, Gesù, voltato i tacchi, cambiò aria, cavandosela a buon mercato, anzi gratis.

Secondo il Vangelo marciano e lucano, invece, un solo indemoniato (verosimilmente uno psicopatico) si avvicinò a Gesù nei pressi della città di Gerasa (che si trova in una zona diversa da quella della città di Gadara e distante dal Mar di Galilea circa 60 Km). Costui dimorava tra le tombe e vagava sui vicini monti, come un pazzo furioso, urlando e percotendosi con pietre. Non si riusciva a tenerlo legato neanche con le catene (insomma, non c’era modo per sedarlo). Prostratosi ai piedi di Gesù, l’indemoniato lo implorò di non tormentarlo, gridando a gran voce e chiamandolo “figlio di Dio”. Gesù non s’impietosì e chiese (chissà perché) il nome all’immondo spirito, che possedeva l’infelice. Gli rispose che il suo nome era Legione; infatti, ad impossessarsi dell’uomo, rendendolo pazzo furioso, erano molti demoni. Si trovavano a loro agio in quei luoghi, spassandosela a tormentare quel malcapitato, perciò non volevano che Gesù li scacciasse fuori della regione. Se proprio dovevano sloggiare, preferivano entrare in una mandria di porci. Furono accontentati. Così invasero i corpi di quelle povere bestie, che erano pur sempre creature di Dio (ma immonde per gli ebrei a motivo delle prescrizioni della Legge, imposta dal loro Domineddio). La mandria, terrorizzata dai demoni, prese a correre a rotta di collo, precipitando da un dirupo fin nel sottostante lago, dove, secondo Marco, affogarono circa duemila capi. Ciò appare improbabile, considerata la distanza del lago dal luogo degli avvenimenti. La gente del posto, appurati i fatti, esortò il forestiero, un po’ con le buone un po’ con le cattive, di andare altrove a compiere danni. Gesù non si fece pregare a lungo, voltò i tacchi e ritornò di buona lena sui suoi passi, prima che qualcuno gli ingiungesse di pagare il danno ingiustamente cagionato. Gli evangelisti se ne guardano bene dal riferire se il proprietario della mandria presentò a Gesù, oltre alle lamentele, il conto del danno relativo alla perdita della mandria. L’invasato, liberato dalla legione dei demoni, volle farsi legionario di Cristo. Gesù non gli consentì di arruolarsi (era un pagano), ma – contrariamente ad altri analoghi casi di guarigione miracolosa – lo autorizzò a divulgare tra la sua gente l’opera misericordiosa del Signore (cioè sua). Il miracolato s’avviò per le contrade circostanti a proclamare ai quattro venti la gloriosa vicenda del Cristo esorcista. Cresceva così la fama del santone Gesù, ancorché dannosa per taluni e letale per le bestie invise agli ebrei.

Anche nella versione lucana si racconta di questo esorcismo, in prosieguo della vicenda relativa alla tempesta sul lago di Galilea, sedata da Gesù, e all’approdo incolume degli apostoli sulla riva. Un uomo ignudo, proveniente da una viciniore città della regione dei Geraseni, si avvicinò a lui. Era un indemoniato (probabilmente si trattava di un folle, malato di mente), spesso legato con catene e custodito in ceppi, ma lo spirito immondo, che s’impossessava di lui, spezzava i legami e lo spingeva in luoghi deserti. Il demone rompiscatole non era solo: un’assatanata legione tormentava l’infelice. I diavoli, temendo l’intimazione di Gesù a sloggiare, non avendo alcuna intenzione di ritornarsene nell’orrido abisso infernale, lo scongiurarono di non scacciarli dalla loro amena dimora. Gesù, irresponsabilmente, accordò loro il permesso di andare a tormentare una pacifica mandria di porci, che presero a correre all’impazzata, precipitando e affogando nel vicino lago. Il Figlio di Dio non si dette pena, né di condannare a morte un’intera mandria (suo Padre, del resto, aveva compiuto più atroci misfatti, parola della Bibbia) né di risarcire il danno ingiusto che aveva causato ai mandriani. Poteva assolvere il suo debito, moltiplicando, con una benedizione e un paternoster, i talenti che la sua povera comunità possedeva. Del resto (cfr. Mt 17, 24 seg.), quando si trovò a Cafarnao ed ebbe bisogno di dramme per pagare il tributo al tempio, non mandò Pietro a pescarle in bocca ai pesci del vicino lago? Certamente, questo fu un miracolo laborioso. Avrebbe potuto pagare l’obolo, semplicemente moltiplicando con un benedìcite gli spiccioli che aveva in saccoccia.  Che i misteri di Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) siano insondabili per la mente umana, non si dubita.

