- IL PRODIGIO DELLA PENTECOSTE
Sette
settimane dopo la Pasqua ebraica, in una casa di Gerusalemme, sul finire del
giorno della Pentecoste (non la festa cristiana, ma quella ebraica, che
iniziava al calar del sole del giorno precedente e in cui si commemorava la
teofania di Jahvè sul monte Sinai, dove fu incisa la legge mosaica su tavole di
pietra), un improvviso rumore sconvolse i discepoli di Cristo, che stavano là
riuniti (At 2, 1 seg.).
Apparvero
lingue come di fuoco, che andavano a posarsi sulla testa degli astanti. Era lo
Spirito Santo, altra ipostasi del Dio trino, invenzione del cristianesimo, che
si faceva in quattro (anzi, in dodici) per elargire agli apostoli la divina
sapienza (terzo mistero glorioso). Proveniva dal sommo dei cieli, da una
dimensione a noi ignota, offrendo un saggio della sua infervorante potenza.
Terminato lo spettacolo pirotecnico, tutti i presenti, acquisiti i santi lumi,
potettero esprimersi in diverse lingue (xenoglossia o glossolalia che fosse,
ogni invasato pronunciava parole che altri non capivano). Il frastuono,
conseguente al prodigio, radunò nei pressi della casa una gran folla. Molti dei
giudei provenienti da tutte le nazioni del mondo li udirono parlare nella
propria lingua. Grande fu la meraviglia di tutti, impressionati dall’inusuale
evento. Alcuni scettici beffeggiarono gli apostoli, supponendo di trovarsi di
fronte a balordi ubriachi. Pietro, irritato dai ghigni di costoro, si alzò,
assumendo un atteggiamento solenne, papale, levando alta la propria voce. Egli
respinse il sospetto dell’ubriacatura, spiegando che erano le nove del mattino
(l’antica ora terza). Giustificò il prodigio, citando passi delle Scritture,
tratte dal libro del profeta Gioele, che profetizzò l’effusione dei doni dello
Spirito agli eletti d’Israele all’epoca dell’avvento messianico. Proseguì la
sua arringa alla folla, che si era radunata nei pressi, annunciando la “buona
novella” di Gesù, il Nazareno: uomo accreditato da Dio presso il popolo eletto,
con licenza di compiere prodigi, portenti e miracoli. Egli, uomo benemerito
(essendosi prodigato a fare del bene e a sanare tutti quelli che erano sotto il
potere del diavolo, cfr. At 10, 38), è stato ucciso da empi senza legge. Dio,
però, lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte. Dal discorso di
Pietro si evince che l’uomo Gesù, ancorché consacrato con la potenza di fuoco
dello Spirito Santo, giunse alla dignità divina solamente dopo esser risorto
dalla morte (ossia, in seguito all’invenzione dell’apoteosi cristiana). Tutti
gli apostoli furono testimoni della sua risurrezione. Anche Stefano, (At 7,
55-56), altro suo pio discepolo, ricolmo di Spirito Santo, prima di essere
lapidato dai giudei, lo vide risorto (cioè, ebbe un’allucinazione) alla destra
dell’Altissimo, invisibile ai comuni mortali.
