martedì 31 dicembre 2013


L’EBREO GESU’ TRA MITO E STORIA

"Rari e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)

LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)


                

          Si ritiene, dal punto di vista della ricerca storica, che possa essere esistito un ebreo di nome Gesù, vissuto in Palestina nel I secolo dell’era volgare, maestro e predicatore itinerante, crocefisso a Gerusalemme dal procuratore romano della Giudea durante il regno dell’imperatore Tiberio. L’esistenza storica di Gesù poggia sulla documentazione a noi pervenuta (non abbiamo fonti scritte direttamente da Gesù né da testimoni oculari, ma soltanto copie di copie di traduzioni in greco, derivanti da fonti scritte in aramaico o risalenti a tradizioni orali, tramandate dalle varie comunità cristiane). Gli scritti (ritenuti) canonici, che compongono il Nuovo Testamento, attestano che Gesù fu considerato un profeta apocalittico, che pronosticava l’imminente fine della storia e l’avvento del Regno di Dio. Egli predicava al popolo esprimendosi nella lingua aramaica allora in uso tra gli ebrei della Palestina.

L’ebreo Giuseppe Flavio c’informa (nelle opere “Guerra Giudaica” e “Antichità Giudaiche”) che Ponzio Pilato fu prefetto romano della Giudea dall’anno 26 all'anno 36 dell’era volgare e che fu coinvolto direttamente nelle vicende di Gesù, di cui si limita ad accennare brevi notizie (che molti studiosi, ritengono siano state alterate o interpolate dai copisti, quindi reputate scarsamente attendibili). Accenna anche a Giovanni Battista e a Giacomo, fratello di Gesù. Altri cenni su Pilato si trovano nelle opere di Filone di Alessandria e dello storico romano Tacito.

Le Epistole (ritenute autentiche) scritte dall’apostolo Paolo sono i documenti più antichi del Nuovo Testamento. Si ritengono che siano state redatte tra gli anni cinquanta e sessanta, circa vent’anni dopo l’anno presumibile della morte di Gesù (30 dell’era volgare). La sua conversione deve essere avvenuta qualche anno dopo tale data. Prima della sua conversione, Paolo era stato un persecutore della setta cristiana, perché questi credevano che Gesù fosse il Messia atteso, Figlio di Dio, da lui risuscitato dalla morte e assunto in cielo alla destra del Padre. Per un ebreo come Paolo questa credenza era blasfema. Gli ebrei, infatti, attendevano un profeta inviato da Dio, discendente della stirpe di Davide. Egli sarebbe stato l’unto del Signore, predestinato a sollevare la potenza d’Israele, liberandola dai suoi nemici, prima di insediarsi sul trono per regnare in perpetuo. Altri ebrei, invece, credevano che il Messia sarebbe stato un potente sacerdote designato a governare il popolo d’Israele. Gesù, invece, giacché proveniva da una povera famiglia di artigiani della Galilea ed era stato crocefisso come un criminale, non poteva essere, secondo le Sacre Scritture, il Messia atteso, l’unto di Dio, ma un maledetto da Dio. Questo è ciò che verosimilmente avrebbe pensato Paolo prima della sua conversione.

Dalle Epistole di Paolo, scritte parecchi anni dopo la sua conversione, si desume che egli fosse certo dell’esistenza storica di Gesù, della sua missione come Messia presso gli ebrei, della sua condanna alla crocifissione, eseguita dall’autorità romana su istigazione dell’opposizione giudaica. Paolo, infatti, si era convinto che Gesù fosse il Cristo (Messia), il re atteso dagli ebrei, discendente dalla stirpe di Davide secondo la carne. Egli accenna ai fratelli di sangue di Gesù (indicati nel Vangelo secondo Marco) e alle sue sorelle. Ha conosciuto personalmente Giacomo, fratello di Gesù. A Gerusalemme ha trascorso con lui e con l’apostolo Pietro quindici giorni, acquisendo da loro conoscenze su Gesù. Sa che Gesù aveva dodici discepoli. Sa che fu un maestro, perché riporta talune sue massime. Conosce la tradizione sull’Ultima Cena di Gesù, consumata nella notte in cui fu arrestato. Crede che sia risorto dalla morte e apparso ai suoi discepoli. Crede nell’imminenza dell’ira divina nel mondo e nell’avvento del Risorto per giudicare i vivi e i morti.

