venerdì 21 ottobre 2011


LETTERE DI PAOLO AI CORINZI



Riguardo al contenuto delle due lettere, databili intorno all’anno 57, che si ritengono inviate da Paolo alla “chiesa” cosmopolita di Corinto (dove più della metà della popolazione si trovava in condizione di schiavitù), per le fratture narrative che presentano, s’ipotizza che siano parti di più missive, che in occasione della loro pubblicazione sono state riunite in base all’affinità dell’argomento trattato. Paolo avrebbe scritto la prima lettera ai Corinzi mentre si trovava a Efeso nel corso del terzo viaggio missionario (1 Co 16,8). La seconda, invece, l’avrebbe trasmessa dalla Macedonia. Paolo cerca accoratamente di dirimere le contese tra le diverse fazioni in cui si è divisa la comunità a causa dell’appartenenza di ciascuno alla predicazione del vangelo dell’uno o dell’altro apostolo. Quantunque meritino di essere fustigati con la verga, egli rimbrotta i Corinzi con spirito di carità, suggerendo loro di imitarlo, esortandoli alla concordia (1 Co 4,21). Quanto alla diversità dei doni carismatici vantati dai singoli fedeli, Paolo, prendendo spunto dal famoso apologo di Menenio Agrippa (raccontava alla plebe di Roma che la lite fra le membra del corpo umano e il ventre portava nocumento all’intero organismo), spiega che tali carismi non dovevano infrangere l’unità della comunità, non essendo essi segno di privilegio ma mezzo per catturare gli infedeli alla causa di Cristo. Egli ricorda che si è dedicato con zelo all’evangelizzazione, fondando in quella città (intorno agli anni 51/52), nel corso del suo secondo viaggio missionario (At.18,1-11), una numerosa comunità, indottrinandola con l’insegnamento che gli è stato trasmesso (in fede sua) dal Signore. Non sono mancate le difficoltà, vuoi per la presenza nella comunità d’ebrei ligi ai costumi giudaici, vuoi per l'ambiente culturale e sociale pagano della città. Denuncia nell'epistola altri motivi di discordia, quali le gelosie e le liti concernenti pratiche religiose, gli atteggiamenti non consoni alla prassi giudaico-cristiana, le gravi sregolatezze nei costumi sessuali (le donne di Corinto avevano pessima reputazione per la loro libertà sessuale). Durante le assemblee, inoltre, accadevano fenomeni simili ai culti misterici (nevrastenie religiose) e si compivano sedute spiritiche evocate dal profeta di turno (medium), che entrava in contatto con lo Spirito Santo e da lui credeva di ricevere rivelazioni. Paolo, quindi, condanna tutto ciò che porta scompiglio nella comunità. Ammonisce i peccatori. Esorta a evitare scandali (dato che litigi e controversie tra i cristiani erano portati davanti ai tribunali pagani). Consiglia la condotta da osservare durante le assemblee e ordina alle donne, in ossequio alla tradizione, di tacere durante le adunanze, restando in perfetta sottomissione all’uomo. E’ disdicevole - spiega Paolo - che le donne parlino in assemblea, se non sono dotate di carismi profetici e non hanno, per riguardo agli angeli (!), il capo coperto con un velo (simbolo di subordinazione gerarchica, cfr. 1 Co 11,3 seg.).

