SPIGOLATURE
EVANGELICHE
Gli
autori dei vangeli canonici (cioè ritenuti ispirati da Dio) narrano i detti, i
fatti, i tempi, le persone e altre circostanze della vita di Gesù in modo
differente sia gli uni dagli altri sia rispetto agli altri autori dei vangeli
apocrifi (quelli che la Chiesa, in seguito, ha ritenuto non ispirati da Dio).
Taluni, poi, dicono ciò che altri ignorano. Due vangeli canonici, attribuiti a
Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, sono l’uno diverso dall’altro, tanto che
il Gesù dell’uno non assomiglia a quello dell’altro. Marco, che ha scritto il
vangelo riportando altrui testimonianze, ignora la nascita di Gesù e quella del
suo precursore Giovanni Battista. Matteo e Luca, invece, descrivono nei più intimi
dettagli la nascita di Gesù. Luca aggiunge quella di Giovanni Battista e un
episodio dell’adolescenza di Gesù, che discute con i dotti ebrei nel Tempio.
Giovanni, come Marco, nulla dice sulla nascita dell’uno e dell’altro.
Luca fa
nascere i due protagonisti al tempo di Erode il Grande, re di Giudea. Un
angelo, Gabriele, annuncia prima a Zagaria la nascita del figlio Giovanni, il
Battista, e sei mesi dopo, a Maria di Nazareth, la miracolosa concezione di
Gesù. Maria, dopo il divino concepimento, parte (da sola?) verso la Giudea per
far visita alla parente Elisabetta, moglie di Zagaria. Vi resta per circa tre
mesi con loro, facendo esultare Giovanni nel seno di sua madre. L’evangelista
Giovanni, invece, fa dire al Battista che non conosceva Gesù, né come parente
né come Messia. Luca racconta che, a causa di un (improbabile) censimento
disposto dalle autorità romane, Giuseppe e Maria, prossima a partorire,
lasciarono la Galilea per recarsi in Giudea, a Betlemme, paese originario della
sacra famiglia, dove alloggiarono presso una stalla perché non c’era posto in
albergo a causa dell’affollamento (non pare credibile che non avessero più
alcun parente che potesse ospitarli). Dopo il parto di Maria, andarono a
Gerusalemme nel Tempio per ottemperare alle prescrizioni legali. Luca ignora se
andarono a trovare i parenti Zagaria ed Elisabetta ivi residenti. Eppure, il
bambino Gesù fu riconosciuto nel Tempio come l’atteso Salvatore di Israele. In
tutta Gerusalemme si era sparsa la voce del lieto evento e, qualche tempo
prima, anche nella vicina Betlemme e dintorni per opera dei pastori, che
andarono ad adorare il bambinello nella mangiatoia. Luca, però, prima dice che
Gesù e il Battista erano parenti ed entrambi conoscevano la missione cui
l’altro era destinato, poi, nel proseguimento del racconto, dice che il
Battista dubitò della messianicità del Cristo, ancorché avesse visto discendere
lo Spirito Santo in forma di colomba durante il battesimo dell’altro.
Nel sacro
poema epico dell’India, il Mahabharata, si contempla un leggendario episodio
analogo alla vicenda di Zagaria. Nascite miracolose annunciate da angeli si
riscontrano anche nell’A.T., come quelle di Isacco, di Sansone e di Samuele,
che furono consacrati al dio d’Israele. Gli angeli Gabriele, Michele e Raffaele,
secondarie figure protagoniste dell’Antico e del Nuovo Testamento (Nuova
Alleanza), fanno parte della mitologia persiano-caldea, importata dalla cultura
ebraica durante la cattività babilonese.