Gli Atti degli Apostoli, redatti sotto il nome dell’evangelista Luca, descrivono, principalmente, l’attività missionaria di Pietro e di Paolo e riportano taluni loro discorsi, derivanti dalla tradizione orale. Si trovano notizie attinte da fonti indipendenti da quelle utilizzate dai redattori dei quattro vangeli. Un esempio è il racconto della morte di Giuda, che differisce da quello riportato nel Vangelo secondo Matteo. Si ha quindi negli Atti un’altra fonte indipendente da cui, insieme con le altre, può verosimilmente dedursi l’esistenza storica di Gesù. Nei discorsi di Pietro, Gesù è un uomo accreditato da Dio presso il popolo ebraico per operare prodigi in mezzo a loro, ma fu accusato e condannato a morte sulla croce. Dio però lo ha liberato dalla morte, risuscitandolo e costituendolo Signore e Messia per la salvezza d’Israele, nonché giudice dei vivi e dei morti. Nel discorso attribuito dall'autore al discepolo Stefano, Gesù è il Figlio dell’uomo che è stato elevato alla destra di Dio. Nei discorsi di Paolo, Gesù è il salvatore d’Israele, mediante il quale ottenere l’intera giustificazione (redenzione dell’uomo dalla condizione di peccatore), essendo insufficiente a tal fine la Legge di Mosè. Dio, inoltre, risuscitando Gesù, lo ha accreditato di fronte a tutti, designando lui, uomo, a giudicare il mondo con giustizia. Gesù, quindi, appare piuttosto come un uomo che ha ricevuto poteri divini, non come Dio. Si può da ciò dedurre che solo con l’andar del tempo le comunità cristiane hanno creduto che Gesù fosse Figlio di Dio sin dall’eternità, sceso sulla terra per redimere il genere umano. Altri, invece, diversamente da Paolo, sostenevano che Gesù fosse diventato Figlio di Dio perché era stato da lui adottato. Nel Vangelo secondo Luca, Gesù sarà chiamato Figlio di Dio, perché nato da una madre vergine, ingravidata dallo Spirito di Dio. Dio stesso, secondo Luca, testimonierà riguardo al Figlio, quando questi riceverà il battesimo da Giovanni Battista, inviando su di lui lo Spirito Santo nella forma di una colomba. Paolo, nella sua Epistola ai Romani, richiamando un’altra tradizione, dice che Gesù fu costituito Figlio di Dio, quindi Messia e Salvatore, dopo la risurrezione dalla morte. Questa tradizione trova conferma anche nel discorso di Paolo ad Antiochia, riportato negli Atti degli Apostoli, dove Dio lo genera come suo Figlio nel giorno della risurrezione.

I quattro vangeli canonici si ritengono che siano stati redatti e rimaneggiati da diverse comunità cristiane oltre trent’anni dopo i fatti ivi narrati. Quello che si ritiene sia il più antico dei vangeli, è stato redatto sotto il nome di Marco, compagno dell’apostolo Pietro. Essendo destinato alla comunità romana di formazione pagana, risente dell’influenza della cultura occidentale. I redattori di altri due vangeli, scritti sotto i nomi di Matteo (un apostolo di Gesù) e Luca (compagno di Paolo) almeno un decennio dopo il Vangelo secondo Marco, hanno solo in parte attinto le notizie da questo vangelo. Per il resto hanno utilizzato fonti diverse, indipendenti l’una dall’altra. Forniscono quindi resoconti alternativi sulla vicenda di Gesù. Quello secondo Matteo è stato redatto in ambiente di cultura giudaica e riflette le attese religiose del giudaismo messianico (credenza nell’imminente fine del mondo, seguita da un rinnovamento universale). Quello secondo Luca (pare che fosse un medico pagano di formazione classica) risente, in parte, della predicazione di Paolo. L’ultimo vangelo, quello secondo Giovanni (nome dell’apostolo di Gesù), scritto intorno alla fine del secolo, è quasi del tutto indipendente dagli altri tre.

Negli anni precedenti la stesura dei vangeli canonici, dovettero circolare diverse notizie su Gesù, fondate sia sulla trasmissione orale sia su vari scritti in aramaico, che furono diversamente interpretati dalle varie comunità cristiane. E’ verosimile che molti episodi siano stati ampliati o inventati a scopo di propaganda o adattati all’ambiente culturale delle varie comunità.

I vangeli apocrifi (come quelli attribuiti a Tommaso e a Pietro), scritti in epoca successiva, attingono a fonti indipendenti da quelle che hanno utilizzato i redattori dei vangeli canonici. I vangeli apocrifi, in genere, trattano aspetti leggendari della vicenda di Gesù.

Le Lettere cattoliche, scritte sotto il nome degli apostoli Giacomo, Giovanni, Pietro, Giuda, e le Epistole pseudoepigrafe, che sono state attribuite a Paolo, sono in parte un compendio di precedenti fonti, per il resto forniscono notizie indipendenti. La Lettera agli Ebrei è anonima e ha contenuto teologico. Altre testimonianze indipendenti sono reperibili nei frammenti di papiri superstiti. Anche l’eccentrica Apocalisse, attribuita all’evangelista Giovanni, ha notizie attinte da fonti diverse. L’autore dell’Apocalisse testimonia l’esistenza di un ebreo della tribù di Giuda, che soffrì per la salvezza dell’umanità e fu crocefisso per obbedienza a Dio, senza avere da lui conforto.

