giovedì 7 aprile 2011

  1.          IL PRODIGIO DELLA PENTECOSTE




Sette settimane dopo la Pasqua ebraica, in una casa di Gerusalemme, sul finire del giorno della Pentecoste (non la festa cristiana, ma quella ebraica, che iniziava al calar del sole del giorno precedente e in cui si commemorava la teofania di Jahvè sul monte Sinai, dove fu incisa la legge mosaica su tavole di pietra), un improvviso rumore sconvolse i discepoli di Cristo, che stavano là riuniti (At 2, 1 seg.).

Apparvero lingue come di fuoco, che andavano a posarsi sulla testa degli astanti. Era lo Spirito Santo, altra ipostasi del Dio trino, invenzione del cristianesimo, che si faceva in quattro (anzi, in dodici) per elargire agli apostoli la divina sapienza (terzo mistero glorioso). Proveniva dal sommo dei cieli, da una dimensione a noi ignota, offrendo un saggio della sua infervorante potenza. Terminato lo spettacolo pirotecnico, tutti i presenti, acquisiti i santi lumi, potettero esprimersi in diverse lingue (xenoglossia o glossolalia che fosse, ogni invasato pronunciava parole che altri non capivano). Il frastuono, conseguente al prodigio, radunò nei pressi della casa una gran folla. Molti dei giudei provenienti da tutte le nazioni del mondo li udirono parlare nella propria lingua. Grande fu la meraviglia di tutti, impressionati dall’inusuale evento. Alcuni scettici beffeggiarono gli apostoli, supponendo di trovarsi di fronte a balordi ubriachi. Pietro, irritato dai ghigni di costoro, si alzò, assumendo un atteggiamento solenne, papale, levando alta la propria voce. Egli respinse il sospetto dell’ubriacatura, spiegando che erano le nove del mattino (l’antica ora terza). Giustificò il prodigio, citando passi delle Scritture, tratte dal libro del profeta Gioele, che profetizzò l’effusione dei doni dello Spirito agli eletti d’Israele all’epoca dell’avvento messianico. Proseguì la sua arringa alla folla, che si era radunata nei pressi, annunciando la “buona novella” di Gesù, il Nazareno: uomo accreditato da Dio presso il popolo eletto, con licenza di compiere prodigi, portenti e miracoli. Egli, uomo benemerito (essendosi prodigato a fare del bene e a sanare tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, cfr. At 10, 38), è stato ucciso da empi senza legge. Dio, però, lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte. Dal discorso di Pietro si evince che l’uomo Gesù, ancorché consacrato con la potenza di fuoco dello Spirito Santo, giunse alla dignità divina solamente dopo esser risorto dalla morte (ossia, in seguito all’invenzione dell’apoteosi cristiana). Tutti gli apostoli furono testimoni della sua risurrezione. Anche Stefano, (At 7, 55-56), altro suo pio discepolo, ricolmo di Spirito Santo, prima di essere lapidato dai giudei, lo vide risorto (cioè, ebbe un’allucinazione) alla destra dell’Altissimo, invisibile ai comuni mortali.

L’uomo Gesù, come appare nelle parole espresse da Pietro, è più confacente ad un uomo deificato, dunque differente da Dio, da cui ha ricevuto poteri divini. Quanto al supposto miracolo della resurrezione di Gesù, posto a fondamento del cristianesimo, resta comunque da dimostrare sia la storicità di un evento incredibile (che un organismo morto possa ritornare in vita) sia l’effettività della morte (la cessazione irreversibile delle funzioni vitali). Gesù, crocifisso nella mattinata di venerdì verso le ore nove, lo si dichiara morto verso le ore tre pomeridiane. Il che appare un’anomalia, posto che la pena della crocifissione durava diversi giorni prima che sopraggiungesse la morte. Tant’è che Pilato si meravigliò che Gesù fosse già morto (Mc 15,44). Non essendo tuttavia possibile in quei tempi accertare l’effettività della morte, Gesù sarebbe potuto essere in stato di sincope o di morte apparente, dalla quale sarebbe potuto ritornare in vita ed essere trafugato dalla tomba nelle notti di venerdì o di sabato. In tal caso, si dovrebbe parlare di risveglio, non di resurrezione, e le pretese apparizioni del Risorto (esclusivamente ai suoi fedeli) e la seguente ascensione nel regno dei cieli, in assenza di prove attendibili, sarebbero da considerare mere elaborazioni fideistiche. Quanto al dogma della divina Trinità, successivamente sancito con decreto conciliare dalla trionfante Chiesa, è da considerare quale epilogo di un laborioso e litigioso tentativo teso a conciliare il monoteismo ebraico con la presunta triplicità delle persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, aventi unica natura divina (il triteismo, che sosteneva non l’unità, ma la triplicità delle nature divine, fu condannato come eresia). Quanto alla pericope relativa alla celebrazione del battesimo nel nome della Trinità (come riportato in Mt 28, 19), si ritiene che sia un’interpolazione posteriore all’originaria stesura del vangelo. Ebrei e musulmani, a differenza dei cristiani, non hanno deificato, gli uni Mosè, gli altri Maometto, né tanto meno hanno concepito un Dio trino, sebbene si ostinano a credere, come i cristiani, che i loro sacri testi siano stati scritti su divina ispirazione o, addirittura, siano la diretta parola (incartata) di Dio trasmessa a Maometto tramite l'arcangelo Gabriele.