Lebbra, infermità degli occhi, malattie isteriche: questi erano i malanni più frequenti in quei tempi. Gesù li curava con il sacro farmaco del miracolo. Gli isterismi erano considerate possessioni demoniache sanabili con esorcismi. La liberazione di un giovane ossesso (verosimilmente un epilettico) è un altro episodio miracoloso narrato nei vangeli sinottici. Matteo (17, 14-21) racconta di un uomo che, avvicinatosi e prostratosi ai piedi di Gesù, lo supplicò d’aver pietà del figlio invasato (cioè epilettico), che spesso cadeva nell’acqua o nel fuoco durante la crisi. I suoi discepoli, dai quali aveva già portato il ragazzo, non erano stati capaci di guarirlo. Pur essendo questi abilitati alla pratica dell’esorcismo, avevano fatto cilecca. La notizia del loro fallimento mise di pessimo umore il Maestro, che cominciò a lamentarsi della poca fede dei suoi adepti nell’esercizio della divina missione. Generazione incredula e perversa quella con cui il celeste Figlio di Dio (in realtà, figlio d’una terrestre Sacra Famiglia) doveva convivere! Fino a quando avrebbe dovuto sopportarla? Ad ogni modo, si fece portare l’epilettico e lo guarì all’istante, scacciando con parole minacciose il demone ossessionante. I discepoli, parlando in disparte con Gesù, gli chiesero chiarimenti per il buon esito nella pratica esorcistica. Lui rispose che avevano fallito a causa della pochezza di fede. Poi, contraddicendosi, aggiunse che sarebbe bastata una fede piccola come un chicco di senape per riuscire, non solo a scacciare i demoni, ma, addirittura, a spostare montagne. Insomma, quanto a fede i discepoli ne avevano, forse più grande di un chicco di senape, ancorché non fossero in grado di guarire gli epilettici. Quanto a spostare montagne, invece, non se ne parlava proprio. Gesù, comunque, dovette convenire che per scacciare quella demoniaca genia occorreva l’ausilio della preghiera e del digiuno. Non si sa se i discepoli ritentarono di sanare altri epilettici, seguendo le divine prescrizioni del Maestro, né se l’epilettico, dopo esser stato guarito da Gesù, ebbe altre crisi. Le autorità giudaiche, ad ogni modo, ritenevano che i supposti miracoli compiuti dall’indomito compatriota, al pari di altri presunti guaritori, fossero meri espedienti. Egli era, a giudizio dei dotti ebrei, un comune mortale, ancorché reclamasse di operare prodigi di marca divina, squalificando altri, dotati come lui di poteri occulti, accusandoli d’essere falsi cristi e falsi profeti, operatori d’iniquità, seduttori degli eletti (Mt 7, 22-23; Mc 13, 21-23).