La Bibbia racconta che gli angeli, invaghitisi delle donne, scesero sulla terra per accoppiarsi con loro, generando i giganti. Forse Paolo temeva che si ripetesse l’increscioso accoppiamento, scorgendo gli angeli la bellezza delle donne con la chioma scoperta (satanica tentazione). Il vescovo Ambrogio, vissuto nel IV secolo, obbligava le donne a coprirsi il capo in chiesa in onore del vescovo, incarnazione di Cristo, perché la donna, parola sacra della Bibbia, non è stata creata come l’uomo a immagine di Dio. Nella tradizione greco-romana, in verità, il velo era utilizzato per coprirsi il capo durante le cerimonie religiose o funebri. Il velo, come simbolo di purezza e castità (si spera), lo usano ai giorni nostri le suore e le spose cristiane (solo durante la sacra cerimonia del matrimonio), ma non più come segno di dipendenza gerarchica. La sottomissione delle donne (Col 3,18; Tt 2,5.9; 1 Tm 2,9-12; 1Pt 3,1-6) era costume di quei tempi (“capo della donna è l’uomo”: cfr. 1Co11,3.8; 14,34-35; Ef 5,22-24). San Tommaso sosteneva che la donna fosse un aborto della natura (Somma Teologica, prima parte, ques. 92, art.1). Il cattolicesimo, ancora ai giorni nostri, ignora il termine “uguaglianza” riguardo al conferimento alle donne degli ordini sacri. La donna non potrà mai aspirare al trono di Pietro, quale vicaria di Dio sulla terra, perché Gesù (eletto per decreto conciliare a seconda persona della divina Trinità) si è incarnato come uomo, non come donna. Mah!

Paolo, argomentando in materia sessuale (cfr. 1 Co 7 seg.), consiglia agli uomini di non avere contatti con donne, se non durante il matrimonio, per non peccare d’impudicizia. Tuttavia, è preferibile durante la vita matrimoniale astenersi dal copulare e dedicarsi proficuamente alla preghiera. Ai celibi e alle vedove consiglia di rimanere casti come lui per non avere tribolazioni nella carne. A chi avesse già un coniuge, consiglia di comportarsi come se non l’avesse. La vedova che si abbandona ai piaceri è già morta spiritualmente (1 Tm 5,6). Raccomanda inoltre di pregare e predicare nella lingua conosciuta dal popolo (Gregorio Magno nel VI secolo imporrà alla cristianità come lingua di culto il latino, ancorché divenuto incomprensibile alla massa dei fedeli). Invita a mettere al servizio della comunità il dono dei carismi, di cui predilige la profezia. Cita le tre virtù teologali che la grazia divina infonde ai cristiani: fede, speranza, carità, inneggiando quest’ultima.

In vero, riguardo alle virtù suddette, anziché la fede in entità invisibili e inesistenti, è più utile affidarsi alla ragione e alla conoscenza scientifica. Così, anziché la vana speranza oltre la morte di una vita eterna in un mondo irreale, è meglio vivere nella concretezza dell’unica realtà materiale conoscibile. E ancora, anziché la carità pelosa per meritarsi il Regno dei cieli, amando indistintamente tutti, basterebbe limitarsi alla stima reciproca e impegnarsi a minimizzare le sofferenze umane.

Paolo (che non ha mai conosciuto Gesù) sostiene di aver ricevuto dal Signore (non dagli apostoli) la disposizione a commemorare con una cena il suo sacrificio (1 Co 11,23 seg.), che la Chiesa ha poi ritualizzato mediante l’istituzione del sacramento dell’Eucaristia, avvalorandola con il dogma della transustanziazione (IV Concilio Lateranense del 1215 e Concilio di Trento nella sessione del 1551). Questa surreale dottrina teologica pretende che le sostanze del pane e del vino si trasformino, per effetto della consacrazione del sacerdote durante la Messa, nel corpo e nel sangue del Cristo Gesù. Ingerendo l’ostia consacrata, dunque, sia il sacerdote sia il fedele, che riceve la Comunione, mangerebbero, secondo la fede dogmatica cattolica, il corpo di Cristo e berrebbero il suo sangue. Che Gesù abbia detto “fate questo in memoria di me”, lo testimonia solamente l’evangelista Luca, discepolo di Paolo. Lo stesso Luca, invece, negli “Atti” a lui attribuiti, accenna per tre volte la sola espressione “spezzare il pane” durante la cena della comunità, senza aggiungere altro. L’evangelista Giovanni, invece, non fa alcun cenno all’episodio della “fractio panis”, cioè del gesto compiuto da Gesù spezzando il pane durante l’ultima cena, né tantomeno di ritualizzarlo in una sacramentale commemorazione. Ne consegue che, verosimilmente, sia stato Paolo, non Gesù, a inventarsi l’istituzione del rito della cena eucaristica e che la Chiesa poi l’abbia istituzionalizzata, elaborando la dottrina del sacramento della Comunione e quella della transustanziazione, cioè della presenza reale e sostanziale di Cristo nell’Eucarestia.