L’uomo Gesù,
come appare nelle parole espresse da Pietro, è più confacente ad un uomo
deificato, dunque differente da Dio, da cui ha ricevuto poteri divini. Quanto
al supposto miracolo della resurrezione di Gesù, posto a fondamento del
cristianesimo, resta comunque da dimostrare sia la storicità di un evento
incredibile (che un organismo morto possa ritornare in vita) sia l’effettività
della morte (la cessazione irreversibile delle funzioni vitali). Gesù,
crocifisso nella mattinata di venerdì verso le ore nove, lo si dichiara morto
verso le ore tre pomeridiane. Il che appare un’anomalia, posto che la pena della
crocifissione durava diversi giorni prima che sopraggiungesse la morte. Tant’è
che Pilato si meravigliò che Gesù fosse già morto (Mc 15,44). Non essendo
tuttavia possibile in quei tempi accertare l’effettività della morte, Gesù
sarebbe potuto essere in stato di sincope o di morte apparente, dalla quale
sarebbe potuto ritornare in vita ed essere trafugato dalla tomba nelle notti di
venerdì o di sabato. In tal caso, si dovrebbe parlare di risveglio, non di
resurrezione, e le pretese apparizioni del Risorto (esclusivamente ai suoi
fedeli) e la seguente ascensione nel regno dei cieli, in assenza di prove
attendibili, sarebbero da considerare mere elaborazioni fideistiche. Quanto al
dogma della divina Trinità, successivamente sancito con decreto conciliare dalla
trionfante Chiesa, è da considerare quale epilogo di un laborioso e litigioso
tentativo teso a conciliare il monoteismo ebraico con la presunta triplicità
delle persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, aventi unica natura divina
(il triteismo, che sosteneva non l’unità, ma la triplicità delle nature divine,
fu condannato come eresia). Quanto alla pericope relativa alla celebrazione del
battesimo nel nome della Trinità (come riportato in Mt 28, 19), si ritiene che
sia un’interpolazione posteriore all’originaria stesura del vangelo. Ebrei e
musulmani, a differenza dei cristiani, non hanno deificato, gli uni Mosè, gli
altri Maometto, né tanto meno hanno concepito un Dio trino, sebbene si ostinano
a credere, come i cristiani, che i loro sacri testi siano stati scritti su
divina ispirazione o, addirittura, siano la diretta parola (incartata) di Dio
trasmessa a Maometto tramite l'arcangelo Gabriele.
Paolo,
accecato dalla fede sulla via di Damasco, dove fu permeato di astruserie
soprannaturali, nelle epistole a lui (o alla sua
“scuola”) attribuite, attesta (senza dimostrare) che Dio è unico e
che unico è l’uomo messianico Gesù, mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tm 2, 5).
Dichiara inoltre che se empi giudei, senza legge, hanno fatto uccidere Gesù,
ciò è accaduto per volere di Dio (non si muove foglia, che Dio non voglia!).
Sempre per volere divino, Gesù poté risorgere dopo tre giorni dalle doglie
della morte. Pietro e gli altri apostoli ne sono stati testimoni. Al profeta
Davide, Dio aveva solennemente giurato che il suo trono non sarebbe rimasto
vacante. Un nuovo re dei giudei (l’atteso Messia) avrebbe perpetrato la sua
regale discendenza. L’eredità davidica, infatti, parola di Paolo, l’ha
ereditata il Messia Gesù, che Dio ha risuscitato. Anche Paolo, quindi,
attribuisce a Dio, non a Gesù, il potere di risorgere dalla morte. Di contrario
avviso è l’evangelista Giovanni, secondo il quale Gesù aveva dichiarato che era
in suo potere, in forza del comando ricevuto dal Padre, di rimetterci la vita e
di riprendersela di nuovo (Gv 10, 17-18; 11. 25). Il Padre lo amava, perché il
Figlio ubbidiva in tutto e per tutto e agiva all’unisono con lui (Gv 10, 30).
Ed è stato santificato dal Padre in considerazione del sacrificio da lui
onorato, essendo figlio suo ubbidiente, invasato di Spirito Santo. Tale onore
Gesù ha poi voluto effondere anche ai suoi fedelissimi, divinizzandoli, sia
pure ad un grado inferiore al suo.
Le parole
pronunciate da Pietro in quel giorno di Pentecoste, dopo il prodigio
dell’effusione dello Spirito Santo, resero i giudei sbalorditi e perplessi.