Paolo, accecato dalla fede sulla via di Damasco, dove fu permeato di astruserie soprannaturali, nelle epistole a lui (o alla sua “scuola”) attribuite, attesta (senza dimostrare) che Dio è unico e che unico è l’uomo messianico Gesù, mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tm 2, 5). Dichiara inoltre che se empi giudei, senza legge, hanno fatto uccidere Gesù, ciò è accaduto per volere di Dio (non si muove foglia, che Dio non voglia!). Sempre per volere divino, Gesù poté risorgere dopo tre giorni dalle doglie della morte. Pietro e gli altri apostoli ne sono stati testimoni. Al profeta Davide, Dio aveva solennemente giurato che il suo trono non sarebbe rimasto vacante. Un nuovo re dei giudei (l’atteso Messia) avrebbe perpetrato la sua regale discendenza. L’eredità davidica, infatti, parola di Paolo, l’ha ereditata il Messia Gesù, che Dio ha risuscitato. Anche Paolo, quindi, attribuisce a Dio, non a Gesù, il potere di risorgere dalla morte. Di contrario avviso è l’evangelista Giovanni, secondo il quale Gesù aveva dichiarato che era in suo potere, in forza del comando ricevuto dal Padre, di rimetterci la vita e di riprendersela di nuovo (Gv 10, 17-18; 11. 25). Il Padre lo amava, perché il Figlio ubbidiva in tutto e per tutto e agiva all’unisono con lui (Gv 10, 30). Ed è stato santificato dal Padre in considerazione del sacrificio da lui onorato, essendo figlio suo ubbidiente, invasato di Spirito Santo. Tale onore Gesù ha poi voluto effondere anche ai suoi fedelissimi, divinizzandoli, sia pure ad un grado inferiore al suo.

Le parole pronunciate da Pietro in quel giorno di Pentecoste, dopo il prodigio dell’effusione dello Spirito Santo, resero i giudei sbalorditi e perplessi. Pietro ne approfittò per incitarli alla conversione, esortandoli al pentimento, invitandoli a ricevere il battesimo purificatore nel nome di Gesù (non della Trinità prossima ventura). Questi, parola di Pietro, è stato costituito Signore e Messia da Dio stesso. Del resto, secondo Pietro, chi se non Gesù, Signore e Messia, li avrebbe potuti salvare dalla generazione perversa in mezzo alla quale vivevano? Molti giudei credettero alle parole di Pietro e si sottoposero al sacro rito battesimale, illudendosi di ricevere i lumi dello Spirito Santo e diventare “ipso facto” simili a Dio. In quel giorno di Pentecoste, quasi tremila persone furono accolte nello sparuto gruppo (appena centoventi fedeli) dei credenti nel Signore, il Messia Gesù. In un’altra occasione, il discorso predicatorio di Pietro fruttò alla comunità più di cinquemila proseliti, contando solo gli uomini. Tutti gli apostoli, pregni di Spirito Santo, manifestavano segni della potenza divina, profetando e prodigando a iosa miracoli, guarigioni d’infermi e altri prodigi (rari ai giorni nostri). In quei tempi fecondi per lo spirito acritico, folle di fedeli si convertivano alla nuova fede, secondo gli evangelisti.