Paolo, che non rinnega la sua provenienza dalla setta dei Farisei, prosegue l’oratoria ai Corinzi disquisendo sulla risurrezione dei morti (dottrina sostenuta dai Farisei e dagli Esseni, ma rifiutata dai Sadducei). Paragona la risurrezione al principio rinnovatore dei semi, che il potere della terra libera dalla morte e fa risorgere a nuova vita. Allo stesso modo, dopo la morte di un corpo umano corruttibile, risorgerà un corpo spirituale, immortale. Gesù, in vero, risorse con un corpo materiale, non spirituale, tanto che ebbe fame e mangiò pesce arrosto (Lc 24, 41-43). Anche la Madonna, come ha proclamato l’infallibile Pio XII con la Costituzione Apostolica del 1950, è risorta dalla morte prima della corruzione del corpo per essere assunta in cielo. Secondo gli Ortodossi, invece, Maria non è morta ma caduta in un sonno profondo (c.d. “dormizione”) prima di ascendere alla gloria celeste in anima e corpo naturale.

Paolo prosegue la sua missiva assumendo un tono apologetico oltre che polemico, difendendosi dagli strali lanciati da certi “arci-apostoli” (pseudo apostoli), stroncando le loro calunnie, accusandoli d’essere portatori di un vangelo che non è quello di Gesù (cioè uguale a quello che lui predica e che gli è stato ispirato da Gesù). Gli “arci-apostoli” - afferma Paolo - falsificano la parola di Dio e ne fanno commercio a proprio tornaconto. Tuttavia, da quelle loro false interpretazioni della fede di Cristo è possibile discernere l’eretico dal cristiano di provata virtù, che segue la (pretesa) vera dottrina predicata da Paolo, a lui direttamente ispirata da Gesù. Si vanta dei suoi titoli di merito e del suo rapimento estatico fino al terzo cielo, dimora di Dio e dei beati (paradiso), dove presume di aver appreso misteri ineffabili di fede (quindi inenarrabili). Un’analoga esperienza (visionaria) avrà la martire Perpetua, percorrendo l’irta scala che ascende al cielo per entrare nel giardino delle delizie, accolta dal Buon Pastore. Secondo la tradizione islamica (Libro della Scala), anche Maometto ascese al cielo, dove ricevette rivelazioni sull’aldilà, contemplando il giardino delle delizie (dimora paradisiaca e afrodisiaca popolata dalle Huri, splendide fanciulle perennemente giovani e vergini, premio ambito dagli ossequianti credenti maschi islamici).