Matteo,
all’inizio del suo racconto, riporta la genealogia di Gesù, iniziando da
Abramo, e suddividendola in tre gruppi ciascuno di quattordici generazioni (per
un totale effettivo di quarantuno anziché quarantadue generazioni). Questa
genealogia presenta imprecisioni e differenze rispetto alle genealogie riportate
nei testi ebraici. Lo scopo cui allude l’evangelista è dimostrare la
discendenza di Gesù, preteso Messia Salvatore, dalla stirpe di Davide, com’era
stato annunziato dai profeti. Luca, invece, che descrive la genealogia di Gesù
dopo l’episodio del battesimo, risale fino ad Adamo, differendo in più punti da
quella riportata da Matteo. Quanto al padre putativo di Gesù, sia l’uno sia
l’altro evangelista lo fanno discendere da persone diverse. Dubbia è in Luca la
discendenza di Maria dalla casa di Davide, essendo la stessa stretta parente di
Elisabetta, discendente dalla casa di Aronne. Dunque, dubbia è anche la
discendenza di Gesù dalla stirpe di Davide, se si afferma dogmaticamente che
Giuseppe è padre putativo, anziché naturale di Gesù e che questi è consanguineo
di Giovanni Battista. In verità, lo scopo di Luca è dimostrare che Gesù non
soltanto apparterebbe alla stirpe davidica nella linea del padre Giuseppe, ma è
anche sacerdote e re come Melchisedec , discendente della stirpe di Aronne (in
verità, Melchisedec era un sacerdote cananeo), cui apparterebbe la madre Maria.
Ne consegue l’assurda discendenza di Maria dalle due stirpi, regale e
sacerdotale. Sembra quindi evidente che i perduti testi originari, attribuiti a
Matteo e Luca, siano stati in seguito rimaneggiati per avvalorare le
interpretazioni ideologiche delle varie comunità religiose dominanti.
Marco tace
sulla nascita miracolosa e sulla vita di Gesù fino all’età adulta, quando
inizia la sua pretesa missione divina. Egli è il Cristo, ancorché figlio di
Maria e del carpentiere Giuseppe, dimoranti in uno sconosciuto villaggio della
Galilea. Ha fratelli e sorelle, dunque non è figlio unigenito. Marco quindi
ignora ciò che poi diverrà di fondamentale importanza del cristianesimo, anche
se il suo vangelo pare che sia tra le più antiche testimonianze sulla vita di
Gesù. Anche Giovanni, quantunque divinizzi la figura di Gesù, tace sulla sua
vita fino all’età adulta. Egli fa dire a un discepolo che Gesù è figlio di
Giuseppe, da Nazareth. Ha fratelli che non credevano in lui. Eppure, secondo
Matteo e Luca, la sua nascita soprannaturale divenne un fatto pubblico in
Giudea. Matteo asserisce che la dimora della sacra famiglia era in Betlemme
(contraddicendo Luca, che pur confermando la nascita di Gesù a Betlemme, in
Giudea, a causa di un censimento, dice che sia prima sia dopo la nascita di
Gesù la famiglia abitava in Nazareth, nella Galilea).
Secondo
Matteo, prima di consumare il matrimonio con Giuseppe, Maria si trovò incinta
per opera divina. Accortosi della gravidanza, Giuseppe voleva ripudiarla, ma un
angelo apparsogli in sogno lo informò che a mettere incinta Maria era stato lo
Spirito Santo. Maria - aggiunse l’angelo - darà alla luce il Salvatore del suo
popolo. Giuseppe mangiò la foglia e si tenne Maria, astenendosi dai rapporti
sessuali fino alla nascita del primogenito Gesù. Dunque, in seguito, avrebbe
generato altri figli. Secondo Luca, fu l’angelo Gabriele che, sei mesi dopo
l’annuncio del figlio Giovanni a Zaccaria, apparve a Maria per annunciarle il concepimento
miracoloso di Gesù, figlio dell’Altissimo, erede del regno di Davide, destinato
a regnare in eterno sulla casa di Giacobbe. Maria rimase turbata non
dall’improvvisa apparizione ma dalle parole dello sconosciuto, che era apparso
senza dire chi fosse, mentre a Zagaria era apparso presentandosi come angelo
Gabriele. Gesù, inoltre, non è descritto come modesto salvatore dei peccati del
suo popolo, bensì come re d’Israele. Come la prese Giuseppe l’incresciosa
notizia della gravidanza miracolosa di Maria, ciò non è detto. Nessuna
inventiva è impossibile alla fervida e contraddittoria fantasia degli
evangelisti!