Pietro ne approfittò per incitarli alla conversione, esortandoli al pentimento,
invitandoli a ricevere il battesimo purificatore nel nome di Gesù (non della
Trinità prossima ventura). Questi, parola di Pietro, è stato costituito Signore
e Messia da Dio stesso. Del resto, secondo Pietro, chi se non Gesù, Signore e
Messia, li avrebbe potuti salvare dalla generazione perversa in mezzo alla
quale vivevano? Molti giudei credettero alle parole di Pietro e si sottoposero
al sacro rito battesimale, illudendosi di ricevere i lumi dello Spirito Santo e
diventare “ipso facto” simili a Dio. In quel giorno di Pentecoste, quasi
tremila persone furono accolte nello sparuto gruppo (appena centoventi fedeli)
dei credenti nel Signore, il Messia Gesù. In un’altra occasione, il discorso
predicatorio di Pietro fruttò alla comunità più di cinquemila proseliti,
contando solo gli uomini. Tutti gli apostoli, pregni di Spirito Santo,
manifestavano segni della potenza divina, profetando e prodigando a iosa
miracoli, guarigioni d’infermi e altri prodigi (rari ai giorni nostri). In quei
tempi fecondi per lo spirito acritico, folle di fedeli si convertivano alla
nuova fede, secondo gli evangelisti.
Lo
schiamazzo provocato dalla discesa dello Spirito Santo sugli apostoli non fu
una novità. Questa terza manifestazione del dio cristiano aveva già irrorato di
lumi il feto di Giovanni Battista, che sobbalzò nel seno di sua madre, appena
questa vide Maria, prossima ad essere divinizzata quale Madonna, sempre
vergine, Madre di Dio (Lc 1, 15. 41). Il padre del Battista, Zaccaria, fu
anch’egli ricolmo di Spirito, tanto che gli si sciolse la lingua e profetò a
suon di rime (Lc 1, 67). L’illetterato Pietro poté affrontare con coraggio il
Sinedrio in virtù del carisma della parola, dono dello Spirito (At 4, 8. 13).
Durante la preghiera degli apostoli, lo Spirito era sempre con loro e
manifestava la sua presenza mediante scosse telluriche (At 4, 31). Chi sa se
anche gli attuali sussulti terrestri attestino la presenza dello Spirito sul
colle Vaticano. Persino sui pagani convertiti, con gran meraviglia dei giudei,
si effuse lo Spirito, ed essi parlavano in diverse lingue, magnificando Dio (At
10, 44-48). Paolo anche, abbagliato dalla divina apparizione sulla via di
Damasco, cambiò opinione sui nazareni in forza dei lumi effusi dallo Spirito
(At 9, 18), di cui fu poi sempre ricolmo (At 13, 9) ed a causa dei quali se le
prese di santa ragione durante le sue peregrinazioni missionarie, nonostante si
vantasse di aver ricevuto da Gesù la facoltà di operare miracoli (Rm 15, 17-19;
1 Co 12, 7-11.28). Paolo, senza bisogno di consultare gli apostoli (Ga 1,
15-17), elaborò un suo “vangelo”, allontanandosi dal giudaismo. In Antiochia si
prodigò assieme a Barnaba nell’evangelizzazione dei “greci”, fondando la prima
chiesa di neofiti pagani, che assunsero per la prima volta il nome di
“cristiani” (At 2, 41. 47 e 4, 4 e 5, 14 e 11, 19-26). Ad Antiochia ebbe
inizio, per opera di Paolo, il cristianesimo ellenizzato (adattato ai costumi
dei “gentili”), distinto da quello prettamente ebraico della Chiesa di
Gerusalemme, la comunità dei nazareni guidata prima da Pietro e poi da Giacomo,
il Giusto, fratello del Signore, martirizzato nel 62.