Tra le fonti non cristiane, se escludiamo l’ipotesi di falsificazioni da parte di copisti cristiani, abbiamo la lettera all’imperatore Traiano scritta all’inizio del II secolo da Plinio il Giovane, governatore della Bitinia (provincia romana nell’odierna Turchia). Plinio informa che i cristiani si riunivano illegalmente per cantare al mattino un inno a Cristo come se fosse un dio e per mangiare pasti in comune. La credenza nell’esistenza di Cristo (epiteto di Gesù), dunque, era già diffusa agli inizi del II secolo. Nella Vita dei Cesari, opera scritta tra il 119 e il 121 dell’era volgare dal biografo romano Svetonio, amico di Plinio il Giovane, leggiamo che l’imperatore Claudio espulse gli ebrei da Roma (forse all’inizio del suo regno nell’anno 41), poiché provocavano tumulti su istigazione di Chrestus (erroneamente scritto, invece di Christus). L’espulsione degli ebrei è confermata negli Atti degli Apostoli (At 18, 1-2). Verosimilmente erano tumulti scoppiati tra la comunità giudaica romana, ostile alla setta dei cristiani. Questi erano dai romani assimilati ai giudei. Ciò conferma che il cristianesimo era già conosciuto tra gli ebrei dimoranti a Roma circa un decennio dopo la tradizionale morte di Cristo. Nella biografia di Nerone, Svetonio accenna alla persecuzione dei cristiani, definiti “nuova e malefica superstizione”, avvenuta nell’anno 64 dell’era volgare, ma senza collegarla all’incendio della città. Dell’incendio ne parla Tacito nei suoi “Annali” (scritti tra il 108 e il 110), spiegando che i cristiani, essendo oggetto di comune diffamazione a causa del loro odio del genere umano, furono falsamente accusati da Nerone di aver provocato l’incendio che distrusse molti quartieri di Roma. Aggiunge che il nome Chrestianos derivava da Christus, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Prosegue rilevando che la funesta superstizione, repressa da Nerone per breve tempo, riprendeva poi forza non solo in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche nell’urbe, dove atrocità e vergogne confluiscono da ogni luogo e ivi trovano seguaci. I tre citati autori romani, dunque, attestano che al principio del II secolo i cristiani adoravano come dio un ebreo, denominato Cristo, giustiziato in Giudea da Ponzio Pilato.

Scarsamente indicative sono le citazioni sui cristiani da parte di Tallo, di Sesto Giulio Africano e di Flegonte di Tralles, riportate dallo scrittore cristiano (della cui correttezza d’informazione si dubita) Eusebio di Cesarea. Scarsamente attendibili sono le citazioni riportate in alcuni testi di origine ebraica (come nel Talmud babilonese). Discutibile è la citazione “il saggio re dei giudei” riferibile a Gesù nella lettera al figlio dello stoico siriano Mara Bar–Serapione (Mara figlio di Serapione). Tra le fonti di origine greca, che criticano la religione cristiana, abbiamo gli scritti di Luciano di Samosata (autore del II secolo, polemico nei confronti di ogni forma d’impostura e mistificazione, specialmente religiosa) e il perduto scritto (Discorso Veritiero) del filosofo Celso, ricostruibile attraverso i passi riportati nella confutazione di Origene.

La Prima lettera ai Corinzi, attribuita a Clemente, vescovo di Roma, stilata verso la fine del I secolo, testimonia l’esistenza umana di Gesù Cristo, inviato da Dio, che si è sacrificato per la nostra redenzione.

Il vescovo Papia, all’inizio del II secolo, nei frammenti a noi pervenuti attraverso la “Storia ecclesiastica” di Eusebio, racconta di aver raccolto testimonianze provenienti dai discepoli di Gesù e da questi tramandate oralmente ai loro successori. Su Marco dice che, divenuto interprete di Pietro, scrisse senza ordine tutto quanto Pietro ricordava delle cose dette e fatte da Gesù. Su Matteo dice che raccolse i detti in lingua ebraica, che poi ognuno tradusse, interpretandoli come poteva.

Il vescovo Ignazio di Antiochia scrisse all’inizio del II secolo sei lettere alle Chiese dell’Asia Minore e una alla comunità cristiana di Roma. Nelle sue epistole condanna i docetisti, cioè quei cristiani che negavano l’umanità di Cristo, convinti che egli fosse Dio sulla terra, essendo la sua incarnazione solo apparente. Egli credeva nell’incarnazione reale di Gesù e che lo stesso fosse stato perseguitato e crocefisso sotto Ponzio Pilato.

