martedì 2 ottobre 2012


SPIGOLATURE EVANGELICHE

              



               Gli autori dei vangeli canonici (cioè ritenuti ispirati da Dio) narrano i detti, i fatti, i tempi, le persone e altre circostanze della vita di Gesù in modo differente sia gli uni dagli altri sia rispetto agli altri autori dei vangeli apocrifi (quelli che la Chiesa, in seguito, ha ritenuto non ispirati da Dio). Taluni, poi, dicono ciò che altri ignorano. Due vangeli canonici, attribuiti a Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, sono l’uno diverso dall’altro, tanto che il Gesù dell’uno non assomiglia a quello dell’altro. Marco, che ha scritto il vangelo riportando altrui testimonianze, ignora la nascita di Gesù e quella del suo precursore Giovanni Battista. Matteo e Luca, invece, descrivono nei più intimi dettagli la nascita di Gesù. Luca aggiunge quella di Giovanni Battista e un episodio dell’adolescenza di Gesù, che discute con i dotti ebrei nel Tempio. Giovanni, come Marco, nulla dice sulla nascita dell’uno e dell’altro.

Luca fa nascere i due protagonisti al tempo di Erode il Grande, re di Giudea. Un angelo, Gabriele, annuncia prima a Zagaria la nascita del figlio Giovanni, il Battista, e sei mesi dopo, a Maria di Nazareth, la miracolosa concezione di Gesù. Maria, dopo il divino concepimento, parte (da sola?) verso la Giudea per far visita alla parente Elisabetta, moglie di Zagaria. Vi resta per circa tre mesi con loro, facendo esultare Giovanni nel seno di sua madre. L’evangelista Giovanni, invece, fa dire al Battista che non conosceva Gesù, né come parente né come Messia. Luca racconta che, a causa di un (improbabile) censimento disposto dalle autorità romane, Giuseppe e Maria, prossima a partorire, lasciarono la Galilea per recarsi in Giudea, a Betlemme, paese originario della sacra famiglia, dove alloggiarono presso una stalla perché non c’era posto in albergo a causa dell’affollamento (non pare credibile che non avessero più alcun parente che potesse ospitarli). Dopo il parto di Maria, andarono a Gerusalemme nel Tempio per ottemperare alle prescrizioni legali. Luca ignora se andarono a trovare i parenti Zagaria ed Elisabetta ivi residenti. Eppure, il bambino Gesù fu riconosciuto nel Tempio come l’atteso Salvatore di Israele. In tutta Gerusalemme si era sparsa la voce del lieto evento e, qualche tempo prima, anche nella vicina Betlemme e dintorni per opera dei pastori, che andarono ad adorare il bambinello nella mangiatoia. Luca, però, prima dice che Gesù e il Battista erano parenti ed entrambi conoscevano la missione cui l’altro era destinato, poi, nel proseguimento del racconto, dice che il Battista dubitò della messianicità del Cristo, ancorché avesse visto discendere lo Spirito Santo in forma di colomba durante il battesimo dell’altro.

Nel sacro poema epico dell’India, il Mahabharata, si contempla un leggendario episodio analogo alla vicenda di Zagaria. Nascite miracolose annunciate da angeli si riscontrano anche nell’A.T., come quelle di Isacco, di Sansone e di Samuele, che furono consacrati al dio d’Israele. Gli angeli Gabriele, Michele e Raffaele, secondarie figure protagoniste dell’Antico e del Nuovo Testamento (Nuova Alleanza), fanno parte della mitologia persiano-caldea, importata dalla cultura ebraica durante la cattività babilonese.