Di diverso
avviso (manco a dirlo!) è l’evangelista Giovanni (Gv 20, 19-23), che fa
risalire l’effusione dello Spirito sugli apostoli il giorno stesso della
risurrezione di Gesù. Egli, dopo la sua glorificazione, apparve alla presenza
dei discepoli mentre stavano riuniti nel cenacolo, effondendo su di loro lo
Spirito Santo (cioè i lumi per comprendere i misteri divini), senza scatenare
quel putiferio di cui parlano gli Atti, donando loro nuova vita allo stesso
modo in cui Jahvè, soffiando il suo vivificante e potente alito, donò la vita
al primo uomo (cfr. Gn 2, 7). In verità, Gesù aveva promesso agli apostoli che
avrebbe pregato il Padre affinché nel giorno della sua dipartita lo sostituisse
con un altro Paraclito: lo Spirito di verità (Gv 14, 16- 17). L’evangelista
Matteo, invece, sostiene che Gesù risorto asserì agli apostoli che sarebbe
restato con loro tutti i giorni, sino alla fine del mondo. Nulla dice circa la
sostituzione di Gesù con un altro Paraclito (Mt 28, 20). Non c’è da stupirsi se
tra paracliti, uomini deificati e ipostasi divine, il mistero cristiano si
infittisca sempre più.
Gesù, quando
era un uomo vivo e vegeto, avvertì i “suoi” che non l’avrebbero avuto per
sempre, come avevano i poveri continuamente tra i piedi (Mt 26, 11). Costoro,
parola di Dio, non mancheranno mai sulla faccia della terra (Dt 15, 11). Per
lui, invece, era arrivato il momento di tornare dal Padre. Dopo la sua
dipartita, non l’avrebbero più rivisto (Gv 16,10). In verità, apparve loro
risorto, prima d’involarsi nei cieli. Al suo posto, il Padre avrebbe mandato un
“alter ego”, il Paraclito, lo Spirito di verità (Gv 14, 16-17, 16, 5-7), che li
avrebbe soccorsi nell’aspra lotta contro il Maligno, il Falso, satanico caprone
degli inferi, principe di questo mondo (Gv 12, 31), Male assoluto, contrapposto
a colui che è il Vero, Bene assoluto (1 Gv 5, 19-20). Il Paraclito, Spirito
Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, secondo la professione di fede
niceno-costantinopolitana, ha il compito di rendere testimonianza a Cristo (Gv
15, 26), venuto nel mondo a purificarci con l’acqua benedetta e a riscattarci
col suo prezioso sangue (1 Gv 5, 5-12). E’ questa un’antica mitica idea,
secondo la quale una divinità redentrice discende dall’alto dei cieli,
riconciliandosi con gli uomini, purificandoli dai peccati, versando per loro il
proprio sangue tramite un sacrificio. Tre sono, secondo la dottrina
ecclesiastica, le persone divine, che si rendono testimonianza tra loro: il
Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (omne trinum est perfectum). Il
dogma trinitario, formulato nel IV secolo in due Concili della Chiesa (ma
ignoto agli autori dei Vangeli e allo stesso Paolo), è stato imposto ai
credenti come verità di fede. In seguito alla vittoria della tesi trinitaria,
pretesa ortodossa, sono state espunte le altre dottrine trinitarie, giudicate
eretiche (come il modalismo, secondo il quale il Figlio è una forma apparente
del Padre, o la dottrina monarchiana, secondo la quale Padre e Figlio sono una
sola persona). Secondo la tesi trinitaria ortodossa delle Chiese occidentali,
la natura di Dio è unica e nell’unità del suo essere sono comprese tre persone
(affermazione della “homousìa”, in altre parole, della consustanzialità
delle tre divine ipostasi). Ogni divina persona procede dall’altra (lo Spirito
Santo dal Figlio e questi dal Padre). E’ un mistero, questo, che l’umana
ragione non può comprendere, ma solo accettare in base alla fede e alla “auctoritas”
della Chiesa, per mezzo della quale si rivelerebbero i lumi di Dio, essere
trascendente. Secondo l’incomprensibile dottrina giovannea (Gv 10, 30.38 e 12,
45 e 14, 10.28), il Figlio è identico al Padre, ma il Padre (Gv 3, 16.
