giovedì 31 ottobre 2013


Jordanus Brunus Redivivus

Trattato clandestino del Settecento



Nel trattato clandestino del sec. XVIII, Jordanus Brunus Redivivus, il suo anonimo autore costruisce un’immagine di un Bruno empirista, razionalista e anticattolico. Egli utilizza come fonte testi di Charles Sorel, scrittore del Seicento, per documentare le ingerenze della Chiesa negli studi filosofici e scientifici e per criticare la cultura religiosa, dogmatica e oscurantista, che ostacola il progresso delle conoscenze. L’obiettivo dell’autore è demolire il potere sacerdotale sulla cultura e screditare l’operato della Chiesa e i suoi aspetti di crudeltà nei confronti di molti intellettuali ritenuti colpevoli di empietà per le loro teorie eterodosse. L’autore cerca di dimostrare l’incompatibilità della concezione teologica dogmatica del cristianesimo con la conoscenza scientifica e la libertà di ricerca. L’autore dubita della natura divina delle Sacre Scritture, basandosi sulla considerazione che sono un prodotto umano e quindi soggette a corruzione, falsità, contraddizioni. L’intento anticlericale dell’autore si manifesta nell’esposizione delle teorie di Bruno, in cui risaltano le implicazioni antireligiose e la polemica contro il papato e la casta sacerdotale. La cosmogonia esposta nel libello è di stampo lucreziano.

L’anonimo autore teorizza il materialismo infinitista (auto-riproduzione del mondo secondo proprie leggi, senza l’intervento di un creatore). L’eternità della materia che ne consegue, tuttavia, non pregiudicherebbe l’esistenza di Dio, concepito come ente coeterno alla materia. Dio stesso, nella concezione cristiana, coesisterebbe dall’eternità nelle tre ipostasi della Trinità. La creazione nel tempo, invece, secondo l’autore, comporterebbe l’oziosità di Dio nel periodo precedente la creazione e in quello successivo, al termine della durata temporale del mondo. Qualunque sia la motivazione che ha indotto Dio a creare dal nulla (per esempio, per contribuire alla sua felicità), questa porterebbe Dio a una qualche dipendenza dalla sua creatura, e ciò incrinerebbe la sua supposta perfezione.

Se s’ipotizza che la materia e lo spirito sono sostanze del tutto diverse, ne consegue che un ente spirituale non può assolutamente creare un ente materiale, né può conoscerlo, perché se lo conoscesse, non sarebbe un essere del tutto spirituale, né tantomeno potrebbe materializzarsi. Se dio è infinito, non può creare qualcosa di altro da sé, perché ciò incrinerebbe il suo essere infinito. Se è infinito, occupa tutto lo spazio e in tal caso coincide con la materia. Se non occupa tutto lo spazio, allora non può essere considerato infinito. La natura è in grado di generare da se stessa il movimento e la vita; dunque è inutile sostenere la necessità di un creatore causante (monismo materialista). L’eterogeneità della materia nello stato liquido primigenio, spiegherebbe l’origine del movimento tramite l’azione reciproca dei diversi elementi, senza ricorrere a forze spirituali trascendenti.

L’ipotesi della pluralità dei mondi (infinitismo), teorizzata da Giordano Bruno, ha trovato conferma nella moderna concezione della poli-centralità dell’Universo (innumerevoli galassie con illimitati centri). La questione della pluralità dei mondi, però, incrina i dogmi del peccato originale e della redenzione. Ne consegue che la Bibbia, pur ammettendo che non sia un trattato di fisica astronomica, non può essere veritiera, dunque neanche ispirata da Dio.