Con tono pastorale, Paolo seguita a istruire la comunità corinzia riguardo al matrimonio, alla verginità, alla liceità di cibarsi delle carni immolate agli idoli (purché tale atto non sia di scandalo agli altri confratelli), al comportamento sobrio da osservare durante l’adunanza per mangiare la cena eucaristica in memoria di Gesù (di cui attendevano l’imminente ritorno e la gloriosa trasformazione dei cristiani, sia morti sia ancora viventi, in esseri immortali). In materia sessuale, egli batte il solito chiodo: consiglia di consacrarsi vergini al Signore, piuttosto che tribolare nella passione della carne e nelle preoccupazioni della vita. Essendo il mondo prossimo alla fine, è preferibile, a giudizio di Paolo, dedicarsi alle cose del Signore, piuttosto che alle distrazioni transeunti della vita (1 Co 7, 29-31). La ragione per cui Dio dovrebbe distruggere il mondo da lui creato, Paolo non la spiega. Egli, in nome del Signore, vieta ad ammogliati e maritate di ripudiare il proprio coniuge. Il Signore, invece, in quanto svolgeva la missione esclusivamente tra i giudei, non poteva aver esteso anche alle maritate il divieto del ripudio del marito (cfr. Vangelo secondo Marco 10, 12). Paolo avverte i fedeli di Corinto (1 Co 5, 11; 6, 9-10) che non potranno ereditare il regno di Dio le seguenti categorie di peccatori: gli adulteri, gli impuri, gli effeminati (Gesù, invece - cfr. Mt 5, 22 - li difende, condannando chi, insultandoli, li offendeva con il termine “raca” = sciocco, molle, sdolcinato, effeminato), i depravati (omosessuali e lesbiche), i lussuriosi, i maledicenti, gli ubriaconi, i ladri, i rapaci, gli ingiusti (e chi più ne ha più ne metta). L’omosessualità maschile (la pederastia tra un adulto e un adolescente era tollerata nel mondo greco-ellenistico) e femminile sono fermamente condannate come depravazioni, perché vanno contro le leggi naturali stabilite da Dio (cfr. Rm 1, 26-27 e 1 Tm 1, 10). Per difendersi da chi a Corinto non riconosce la sua autorità, Paolo adduce la sua correttezza nello svolgere la sua missione apostolica, senza pretendere una rimunerazione, pur avendone diritto (cfr. Lc 10,7). Dichiara, infatti, di aver rinunciato ai diritti che competono agli apostoli, come l’essere mantenuto a spese della comunità, assieme ai suoi stretti collaboratori, tra cui figura anche una “donna sorella”. Egli offre il Vangelo “gratis et amore Dei”, facendosi servo di tutti, cedendo se stesso a tutti pur di guadagnarli alla causa di Cristo.

Elemento fondamentale del cristianesimo paolino è il Cristo risorto, apparso (in fede di Paolo) a Pietro, ai Dodici, a più di cinquecento fratelli in una volta, di cui molti ancora viventi (apparizione di massa non documentata nei Vangeli canonici), a Giacomo (il fratello di Gesù, che assunse importanza solo dopo la morte dell’altro), a tutti gli apostoli e, infine, allo stesso Paolo (autodefinitosi un “aborto”). Omette (o non ricorda o non sa) che apparve anche alle pie donne e ad altri discepoli, come documentano i Vangeli (la cui redazione, però, si ritiene avvenuta in un tempo posteriore a quello della stesura delle lettere paoline). Vana sarebbe la fede, sentenzia Paolo, se il Cristo non fosse risorto. E in questa fede di Gesù Risorto la comunità dei cristiani si esalta, consapevole della salvezza da lui operata per tutti (solo per molti, invece, in Marco 10, 45 e in Matteo 20, 28). Alla sapienza umana, Paolo oppone la follia della croce. Egli sostiene che ciò che appare come stoltezza e debolezza di Dio è invece vera sapienza e vera fortezza, e che la conoscenza vantata dagli uomini è solo presunzione. L’insegnamento esoterico del credo cristiano, avvolto nel mistero a lungo nascosto, Paolo lo rivela solo agli iniziati, ai perfetti nella fede, i quali non devono vivere più per sé, ma per Cristo, che si è sacrificato per la loro salvezza. Gli increduli, poiché hanno la mente ottenebrata dall’umana sapienza, hanno bisogno dell’illuminazione dello Spirito Santo per ricevere e credere alle verità di fede (così come lui le intende e le predica). Dei santi misteri, tuttavia, Paolo dice che non si può presumere una totale comprensione, essendo noti solamente in parte agli iniziati (mistagoghi) amministratori (propagatori) dei misteri della fede. Fondando la verità cristiana sulla solidità della pura fede, piuttosto che su argomentazioni razionali dimostrative, Paolo, denigrando la ragione, si appella alla credulità dei semplici e meno colti ma perfetti nello spirito. La fede, infatti, non ha fondamenti sulla sapienza umana, bensì sulla supposta potenza illuminate della grazia divina. Paolo predica Cristo crocefisso che è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Aggiunge che, chi si crede sapiente in questo mondo, deve farsi stolto per diventare sapiente (in senso cristiano), perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. La missione che egli compie con zelo (o per un proprio tornaconto?) tra le genti consiste nel predicare il Vangelo (di sua invenzione) con semplicità, senza sapienza di parola. Nel discorso che tenne in mezzo all’Areopago di Atene (At 17, 22-34), invece, parlò con sapienza di parola, tentando di concordare la sua teologia con la filosofia pagana, al fine di catturare (invano) l’attenzione e il consenso (captatio benevolentiae) dei dotti filosofi che stavano pazientemente ad ascoltarlo. Quando però i filosofi ateniesi lo sentirono parlare di resurrezione dei morti, alcuni lo derisero, altri dissero bonariamente che lo avrebbero ascoltato un’altra volta. Il fallimento della predicazione ai dotti filosofi e la conseguente umiliazione subita da Paolo sono consoni alla logica della “croce”: una sofferenza che sarà retribuita con l’agognato dono della vita eterna nel fantomatico regno ultramondano di Dio, invenzione dell’uomo.