Svetonio,
nella vita di Augusto, cita un frammento di Asclepiade di Mendes, secondo il
quale Atia (cioè Azia Maggiore), madre di Augusto, fu ingravidata dal dio
Apollo. Filostrato racconta che alla madre incinta di Apollonio di Tiana (il
Cristo pagano) apparve il dio Proteo. Ella, per nulla intimorita
dall’inquietante divinità, le chiese di chi si sarebbe sgravata. E l’altro
rispose che si sarebbe sgravata di lui. Nell’opera “Ricognizioni” di un autore
anonimo del II secolo, si racconta che Simone Mago, messia dei Samaritani, si
vantava di essere nato dalla vergine Rachele prima che costei avesse rapporti
sessuali con il marito. Apuleio, nell’opera “Su Platone e la sua dottrina”,
narra che Aristone, padre di Platone, fu ammonito da una voce divina di
lasciare illibata la sua sposa fino a quando il dio Apollo non la ingravidasse.
Nel mito di fondazione di Roma si racconta che la vestale Rea Silvia fu messa
in cinta dal dio Marte. Mitra, Adone e altre divinità della Persia, dell’Egitto
e della Siria si credevano concepiti da vergini donne rese gravide da uno
spirito divino. A simili racconti si dava credito in quei tempi.
Se Matteo fa
nascere Gesù nel decennio precedente l’anno zero, Luca lo fa nascere nel
successivo decennio. La nascita di Gesù al 25 dicembre, durante il periodo in
cui si celebravano a Roma i Saturnali e si festeggiava il natale del dio Mitra,
Sole Invitto, è un’invenzione della Chiesa.
Dopo la
nascita di Gesù in una grotta a Betlemme – secondo la narrazione di Luca – un
angelo avvertì i pastori nei dintorni che era nato in una mangiatoia il
Salvatore d’Israele. Intanto una moltitudine dell’esercito celeste inneggiava
il “Gloria”. I pastori accorsero ad adorare il Messia-Signore, seguendo le
indicazioni dell’angelo. Trascorsi otto giorni, il bambinello fu circonciso e,
in seguito, secondo gli usi ebraici, fu portato al Tempio in Gerusalemme per
essere riscattato con un’offerta. Nel Tempio fu riconosciuto dal pio Simeone
come il Cristo del Signore e dalla profetessa Anna come il liberatore di
Gerusalemme. La profezia divenne (o sarebbe dovuta diventare) di pubblico
dominio.
Matteo, a
differenza di Luca, fa nascere Gesù nella casa paterna, in Betlemme, dove
riceve la visita dei Magi guidati sul luogo da una stella (cosa del tutto
assurda). I Magi erano verosimilmente sacerdoti caldei, studiosi di astrologia;
essi credevano che i sette pianeti allora conosciuti mostrassero i segni degli
eventi futuri. L’evangelista aggiunge l’improbabile strage degli innocenti,
ordinata da Erode, e la preventiva fuga in Egitto della sacra famiglia,
avvertita del pericolo da un angelo.
Pastori,
magi e notabili del Tempio divulgarono la lieta notizia dell’avvento del
Messia, liberatore d’Israele, rendendola di dominio pubblico e dando così avvio
al mito e al mistero di Gesù, noto solamente agli scrittori cristiani.
Plutarco
narra che quando nacque Osiride fu udita una voce che lo proclamava Signore di
tutto il mondo. La voce stessa comandò a una donna di nome Pamilia, che andava
al tempio di Giove per attingere acqua, di divulgare in giro che era nato il
gran re e benefattore Osiride.
Svetonio
riporta una tradizione secondo la quale, prima della nascita di Augusto,
accadde un prodigio in Roma, del quale si congetturò che la natura stava per
partorire il re del popolo romano. Ciò diede adito al Senato di emanare un
editto, poi non applicato, con cui si ordinava di uccidere tutti i bambini nati
durante quell’anno fatidico.
Secondo la
tradizione giudaica, Elia doveva comparire alla fine del mondo, precedendo
l’avvento del Salvatore d’Israele. Gesù, come testimoniano gli autori dei
vangeli sinottici, parlando di Elia, intendeva riferirsi al suo precursore
Giovanni Battista. L’evangelista Giovanni, invece, dice che il Battista,
interrogato da sacerdoti, leviti e farisei, che gli chiesero se fosse lui il
Cristo o Elia o il profeta, cioè se fosse l’atteso salvatore escatologico,
rispose di no.
