Jordanus Brunus Redivivus
Trattato clandestino del Settecento
Nel trattato
clandestino del sec. XVIII, Jordanus Brunus Redivivus, il suo
anonimo autore costruisce un’immagine di un Bruno empirista, razionalista e anticattolico.
Egli utilizza come fonte testi di Charles Sorel, scrittore del Seicento, per
documentare le ingerenze della Chiesa negli studi filosofici e scientifici e
per criticare la cultura religiosa, dogmatica e oscurantista, che ostacola il
progresso delle conoscenze. L’obiettivo dell’autore è demolire il potere
sacerdotale sulla cultura e screditare l’operato della Chiesa e i suoi aspetti
di crudeltà nei confronti di molti intellettuali ritenuti colpevoli di empietà
per le loro teorie eterodosse. L’autore cerca di dimostrare l’incompatibilità
della concezione teologica dogmatica del cristianesimo con la conoscenza
scientifica e la libertà di ricerca. L’autore dubita della natura divina delle
Sacre Scritture, basandosi sulla considerazione che sono un prodotto umano e
quindi soggette a corruzione, falsità, contraddizioni. L’intento anticlericale
dell’autore si manifesta nell’esposizione delle teorie di Bruno, in cui
risaltano le implicazioni antireligiose e la polemica contro il papato e la
casta sacerdotale. La cosmogonia esposta nel libello è di stampo lucreziano.
L’anonimo
autore teorizza il materialismo infinitista (auto-riproduzione del mondo
secondo proprie leggi, senza l’intervento di un creatore). L’eternità della
materia che ne consegue, tuttavia, non pregiudicherebbe l’esistenza di Dio,
concepito come ente coeterno alla materia. Dio stesso, nella concezione
cristiana, coesisterebbe dall’eternità nelle tre ipostasi della Trinità. La
creazione nel tempo, invece, secondo l’autore, comporterebbe l’oziosità di Dio
nel periodo precedente la creazione e in quello successivo, al termine della
durata temporale del mondo. Qualunque sia la motivazione che ha indotto Dio a
creare dal nulla (per esempio, per contribuire alla sua felicità), questa
porterebbe Dio a una qualche dipendenza dalla sua creatura, e ciò incrinerebbe
la sua supposta perfezione.
Se
s’ipotizza che la materia e lo spirito sono sostanze del tutto diverse, ne
consegue che un ente spirituale non può assolutamente creare un ente materiale,
né può conoscerlo, perché se lo conoscesse, non sarebbe un essere del tutto
spirituale, né tantomeno potrebbe materializzarsi. Se dio è infinito, non può
creare qualcosa di altro da sé, perché ciò incrinerebbe il suo essere infinito.
Se è infinito, occupa tutto lo spazio e in tal caso coincide con la materia. Se
non occupa tutto lo spazio, allora non può essere considerato infinito. La
natura è in grado di generare da se stessa il movimento e la vita; dunque è
inutile sostenere la necessità di un creatore causante (monismo materialista).
L’eterogeneità della materia nello stato liquido primigenio, spiegherebbe
l’origine del movimento tramite l’azione reciproca dei diversi elementi, senza
ricorrere a forze spirituali trascendenti.
L’ipotesi
della pluralità dei mondi (infinitismo), teorizzata da Giordano Bruno, ha
trovato conferma nella moderna concezione della poli-centralità dell’Universo
(innumerevoli galassie con illimitati centri). La questione della pluralità dei
mondi, però, incrina i dogmi del peccato originale e della redenzione. Ne
consegue che la Bibbia, pur ammettendo che non sia un trattato di fisica
astronomica, non può essere veritiera, dunque neanche ispirata da Dio.
L’anonimo
autore denuncia i soprusi della classe sacerdotale, accusata di ostacolare il
progresso delle conoscenze scientifiche. L’ingerenza della Chiesa nell’ambito
delle teorie filosofiche e scientifiche, infatti, mirava alla difesa dei propri
dogmi dottrinari e alla conservazione del predominio clericale sulla cultura.
