LETTERE DI PAOLO AI TESSALONICESI
Paolo invia
due lettere alla “chiesa” di Tessalonica (l’odierna Salonicco, già capitale
della provincia romana di Macedonia). E’ una minuscola comunità cristiana da
lui evangelizzata, costituita prevalentemente da ex pagani. Si discute
sull’autenticità della seconda, databile, se pseudo epigrafica, agli anni
80-90. Sospetta è in quest’ultima l’esortazione di Paolo ai Tessalonicesi di
perseverare nelle “tradizioni” in cui sono stati istruiti (cfr. 2 Ts 2,15),
dato che il termine “tradizioni” fu introdotto molto più tardi nella cultura
cristiana. Si tende invece ad ammettere l’autenticità della prima missiva.
Questa, scritta da Paolo mentre si trovava ad Atene (1 Ts 3, 1), è il più
antico documento cristiano del Nuovo Testamento (databile agli anni 50/52,
quando non c’era ancora una “tradizione” consolidata, bensì una varietà
d’interpretazione del presunto messaggio di Cristo). Paolo difende se stesso e
la “chiesa” dei Tessalonicesi, composta in prevalenza da greci del ceto
popolare da lui convertiti, dalle accuse persecutorie perpetrate dalla comunità
ebraica del luogo. Con tono severo egli polemizza contro i giudei (1 Ts 2,
14-16), accusandoli sia di aver ucciso Gesù sia di perseguitare profeti e
predicatori del Vangelo. Essi non sono graditi né a Dio né agli uomini, presso
i quali son tacciati di essere nemici del genere umano, perciò meritano un
castigo pieno e definitivo, sino alla fine del mondo. L’ira di Dio si è già
abbattuta su questa triste genìa. Questa constatazione potrebbe riferirsi alla
distruzione di Gerusalemme del 70 e alla conseguente diaspora del popolo
eletto; in tal caso si tratterebbe di una integrazione aggiunta nella lettera
dopo l’evento tragico.
L’origine
dell’antigiudaismo inizia con l’accusa dei cristiani al popolo ebraico per aver
ucciso Gesù. L’odio per gli ebrei, generato dalla convinzione che siano
collettivamente colpevoli, si è protratto nei secoli, causando loro
discriminazioni, espulsioni, persecuzioni, fino al tragico evento
dell’Olocausto. Il papa Paolo IV nel 1555 istituì a Roma il ghetto degli ebrei,
imponendo loro di portare, quando ne uscivano, una coccarda gialla come segno
distintivo razziale. Il papa san Pio V raccomandò l’istituzione dei ghetti
anche agli stati limitrofi. Gli ebrei romani sono rimasti nel ghetto fino alla
presa di Roma nel 1870, durante il papato del beato Pio IX. Durante il periodo
del regime fascista, dopo l’adozione delle leggi razziali, gli ebrei saranno
perseguitati e messi al bando della vita pubblica, costringendoli a emigrare o
a nascondersi.
L’apostolo
Paolo continua a difendere la validità del suo vangelo, sostenendo che
metterebbe la mano sul fuoco per dimostrarne l’autenticità, che assicura di
provenienza divina, avendo ricevuto da Dio l’incarico di annunciarlo alle
genti. Rifiutare di accogliere la sua veritiera parola, significa rendersi
colpevoli davanti a Dio. Nella foga del suo discorso, egli contrappone ai credenti,
moralmente buoni, perché adorano il Dio vivente, i miscredenti, idolatri e
peccatori, moralmente malvagi. Il Regno di Cristo è antitetico a quello di
Satana (dualismo paolino). Egli esorta i Tessalonicesi a non contaminarsi con i
vizi sessuali provenienti dal paganesimo, proteggendosi mediante ininterrotte
preghiere. L’astinenza dal sesso, la cui pratica può essere tollerata solo se
esplicata durante il matrimonio finalizzato alla procreazione, denota la
santità di vita del cristiano. Questo chiodo fisso di Paolo riguardo al sesso,
sarà battuto da altri autori cristiani, come Agostino, radicalizzandosi in una
esasperata avversione contro la donna, cui sarà attribuita la responsabilità
del peccato originale.