L’ennesimo
prodigio occorso durante il battesimo di Gesù sulle rive del Giordano non ebbe
effetti persuasivi, al pari degli altri miracoli e portenti operati da Gesù,
per la conversione dei giudei alla sua divina missione. Eppure, in molti videro
discendere su Gesù da uno squarcio di cielo lo Spirito di Dio sotto la forma di
una colomba e udirono la voce tonante di Dio Padre proclamarlo Figlio suo
diletto. Secondo alcuni antichi miti, la colomba era venerata come una divinità
(Semiramide, regina degli Assiri, ascese tra gli dei sotto forma di una
colomba). Gli evangelisti, seguendo la tradizione popolare, simboleggiarono
nella colomba l’immagine visibile dello Spirito di Dio.
Secondo una
mitologia giudaica, il regno di Satana, che ha potestà sulle tenebre, sarebbe
terminato con l’avvento del regno del Messia. Secondo i vangeli sinottici, lo
Spirito Santo, disceso su Gesù durante il rito del battesimo, volle mettere
alla prova la sua efficacia su Gesù, perciò lo condusse nel deserto, dove si
riteneva che abitassero gli spiriti malefici. In quel luogo desolato, vivendo
con le fiere, astenendosi dal mangiare, servito dagli angeli (a che pro?), Gesù
fu tentato per quaranta giorni da Satana, che evidentemente volle conoscere chi
fosse colui che l’avrebbe dovuto spodestare dal suo tenebroso regno. Gesù,
ovviamente, ne uscì vittorioso dalla lotta con il principe del male.
Tra i
prodigi operati da Gesù, soltanto l’evangelista Giovanni riporta quello della
trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di nozze nel villaggio di
Cana. Epifanio di Salamina, nella sua opera “Panarion” (trattato contro le
eresie), racconta che in una città della regione Caria (nell’attuale Turchia)
ci fosse una fontana da cui, nel giorno e ora in cui avvenne il prodigio di
Cana, scorreva vino anziché acqua. Plinio il Vecchio, nella sua opera “Storia
Naturale”, racconta che nell’isola di Andros nelle Cicladi alle idi di gennaio
(nel tredicesimo giorno del mese) zampillava vino da una fontana. Altri miti
raccontano analoghi portenti.
Se Luca
riporta la conversione di Zaccheo, ricco capo dei pubblicani (cioè magistrato
che sovrintendeva alle pubbliche rendite), Giovanni riporta quella di Nicodemo,
capo dei giudei (cioè un membro del Sinedrio, massimo organo religioso).
Soltanto Giovanni dice che quando Gesù venne in Giudea con i suoi discepoli a
battezzare, la gente accorreva per farsi da lui battezzare. I discepoli del
Battista si lamentarono con il loro maestro della concorrenza dell’altro, ma
egli rispose loro che non era lui il Messia, bensì Gesù. Poco più avanti, però,
Giovanni si corregge, dicendo che non era Gesù che battezzava ma i suoi
discepoli. I Sinottici, invece, dicono che la missione di Gesù consisteva nel
predicare; non dicono che lui o i suoi discepoli battezzassero. Giovanni,
inoltre, dice che Gesù e i suoi discepoli passarono per la Samaria, dove
avvenne l’incontro con la Samaritana al pozzo di Giacobbe. I Sinottici, invece,
dicono che Gesù proibì espressamente ai discepoli di andare in Samaria (fra
Giudei e Samaritani non correva buon sangue).
Secondo
Marco e Matteo, Gesù inizia la sua missione di predicatore nella regione
palestinese della Galilea, spostandosi lungo le sponde del lago di Tiberiade.
In seguito, va a predicare a Nazareth, dove diede scandalo e, a causa
dell’incredulità dei paesani, non poté compiere miracoli. Secondo Luca, invece,
Gesù venne prima a predicare a Nazareth, dove indignò i Nazareni che, a furor
di popolo, lo trascinarono fino in cima al monte, su cui era situato il loro
villaggio, per farlo precipitare giù (l’attuale Nazareth, però, non si trova
sul pendio di un monte). Gesù, chi sa come, in quel frangente riuscì a farla
franca, trasferendosi definitivamente a Cafarnao, sul lago di Tiberiade. Se per
Marco e Matteo i primi discepoli di Gesù erano pescatori, Luca aggiunge che
questi si convertirono dopo che Gesù compì il miracolo dell’abbondante pesca.