La libertà di ricerca scientifica e l’uso critico della ragione, invece,
compromettevano il monopolio ecclesiastico sulla cultura, giacché mettevano in
discussione la concezione cristiana di Dio e le verità rivelate dalle Sacre
Scritture. La storia documenta la brutale repressione al libero pensiero e alla
ricerca scientifica perpetrata dalla casta sacerdotale. L’esistenza del male e
la libertà d’azione del maligno si pongono in netta contraddizione con
l’infinita bontà e onnipotenza di Dio. Lo stesso vale riguardo alla salvezza,
riservata a un numero esiguo di eletti: gli ebrei, prima dell’Incarnazione, i
cristiani meritevoli, dopo l’assurdo sacrificio del presunto Figlio di Dio.
Nei primordi
dell’umanità, secondo l’autore, non esistevano culti religiosi. La religione
sarebbe stata originata dalla curiosità dell’uomo civilizzato d’indagare
sull’origine dei fenomeni naturali. La difficoltà della ricerca, la limitatezza
umana e la pigrizia non hanno consentito di perseverare nella ricerca sui
processi naturali. Non accettando, per amor proprio, la sconfitta, l’uomo ha
ipotizzato una Causa Prima incausata, invisibile, sconosciuta, incomprensibile,
la cui onnipotenza spiegherebbe le concatenazioni causali dei fenomeni
naturali. La conseguenza è stata di attribuire reale esistenza a un concetto
astratto.
L’origine
del fenomeno religioso, secondo la maggior parte degli autori dei trattati
clandestini circolanti nel Seicento, è determinato dalla paura dei fenomeni
naturali e dall’ignoranza delle cause dei medesimi. A un certo punto
dell’evoluzione umana si è inserito chi, per cultura e furbizia, è riuscito a
manipolare a proprio vantaggio la credulità popolare. Del resto, considerata la
caratteristica d’irrazionalità del popolo e la sua incapacità di comportarsi
secondo le norme di una virtù modellata in conformità ai dettami della ragione,
si riteneva necessario un controllo politico-religioso conforme alla natura del
popolo. Il ricorso esclusivo alla teoria dell’impostura è presente, nel
Seicento, soltanto nel Testamento di Meslier; nel Settecento, la teoria
dell’impostura della casta sacerdotale è ripresa sia dal deista Voltaire e
dall’ateo D’Holbach, che contesta anche la teoria dell’utilità sociale della
religione, concepita invece come un duplicato del potere politico all’interno
dello Stato, sia dall’anonimo autore del “Trattato dei tre impostori”, che
riprende ed elabora un precedente omonimo libello “De tribus Impostoribus”.
La
metafisica non afferma mai ciò che è sul fondamento dell’esperienza e della
dimostrazione oggettiva, bensì ciò che potrebbe essere secondo ragionamenti
ipotetici e presunte rivelazioni. Ciò che potrebbe essere è creduto come ciò
che è, verità di fede, eterna, infallibile, dogmatica. La ragione fondata
sull’esperienza e sullo studio della natura è criminalizzata. Mettere in
discussione le verità di fede con i lumi della ragione, si è passibili del
delitto di empietà. Michele Serveto, per aver negato la dottrina della Trinità
e quella della predestinazione, fu condannato a essere bruciato vivo come
eretico. Stessa sorte toccò a Giordano Bruno, accusato di ateismo ed empietà,
per aver affermato, tra l’altro, la pluralità dei mondi nell’infinità
dell’universo. Anche Giulio Cesare Vanini, incolpato di ateismo e blasfemia, fu
condannato alla pena capitale: taglio della lingua, strangolamento, rogo. Altri
martiri del libero pensiero furono perseguitati dalla Chiesa, tra cui
Campanella e Galilei. La disumanità e la violenza usata dalla Chiesa per
diffondere il cristianesimo e per contrastare il libero pensiero, non hanno
giustificazioni che possano redimerla.
Lucio Apulo Daunio
Per approfondimenti, si rimanda a:
Università
del Piemonte Orientale
Filosofia e
religione nella letteratura clandestina. Secoli XVII e XVIII, a cura di G.
Canziani, Milano, Franco Angeli, 1994.
Philosophes
sans Dieu. Textes athées clandestins du XVIIIe siècle, réunis par
Gianluca
Mori et Alain Mothu, Paris, Champion, 2005
Mario
Infelise, “I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie”, Editori Laterza,
Roma-Bari, 2009
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