Matteo, all’inizio del suo racconto, riporta la genealogia di Gesù, iniziando da Abramo, e suddividendola in tre gruppi ciascuno di quattordici generazioni (per un totale effettivo di quarantuno anziché quarantadue generazioni). Questa genealogia presenta imprecisioni e differenze rispetto alle genealogie riportate nei testi ebraici. Lo scopo cui allude l’evangelista è dimostrare la discendenza di Gesù, preteso Messia Salvatore, dalla stirpe di Davide, com’era stato annunziato dai profeti. Luca, invece, che descrive la genealogia di Gesù dopo l’episodio del battesimo, risale fino ad Adamo, differendo in più punti da quella riportata da Matteo. Quanto al padre putativo di Gesù, sia l’uno sia l’altro evangelista lo fanno discendere da persone diverse. Dubbia è in Luca la discendenza di Maria dalla casa di Davide, essendo la stessa stretta parente di Elisabetta, discendente dalla casa di Aronne. Dunque, dubbia è anche la discendenza di Gesù dalla stirpe di Davide, se si afferma dogmaticamente che Giuseppe è padre putativo, anziché naturale di Gesù e che questi è consanguineo di Giovanni Battista. In verità, lo scopo di Luca è dimostrare che Gesù non soltanto apparterebbe alla stirpe davidica nella linea del padre Giuseppe, ma è anche sacerdote e re come Melchisedec , discendente della stirpe di Aronne (in verità, Melchisedec era un sacerdote cananeo), cui apparterebbe la madre Maria. Ne consegue l’assurda discendenza di Maria dalle due stirpi, regale e sacerdotale. Sembra quindi evidente che i perduti testi originari, attribuiti a Matteo e Luca, siano stati in seguito rimaneggiati per avvalorare le interpretazioni ideologiche delle varie comunità religiose dominanti.

Marco tace sulla nascita miracolosa e sulla vita di Gesù fino all’età adulta, quando inizia la sua pretesa missione divina. Egli è il Cristo, ancorché figlio di Maria e del carpentiere Giuseppe, dimoranti in uno sconosciuto villaggio della Galilea. Ha fratelli e sorelle, dunque non è figlio unigenito. Marco quindi ignora ciò che poi diverrà di fondamentale importanza del cristianesimo, anche se il suo vangelo pare che sia tra le più antiche testimonianze sulla vita di Gesù. Anche Giovanni, quantunque divinizzi la figura di Gesù, tace sulla sua vita fino all’età adulta. Egli fa dire a un discepolo che Gesù è figlio di Giuseppe, da Nazareth. Ha fratelli che non credevano in lui. Eppure, secondo Matteo e Luca, la sua nascita soprannaturale divenne un fatto pubblico in Giudea. Matteo asserisce che la dimora della sacra famiglia era in Betlemme (contraddicendo Luca, che pur confermando la nascita di Gesù a Betlemme, in Giudea, a causa di un censimento, dice che sia prima sia dopo la nascita di Gesù la famiglia abitava in Nazareth, nella Galilea).

Secondo Matteo, prima di consumare il matrimonio con Giuseppe, Maria si trovò incinta per opera divina. Accortosi della gravidanza, Giuseppe voleva ripudiarla, ma un angelo apparsogli in sogno lo informò che a mettere incinta Maria era stato lo Spirito Santo. Maria - aggiunse l’angelo - darà alla luce il Salvatore del suo popolo. Giuseppe mangiò la foglia e si tenne Maria, astenendosi dai rapporti sessuali fino alla nascita del primogenito Gesù. Dunque, in seguito, avrebbe generato altri figli. Secondo Luca, fu l’angelo Gabriele che, sei mesi dopo l’annuncio del figlio Giovanni a Zaccaria, apparve a Maria per annunciarle il concepimento miracoloso di Gesù, figlio dell’Altissimo, erede del regno di Davide, destinato a regnare in eterno sulla casa di Giacobbe. Maria rimase turbata non dall’improvvisa apparizione ma dalle parole dello sconosciuto, che era apparso senza dire chi fosse, mentre a Zagaria era apparso presentandosi come angelo Gabriele. Gesù, inoltre, non è descritto come modesto salvatore dei peccati del suo popolo, bensì come re d’Israele. Come la prese Giuseppe l’incresciosa notizia della gravidanza miracolosa di Maria, ciò non è detto. Nessuna inventiva è impossibile alla fervida e contraddittoria fantasia degli evangelisti!