Un analogo miracolo racconta anche Giovanni, ma dopo la resurrezione di Cristo,
che si fece riconoscere dai discepoli affranti, dopo aver compiuto il miracolo
dell’abbondante pesca. Quanto alle singole conversioni di apostoli e discepoli,
gli evangelisti differiscono l’uno dagli altri. Due apostoli, Filippo e Andrea
(fratello di Simon Pietro), hanno nomi greci (ciò pare impossibile per un
giudeo palestinese). Un altro apostolo, Bartolomeo, sembra un patronimico
(bar-tolomeo, cioè figlio di Tolomeo, un nome greco). Luca aggiunge che Gesù
elesse anche altri settantadue discepoli e che li inviò in coppia nei luoghi
che stava per visitare.
Moltissimi e
clamorosi furono i miracoli e i prodigi che, secondo l’immaginazione degli
autori dei vangeli, Gesù avrebbe compiuto. Il famoso “Discorso sul monte” (una
raccolta di detti morali attribuiti a Gesù), riportato da Matteo, trova qualche
accenno in Marco e Luca (Discorso della pianura), non in Giovanni, che a sua
volta non conosce il miracolo della guarigione del lebbroso, narrata dai tre
sinottici (Luca aggiunge la miracolosa guarigione di altri dieci lebbrosi).
Alcuni pretesi miracoli di guarigione sono riferibili a un fatto medesimo
narrato in modo differente da ciascun evangelista, come le guarigioni dalle
infermità o quelle dalle supposte possessioni demoniache (queste ultime
sconosciute a Giovanni). Luca riferisce che quando Gesù guarì l’indemoniata di
Gerasa, la popolazione del luogo, anziché inneggiare al miracolo, si spaventò,
costringendo Gesù ad allontanarsi da loro. Anche il racconto della guarigione
di un paralitico è presentato in modo differente dagli evangelisti. Marco e
Luca aggiungono alla narrazione di Matteo un inverosimile episodio. A causa
della folla che ostruiva l’ingresso dell’abitazione in cui Gesù operava
guarigioni, alcune persone sollevarono il lettuccio, su cui giaceva il
paralitico, fin sopra il tetto della casa. Una volta scoperchiate le tegole e
praticato un foro, lo calarono giù presso Gesù, da cui fu tosto guarito.
Giovanni, invece, cambia i particolari. Il miracolo avvenne non in una casa
della Galilea, ma a Gerusalemme, presso la piscina di Betesda.
Quanto
all’incredibile e impossibile risuscitazione di morti, Marco, Matteo e Luca
riportano l’episodio della risuscitazione della figlia di Giairo, capo della
sinagoga. Luca aggiunge la risuscitazione del figlio della vedova di Naim.
Giovanni non conosce i prodigi di risuscitamento narrati dai sinottici, né gli
autori di questi vangeli conoscono il clamoroso ritorno in vita di Lazzaro,
l’amato da Gesù, avvenuto in Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, narrato
da Giovanni. Lazzaro era il fratello di Marta e di quella Maria che aveva unto
il Signore con del profumo costosissimo e gli aveva asciugato i piedi con i
capelli. Luca dice che l’unzione di Gesù avvenne in un villaggio della Galilea
nella casa di un fariseo, che aveva invitato a pranzo Gesù; aggiunge, inoltre,
che l’unzione gli fu fatta da una peccatrice, di cui non indica il nome. Di
Marta e Maria, Luca racconta un diverso episodio avvenuto in un villaggio, di
cui non specifica il nome. Matteo e Marco riportano l’episodio dell’unzione con
unguento prezioso avvenuto in Betania nella casa di Simone il lebbroso da parte
di una donna, di cui non specificano il nome.