Le diverse e contrastanti notizie riportate dalle fonti sopra indicate vanno distinte tra quelle affidabili e quelle non affidabili sul piano storico. Le notizie che possono essere ritenute aventi una qualche affidabilità storica sono:

- che sia esistito un maestro ebreo apocalittico di nome Gesù, nativo di un piccolo villaggio della Galilea;

- che sia vissuto nei primi decenni del I secolo dell’era volgare nella Palestina sotto il dominio romano;

- che in Palestina al tempo di Gesù vi furono dissensi tra Samaritani, Farisei, Sadducei (considerati collaboratori dei romani), Esseni e religiosi messianici (che fomentavano una rivolta politica e militare contro gli invasori romani);

- che Gesù fu discepolo di Giovanni Battista, che prefigurava l’imminente fine dei tempi;

- che predicò agli ebrei con parabole un messaggio sull’imminenza dell’avvento del regno di Dio e sulla sconfitta delle forze del male che controllavano il mondo;

- che ebbe diversi discepoli;

- che esortava i seguaci ad abbandonare famiglia, casa, attività allo scopo di occuparsi esclusivamente dell’imminente avvento del regno di Dio;

- che si riteneva fosse capace di guarire gli infermi, scacciare i demoni e risuscitare i morti;

- che non disdegnava di frequentare poveri, emarginati e prostitute;

- che ebbe dissensi con le autorità giudaiche provocando scompigli;

- che fu da esse accusato presso il tribunale romano di blasfemia, sedizione e alto tradimento;

- che fu tradito da un suo discepolo;

- che fu condannato alla crocifissione da Ponzio Pilato per essersi dichiarato “re dei giudei”;

- che il suo messaggio fu elaborato e divulgato dai suoi discepoli anche fuori d’Israele, dove continuarono i dissidi dottrinali tra cristiani e giudei.

Molte altre notizie sulla vicenda di Gesù, desumibili dalle suddette fonti, potrebbero essere o mere invenzioni dottrinali o fantasiose esagerazioni a scopo di propaganda. Occorre perciò verificare ogni singolo episodio per affermare o negare l’attendibilità storica degli eventi. Ad esempio, non appaiono storicamente affidabili le seguenti notizie di aspetto leggendario o d'interpretazione teologica:

- che Gesù sia nato a Betlemme a causa di un censimento che avrebbe obbligato la sacra famiglia a spostarsi dalla Galilea alla Giudea;

- che sia nato da una donna sempre vergine e senza peccato, ingravidata dallo Spirito Santo;

- che Gesù sia l’incarnazione del Figlio di Dio, seconda ipostasi della Trinità divina, imperante ab aeterno nel Regno dei cieli e inviato dal Padre sulla terra a redimere l’umanità;

- che abbia compiuto prodigi, guarigioni miracolose e risuscitazioni di cadaveri;

- che sia risorto dalla morte e asceso in cielo, dove risiede alla destra del Padre.

Del tutto inattendibili sono talune presunte reliquie (come il prepuzio asportato a Gesù con la circoncisione o i legni della croce e i chiodi con cui è stato affisso o il calco della sua immagine sulla sindone), conservate e venerate nelle chiese cattoliche.

Dalla persona del Gesù storico, dunque, va distinta la successiva reinvenzione dottrinale e dogmatica della Chiesa docente, cioè il cristianesimo teologico del cattolicesimo, che interpreta i presunti avvenimenti reali caricandoli di (cioè sostituendoli con) significati, figure, verità di fede, presunti disegni divini, visione unitaria e provvidenziale della storia, cui attribuisce valore universale. Ciò che può essere oggetto di fede per i credenti, lo è di critica per i non credenti, a ragione del male compiuto dalla religione cristiana nel corso della sua millenaria storia (fermo restando la positività per le buone opere compiute e che compie) e delle tante assurdità teologiche e dogmatiche (come la credenza nella resurrezione dei corpi, che saranno ricongiunti all’anima alla fine dei tempi, o come la credenza nella favola dell’inferno per i probi e del paradiso per i meritevoli o come il dogma dell’infallibilità del papa).

Altri studiosi, critici della figura storica di Gesù, ritengono che la sua esaltazione sia dovuta a un processo di progressiva storicizzazione di personaggi mitici, come Horus, Mitra, Attis, Zarathustra, ecc. A partire dal IV secolo, anche la madre di Gesù fu mitizzata nell’archetipo della Grande Madre, venerata sin dai primordi dell’umanità come dea partenogenica, onnipotenza generatrice di tutti gli esseri viventi e di figli divini. Dopo il Concilio di Efeso del 431, la madre di Gesù è venerata come theotokos, colei che ha partorito la divinità, cioè Madre di Dio.


Lucio Apulo Daunio



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