Lo schiamazzo provocato dalla discesa dello Spirito Santo sugli apostoli non fu una novità. Questa terza manifestazione del dio cristiano aveva già irrorato di lumi il feto di Giovanni Battista, che sobbalzò nel seno di sua madre, appena questa vide Maria, prossima ad essere divinizzata quale Madonna, sempre vergine, Madre di Dio (Lc 1, 15. 41). Il padre del Battista, Zaccaria, fu anch’egli ricolmo di Spirito, tanto che gli si sciolse la lingua e profetò a suon di rime (Lc 1, 67). L’illetterato Pietro poté affrontare con coraggio il Sinedrio in virtù del carisma della parola, dono dello Spirito (At 4, 8. 13). Durante la preghiera degli apostoli, lo Spirito era sempre con loro e manifestava la sua presenza mediante scosse telluriche (At 4, 31). Chi sa se anche gli attuali sussulti terrestri attestino la presenza dello Spirito sul colle Vaticano. Persino sui pagani convertiti, con gran meraviglia dei giudei, si effuse lo Spirito, ed essi parlavano in diverse lingue, magnificando Dio (At 10, 44-48). Paolo anche, abbagliato dalla divina apparizione sulla via di Damasco, cambiò opinione sui nazareni in forza dei lumi effusi dallo Spirito (At 9, 18), di cui fu poi sempre ricolmo (At 13, 9) ed a causa dei quali se le prese di santa ragione durante le sue peregrinazioni missionarie, nonostante si vantasse di aver ricevuto da Gesù la facoltà di operare miracoli (Rm 15, 17-19; 1 Co 12, 7-11.28). Paolo, senza bisogno di consultare gli apostoli (Ga 1, 15-17), elaborò un suo “vangelo”, allontanandosi dal giudaismo. In Antiochia si prodigò assieme a Barnaba nell’evangelizzazione dei “greci”, fondando la prima chiesa di neofiti pagani, che assunsero per la prima volta il nome di “cristiani” (At 2, 41. 47 e 4, 4 e 5, 14 e 11, 19-26). Ad Antiochia ebbe inizio, per opera di Paolo, il cristianesimo ellenizzato (adattato ai costumi dei “gentili”), distinto da quello prettamente ebraico della Chiesa di Gerusalemme, la comunità dei nazareni guidata prima da Pietro e poi da Giacomo, il Giusto, fratello del Signore, martirizzato nel 62.

Di diverso avviso (manco a dirlo!) è l’evangelista Giovanni (Gv 20, 19-23), che fa risalire l’effusione dello Spirito sugli apostoli il giorno stesso della risurrezione di Gesù. Egli, dopo la sua glorificazione, apparve alla presenza dei discepoli mentre stavano riuniti nel cenacolo, effondendo su di loro lo Spirito Santo (cioè i lumi per comprendere i misteri divini), senza scatenare quel putiferio di cui parlano gli Atti, donando loro nuova vita allo stesso modo in cui Jahvè, soffiando il suo vivificante e potente alito, donò la vita al primo uomo (cfr. Gn 2, 7). In verità, Gesù aveva promesso agli apostoli che avrebbe pregato il Padre affinché nel giorno della sua dipartita lo sostituisse con un altro Paraclito: lo Spirito di verità (Gv 14, 16- 17). L’evangelista Matteo, invece, sostiene che Gesù risorto asserì agli apostoli che sarebbe restato con loro tutti i giorni, sino alla fine del mondo. Nulla dice circa la sostituzione di Gesù con un altro Paraclito (Mt 28, 20). Non c’è da stupirsi se tra paracliti, uomini deificati e ipostasi divine, il mistero cristiano si infittisca sempre più.