Circa le
guarigioni miracolose di ciechi narrate dai quattro evangelisti, Marco dice che
la guarigione miracolosa di un cieco avvenne a Betsaida (villaggio a nord del
Lago di Tiberiade, nella regione Gaulanitide, confinante con la Galilea).
Betsaida, dove secondo Giovanni erano nati gli apostoli Pietro, Andrea e
Filippo, fu aspramente rimproverata da Gesù (secondo Matteo, perché gli
abitanti non si erano convertiti, nonostante i numerosi miracoli cui avevano
assistito). Matteo dice che Gesù guarì due ciechi a Cafarnao e subito dopo un
sordomuto. Aggiunge che guarì un indemoniato cieco e muto e altri due ciechi a
Gerico (secondo Luca e Marco era uno; Marco specifica che quel cieco era
Bar-timeo, cioè figlio di Timeo). Giovanni dice che Gesù guarì un cieco a
Gerusalemme. Marco e Giovanni dicono che Gesù guarì il cieco applicandogli
negli occhi un impiastro di fango (Marco aggiunge che il cieco guarì dopo che
Gesù applicò due volte le mani sugli occhi; Giovanni, invece precisa che il
cieco guarì dopo essersi lavato nella piscina di Siloe). In Matteo, tutti i
ciechi sono guariti mediante il tocco delle mani. In Marco, Bartimeo è guarito
con la semplice parola, a differenza del cieco di Betsaida. Anche Luca dice che
Gesù guarì il cieco con la parola. Lo storico romano Tacito riporta analoghe
guarigioni operate dall’imperatore Vespasiano.
Tutti e
quattro gli evangelisti raccontano l’inverosimile episodio miracoloso della
moltiplicazione di alcuni pani e pesci per sfamare la numerosa folla al seguito
di Gesù (più di quattromila o cinquemila persone). Soltanto Marco e Matteo
raccontano un altro analogo episodio, quello della seconda moltiplicazione di
pochi pani e pesci. Ovviamente, gli evangelisti differiscono tra loro in molti
particolari. Per esempio, se nel primo episodio Gesù benedisse e moltiplicò
cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione, avanzarono dodici ceste
(allusione ai dodici apostoli e alle dodici tribù d’Israele); nel secondo
episodio egli benedisse cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione,
avanzarono sette ceste (numero sacro per gli ebrei). Secondo la tradizione
giudaica, anche Elia ed Eliseo compirono il miracolo della moltiplicazione di
farina e olio. Quanto alle leggende che si raccontano su Maometto, ve ne sono
alcune riferite ai suoi supposti prodigi. Per sfamare gli operai che stavano
scavando una trincera intorno a Medina per resistere all’assedio dei Meccani,
Maometto compì il portento di moltiplicare le provviste di datteri secchi, di
un pane d’orzo e di un arrosto di agnello (notizia tratta dal Dizionario
storico-mitologico di Giovanni Pozzoli).
Un altro
inverosimile episodio, quello di Gesù che cammina sulle acque del lago di
Tiberiade per soccorrere gli apostoli durante una tempesta, è narrato da tre
autori dei vangeli: Marco, Matteo e Giovanni. Luca, assieme a Marco e Matteo,
riporta un altro inverosimile episodio, quello di aver sedato una tempesta,
mentre viaggiava in barca con gli apostoli. L’uno e l’altro episodio sono
narrati in modi diversi dagli autori dei vangeli. Del resto, nei libri biblici
si racconta che Mosè passo a piedi il Mar Rosso senza bagnarsi; anche Giosuè
passo a piedi il fiume Giordano senza bagnarsi, e lo stesso fece Eliseo
stendendo il mantello di Elia.