18) è più grande del Figlio che ha generato (forse un “primus
inter pares”) e che ha inviato sulla terra come uomo (Gv 1, 14), per
rivelarci un dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18). In verità, lo vide Isaia
con i suoi occhi (Is 6, 5) e Giacobbe faccia a faccia, al quale Elohim mutò il
nome in Israele (Gn 32, 31; 35, 9). Jahvè parlava faccia a faccia anche con
Mosè (Es 33, 11). Rivelò al popolo eletto che lui era l’unico Dio e che
all’infuori di lui non ce n’erano altri, né in cielo né sulla terra (Dt 4, 35)
né assieme con lui (Dt 32, 39). Uno solo egli era, da temere, da servire e
giurare nel suo nome; tradire mai, perché non sopportava l’infedeltà (Dt 6, 4.
13. 14). Egli, dunque, non ha generato figli né spiriti da inviare in missione
tra gli uomini: né l’Unigenito né il Paraclito. Più chiaro di così non poteva
esser detto. I cristiani, invece, dopo aver divinizzato il loro Maestro
(evemerismo), hanno concepito il Dio trino, rompendosi la testa in discussioni
“de lana caprina”, allo scopo di poter conciliare la loro dottrina
trinitaria con il monoteismo mosaico. Il mistero della Trinità, generato dalla
speculazione teologica cristiana, adultera in ogni caso l’unicità di Dio. Il
cielo ci liberi dalla protervia di presuntuosi spacciatori di paranoiche
mistificazioni atte ad alluzzare i polli!
La
religione, in quanto si risolve nella credenza in una verità di fede, assunta
indipendentemente dalla riflessione critica e per di più in assenza di prove
certe, è un surrogato di conoscenza, non vera e propria conoscenza, essendo
questa conseguibile mediante la scoperta di una verità di ragione o mediante
un'empirica constatazione di esistenza. E’ contraddittorio assumere come verità
storica una verità di fede, relativa alla divinità di un uomo di nome Gesù,
morto, risorto e assunto in cielo, preteso figlio incarnato di Dio (ed egli
stesso Dio), avente in sé due opposte nature, umana e divina. Un’affermazione
di fede, che non sia un’assurdità, ancorché sia contenuta nei limiti del
ragionevole, non potrà mai essere di assoluta evidenza. La Fede, in quanto
dettata dal sentimento, ha una verità esclusivamente soggettiva. La supposta
relazione tra una divinità e l’umana gente non è verità storica, ma assunto di
fede indimostrabile. Il dono della fede non è il dono dell’evidenza storica. La
fede, del resto, implica il dubbio, non l’assoluta certezza, perciò non può
rendere evidente ciò che non è tale, né può rendere visibile ciò che non lo è,
né può rendere manifesto ciò che non è oggetto di esperienza. La fede non è
garanzia delle cose che si sperano, ma non si vedono, né dimostrazione della
loro presunta reale esistenza (contrariamente a Eb 11, 1). Credere fermamente,
senza esitare né dubitare, che esistano entità spirituali soprannaturali,
rivelate dall’autorevolezza di Sacre Scritture, redatte da autori sconosciuti,
sprovviste di prove certe e dimostrazioni razionali, proclamate veritiere da
istituzioni religiose in base alla convinzione che siano ispirate da Dio, è un
modo circolare di ragionare tipico della petizione di principio (errore logico
in un discorso, che consiste nell’includere nelle premesse l’affermazione che
la conclusione sia vera). Le convinzioni fideistiche, in quanto desunte da una
realtà immaginifica, se spinte fino al parossismo, sconfinano irrimediabilmente
nel fondamentalismo e possono degenerare nel fanatismo. L’oggettività della
conoscenza ha il suo massimo grado di affidabilità nella conoscenza
scientifica. Le dotte elaborazioni teologiche del cristianesimo, ancorché siano
travestite di razionalità, in quanto fondate sulla credenza della (presunta e
insondabile) Rivelazione misterica, hanno quasi nulla in comune con la rigorosa
metodica della ricerca scientifica.
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