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo continua la sua autodifesa dalle accuse d’insincerità. Egli vanta i suoi titoli di apostolo, si appella alla sua coscienza, alla sua lealtà, alla sua franchezza nel parlare (virtù greca della parrhesia). Dice di esser stato rapito fino al terzo cielo, in Paradiso, dove fu iniziato a ineffabili misteri. Per non insuperbire della rivelazione del Signore, gli è stato conficcato un pungiglione nella carne, un emissario di Satana che lo schiaffeggia (non si sa a cosa effettivamente alludesse). Rammenta che tutti devono comparire davanti al tribunale di Cristo per ricevere ciascuno la propria giusta mercede per le azioni compiute nel bene e nel male. Cristo, sacrificando se stesso, ha voluto la salvezza di tutti (di contrario avviso, come già detto, sono gli evangelisti Marco e Matteo, secondo i quali Cristo ha immolato la sua vita in riscatto di molti). Paolo, che non si sente per nulla inferiore agli arci-apostoli, mette in guardia la comunità da costoro, giudicandoli operatori d’inganni, giacché predicano un altro Gesù, diverso da quello che lui ha loro annunciato. Termina la lettera, informando la comunità di una sua imminente visita per processare, senza indulgenza, alla presenza di due o tre testimoni, i peccatori impenitenti.

Anàtema a chi non ama il Signore, cioè il dio Gesù! (1 Co 16,22)

Qualche tempo dopo, anche il papa Clemente Romano (primo “Padre Apostolico”) scrisse (verso gli anni 95/98) una lettera alla Chiesa di Corinto per dirimere la lite accesa dai membri più giovani della comunità contro gli anziani. Sull’esempio di Paolo, egli riporta un analogo racconto allegorico, tratto dalla “paideia” della cultura greco-ellenistica (cioè relativa al modo di vivere, pensare e parlare alla maniera greca, esprimendosi in una lingua comune universale, c.d. “koinè”). Papa Clemente, secondo una tradizione (riportata da Ireneo e da Eusebio), fu il terzo successore di Pietro, dopo Lino e Anacleto, ovvero, secondo un’altra tradizione, successe immediatamente a Pietro nella guida della comunità di Roma.

La fede religiosa è una credenza fondata su un sistema di relazioni linguistiche, un “gioco di parole” non suscettibile d’indagine con metodo scientifico, sperimentale e falsificabile, per accertarne la verità oggettiva. I metodi teologici di accesso alle verità di fede non producono certezze (verità di fatto), ma speranze, ancorché siano corroborate da argomentazioni razionali (verità di ragione).

 Lucio Apulo Daunio


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