Gli autori
dei vangeli sinottici riportano la risposta che gli apostoli diedero a Gesù,
quando chiese loro cosa pensavano di lui. Gli rispose l’apostolo Pietro,
dicendogli che era il Messia (secondo Marco); che era il Messia di Dio (secondo
Luca); che era il Messia, figlio del Dio vivente (secondo Matteo). Soltanto
l’evangelista Matteo riporta che Gesù elogia Pietro perché il Padre celeste a
lui ha rivelato la divinità del Figlio. Poi (continua il racconto di Matteo),
seduta stante, lo insignì quale pietra angolare dell’edificante Chiesa,
sentenziando che le tenebre non prevarranno mai su di essa. A Pietro (e ai suoi
successori) darà le chiavi del Regno dei cieli e ogni cosa che egli avrà legato
o sciolto sulla terra, altrettanto avverrà nei cieli. Pare evidente che in
Matteo ci sia un’interpolazione aggiunta in tempi successivi dai teologi per
dar lustro, autorità, sacralità e supremazia ai successori di Pietro. La
facoltà di legare e sciogliere, in verità, Gesù la concesse, come lo stesso
Matteo riporta più avanti nel suo vangelo, a tutti gli apostoli. La medesima
cosa fa dire Giovanni a Gesù risorto, quando soffiò sugli apostoli lo Spirito
Santo.
Gli autori
dei vangeli sinottici dicono che l’ultima cena di Gesù con gli apostoli fu
consumata durante la ricorrenza della Pasqua (ebraica), in cui -secondo la
Chiesa- Gesù istituì il sacramento dell’Eucaristia. Per Marco e Matteo, durante
il consumo della cena, Gesù prese del pane, lo benedì, lo spezzo e invitò i
discepoli a mangiarne, perché quello era il suo corpo. Luca aggiunge “che è
dato per voi” (dunque non per tutti). Prese poi del calice colmo di vino, lo
benedì e invitò i discepoli a berne, perché, secondo Marco e Matteo, quello era
il suo sangue della nuova alleanza che stava per versare per molti (dunque non
per tutti). Matteo aggiunge “in remissione dei peccati” (supponendo una colpa
da espiare e una vittima da sacrificare). Luca, invece, fa dire a Gesù, dopo
l’offerta del vino ai discepoli, che egli non avrebbe più bevuto vino fino a
quando non verrà il Regno di Dio. Questo fan dire a Gesù anche gli altri due
evangelisti, precisando, l’uno (Marco), che lo berrà con loro nel Regno di Dio,
l’altro (Matteo), nel Regno del Padre mio (qualificando così Gesù come Figlio
di Dio). Solamente Luca fa dire a Gesù “Fate questo in memoria di me”, cioè in
ricordo dell’imminente morte. Su queste parole la Chiesa ha poi istituito il
rituale del sacramento eucaristico.
Giovanni,
invece, dice che l’ultima cena avvenne prima della festa di Pasqua, ma non fa
alcun accenno all’istituzione dell’Eucaristia. Egli riporta soltanto l’episodio
della cerimonia che si riferisce al lavaggio dei piedi agli apostoli, ignorata
dai sinottici. Continua la narrazione con una lunga, mistica predica di Gesù,
nella quale, fra l’altro, gli fa dire che lui è nel Padre come il Padre è in
lui, anche se il Padre è più grande di lui, ma lui è la via, la verità e la
luce. Aggiunge la promessa di Gesù ai discepoli, che il Padre manderà un altro
Paracleto, cioè lo Spirito Santo, che farà loro ricordare tutto quello che lui
ha predicato. In un’altra predica, precedente quella dell’ultima cena, Giovanni
fa dire a Gesù che lui è il pane della vita, cioè la sua carne che sacrificherà
per la vita del mondo. Chi non mangerà la sua carne e non berrà il suo sangue
non avrà la vita eterna.
Se, però,
molti sono i chiamati e pochi gli eletti, e se il sangue di Cristo, simbolo
della nuova alleanza (e non più il sangue della circoncisione, che sanciva l’antica
alleanza tra Dio e gli ebrei sotto il giogo della Legge), è versato per molti
(non per tutti), e se il suo corpo è stato sacrificato per la salvezza di pochi
eletti, allora l’immolazione di Cristo sulla croce appare essere a esclusivo
beneficio dei predestinati alla salvezza.
Di altre
invenzioni, incoerenze e assurdità riportate dagli autori dei vangeli circa la
cattura, il processo, la condanna, la morte, la sepoltura, la risurrezione,
l’apparizione e l’ascensione del risorto Gesù, voglia il lettore curioso,
improntato a pazienza e guarnito di spirito critico, dedurle direttamente dal
confronto dei contraddittori racconti degli evangelisti.
Lucio Apulo Daunio
Nessun commento:
Posta un commento