Gesù, quando era un uomo vivo e vegeto, avvertì i “suoi” che non l’avrebbero avuto per sempre, come avevano i poveri continuamente tra i piedi (Mt 26, 11). Costoro, parola di Dio, non mancheranno mai sulla faccia della terra (Dt 15, 11). Per lui, invece, era arrivato il momento di tornare dal Padre. Dopo la sua dipartita, non l’avrebbero più rivisto (Gv 16,10). In verità, apparve loro risorto, prima d’involarsi nei cieli. Al suo posto, il Padre avrebbe mandato un “alter ego”, il Paraclito, lo Spirito di verità (Gv 14, 16-17, 16, 5-7), che li avrebbe soccorsi nell’aspra lotta contro il Maligno, il Falso, satanico caprone degli inferi, principe di questo mondo (Gv 12, 31), Male assoluto, contrapposto a colui che è il Vero, Bene assoluto (1 Gv 5, 19-20). Il Paraclito, Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, secondo la professione di fede niceno-costantinopolitana, ha il compito di rendere testimonianza a Cristo (Gv 15, 26), venuto nel mondo a purificarci con l’acqua benedetta e a riscattarci col suo prezioso sangue (1 Gv 5, 5-12). E’ questa un’antica mitica idea, secondo la quale una divinità redentrice discende dall’alto dei cieli, riconciliandosi con gli uomini, purificandoli dai peccati, versando per loro il proprio sangue tramite un sacrificio. Tre sono, secondo la dottrina ecclesiastica, le persone divine, che si rendono testimonianza tra loro: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (omne trinum est perfectum). Il dogma trinitario, formulato nel IV secolo in due Concili della Chiesa (ma ignoto agli autori dei Vangeli e allo stesso Paolo), è stato imposto ai credenti come verità di fede. In seguito alla vittoria della tesi trinitaria, pretesa ortodossa, sono state espunte le altre dottrine trinitarie, giudicate eretiche (come il modalismo, secondo il quale il Figlio è una forma apparente del Padre, o la dottrina monarchiana, secondo la quale Padre e Figlio sono una sola persona). Secondo la tesi trinitaria ortodossa delle Chiese occidentali, la natura di Dio è unica e nell’unità del suo essere sono comprese tre persone (affermazione della “homousìa”, in altre parole, della consustanzialità delle tre divine ipostasi). Ogni divina persona procede dall’altra (lo Spirito Santo dal Figlio e questi dal Padre). E’ un mistero, questo, che l’umana ragione non può comprendere, ma solo accettare in base alla fede e alla “auctoritas” della Chiesa, per mezzo della quale si rivelerebbero i lumi di Dio, essere trascendente. Secondo l’incomprensibile dottrina giovannea (Gv 10, 30.38 e 12, 45 e 14, 10.28), il Figlio è identico al Padre, ma il Padre (Gv 3, 16. 18)  è più grande del Figlio che ha generato (forse un “primus inter pares”) e che ha inviato sulla terra come uomo (Gv 1, 14), per rivelarci un dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18). In verità, lo vide Isaia con i suoi occhi (Is 6, 5) e Giacobbe faccia a faccia, al quale Elohim mutò il nome in Israele (Gn 32, 31; 35, 9). Jahvè parlava faccia a faccia anche con Mosè (Es 33, 11). Rivelò al popolo eletto che lui era l’unico Dio e che all’infuori di lui non ce n’erano altri, né in cielo né sulla terra (Dt 4, 35) né assieme con lui (Dt 32, 39). Uno solo egli era, da temere, da servire e giurare nel suo nome; tradire mai, perché non sopportava l’infedeltà (Dt 6, 4. 13. 14). Egli, dunque, non ha generato figli né spiriti da inviare in missione tra gli uomini: né l’Unigenito né il Paraclito. Più chiaro di così non poteva esser detto. I cristiani, invece, dopo aver divinizzato il loro Maestro (evemerismo), hanno concepito il Dio trino, rompendosi la testa in discussioni “de lana caprina”, allo scopo di poter conciliare la loro dottrina trinitaria con il monoteismo mosaico. Il mistero della Trinità, generato dalla speculazione teologica cristiana, adultera in ogni caso l’unicità di Dio. Il cielo ci liberi dalla protervia di presuntuosi spacciatori di paranoiche mistificazioni atte ad alluzzare i polli!

La religione, in quanto si risolve nella credenza in una verità di fede, assunta indipendentemente dalla riflessione critica e per di più in assenza di prove certe, è un surrogato di conoscenza, non vera e propria conoscenza, essendo questa conseguibile mediante la scoperta di una verità di ragione o mediante un'empirica constatazione di esistenza. E’ contraddittorio assumere come verità storica una verità di fede, relativa alla divinità di un uomo di nome Gesù, morto, risorto e assunto in cielo, preteso figlio incarnato di Dio (ed egli stesso Dio), avente in sé due opposte nature, umana e divina. Un’affermazione di fede, che non sia un’assurdità, ancorché sia contenuta nei limiti del ragionevole, non potrà mai essere di assoluta evidenza. La Fede, in quanto dettata dal sentimento, ha una verità esclusivamente soggettiva. La supposta relazione tra una divinità e l’umana gente non è verità storica, ma assunto di fede indimostrabile. Il dono della fede non è il dono dell’evidenza storica. La fede, del resto, implica il dubbio, non l’assoluta certezza, perciò non può rendere evidente ciò che non è tale, né può rendere visibile ciò che non lo è, né può rendere manifesto ciò che non è oggetto di esperienza. La fede non è garanzia delle cose che si sperano, ma non si vedono, né dimostrazione della loro presunta reale esistenza (contrariamente a Eb 11, 1). Credere fermamente, senza esitare né dubitare, che esistano entità spirituali soprannaturali, rivelate dall’autorevolezza di Sacre Scritture, redatte da autori sconosciuti, sprovviste di prove certe e dimostrazioni razionali, proclamate veritiere da istituzioni religiose in base alla convinzione che siano ispirate da Dio, è un modo circolare di ragionare tipico della petizione di principio (errore logico in un discorso, che consiste nell’includere nelle premesse l’affermazione che la conclusione sia vera). Le convinzioni fideistiche, in quanto desunte da una realtà immaginifica, se spinte fino al parossismo, sconfinano irrimediabilmente nel fondamentalismo e possono degenerare nel fanatismo. L’oggettività della conoscenza ha il suo massimo grado di affidabilità nella conoscenza scientifica. Le dotte elaborazioni teologiche del cristianesimo, ancorché siano travestite di razionalità, in quanto fondate sulla credenza della (presunta e insondabile) Rivelazione misterica, hanno quasi nulla in comune con la rigorosa metodica della ricerca scientifica.

              Lucio Apulo Daunio


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