Svetonio, nella vita di Augusto, cita un frammento di Asclepiade di Mendes, secondo il quale Atia (cioè Azia Maggiore), madre di Augusto, fu ingravidata dal dio Apollo. Filostrato racconta che alla madre incinta di Apollonio di Tiana (il Cristo pagano) apparve il dio Proteo. Ella, per nulla intimorita dall’inquietante divinità, le chiese di chi si sarebbe sgravata. E l’altro rispose che si sarebbe sgravata di lui. Nell’opera “Ricognizioni” di un autore anonimo del II secolo, si racconta che Simone Mago, messia dei Samaritani, si vantava di essere nato dalla vergine Rachele prima che costei avesse rapporti sessuali con il marito. Apuleio, nell’opera “Su Platone e la sua dottrina”, narra che Aristone, padre di Platone, fu ammonito da una voce divina di lasciare illibata la sua sposa fino a quando il dio Apollo non la ingravidasse. Nel mito di fondazione di Roma si racconta che la vestale Rea Silvia fu messa in cinta dal dio Marte. Mitra, Adone e altre divinità della Persia, dell’Egitto e della Siria si credevano concepiti da vergini donne rese gravide da uno spirito divino. A simili racconti si dava credito in quei tempi.

Se Matteo fa nascere Gesù nel decennio precedente l’anno zero, Luca lo fa nascere nel successivo decennio. La nascita di Gesù al 25 dicembre, durante il periodo in cui si celebravano a Roma i Saturnali e si festeggiava il natale del dio Mitra, Sole Invitto, è un’invenzione della Chiesa.

Dopo la nascita di Gesù in una grotta a Betlemme – secondo la narrazione di Luca – un angelo avvertì i pastori nei dintorni che era nato in una mangiatoia il Salvatore d’Israele. Intanto una moltitudine dell’esercito celeste inneggiava il “Gloria”. I pastori accorsero ad adorare il Messia-Signore, seguendo le indicazioni dell’angelo. Trascorsi otto giorni, il bambinello fu circonciso e, in seguito, secondo gli usi ebraici, fu portato al Tempio in Gerusalemme per essere riscattato con un’offerta. Nel Tempio fu riconosciuto dal pio Simeone come il Cristo del Signore e dalla profetessa Anna come il liberatore di Gerusalemme. La profezia divenne (o sarebbe dovuta diventare) di pubblico dominio.

Matteo, a differenza di Luca, fa nascere Gesù nella casa paterna, in Betlemme, dove riceve la visita dei Magi guidati sul luogo da una stella (cosa del tutto assurda). I Magi erano verosimilmente sacerdoti caldei, studiosi di astrologia; essi credevano che i sette pianeti allora conosciuti mostrassero i segni degli eventi futuri. L’evangelista aggiunge l’improbabile strage degli innocenti, ordinata da Erode, e la preventiva fuga in Egitto della sacra famiglia, avvertita del pericolo da un angelo.

Pastori, magi e notabili del Tempio divulgarono la lieta notizia dell’avvento del Messia, liberatore d’Israele, rendendola di dominio pubblico e dando così avvio al mito e al mistero di Gesù, noto solamente agli scrittori cristiani.

Plutarco narra che quando nacque Osiride fu udita una voce che lo proclamava Signore di tutto il mondo. La voce stessa comandò a una donna di nome Pamilia, che andava al tempio di Giove per attingere acqua, di divulgare in giro che era nato il gran re e benefattore Osiride.

Svetonio riporta una tradizione secondo la quale, prima della nascita di Augusto, accadde un prodigio in Roma, del quale si congetturò che la natura stava per partorire il re del popolo romano. Ciò diede adito al Senato di emanare un editto, poi non applicato, con cui si ordinava di uccidere tutti i bambini nati durante quell’anno fatidico.

Secondo la tradizione giudaica, Elia doveva comparire alla fine del mondo, precedendo l’avvento del Salvatore d’Israele. Gesù, come testimoniano gli autori dei vangeli sinottici, parlando di Elia, intendeva riferirsi al suo precursore Giovanni Battista. L’evangelista Giovanni, invece, dice che il Battista, interrogato da sacerdoti, leviti e farisei, che gli chiesero se fosse lui il Cristo o Elia o il profeta, cioè se fosse l’atteso salvatore escatologico, rispose di no.

