giovedì 20 ottobre 2011



LETTERE DI PAOLO AI TESSALONICESI



Paolo invia due lettere alla “chiesa” di Tessalonica (l’odierna Salonicco, già capitale della provincia romana di Macedonia). E’ una minuscola comunità cristiana da lui evangelizzata, costituita prevalentemente da ex pagani. Si discute sull’autenticità della seconda, databile, se pseudo epigrafica, agli anni 80-90. Sospetta è in quest’ultima l’esortazione di Paolo ai Tessalonicesi di perseverare nelle “tradizioni” in cui sono stati istruiti (cfr. 2 Ts 2,15), dato che il termine “tradizioni” fu introdotto molto più tardi nella cultura cristiana. Si tende invece ad ammettere l’autenticità della prima missiva. Questa, scritta da Paolo mentre si trovava ad Atene (1 Ts 3, 1), è il più antico documento cristiano del Nuovo Testamento (databile agli anni 50/52, quando non c’era ancora una “tradizione” consolidata, bensì una varietà d’interpretazione del presunto messaggio di Cristo). Paolo difende se stesso e la “chiesa” dei Tessalonicesi, composta in prevalenza da greci del ceto popolare da lui convertiti, dalle accuse persecutorie perpetrate dalla comunità ebraica del luogo. Con tono severo egli polemizza contro i giudei (1 Ts 2, 14-16), accusandoli sia di aver ucciso Gesù sia di perseguitare profeti e predicatori del Vangelo. Essi non sono graditi né a Dio né agli uomini, presso i quali son tacciati di essere nemici del genere umano, perciò meritano un castigo pieno e definitivo, sino alla fine del mondo. L’ira di Dio si è già abbattuta su questa triste genìa. Questa constatazione potrebbe riferirsi alla distruzione di Gerusalemme del 70 e alla conseguente diaspora del popolo eletto; in tal caso si tratterebbe di una integrazione aggiunta nella lettera dopo l’evento tragico.

L’origine dell’antigiudaismo inizia con l’accusa dei cristiani al popolo ebraico per aver ucciso Gesù. L’odio per gli ebrei, generato dalla convinzione che siano collettivamente colpevoli, si è protratto nei secoli, causando loro discriminazioni, espulsioni, persecuzioni, fino al tragico evento dell’Olocausto. Il papa Paolo IV nel 1555 istituì a Roma il ghetto degli ebrei, imponendo loro di portare, quando ne uscivano, una coccarda gialla come segno distintivo razziale. Il papa san Pio V raccomandò l’istituzione dei ghetti anche agli stati limitrofi. Gli ebrei romani sono rimasti nel ghetto fino alla presa di Roma nel 1870, durante il papato del beato Pio IX. Durante il periodo del regime fascista, dopo l’adozione delle leggi razziali, gli ebrei saranno perseguitati e messi al bando della vita pubblica, costringendoli a emigrare o a nascondersi.

L’apostolo Paolo continua a difendere la validità del suo vangelo, sostenendo che metterebbe la mano sul fuoco per dimostrarne l’autenticità, che assicura di provenienza divina, avendo ricevuto da Dio l’incarico di annunciarlo alle genti. Rifiutare di accogliere la sua veritiera parola, significa rendersi colpevoli davanti a Dio. Nella foga del suo discorso, egli contrappone ai credenti, moralmente buoni, perché adorano il Dio vivente, i miscredenti, idolatri e peccatori, moralmente malvagi. Il Regno di Cristo è antitetico a quello di Satana (dualismo paolino). Egli esorta i Tessalonicesi a non contaminarsi con i vizi sessuali provenienti dal paganesimo, proteggendosi mediante ininterrotte preghiere. L’astinenza dal sesso, la cui pratica può essere tollerata solo se esplicata durante il matrimonio finalizzato alla procreazione, denota la santità di vita del cristiano. Questo chiodo fisso di Paolo riguardo al sesso, sarà battuto da altri autori cristiani, come Agostino, radicalizzandosi in una esasperata avversione contro la donna, cui sarà attribuita la responsabilità del peccato originale.

Assurdo credergli quando adula i Tessalonicesi, affermando che non solo in Macedonia e in Acaia ma addirittura in ogni luogo si è diffusa la fama della loro fede in Dio (1 Ts 6-8). In verità, Paolo dubita della loro fede, tanto che, non potendo recarsi personalmente a Tessalonica, essendo a suo dire impedito da Satana (2,18), invia il suo collaboratore Timoteo per accertarsene (3,1 seg.).

L’argomento che domina nelle due missive, però, è quello escatologico, relativo alla parusia di Gesù, al suo trionfale ritorno alla fine dei tempi, e al giudizio universale. Qui si scatena la fantasia di Paolo, che rasenta la vanagloria e la millanteria. Il tempo escatologico è rappresentato come imminente, con gli schematismi e il linguaggio dell’apocalittica ebraica. Alla venuta trionfale del Signore dal cielo, accompagnato dalla potenza di angeli e arcangeli, soffianti trombe rintronanti, i defunti risorgeranno (è assurdo immaginare uno sconvolgimento dell’ordine naturale) e assieme ai viventi - tra i quali si considera lui stesso - saranno tutti rapiti nell’aria per andare incontro al Salvatore (chimerica visione che si tramuterà in amara delusione!). Tremendo sarà il giudizio di Dio contro i malvagi, disubbidienti ai precetti del vangelo paolino, per i quali il fuoco ardente farà vendetta (legge divina del taglione, senza diritto di appello).

Paolo intravvede l’incombente fine dei tempi, desumendola dalla convinzione che siano già in atto i segni premonitori, cioè il “mistero dell’iniquità”, apportatore di grandi sofferenze. La credenza nell’imminente parusia (il ritorno glorioso di Cristo) si attenua nella seconda missiva (2 Ts 1-12), l’autore della quale (indotto dalla situazione d’indolenza e pigrizia dei fedeli per l’attesa dell’imminente fine dei tempi) sconfessa la prima missiva, in quanto non vede ancora i segni premonitori: l’apostasia, la corruzione, la rivelazione dell’Anticristo (l’uomo iniquo, mitica figura del profeta di Satana). Una misteriosa entità (katèchon) trattiene l'Anticristo dall'irrompere nel mondo, rallentando il disegno divino. Del resto, lo stesso Gesù ignorava sia il giorno sia l’ora della fine del mondo, perché questo mistero il Padre celeste non glielo aveva rivelato (Mt 24, 36). Gli annunci profetici di Gesù, infatti, hanno sempre la caratteristica dell’oscurità, del profondo mistero, e spesso sono riferiti a eventi già verificatisi (sono, in realtà, profezie “post factum”, aggiunte in una tardiva redazione dei Vangeli).

La profezia, secondo la dottrina della Chiesa, potrebbe verificarsi in due modi: assolutamente o a condizione che non muti l’ordine delle cause. In verità, le profezie che si riscontrano nei testi sacri riguardano eventi già accaduti (post eventum) o sono profezie consolatorie. Le profezie, in realtà, potrebbero accadere per mero caso; oppure sono il risultato di certe interpretazioni, mediante le quali l’evento profetizzato si fa coincidere con quello effettivamente verificatosi. Per essere attendibile, la profezia deve indicare inequivocabilmente il fatto che dovrà accadere e l’ordine delle cause che lo determinerà. Se, al contrario, è imprecisa e vaga, darà adito a interpretazioni arbitrarie. La profezia “post eventum”, invece, è una finzione (nel senso che gli eventi contemporanei sono attribuiti a precedenti oracoli).

 Lucio Apulo Daunio



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