L’anonimo autore denuncia i soprusi della classe sacerdotale, accusata di ostacolare il progresso delle conoscenze scientifiche. L’ingerenza della Chiesa nell’ambito delle teorie filosofiche e scientifiche, infatti, mirava alla difesa dei propri dogmi dottrinari e alla conservazione del predominio clericale sulla cultura. La libertà di ricerca scientifica e l’uso critico della ragione, invece, compromettevano il monopolio ecclesiastico sulla cultura, giacché mettevano in discussione la concezione cristiana di Dio e le verità rivelate dalle Sacre Scritture. La storia documenta la brutale repressione al libero pensiero e alla ricerca scientifica perpetrata dalla casta sacerdotale. L’esistenza del male e la libertà d’azione del maligno si pongono in netta contraddizione con l’infinita bontà e onnipotenza di Dio. Lo stesso vale riguardo alla salvezza, riservata a un numero esiguo di eletti: gli ebrei, prima dell’Incarnazione, i cristiani meritevoli, dopo l’assurdo sacrificio del presunto Figlio di Dio.

Nei primordi dell’umanità, secondo l’autore, non esistevano culti religiosi. La religione sarebbe stata originata dalla curiosità dell’uomo civilizzato d’indagare sull’origine dei fenomeni naturali. La difficoltà della ricerca, la limitatezza umana e la pigrizia non hanno consentito di perseverare nella ricerca sui processi naturali. Non accettando, per amor proprio, la sconfitta, l’uomo ha ipotizzato una Causa Prima incausata, invisibile, sconosciuta, incomprensibile, la cui onnipotenza spiegherebbe le concatenazioni causali dei fenomeni naturali. La conseguenza è stata di attribuire reale esistenza a un concetto astratto.

L’origine del fenomeno religioso, secondo la maggior parte degli autori dei trattati clandestini circolanti nel Seicento, è determinato dalla paura dei fenomeni naturali e dall’ignoranza delle cause dei medesimi. A un certo punto dell’evoluzione umana si è inserito chi, per cultura e furbizia, è riuscito a manipolare a proprio vantaggio la credulità popolare. Del resto, considerata la caratteristica d’irrazionalità del popolo e la sua incapacità di comportarsi secondo le norme di una virtù modellata in conformità ai dettami della ragione, si riteneva necessario un controllo politico-religioso conforme alla natura del popolo. Il ricorso esclusivo alla teoria dell’impostura è presente, nel Seicento, soltanto nel Testamento di Meslier; nel Settecento, la teoria dell’impostura della casta sacerdotale è ripresa sia dal deista Voltaire e dall’ateo D’Holbach, che contesta anche la teoria dell’utilità sociale della religione, concepita invece come un duplicato del potere politico all’interno dello Stato, sia dall’anonimo autore del “Trattato dei tre impostori”, che riprende ed elabora un precedente omonimo libello “De tribus Impostoribus”.

La metafisica non afferma mai ciò che è sul fondamento dell’esperienza e della dimostrazione oggettiva, bensì ciò che potrebbe essere secondo ragionamenti ipotetici e presunte rivelazioni. Ciò che potrebbe essere è creduto come ciò che è, verità di fede, eterna, infallibile, dogmatica. La ragione fondata sull’esperienza e sullo studio della natura è criminalizzata. Mettere in discussione le verità di fede con i lumi della ragione, si è passibili del delitto di empietà. Michele Serveto, per aver negato la dottrina della Trinità e quella della predestinazione, fu condannato a essere bruciato vivo come eretico. Stessa sorte toccò a Giordano Bruno, accusato di ateismo ed empietà, per aver affermato, tra l’altro, la pluralità dei mondi nell’infinità dell’universo. Anche Giulio Cesare Vanini, incolpato di ateismo e blasfemia, fu condannato alla pena capitale: taglio della lingua, strangolamento, rogo. Altri martiri del libero pensiero furono perseguitati dalla Chiesa, tra cui Campanella e Galilei. La disumanità e la violenza usata dalla Chiesa per diffondere il cristianesimo e per contrastare il libero pensiero, non hanno giustificazioni che possano redimerla.

Lucio Apulo Daunio

                

Per approfondimenti, si rimanda a:

Università del Piemonte Orientale

‎Filosofia e religione nella letteratura clandestina. Secoli XVII e XVIII, a cura di G. Canziani, Milano, Franco Angeli, 1994.

Philosophes sans Dieu. Textes athées clandestins du XVIIIe siècle, réunis par
Gianluca Mori et Alain Mothu, Paris, Champion, 2005

Mario Infelise, “I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009



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