L’ennesimo prodigio occorso durante il battesimo di Gesù sulle rive del Giordano non ebbe effetti persuasivi, al pari degli altri miracoli e portenti operati da Gesù, per la conversione dei giudei alla sua divina missione. Eppure, in molti videro discendere su Gesù da uno squarcio di cielo lo Spirito di Dio sotto la forma di una colomba e udirono la voce tonante di Dio Padre proclamarlo Figlio suo diletto. Secondo alcuni antichi miti, la colomba era venerata come una divinità (Semiramide, regina degli Assiri, ascese tra gli dei sotto forma di una colomba). Gli evangelisti, seguendo la tradizione popolare, simboleggiarono nella colomba l’immagine visibile dello Spirito di Dio.

Secondo una mitologia giudaica, il regno di Satana, che ha potestà sulle tenebre, sarebbe terminato con l’avvento del regno del Messia. Secondo i vangeli sinottici, lo Spirito Santo, disceso su Gesù durante il rito del battesimo, volle mettere alla prova la sua efficacia su Gesù, perciò lo condusse nel deserto, dove si riteneva che abitassero gli spiriti malefici. In quel luogo desolato, vivendo con le fiere, astenendosi dal mangiare, servito dagli angeli (a che pro?), Gesù fu tentato per quaranta giorni da Satana, che evidentemente volle conoscere chi fosse colui che l’avrebbe dovuto spodestare dal suo tenebroso regno. Gesù, ovviamente, ne uscì vittorioso dalla lotta con il principe del male.

Tra i prodigi operati da Gesù, soltanto l’evangelista Giovanni riporta quello della trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di nozze nel villaggio di Cana. Epifanio di Salamina, nella sua opera “Panarion” (trattato contro le eresie), racconta che in una città della regione Caria (nell’attuale Turchia) ci fosse una fontana da cui, nel giorno e ora in cui avvenne il prodigio di Cana, scorreva vino anziché acqua. Plinio il Vecchio, nella sua opera “Storia Naturale”, racconta che nell’isola di Andros nelle Cicladi alle idi di gennaio (nel tredicesimo giorno del mese) zampillava vino da una fontana. Altri miti raccontano analoghi portenti.

Se Luca riporta la conversione di Zaccheo, ricco capo dei pubblicani (cioè magistrato che sovrintendeva alle pubbliche rendite), Giovanni riporta quella di Nicodemo, capo dei giudei (cioè un membro del Sinedrio, massimo organo religioso). Soltanto Giovanni dice che quando Gesù venne in Giudea con i suoi discepoli a battezzare, la gente accorreva per farsi da lui battezzare. I discepoli del Battista si lamentarono con il loro maestro della concorrenza dell’altro, ma egli rispose loro che non era lui il Messia, bensì Gesù. Poco più avanti, però, Giovanni si corregge, dicendo che non era Gesù che battezzava ma i suoi discepoli. I Sinottici, invece, dicono che la missione di Gesù consisteva nel predicare; non dicono che lui o i suoi discepoli battezzassero. Giovanni, inoltre, dice che Gesù e i suoi discepoli passarono per la Samaria, dove avvenne l’incontro con la Samaritana al pozzo di Giacobbe. I Sinottici, invece, dicono che Gesù proibì espressamente ai discepoli di andare in Samaria (fra Giudei e Samaritani non correva buon sangue).