Luca (9, 37-43) racconta di un uomo che gridava in mezzo alla folla intorno a Gesù, implorandolo di aiutare il figlio indemoniato (cioè epilettico). Si lamentava che uno spirito maligno scuoteva e straziava impietosamente il figlioletto, facendolo urlare con la bava sulla bocca. Nemmeno i discepoli, cui s’era rivolto, avevano avuto ragione di quello spirito testardo. Gesù, dopo aver imprecato contro la sua generazione per la poca fede, si fece portare l’epilettico. Lo spirito malvagio alla vista di Gesù cominciò a sbraitare, sbattendo per terra il disgraziato giovane, che si contorceva in preda a convulsioni. Gesù, dopo aver minacciato lo spirito malefico, guarì il ragazzo, consegnandolo a suo padre tra lo stupore della folla.

In Marco (9, 14-29), l’episodio sopra riportato è narrato con dovizia di particolari. A differenza degli altri due evangelisti, egli riferisce che il padre del giovane epilettico non pregò Gesù di guarirgli il figlio. Domandò, invece, se poteva fare qualcosa per aiutarlo, implorando pietà per la sua disgrazia. Gesù si risentì per la scarsa fiducia nella sua onnipotenza. Gli rispose che tutto era possibile a chi crede fermamente. L’altro replicò affermando di credere, ma per vincere l’incredulità aveva bisogno di essere aiutato. Intanto che i due si perdevano in chiacchiere, l’epilettico, trastullo del (presunto) satanasso, si contorceva e sbavava. Accorse della gente con tono minaccioso. Gesù, temendo il peggio, si decise finalmente ad esorcizzare l’infelice. Ingiunse allo spirito, muto e sordo, di cambiare aria immediatamente. L’infero briccone ubbidì e, riacquistata la favella e l’udito, se n’andò, urlando (per rabbia) e tramortendo con uno scossone il giovane posseduto (per far dispetto a Gesù). A tutti i presenti sembrò che il giovane avesse già pagato l’obolo a Caronte, ma Gesù, afferrandolo per mano, lo sollevò da terra, vivificandolo.


Non solamente il popolo di Dio, Israele, già ricolmo di divini privilegi, ma anche i pagani ottennero grazie da Gesù. Un giorno (Mt 15, 21-28; Mc 7, 24-30), mentre si trovava in territorio fenicio, ai confini della Galilea, dove la sua fama l’aveva preceduto, venne a cercarlo una Cananea (che, verosimilmente, non parlava aramaico).  Appena lo vide, quella si mise a gridare e implorare pietà per lei e per la figlia, vessata duramente da un manigoldo diavolaccio. Gesù rimase freddo al “miserere” della donna né si degnò di rivolgerle la parola (i “gentili” non andavano a genio agli ebrei, Gesù compreso). L’altra, presa dalla disperazione, urlava a squarciagola, tanto da infastidire i discepoli, che andarono da Gesù a intercedere per lei, affinché la smettesse di fare il diavolo a quattro. Il Maestro fu irremovibile, persino di fronte al gratuito patrocinio dei “suoi”, quantunque d’avvocati in causa propria. La sua missione pastorale si limitava al salvataggio delle pecore disperse d’Israele e non anche a pascere i caproni degli altri ovili. La Cananea, però, era tosta, non smetteva d’implorarlo, prostrata ai suoi piedi. Gesù (che parlava aramaico) finalmente le rivolse la parola (non sappiamo in quale lingua si espresse per farsi comprendere dalla Cananea), negandole il suo aiuto, perché non voleva togliere il pane della misericordia dalla bocca dei suoi diletti connazionali, per sfamare dei cani bastardi pagani (Gesù razzista?). L’abile Cananea, che non demordeva, ribatté prontamente (forse con l’aiuto di un interprete) che anche i bastardi mangiavano le briciole che cadevano dalla mensa dei loro padroni. La donna, similmente ad un molosso che non molla la presa, urlando peggio d’una canatteria, non desisteva dal suo proposito. A Gesù non restò che arrendersi alla Cananea, disarmato dall’arguzia e dalla pervicacia della sua fede. La congedò, dopo averla assicurata che, ritornando a casa, avrebbe trovato la figlia liberata dall’ossessione diabolica. Non abbiamo notizia dell’avvenuto miracolo.
            Lucio Apulo Daunio

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