Assurdo
credergli quando adula i Tessalonicesi, affermando che non solo in Macedonia e
in Acaia ma addirittura in ogni luogo si è diffusa la fama della loro fede in
Dio (1 Ts 6-8). In verità, Paolo dubita della loro fede, tanto che, non potendo
recarsi personalmente a Tessalonica, essendo a suo dire impedito da Satana
(2,18), invia il suo collaboratore Timoteo per accertarsene (3,1 seg.).
L’argomento
che domina nelle due missive, però, è quello escatologico, relativo alla
parusia di Gesù, al suo trionfale ritorno alla fine dei tempi, e al giudizio universale.
Qui si scatena la fantasia di Paolo, che rasenta la vanagloria e la
millanteria. Il tempo escatologico è rappresentato come imminente, con gli
schematismi e il linguaggio dell’apocalittica ebraica. Alla venuta trionfale
del Signore dal cielo, accompagnato dalla potenza di angeli e arcangeli,
soffianti trombe rintronanti, i defunti risorgeranno (è assurdo immaginare uno
sconvolgimento dell’ordine naturale) e assieme ai viventi - tra i quali si
considera lui stesso - saranno tutti rapiti nell’aria per andare incontro al
Salvatore (chimerica visione che si tramuterà in amara delusione!). Tremendo
sarà il giudizio di Dio contro i malvagi, disubbidienti ai precetti del vangelo
paolino, per i quali il fuoco ardente farà vendetta (legge divina del taglione,
senza diritto di appello).
Paolo
intravvede l’incombente fine dei tempi, desumendola dalla convinzione che siano
già in atto i segni premonitori, cioè il “mistero dell’iniquità”, apportatore
di grandi sofferenze. La credenza nell’imminente parusia (il ritorno glorioso
di Cristo) si attenua nella seconda missiva (2 Ts 1-12), l’autore della quale
(indotto dalla situazione d’indolenza e pigrizia dei fedeli per l’attesa
dell’imminente fine dei tempi) sconfessa la prima missiva, in quanto non vede
ancora i segni premonitori: l’apostasia, la corruzione, la rivelazione
dell’Anticristo (l’uomo iniquo, mitica figura del profeta di Satana). Una
misteriosa entità (katèchon) trattiene l'Anticristo dall'irrompere nel
mondo, rallentando il disegno divino. Del resto, lo stesso Gesù ignorava sia il
giorno sia l’ora della fine del mondo, perché questo mistero il Padre celeste
non glielo aveva rivelato (Mt 24, 36). Gli annunci profetici di Gesù, infatti,
hanno sempre la caratteristica dell’oscurità, del profondo mistero, e spesso
sono riferiti a eventi già verificatisi (sono, in realtà, profezie “post
factum”, aggiunte in una tardiva redazione dei Vangeli).
La profezia,
secondo la dottrina della Chiesa, potrebbe verificarsi in due modi:
assolutamente o a condizione che non muti l’ordine delle cause. In verità, le
profezie che si riscontrano nei testi sacri riguardano eventi già accaduti (post
eventum) o sono profezie consolatorie. Le profezie, in realtà, potrebbero
accadere per mero caso; oppure sono il risultato di certe interpretazioni,
mediante le quali l’evento profetizzato si fa coincidere con quello
effettivamente verificatosi. Per essere attendibile, la profezia deve indicare
inequivocabilmente il fatto che dovrà accadere e l’ordine delle cause che lo
determinerà. Se, al contrario, è imprecisa e vaga, darà adito a interpretazioni
arbitrarie. La profezia “post eventum”, invece, è una finzione (nel
senso che gli eventi contemporanei sono attribuiti a precedenti oracoli).
Lucio Apulo Daunio
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