Secondo Marco e Matteo, Gesù inizia la sua missione di predicatore nella regione palestinese della Galilea, spostandosi lungo le sponde del lago di Tiberiade. In seguito, va a predicare a Nazareth, dove diede scandalo e, a causa dell’incredulità dei paesani, non poté compiere miracoli. Secondo Luca, invece, Gesù venne prima a predicare a Nazareth, dove indignò i Nazareni che, a furor di popolo, lo trascinarono fino in cima al monte, su cui era situato il loro villaggio, per farlo precipitare giù (l’attuale Nazareth, però, non si trova sul pendio di un monte). Gesù, chi sa come, in quel frangente riuscì a farla franca, trasferendosi definitivamente a Cafarnao, sul lago di Tiberiade. Se per Marco e Matteo i primi discepoli di Gesù erano pescatori, Luca aggiunge che questi si convertirono dopo che Gesù compì il miracolo dell’abbondante pesca. Un analogo miracolo racconta anche Giovanni, ma dopo la resurrezione di Cristo, che si fece riconoscere dai discepoli affranti, dopo aver compiuto il miracolo dell’abbondante pesca. Quanto alle singole conversioni di apostoli e discepoli, gli evangelisti differiscono l’uno dagli altri. Due apostoli, Filippo e Andrea (fratello di Simon Pietro), hanno nomi greci (ciò pare impossibile per un giudeo palestinese). Un altro apostolo, Bartolomeo, sembra un patronimico (bar-tolomeo, cioè figlio di Tolomeo, un nome greco). Luca aggiunge che Gesù elesse anche altri settantadue discepoli e che li inviò in coppia nei luoghi che stava per visitare.

Moltissimi e clamorosi furono i miracoli e i prodigi che, secondo l’immaginazione degli autori dei vangeli, Gesù avrebbe compiuto. Il famoso “Discorso sul monte” (una raccolta di detti morali attribuiti a Gesù), riportato da Matteo, trova qualche accenno in Marco e Luca (Discorso della pianura), non in Giovanni, che a sua volta non conosce il miracolo della guarigione del lebbroso, narrata dai tre sinottici (Luca aggiunge la miracolosa guarigione di altri dieci lebbrosi). Alcuni pretesi miracoli di guarigione sono riferibili a un fatto medesimo narrato in modo differente da ciascun evangelista, come le guarigioni dalle infermità o quelle dalle supposte possessioni demoniache (queste ultime sconosciute a Giovanni). Luca riferisce che quando Gesù guarì l’indemoniata di Gerasa, la popolazione del luogo, anziché inneggiare al miracolo, si spaventò, costringendo Gesù ad allontanarsi da loro. Anche il racconto della guarigione di un paralitico è presentato in modo differente dagli evangelisti. Marco e Luca aggiungono alla narrazione di Matteo un inverosimile episodio. A causa della folla che ostruiva l’ingresso dell’abitazione in cui Gesù operava guarigioni, alcune persone sollevarono il lettuccio, su cui giaceva il paralitico, fin sopra il tetto della casa. Una volta scoperchiate le tegole e praticato un foro, lo calarono giù presso Gesù, da cui fu tosto guarito. Giovanni, invece, cambia i particolari. Il miracolo avvenne non in una casa della Galilea, ma a Gerusalemme, presso la piscina di Betesda.

Quanto all’incredibile e impossibile risuscitazione di morti, Marco, Matteo e Luca riportano l’episodio della risuscitazione della figlia di Giairo, capo della sinagoga. Luca aggiunge la risuscitazione del figlio della vedova di Naim. Giovanni non conosce i prodigi di risuscitamento narrati dai sinottici, né gli autori di questi vangeli conoscono il clamoroso ritorno in vita di Lazzaro, l’amato da Gesù, avvenuto in Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, narrato da Giovanni. Lazzaro era il fratello di Marta e di quella Maria che aveva unto il Signore con del profumo costosissimo e gli aveva asciugato i piedi con i capelli. Luca dice che l’unzione di Gesù avvenne in un villaggio della Galilea nella casa di un fariseo, che aveva invitato a pranzo Gesù; aggiunge, inoltre, che l’unzione gli fu fatta da una peccatrice, di cui non indica il nome. Di Marta e Maria, Luca racconta un diverso episodio avvenuto in un villaggio, di cui non specifica il nome. Matteo e Marco riportano l’episodio dell’unzione con unguento prezioso avvenuto in Betania nella casa di Simone il lebbroso da parte di una donna, di cui non specificano il nome.

Circa le guarigioni miracolose di ciechi narrate dai quattro evangelisti, Marco dice che la guarigione miracolosa di un cieco avvenne a Betsaida (villaggio a nord del Lago di Tiberiade, nella regione Gaulanitide, confinante con la Galilea). Betsaida, dove secondo Giovanni erano nati gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo, fu aspramente rimproverata da Gesù (secondo Matteo, perché gli abitanti non si erano convertiti, nonostante i numerosi miracoli cui avevano assistito). Matteo dice che Gesù guarì due ciechi a Cafarnao e subito dopo un sordomuto. Aggiunge che guarì un indemoniato cieco e muto e altri due ciechi a Gerico (secondo Luca e Marco era uno; Marco specifica che quel cieco era Bar-timeo, cioè figlio di Timeo). Giovanni dice che Gesù guarì un cieco a Gerusalemme. Marco e Giovanni dicono che Gesù guarì il cieco applicandogli negli occhi un impiastro di fango (Marco aggiunge che il cieco guarì dopo che Gesù applicò due volte le mani sugli occhi; Giovanni, invece precisa che il cieco guarì dopo essersi lavato nella piscina di Siloe). In Matteo, tutti i ciechi sono guariti mediante il tocco delle mani. In Marco, Bartimeo è guarito con la semplice parola, a differenza del cieco di Betsaida. Anche Luca dice che Gesù guarì il cieco con la parola. Lo storico romano Tacito riporta analoghe guarigioni operate dall’imperatore Vespasiano.

Tutti e quattro gli evangelisti raccontano l’inverosimile episodio miracoloso della moltiplicazione di alcuni pani e pesci per sfamare la numerosa folla al seguito di Gesù (più di quattromila o cinquemila persone). Soltanto Marco e Matteo raccontano un altro analogo episodio, quello della seconda moltiplicazione di pochi pani e pesci. Ovviamente, gli evangelisti differiscono tra loro in molti particolari. Per esempio, se nel primo episodio Gesù benedisse e moltiplicò cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione, avanzarono dodici ceste (allusione ai dodici apostoli e alle dodici tribù d’Israele); nel secondo episodio egli benedisse cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione, avanzarono sette ceste (numero sacro per gli ebrei). Secondo la tradizione giudaica, anche Elia ed Eliseo compirono il miracolo della moltiplicazione di farina e olio. Quanto alle leggende che si raccontano su Maometto, ve ne sono alcune riferite ai suoi supposti prodigi. Per sfamare gli operai che stavano scavando una trincera intorno a Medina per resistere all’assedio dei Meccani, Maometto compì il portento di moltiplicare le provviste di datteri secchi, di un pane d’orzo e di un arrosto di agnello (notizia tratta dal Dizionario storico-mitologico di Giovanni Pozzoli).

Un altro inverosimile episodio, quello di Gesù che cammina sulle acque del lago di Tiberiade per soccorrere gli apostoli durante una tempesta, è narrato da tre autori dei vangeli: Marco, Matteo e Giovanni. Luca, assieme a Marco e Matteo, riporta un altro inverosimile episodio, quello di aver sedato una tempesta, mentre viaggiava in barca con gli apostoli. L’uno e l’altro episodio sono narrati in modi diversi dagli autori dei vangeli. Del resto, nei libri biblici si racconta che Mosè passo a piedi il Mar Rosso senza bagnarsi; anche Giosuè passo a piedi il fiume Giordano senza bagnarsi, e lo stesso fece Eliseo stendendo il mantello di Elia.

Gli autori dei vangeli sinottici riportano la risposta che gli apostoli diedero a Gesù, quando chiese loro cosa pensavano di lui. Gli rispose l’apostolo Pietro, dicendogli che era il Messia (secondo Marco); che era il Messia di Dio (secondo Luca); che era il Messia, figlio del Dio vivente (secondo Matteo). Soltanto l’evangelista Matteo riporta che Gesù elogia Pietro perché il Padre celeste a lui ha rivelato la divinità del Figlio. Poi (continua il racconto di Matteo), seduta stante, lo insignì quale pietra angolare dell’edificante Chiesa, sentenziando che le tenebre non prevarranno mai su di essa. A Pietro (e ai suoi successori) darà le chiavi del Regno dei cieli e ogni cosa che egli avrà legato o sciolto sulla terra, altrettanto avverrà nei cieli. Pare evidente che in Matteo ci sia un’interpolazione aggiunta in tempi successivi dai teologi per dar lustro, autorità, sacralità e supremazia ai successori di Pietro. La facoltà di legare e sciogliere, in verità, Gesù la concesse, come lo stesso Matteo riporta più avanti nel suo vangelo, a tutti gli apostoli. La medesima cosa fa dire Giovanni a Gesù risorto, quando soffiò sugli apostoli lo Spirito Santo.

Gli autori dei vangeli sinottici dicono che l’ultima cena di Gesù con gli apostoli fu consumata durante la ricorrenza della Pasqua (ebraica), in cui -secondo la Chiesa- Gesù istituì il sacramento dell’Eucaristia. Per Marco e Matteo, durante il consumo della cena, Gesù prese del pane, lo benedì, lo spezzo e invitò i discepoli a mangiarne, perché quello era il suo corpo. Luca aggiunge “che è dato per voi” (dunque non per tutti). Prese poi del calice colmo di vino, lo benedì e invitò i discepoli a berne, perché, secondo Marco e Matteo, quello era il suo sangue della nuova alleanza che stava per versare per molti (dunque non per tutti). Matteo aggiunge “in remissione dei peccati” (supponendo una colpa da espiare e una vittima da sacrificare). Luca, invece, fa dire a Gesù, dopo l’offerta del vino ai discepoli, che egli non avrebbe più bevuto vino fino a quando non verrà il Regno di Dio. Questo fan dire a Gesù anche gli altri due evangelisti, precisando, l’uno (Marco), che lo berrà con loro nel Regno di Dio, l’altro (Matteo), nel Regno del Padre mio (qualificando così Gesù come Figlio di Dio). Solamente Luca fa dire a Gesù “Fate questo in memoria di me”, cioè in ricordo dell’imminente morte. Su queste parole la Chiesa ha poi istituito il rituale del sacramento eucaristico.

Giovanni, invece, dice che l’ultima cena avvenne prima della festa di Pasqua, ma non fa alcun accenno all’istituzione dell’Eucaristia. Egli riporta soltanto l’episodio della cerimonia che si riferisce al lavaggio dei piedi agli apostoli, ignorata dai sinottici. Continua la narrazione con una lunga, mistica predica di Gesù, nella quale, fra l’altro, gli fa dire che lui è nel Padre come il Padre è in lui, anche se il Padre è più grande di lui, ma lui è la via, la verità e la luce. Aggiunge la promessa di Gesù ai discepoli, che il Padre manderà un altro Paracleto, cioè lo Spirito Santo, che farà loro ricordare tutto quello che lui ha predicato. In un’altra predica, precedente quella dell’ultima cena, Giovanni fa dire a Gesù che lui è il pane della vita, cioè la sua carne che sacrificherà per la vita del mondo. Chi non mangerà la sua carne e non berrà il suo sangue non avrà la vita eterna.

Se, però, molti sono i chiamati e pochi gli eletti, e se il sangue di Cristo, simbolo della nuova alleanza (e non più il sangue della circoncisione, che sanciva l’antica alleanza tra Dio e gli ebrei sotto il giogo della Legge), è versato per molti (non per tutti), e se il suo corpo è stato sacrificato per la salvezza di pochi eletti, allora l’immolazione di Cristo sulla croce appare essere a esclusivo beneficio dei predestinati alla salvezza.

Di altre invenzioni, incoerenze e assurdità riportate dagli autori dei vangeli circa la cattura, il processo, la condanna, la morte, la sepoltura, la risurrezione, l’apparizione e l’ascensione del risorto Gesù, voglia il lettore curioso, improntato a pazienza e guarnito di spirito critico, dedurle direttamente dal confronto dei contraddittori racconti degli evangelisti.


 Lucio Apulo Daunio



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